Interview with Mariagrazia Sinigo Petrina

Title

Interview with Mariagrazia Sinigo Petrina

Description

Mariagrazia Sinigo Petrina recollects her childhood in Trieste. Chronicles hardships during the war, her father enlisted in the Italian navy while she lives with her mother and grandmother. Describes how difficult was to find food and narrates some wartime anecdotes. Narrates when the alarm sounded she and her family dashed to a nearby shelter. Highlights the terror of bombings and reminisces life inside the shelter. Mentions her experience with Germans and recalls the forty-five days of the Tito’s men occupation of Trieste.

Creator

Publisher

IBCC Digital Archive

Date

2018-01-09

Contributor

Greta Fedele

Rights

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Format

00:27:19 audio recording

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APetrinaMS180109
PPetrinaMS1801

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Transcription

Sono Peter Schulze e sto per intervistare la Signora Mariagrazia Sinigo Petrina. Siamo a Trieste e oggi è il 09 gennaio 2018.
PS: Grazie Mariagrazia per averci concesso questa intervista. La sua intervista diventerà parte dell’International Bomber Command Digital Archive gestito dall’Università di Lincoln per conto dell’International Bomber Command Center. Quali sono I ricordi più antichi, più remoti che ha? Legati possibilmente all’ambito famigliare. I primi ricordi che ti vengono in mente.
MSP: Mio padre come militare della marina italiana e faceva scorta ai convogli su una nave che all’epoca si chiamava Cantore e che nel ’41 essendo stata colpita, no colpita, avendo incappato una mina è naufragata. E quando mio padre è tornato a casa per me il vederlo e il sentirlo è il primo ricordo forte che ho della mia famiglia.
PS: Poi ti viene in mente anche qualcos’altro sul nucleo famigliare, sui primi tempi, sui primi ricordi anche di come avete vissuto il periodo di guerra.
MSP: Il periodo di guerra è stato molto duro. Nei primi anni o non c’erano grossi problemi. Il ’45 è stato un anno terribile perché non c’era praticamente più niente. Essendo una città, nelle zone di campagna la gente stava meglio, poteva coltivare, poteva raccogliere, noi a Trieste abbiamo avuto come credo molte altre città il problema della orsa nera. Tutto ciò che era edibile era sparito ed era stato accaparrato da poche persone che facevano prezzi esorbitanti. E questo è un mio ricordo perché una volta mia madre mi ha portato con lei a comperare, a cercare più che altro del burro, dell’olio, qualcosa, e io ho chiamato questa signora che ci vendeva la roba ‘strozzina’ perché riuscivo già a dire questa parola perché per me era difficile ‘strozzina’. E lei mi ha guardato storto.
PS: Come, come trascorrevate le giornate? Come vivevate?
MSP: Era tutto molto duro e molto triste. Intanto avevamo bisogno di risalirci pertanto avevamo delle vecchie stufe di tipo tipicamente austriaco, quelle bellissime fra l’altro, di maiolica e noi le caricavamo portando su dalla carica al terzo piano dei ciocchi di legna, ma era piuttosto pesante e faticoso. Poi c’era Il fumo, poi c’era insomma, c’erano problemi di ogni tipo, perché non c’era gas, spesso non c’era la luce elettrica. La sera dovevamo chiudere, oscurare i vetri, insomma era un periodo veramente pesantissimo.
PS: Si parlava a casa del fascismo, della dittatura?
