Interview with Ferruccio Bergomi

Title

Interview with Ferruccio Bergomi

Description

Ferruccio Bergomi recalls his early life as a street urchin in the Precotto neighbourhood in Milan - describes monkey business, horseplay, fierce rivalries, melees, pilfering sundries and street games with friends. Gives an eyewitness account of the Precotto primary school bombing, when he was trapped under debris and eventually rescued by Carlo Porro. Compares this event to the Gorla primary school bombing, stressing how the explosions started immediately after the alarm had sounded, a fact that explains the high number of victims. Describes the appalling conditions of a private shelter, highlighting the menacing presence of big aggressive rats. Mentions his experience as an evacuee in Mantova. Recollects the end of the war, the arrival of the Allies in Milan and gives an exhaustive account of the life in a tenement with communal balconies. Recalls the day he saw Mussolini and other fascist leaders strung upside down in Piazzale Loreto. Describes briefly his post-war life, stressing how hardships lasted well into the fifties. Reflects on the morality of the bombing war, using Syria as a comparison. Stresses that the Gorla and Precotto districts were disproportionately inhabited by Communist voters, explaining this fact as resentment for being bombed by the Allied.

Creator

Publisher

IBCC DIgital Archive
Lapsus. Laboratorio di analisi storica del mondo contemporaneo

Date

2017-02-23

Contributor

Greta Fedele

Rights

This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.

