Interview with Mario Miniussi

Title

Interview with Mario Miniussi

Description

Mario Miniussi recalls the 18 March 1944 Monfalcone night bombing. He was sleeping when the siren sounded; then he saw the bombs falling on the shipyard among explosions and fires. Remembers how he was normally at school during alarms, so he and his schoolmates had to dash to the castle for cover. Mario describes different attitudes of civilians under the bombs: children were cheerful and played games, while adults preferred to talk. Describes the day an aircraft was hit by anti-aircraft fire and some splinters nearly injured him. Mentions how his parents eventually took him and his brother to their grandparents house at Fiumicello, where they spent one year as evacuees.

Creator

Publisher

IBCC Digital Archive

Date

2016-10-10

Contributor

Marco Dalla Bona

Rights

This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.

Format

00:13:18 audio recording

Language

Type

Identifier

AMiniussiM161010

Coverage

Temporal Coverage

Transcription

PC: Sono Pietro Comisso e sto per intervistare Mario Miniussi. Siamo a Monfalcone. E’ il 10 ottobre 2016. Grazie Mario per aver permesso questa intervista. La sua intervista registrata diventerà parte dall Archivio Digitale dell’International Bomber Command Centre, gestito dall’Università di Lincoln e finanziato dall’Heritage Lottery Fund. Prima di cominciare, la prego di voler rispondere alle seguenti domande, in modo da essere certi che questa intervista venga registrata secondo i suoi desideri nonchè in accordo con le condizioni poste dai nostri finanziatori. È d’accordo che la sua intervista sia conservata in perpetuo come documento liberamente accessibile al pubblico, da usarsi per mostre, attività di ricerca, istruzione nonché come risorsa on-line?
MM: Sì
PC: Sia resa disponibile al pubblico mediante una licenza Creative Commons “Attribuzione - Non commerciale” indicata come CC BY-NC, il che significa che non potrà essere usata a scopi commerciali?
MM: Sì
PC: Sia attribuita a lei?
MM: Sì
PC: Acconsente a concedere all’Università il copyright del suo contributo per l’impiego sotto qualsiasi forma ed è consapevole che ciò non preclude il suo diritto morale ad essere identificato come esecutore ai sensi del Copyright, Design and Patents Act del 1988?
MM: Sì, accetto.
PC: Acconsente di essere fotografata/o per il Bomber Command Digital Archive?
MM: Sì
PC: Grazie, possiamo cominciare! Mario, se le parlo dei bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, qual è la prima cosa, il primo pensiero che le viene in mente?
MM: Primo pensiero è, ho assistito al bombardamento del cantiere del 18 marzo 1941 [pause]. Certo ’41 era?
PC: ’44.
MM: ’44
PC: ’44
MM: Mi correggo, ’44.
PC: Va va benissimo.
MM: Ero giovane, avevo dieci anni quei, in quel tempo, e dopo essere stato dai nonni, perché era il giorno di San Giuseppe, e ho un nonno che si chiamava Giuseppe, sono rientrato da Fiumicello, qui vicino, e abito, abitavo a Monfalcone nei pressi del cantiere navale; sono andato a letto, con tutta la mia famiglia, e verso le dieci, così, nove e mezza, dieci, è suonato l’allarme e abbiamo cominciato a sentire dei gran botti, sono uscito, e da casa mia si vedeva, si vedevano le fiamme perché abito appunto vicino il cantiere, della zona del cantiere dove tenevano forti quantitativi di legno, e quindi c’erano delle fiamme altissime, ha illuminato tutto, tutto il cielo [pause]. Poi non, passato questo momento, siamo andati e abbiamo, finita l’allarme, finiti i botti, finito tutto quanto, siamo andati a dormire. Il giorno dopo, quando siamo, che sono uscito con i miei amici, compagni di scuola, siamo andati a vedere un po’ vicino com’era, com’erano le, le situazioni; abbian trovato, in corrispondenza della linea ferroviaria che passava davanti casa mia, una serie di fóri, perché avevano cercato di bombardare la ferrovia; erano sei, sette grandi buchi nel prato vicino, ma molto distante dai fuochi della notte. Quello, questo era un, un ricordo molto, molto forte perché uno non, non pensa di vedere un bom, di assistere a un bombardamento e vedere le conseguenze visive di un foco notturno [pause]. Poi altre, altre cose che mi ricordo dei bombardamenti, soprattutto dei, dell’allarme: quando suonava l’allarme noi eravamo a scuola, suonava, si, ci si metteva assieme e si andava sulla rocca, si assisteva alla, all, agli eventi da lontano; mi ricordo che da là abbiam visto due, tre bombardamenti, perché le volte precedenti si andava in, in una galleria, scavata sotto la rocca, assieme ai ragazzi e lì cosa facevamo? si giocava perché nove, dieci anni avevamo, quindi in gruppo si andava sempre; magari si aspettava che suonasse l’allarme, e dopo ci si metteva d’accordo, si correva in galleria e scherzosamente ci si pitturava prendendo il gesso dalla lavagna della, della classe, si, si faceva qualche disegnetto sulle, sulle mani, o qualche frasetta, qualcosa così. Andando in galleria quando c’erano delle bambine, scherzando, si dava, si segnava qualcosa sulla mano e si dava una pacca sulla spalla, sulla schiena, grande risate perché c’erano questi, restavano i calchi dei delle frasi, delle stupidaggini che si scriveva in mano. Così, per giocare, per passare il dramma della, dei eventuali bombardamenti e le eventuali difficoltà della guerra.