MSP: Si, se ne parlava in maniera molto distante. Mia nonna era riuscita a vedere il Duce quando è venuto a Trieste in una famosa visita, per pura curiosità. Che sarebbe come se oggi qualcuno andasse a veder un divo del cinema, ‘ah ah il Duce, il Duce’, ma non c’era nessuna partecipazione. Mio padre era monarchico, aveva giurato ed era fedele al Re. Io non avevo voce in capitolo [laughs], ero troppo piccola. Poi ancora una cosa ti dirò a proposito di quell’anno. Quell’anno è stato il più pesante di tutti, ma è finito ancora peggio, perché poi c’è stato il periodo, quarantacinque giorni soltanto, ma durissimi, dell’occupazione titina. Il che significa che improvvisamente si sono presentati divise più o meno così, questi slavi che ce ne hanno fatte di tutti i colori: uccisioni, ruberie, è stato un periodo terribile, fortunatamente è durato quarantacinque giorni.
PS: Ti ricordi I primi bombardamenti?
MSP: Certo, ero molto piccola, però succedeva spessissimo che di notte suonasse l’allarme e allora ricordo ancora con una precisione terribile l’orrore del freddo, avevo paura e avevo freddo e mia nonna mi pigliava su dal lettino e mi avvolgeva in una vecchia stola di pelliccia che era il ricordo dei templi migliori e andavamo nei rifugi. Vicino a casa nostra ce ne erano tre. Si raggiungeva il più vicino possibile in condizioni spesso disastrose perché c’erano infiltrazioni d’acqua. E quindi io ricordo questo ambiente umido con tanta gente, tutti gridavano, chi piangeva, chi pregava, era una sensazione che io ancora adesso quando rivivo, magari in qualche sogno strano piccolo così, di grande pericolo. Io ero piccola, ma cosciente del pericolo.
PS: Quali erano questi rifugi?
MSP: Piazzetta Belvedere, via Commerciale, pardon, e via Fabio Severo, questi erano vicini a casa mia, I più vicini perché si trattava di raggiungerli di corsa. Allora andavamo, mia nonna portava me in braccio e mia mamma portava una valigetta con poche cose di famiglia, diciamo pure le cose preziose, i soldi, e così raggiungevamo questi posti di infelicità assoluta.
PS: Quanto di solito durava il tempo che avete trascorso nei rifugi?
MSP: Ore. Poi finalmente suonava l’allarme, no come si dice?, l’anti allarme, insomma suonava un qualcosa e potevamo uscire e ci guardavamo e soprattutto il primo pensiero più forte era ci sarà ancora la nostra casa? E per fortuna la nostra è rimasta in piedi, magari colpita da una granita, scoperchiata, ma per il resto è rimasta in piedi. Ecco.
PS: In che momento della giornata venivano gli allarmi? C’era abbastanza tempo per
MSP: Io ricordo la notte, forse perché avevo più paura di notte, ma io ricordo di notte. Però non posso dire, erano anche durante il giorno. Perché infatti ho un ricordo, uno solo, ricordo che noi andavamo in cantina, prima di andare nei rifugi andavamo nella cantina che era sotto la casa e io chiamavo il nonno, mio nonno, ufficiale austriaco, non aveva nessun interesse per ricoverare, era anziano, non aveva paura di niente, una persona molto coraggiosa e restava a casa. E io avevo paura per lui e lo chiamavo ‘nonno, nonno’, però. E ricordo che questo era di giorno, quindi ce ne sono stati tanti.
PS: Andavi a scuola all’epoca? Cosa facevi?
MSP: No, no. Io sono andata a scuola alla fine del periodo. Anche là ricordi terribili perché non c’erano neanche più le scuole. Primo anno siamo andati tutti noi bambini con il ciocco di legno per fare un pò di riscaldamento nelle aule, non c’era niente.
PS: C’erano tanti bambini nei rifugi? C’erano più donne, più uomini?
MSP: Veramente più donne perché gli uomini erano al fronte. E queste povere donne erano molte spaventate ma il terrore ricordo era di un uomo. Noi avevamo un casiliano che si chiamava Salvatote e lui aveva un paura terribile e sveniva ogni volta. E io dentro di me pensavo ma un uomo grande e grosso non dovrebbe aver questa fifa, e lui sveniva, suonava l’allarme e lui arrivava giù, povero. Come diceva Manzoni, il coraggio uno non se lo può dare.