Format

01:03:00 audio recording

Language

Type

Identifier

ABergomiF170223

Coverage

Temporal Coverage

Transcription

EP: Ok, comincia. L’intervista è condotta per l’International Bomber Command Centre. L’intervistatore è Erica Picco. L’intervistato è il signor Ferruccio Bergomi. Siamo in [omitted] a Milano, oggi e’ 22 febbraio 2017, sono le ore 16. Presenti nella stanza sono Zeno Gaiaschi e la signora Redaelli Rita, moglie del signor Ferruccio Bergomi.
Va bene possiamo cominciare. Innanzitutto per cominciare, per avvicinarci al tema di questa intervista le chiedo quale è il ricordo più lontano che ha della sua infanzia, prima ancora della guerra.
FB: Ah prima ancora della guerra? Ce ne sono molti. Mi ricordo ancora tante cose. Prima della guerra, nel ’40 dice?
EP: Si. Prima che cominci la guerra dove era, cosa faceva…
FB: Ho capito.
EP: …chi erano i suoi genitori.
FB: Perché io son nato in via Pellitti, al 3 che è qui a Precotto. Son nato qui in via Pellitti al 3. A un anno e due mesi mia madre è venuta in questa casa qui perché ha comprato un negozio di frutta e verdura. Perciò io che son qui è già ottantuno anni. Pensa un po'. E mi ricordo che dove son nato là in via Pellitti, mi ricordo solo, non avevo neanche un anno, una macchinina piccola. Sai quelle come quelle di Topolino con i pedali che guidavo nella via. Basta mi ricordi lì, perché dopo son venuto qui. Quello lì è quello più lontano che mi ricordo, poi qui c’è altra roba.
EP: Quindi i suoi genitori avevano un negozio di frutta e verdura.
FB: No.
EP: Solo la mamma.
FB: Mio padre lavorava alla Breda, mia madre lavorava alla Pirelli quando è venuta a Milano. Poi andava a fare un altro lavoro in Porta Venezia. Perché le al suo paese che sarebbe Cannetto Sull’Oglio, provincia di Mantova, nel mantovano, là c’era la ditta, la prima ditta italiana delle bambole, la Furga perché in Italia è stata la prima ditta la Furga. E lì lavorava dentro, imparava tutto della bambole, non bambole così. Allora aveva imparato, io mi ricordo che da piccolo qui che avevo cinque o sei anni, avevo in casa, ha presente le teste di legno per i cappelli? Ecco, lei faceva, modellava i cappelli, modellava in questo negozio qui di via, di Porta Venezia come secondo lavoro. Dopo è venuta qui, è venuta qui, ha comprato la licenza di questo negozio e andavo al mercato ogni mattina, al mercato all’ingrosso eh, al verziere, che sarebbe là a Porta Vittoria dove c’è la Palazzina Liberty, ecco là c’era il verziere. Adesso è Marinai d’Italia, piazza Marinai d’Italia non lo so. Beh comunque ogni mattina andava, lei. Ma io ero piccolo ed ero qui. Se devo raccontare la mia gioventù qui che giocavo, cosa facevo, noi qui era un disastro. Perché qui prima di tutto le macchine passavano in Viale Monza, perciò qui passavano solo cavalli, cavalli e perciò noi giocavamo sulle strade. Ci son due vie qui, quelle di lì via Ottaviano Vimercati e la via Pericle erano due vie private, due pezzi di via. Noi giovano in mezzo alla strada. Si giocava, mi ricordo sempre, con la rella che sarebbe la lippa, quel bastone che si tirava, e giocavamo con i miei amici, tante volte si rompeva un vetro, e i miei amici siccome erano più poveri di me siccome io avevo il negozio, mi assumevo la responsabilità io che avevo rotto e allora mia madre pagava. Poi si giocava con le cicche, le palline, le biglie su per strada. Si faceva una buchetta e chi tirava dentro più vicino vinceva. Ma eran tutti giochi da ragazzi che adesso gh’en più, non ci sono più perché? Perché con la modernità adess è tutta roba elettronica, eh! Noi facevamo con le scarpe, le scarpe di, che ci metteva le scarpe di cartone, facevamo dei ritagli con un buco stretto, un buco più largo e a forma che passava la biglia, la pallina e da distante si tirava. Allora si dava un numero, tre palline, due, dipende da come era stretto il buco si aveva più, si prendeva più cicche insomma, ecco. Quello lì era un gioco, ma ce ne erano diversi, vediamo se mi ricordo qualcosa d’altro che si faceva, ne facevamo un mucchio. Io poi mi ricordo che in piazzetta qui, qui c’è una piazzettina piccola, mi ricordo, perché qui erano tutti prati, erano tutti prati eh, lì c’erano tutti i fossi, fossi alti, profondi 40 cm, c’erano rane, si andava sempre a rane, qui c’erano le rane, i butaran, i sanguét, se l’era l’alter? Le tarantole, c’era un mucchio di talpe, la talpa che faceva i buchi così. E si andava a rane, pensa si andava a rane. Qui dove abito io, sotto qui, c’era un negozio di merceria. La mamma di questa signora qui, gli piacevano le rane, perciò noi andavamo a pigliar le rane e poi le portavamo qui e lei ci dava una lira. Però cosa succedeva che lei voleva tutte le rane a