PC: [sighs] Lei mi, mi parla degli allarmi e della galleria, mentre i bambini giocavano all’interno, quindi c’era questa dimensione quasi inconsapevole di quello che succedeva fuori, ma, gli adulti cosa facevano all’interno della galleria-rifugio?
MM: Eh, gli adulti erano lì che chiaccheravano, il più delle volte tra loro, fra amici, fra. No facevano nessuna attività, non era che giocassero a carte o altre cose, chiacchieravano commentando le difficoltà che c’erano nel vivere, di, per vivere, perché c’era molta carestia, non c’era pane, non c’era [pause] possibilità di avere da mangiare, quindi erano pieni di problemi, mentre noi ragazzi i problemi li superavamo giocando, o facendo scherzi, o correndo, andando sui prati, andando in galleria, oppure sul monte a mangiar more. [pause]
PC: Eh, sempre riguardo ai bombardamenti, mi parlavi del bombardamento che ha subito il deposito legname, cosa ti ricordi di quel, di quel frangente lì? Del cielo? La concitazione dell’allarme. Stavate scappando? Avevate un rifugio vicino a casa?
MM: A noi, tutte le volte che suonava l’alarme che eravamo a casa si andava giù in cantina; in cantina aravamo eravamo abbastanza sicuri; venivano anche delle persone che abitavano vicino a noi, che non avevano la cantina, e quindi si andava giù in cantina soprattutto se c’era di notte, o anche di giorno; di giorno soltanto se si sentiva il rumore degli aerei o qualcosa di più pericoloso si scendeva, e se no si restava fuori. E ricordo un’altra volta che ero, così, primo pomeriggio, assieme ai miei amici, che, ragazzi che si giocava attorno, per, vicino ai prati e siamo andati verso Staranzano, verso la periferia e son venuti gli aerei e han fatto un grandissimo bombardamento: ci passavano sopra, e le batterie antiaeree sparavano alla grande contro questi aerei che passavano; e ho avuto anche un po’ di paura perché quando esplodevano le, le scariche antiaeree, e scoppiavano su in cielo, venivano giù le schegge dei proiettili che esplodevano in corrispondenza dei aerei che passavano, eh [laughs] e mi è venuta giù una scheggia a pochi centimetri, ma bella grossa, a pochi centimetri dalla gamba: ho preso un paura [emphasis], ha fatto rumore di, di, di, il fischio che arrivava, e aver questa pezzo di ferro a pochi centimetri dalla gamba, ho detto: ’Guara, mi è andata bene che se no se mi prendeva la gamba me la rompeva’. Questo è stato il punto più, più forte del pericolo che ho avuto, fisico e psicologico dei tempi dei bombardamenti, delle cose.
PC: Ehm, parlando sempre di cose, di cose psicologiche, come, com’è stato il passaggio, diciamo, da una vita quotidiana abbastanza comunque tranquilla, perché Monfalcone fino a che non ha conosciuto il bombardamento aereo la guerra l’aveva conosciuta sotto forma di razionamento del cibo, cose di questo genere, genere qui; la violenza che si è scatenata, come l’avete affrontata? Come l’hai affrontata tu, i tuoi genitori, anche gli altri bambini che conoscevi, che erano i tuoi compagni di scuole, eccetera, eccetera?
MM: Bah, sul primo momento eravamo assai impressionati, tant’è che i miei genitori mi hanno portato dai nonni, come dicevo prima che eravamo, i nonni abitavano in, lontano da Monfalcone, a San Lorenzo di Fiumicello. Ehm, mi hanno portato là per sicurezza, finché io non, non abbia da soffrire, sia la fame che ‘l pericolo dei bombardamenti, delle atrocità delle cose che venivano in Monfalcone. Eh sono stato via per, un anno, un anno e mezzo, e poi sono ritornato a casa, ma non ho patito perché, non avevo la coscienza del pericolo che c’era. Ero giovane, non avevo paura di niente, e per cui si giocava, come dicevo, quando si andava in galleria [chuckles], non era che si tremava di paura, ma si cercava di scherzare con, con le nostre ragazzine, che erano lì dei nostri anni: si scherzava, si giocava, si faceva, non a, non ho ricordo di aver patito, soltanto la paura de quella volta che ho preso questa scheggia a pochi centimetri dala gamba. Eh, il resto i nostri genitori han fatto sempre di tutto perché, per non far pesare la difficoltà economica e che avevamo tutti quanti.
PC: D’accordo Mario, ti ringrazio per la testimonianza. Grazie molte per quello che hai ricordato, che, l’aspetto giocoso, questo strano aspetto giocoso. Grazie mille per, avevi ancora qualcosa da aggiungere?
MM: No, perché dopo, quando è passato il momento dei bombardamenti, poi è finita anche la guerra e abbiamo, ho tanti ricordi di, dei momenti posteriori ai bombardamenti; quando la guerra è finita è stata forte qua l’invasione dei iugoslavi, e la liberazione delle truppe inglesi, scozzesi, e non so altri; gli americani non son venuti qua subito, son venuti dopo e son ‘ndati a Trieste.
PC: D’accordo. Grazie mille Mario!

End of transcription

Collection

Citation

Pietro Commisso, “Interview with Mario Miniussi,” IBCC Digital Archive, accessed November 25, 2020, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/414.

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