PS: Tra bambini parlavate? Come vivevate quei periodi trascorsi in rifugio?
MSP: Io ho l’impressione che I bambini fossero abbastanza abulici, perché io ero abbastanza sollecitata in quanto a casa mia tutti mi parlavano, mi raccontavano, io ero messe al corrente, io ero in una famiglia che si occupava di me, mia nonna soprattutto. E gli altri non sempre, e quindi io mi trovavo a dover raccontare magari agli altri bambini, sai com’è, magari anche più grandi e mi ascoltavano, ma non c’era grande partecipazione.
PS: Cosa pensavate degli aerei che facevano le incursioni, che sganciavano le bombe?
MSP: Terrore, puro, allo stato puro. Terrore.
PS: Vi chiedevate perché lo facevano? Chi fossero?
MSP: Sì, io sentivo i discorsi dei miei in casa, ma io naturalmente non avevo una opinione personale perché ero troppo piccola. Sapevo che quelli erano i cattivi, i buoni erano gli altri. Posso mettere una piccola notazione, non so se poi non ti va bene cancellala. La storia dei buoni e cattivi è molto complessa, perché prima di questo ultimo anno di guerra così doloroso, noi avevamo alla fine della via dove abitavano, via Ruggero Manno, una caserma dove c’erano i tedeschi. E mia nonna che parlava il tedesco aveva fatto amicizia con un banale soldato, uno di loro, e andava a chiedergli per la bambina un pò di cioccolata, una arancia e lui gentilmente me la dava. Quindi ti ripeto quesa suddivisione tra buoni e cattivi è molto molto relativa, soprattutto per un bambino piccolo. Io vedevo questo bell’uomo grande, alto, gentile che mi dava la cioccolata, per me era un buono. Invece I titani si sono subito presentati come cattivi e quindi noi avevamo la percezione quella volta che effettivamente il nemico fosse quello. Il peggiore non si può dire, perché in quella situazione come si fa a stabilire chi è peggio, però per noi era peggio quello.
PS: C’erano altre notizie che ti arrivavano da altri amici, da altri parenti di come loro vivevano quel periodo.
MSP: Una notizia forse importante è all’inizio della guerra, non so perché me la ricordo, mi è molto presente. Mia mamma mi faceva vedere il giornale che quella volta era Il Piccolo fin Triste come oggi, e mi faceva vedere che ogni giorno le armate tedesche aggiungevano territorio ai territori già conquistati e non so per quale motivo, ma a me rimase impresso questa forma, diciamo così, che avanzava, avanzava e questa struttura che faceva capire come gli eserciti fossero vittoriosi dappertutto nel nord dell’Europa e guarda un pò mi è rimasto impresso e non credo che avrò avuto più di quattro anni, tre, quattro.
PS: Ascoltavate Radio Londra?
MSP: No, non avevamo la radio. La radio l’abbiamo comperata nell’immediato dopoguerra, ma non ce l’avevamo.
PS: Dove, in che zona del Trieste abitavi?
MSP: Dove abitavo?
PS: Sì
MSP: Via Ruggero Manna, 14. É vicino alla stazione, per cui è stata una zona molto colpita dai bombardamenti. Intere case sono letteralmente scomparse. Ci alzavamo la mattina, o uscivamo dai rifugi e la casa di via Rittmeyer per dirne una non c’era più, c’era un buco. Poi dicono che i bambini non ricordano.
PS: Volevo tornare all’episodio dei tedeschi nella caserma in via Ruggero Manna. Quindi il rapporto con i tedeschi…
MSP: é stato sempre ottimo. Non ricordo niente che possa contraddire questo, niente.
PS: Ti ricordi, ti ricordi Pippo?