una misura giusta, cosa dobbiamo fare? [laughs] Si dicono delle cose. Qui esempio c’era una stalla, perché lì c’era una cascina e c’era la stalla. Allora nun andavam a tœu de specie de, ‘ndu El gh’era tuti, lei non sa, ‘ndu el gh’era tuti i melgasc, i melgasc sarebbero le foglie delle pannocchie, che poi num li ciamun a Milan i lœuv, i lœuv, e lì c’erano delle specie di cannucce piccole, e allora num gonfiaum la rana dedree e la tiraum tutt’istèss per prenderla, cose che si facevano e che adesso non si, quelle cose lì neanche da dire, per dire no? I bambini d’oggi più che elettronica, ma d’ingegnosità delle cose [emphasis], num andaum a studia el balun, el carelot, num el ciamavan carelot, una specie di, come dire, c’avevamo il manico così poi c’erano delle sfere sotto così, si spingeva, ma [unclear] insomma si cercava di passare il tempo in quella maniera lì. Un’altra cosa che mi ricordo, ero in piazza, che ero un po' un monello, monello nel senso che ero un ragazzo vivo. Mi s’eri vun che l’era minga bun de star fermo, l’era tut un moviment, l’era tut un moviment, come tutt la vita. Sto fermo adesso perché ormai, riessi pù a far nagòtt. Comunque là mi ricordo che qui c’erano i prati, siccome all’inverno i fossi erano larghi così, profondi così, quando si andava sotto gelo, gelava l’acqua e noi sciavamo su lì, capisce?, dopo non ce ne accorgevamo che qualche giorno la temperatura andava giù e non teneva più il ghiaccio e allora andàum dentro in de l’acqua. Ma qui, quello che è qui, che ce l’ho ancora adesso sul palato, qui si scivolava perché c’era del ghiaccio in piazza, si scivolava. Io avevo uno zufolo, sarebbe quello, ma era quello di latta, ma nel cadere mi si è infilato qui no, può immaginare,no?. Mi han purtà all’ospedal e là m’han dà set u vot punt. Mi mader andava fœura de mat, poi io son figlio unico, può immaginare, ne fasevi de cott e de cru, ne fasevo. Un’altra cosa che mi ricordo, qui c’erano tutti i prati, da Gorla le persone venivano alla Pirelli a lavorare, col semenza, a piedi o in bicicletta qualche volta, lì a piedi venivano un sentiero che c’era una via lì che poi si fermava, venivano. Io abitavo, abito sempre in questa casa, ma abitavo sopra il negozio, che il negozio era in questa casa, abito sopra di là c’era il balcone. In tempo di guerra gh’era una fam che finiva pù, alura sul balcun gh’aveum dü oc, due oche. Io mi ricordo che mia madre, io tenevo la bocca aperta, no! lei teneva la bocca aperta e io le mettevo la polenta per ingrassarla. Queste oche quando passava la gente per strada, ehm, come dire facevo chiasso no? Allora la gente rideva ‘Oh guarda le oche sul balcone!’. Sembra una stupidata, ma c’era, era la verità. Anche quello lì è un ricordo. Poi vedem se gh’e n’è di alter, gh’e n’è mucc de ricordi, ogni tant me sogni de not poi dopo adess la testa la va via, mi ricordi al moment poi dopu mi ricordi pù. Se volevi di, gh’era un’altra roba che volevi di. Poi in tempo di guerra no? Tempo di guerra noi eravamo qui, ragazzi di sette e otto anni. Qui c’era la stazione di Greco, c’era lo scalo merci, gh’eran i tedesch, arrivavan tuti i vaguni pien de roba e num, si i tedesch, se vedeven quei grand che rubavan la roba i sparaven, ma che sem num che serum set, serum fiœu, sparaven si ma per aria, sparaven no adree. Perché ehm e num andaven a cerca de ruba qualcosa perché si rubava. Li c’era la contraerea, contraerea, poi gh’era la Pirelli subit. Noi qui, io qui son stato sotto la scuola perché quel giorno lì si vede che gli apparecchi che bombardavano, l’intenzione era di bombardare la Pirelli o lì. Ma a quell’epoca là non erano precisi come adesso che mirano l’obiettivo e sbaglien no. La bastava set u vott segund, set u vott segund cun l’appareil vor di un chilometro. Ecco perché c’è stato quel disguido lì. Lì loro hanno sbagliato a aspettà e veni giò. Comunque tempo di guerra qui, in via Ruccellai in fondo c’era la contraerea. Noi avevamo come dire i sciuscià, set u vott an, noi qui vedevamo gli apparecchi che là mitragliaven e nun andavum giò, andavum là perché la quando si mitragliava le pallottole erano di ottone, saltavano via cinque o sei metri, noi le raccoglievamo e le andavam a vendere ai strascee, per guadagnar qualcosa, per guadagnar qualcosa. Sa come noi, ghe ne sta’, ghe ne sta’. Io vorrei dire tutto, ma non so se si più. Questa è grossa però. Qui c’erano tutti i negozi sulla piazzetta, di lì c’era un prestinaio. Questo prestinaio, aveva anche, eran tutti dei bazar qui. Mia madre poteva vendere per esempio il pane, la posteria vendeva a parte la rivendita di pane anche loro, tutta la roba, le licenze erano lunghe. C’era mia madre che aveva la frutta e verdura, erba e frutta, poi