MSP: Chi? No. La tecnologia non aveva grande, come dire, spazio a casa nostra perché mio padre era in guerra ed era una famiglia di donne, tre donne più mio nonno che però era molto, molto anziano perché era molto più vecchio di mia nonna, quindi le cose di tecnologia zero.
PS: Pippo era quell’aereo che sembra passasse di notte e cercasse luci
MSP: Proprio niente sai, zero, zero, quello lo sa Aldo che sa tutto, io proprio.
PS: C’è qualcos’altro che ti viene in mente che vorresti raccontare?
MSP: Posso solo dire che a un certo punto, erano sempre gli ultimi anni di guerra ho avuto una gran paura, perché dalla nostra finestra, da una della grandi finestre di casa nostra c’era una visione meravigliosa del porto, e lì ho visto una nave che bruciava ed ero spaventatissima perché insomma era uno spettacolo veramente, come dire, che faceva ansia.
PS: Si è saputo qualcosa poi di più di questa nave?
MSP: Io non ne so niente, no, questo non lo so. Non ne so niente, sarà stata non una grande nave, non so. Questo dovrei chiedere a qualcuno, ma non so. So che succedeva negli anni che mio padre era in guerra quindi sicuramente prima del ’45. Ecco questo è quasi tutto quello che ricordo. A parte, appunto, l’ultima cosa per dire, è stata la gran fame che avevamo. Ti posso dare due particolari, un pò curiosi e un pò tristi. La prima che avevamo trovato un gentilissimo soldatino, come lo chiamava mia nonna, italiano che ci portava la bronosa. La bronosa era quel pane che i soldati all’epoca avevano come parte del cibo quotidiano. Ed era un pane ormai secco che lui evidentemente non aveva mangiato e ce lo vendeva e io cercavo di tagliarla e mi ricordo che questo pane durissimo resisteva a tutti i miei tentativi. Ecco.
PS: Ti ricordi se facevate dei giochi da bambini? Se poi c’era anche il tempo per giocare?
MSP: All’epoca no, lo avremmo fatto di sicuro, ma io ero figlia unica all’epoca perché mio fratello è nato molto tempo dopo, e non avevo amici in casa che avessero la mia età, son venuti dopo e quindi non ricordo dei gran giochi. Li facevo io per conto mio, amavo disegnare, leggere, più o meno, guardare figure, non altro.
PS: C’è qualcos’altro che ti viene in mente riguardo a quei giorni?
MSP: E sempre riguardo la fame, questo particolare curioso e anche un pò divertente. Noi avevamo un’amica, la quale con il marito gestiva l’ospizio dei poveri di via Gaspare Gozzi e una sera verso le undici suona il campanello e arriva la signora Maria che con grande entusiasmo ci porta un pezzo di polmone. E mia mamma era talmente entusiasta perché noi la carne non la vedevamo da mesi e mesi che ha scritto una poesia. [laughs] Ecco, questo è quanto, i miei ricordi finiscono qua. Poi finalmente mio padre è tornato e ha ripreso il suo ritmo normale.
PS: Puoi raccontarmi qualcosa anche del lavoro di tuo padre?
MSP: Quello sarebbe, io elementi proprio storici ne ho molti, ma diciamo famigliari no, perché noi non potevamo comunicare, mio padre nel, che anno era Aldo? Quando è stato come tuo padre del resto, è rimasto nell’Italia del sud [Interviene Aldo: otto settembre, armistizio], ecco nel ’43 è rimasto a Crotone prima e poi a Taranto e non ne abbiamo saputo niente fino al ’45 credo, no? Mi è difficile ricordare le date, fino al ’45 e dopo finalmente è tornato, l’abbiamo rivisto. Io mi ricordo che era quest’uomo grande, grosso, no grosso no, insomma e io non lo riconoscevo perché mio padre l’avevo visto una volta nel ’41, ‘42 e poi non più.
PS: Puoi ripetermi un attimo dove lui era di stanza?
MSP: Dunque lui è stato prima a Crotone e poi a Taranto.
PS: In marina?
MSP: Non in marina, quando a un certo punto si sono interrotte le comunicazioni, siamo rimasti divisi. E tutti quelli che della marina erano nel sud Italia son stati radunati in una di queste due località o non so se a Napoli, ma comunque io so che erano a Taranto e a Crotone. Prima a Crotone e poi Taranto.
PS: Ti ricordi qualcosa della fine della guerra? Hai dei ricordi particolari legati a quella data o a quel periodo?
MSP: No, di quello no. Mi dispiace no.
PS: O delle emozioni che si provavano?
MSP: No, solo quando è tornato mio padre. A quel punto abbiamo capito che finalmente tutto ricominciava e dopo è stato bello. Una cosa buffa è stata questa. Mia nonna mi aveva per anni glorificata la bontà delle banane che non si trovavano naturalmente, ‘quanto eran buone, quanto eran buone’. E finalmente poco dopo la fine della guerra Hausbrandt che era un vecchio negozio di Trieste ha esposto così un piattino con queste meraviglie che erano appena arrivate e mia nonna subito a farmele assaggiare e io le ho trovate cattive e io aspettavo chissà quale meraviglia e invece eran buoni e ma non più di tanto. Sa sono ricordi comunque legati a una bambina che aveva all’epoca sei anni, cinque anni e sono quindi anche molto modesti, no molto, ecco.
PS: E adesso dopo tanti anni dalla fine della seconda guerra mondiale come, quando guardi a quel periodo, al periodo dei bombardamenti, al tempo trascorso nei rifugi, cosa pensi? Come?
MSP: Sai da un lato era un periodo terribile, però dall’altro c’era qualcosa che adesso ci manca, la speranza. Cioè tu pensavi che domani sarebbe stato meglio, che domani sarebbe tornato come era bello, no? Così.
PS: E cosa pensavi di quelli, come vedi adesso con gli occhi di adesso quelli che bombardavano, i bombardamenti?
MSP: è difficile dirlo. Ognuno di loro ho sempre pensato ha fatto il proprio dovere, ognuno di loro obbediva agli ordini, sicuramente molti erano in buona fede, più di così non posso dire anche perché eravamo in buona fede tutti sia gli uni che gli altri. Quindi non lo so, difficile, dare un giudizio è molto molto difficile. Perché sarebbe facile, tutti ti dicono la guerra è la cosa peggiore che possa esserci. È vero. Però dopo la guerra ti spetti qualche cosa di buono, di nuovo. E in effetti c’è stato perché noi dopo la guerra abbiamo avuto in Italia un periodo di grande benessere e anche di grande tranquillità. Ricordo che andavamo per esempio a trovare dei nostri parenti che abitavano qui in via Segantini per Capodanno, di notte con il tema senza paura di niente. Non c’era quell’ansia che ti potrebbe prendere oggi del buono, del rischio magari di chi ti borseggia o di chi, ecco, quella volta ci si sentiva più tranquilli. E quella è una cosa che dopo non ho più ritrovato. Come se la guerra avesse avuto un effetto catartico.
PS: Volevo chiederti solo ancora qualcosa riguardo la tua vita dopo la guerra.
MSP: Beh, ero una bambina, sono andata a scuola, al collegio di suore che io non amavo molto perché la scuola che era vicino a casa mia era stata bombardata, bruciata e quindi non esisteva più per cui ha trovato questo escamotage e sono andata al collegio della Beata Vergine dove ho fatto le elementari e le tre medie, poi sono andata al Dante. Quindi tutto molto normale e banale.
PS: Va bene. Io direi che adesso questo va bene. Ti ringrazio ancora tanto dell’intervista e grazie ancora da parte dell’International Bomber Command Center, grazie.
MSP: Molto bene.

Citation

Peter Schulze, “Interview with Mariagrazia Sinigo Petrina,” IBCC Digital Archive, accessed July 15, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/7766.

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