c’era la posteria, gh’era la pusteria e da la part de la gh’era el prestiné. Dunque el prestiné, che era il padrone della casa, il Bigiogera, ch’el ciamaven il Bigiogera, gente molto come dire, molto cattolica, molto, e difatti il figlio è diventato prete, Don Bigiogera, qui a Precotto c’è la via anche, gli hanno dedicato una via a Don Bigiogera, come gli hanno dedicato la via, dopo le dirò, a Don Carlo Porro che è stato quello che è venuto a tirarmi fuori dalla cantina. Ben, ritornando, noi eravamo dei monelli. Qui c’erano tutti i prati. Cosa succedeva, loro lì avevano l’orto e nell’orto avevano conigli, avevano tutto. Lì gh’era el mur, el cancel, gh’era l’ort, noi cosa facevamo? [laughs] Eravamo in tre, ci davamo il turno, andavamo con tal trifœuj, trifœuj l’era l’erba per i conigli. Noi andavamo lì sempre verso la una quando la gente ce n’era poca, poca e loro erano a mangiare lì dove facevano il pane, non in negozio, erano là seduti, allora dü andaven delà ’eh sem chi sciura Bigiogera‘, perché loro ci davano sempre, e vün rimaneva in negozio e rubavum i sigaret, i pacchetti di sigaret. Se mettevum via, ma un pacchet eh! Ma siccome a quell’epoca lì lei aveva come panettiere uno scaffale a parte dove vendevano le sigarette, così. Ma in tempo di guerra vendevano le sigarette anche una, due, tre, sciolte le vendevano, capisce? Eh, figurati quando mancava un pacchetto, poi loro avranno avuto, secondo me, l’incasso a parte, tanti pacchetti dovevano trovare tanti dané in cassa, invece mancava sempre qualche, mancava sempre qualche soldino perché nun ghe rubavam el pachet, poi andavam in di praa e se mettevum a fumà. Dunque una volta ho toccato a me, loro già si vedeva che subentrava qualcosa già, disen impussibil, allora chela volta lì tucava a mi perché fasevam il turno, tucava a mi star dechi a mett i sigaret, quei li fan minga a temp a anda delà che mi son dechi, ste fet deli Ferruccio?’, ‘a mi nagott!’, g’avevi in man du pacchet de sigarett, vuna lu misa sotto de chi l’alter li musica sota chi…’ahhh brut …vedemm vedemm cusa te ghet li’… ‘mi nagott’ …alsi i brasc e burle gio il pacchet de sigarett. ‘Ghel disi a to mader’...u ciapà una batuda che la finiss pu. Chi gh’era l’ort, l’alter pachet l’u minga mulaa, allora in de l’ort e denter in de l’ort gh’era come se ciama, num ghe disen el pulé, il posto dove c’erano le galline, el cassinot era coperto di lamiera, una lamiera sopra l’altra, chel pacchetto chi me ricordi el nascudenvum sotto che la lamera li. Che la nott lì ghe vegnu giò un acqua che finiva pu e nun ghavevum il penser che ghe l’ha il pacchet de sigarett. A la mattina andem là e il pacchet de sigarett l’era bagnà da matti. Nun ciapem el portun in del prat e metter li a sugà e me ricordi che dopo quand l’era un po asciutto prendevamo e fumavamo, figurett quand un pacchett de sigartett quand tel bagnett e po tel fumett l’era diventa come dire forte. Nun avevun sett u vott an, un mal de testa riusivumm pu a sta in pee, un mal de testa che finiva pu. Chel fatto lì l’é andada insci, ma ho ciapà una batuta dopo non abbiamo più fatto niente. Il tempo di guerra tutti quei prati lì dove c’è la ferrovia erano della Finzi, della Finzi, che avevano la proprietà fino a qui, ma lur andaven anca a caccia denter lì tant la proprietà era vasta perché da qui fino a Gorla erano tutti prati. Lì c’erano tutti dei rovi che si vede che c’erano anche dei conigli che scappavano dechi e delà dei rovi… e nun em vist un di un cunili ‘curega adree!’ Curega adree, va denter in di sti rovi. Mi vu denter, me sunt stremì. U vist un pipistrell a gamba all’aria... e u dì ‘ma se l’è?’ ‘l’è un ratt’. Difatti la faccia è di un topo, con una gamba così in letargo si vede che era lì. Mi ricordo quel fatto li, me sunt stremì, perché qui all’estate fuori dove c’era la cascina lì c’era il lampiun e gh’eran tutti i pipistrell che giraven d’estat. E anche quel fatto lì. Comunque finita la guerra qui d’esempio qui gh’era la rœggia lì che veniva dechi, c’era l’acqua che andava dalla Pirelli e dalla Breda di là che veniva e andava a finire sulla Martesana, ma l’acqua prima della guerra, in temp de guerra l’era no spurca, ecco il perché noi lì c’eran le rane, butaran, c’era di tutto, mentre invece dopo la guerra ha incumincia cun i detersivv, cun i robb, l’acqua la sé spurcada e sparissen tanti robb. Comunque qui c’erano i fossi, noi andavamo a giocare. Si vede che, quando nel ’45, in aprile ha smesso, la gente, i fascisti hann butà via tutt i pugnal, buttavano via tuttii pugnali e rivoltelle gh’era denter de tutt in quei foss lì, noi andavano a prenderli perché eravamo lì a pigliare le rane dopo vedumm cosa el gh’era. Si raccoglievano, eh si! Ma c’è un fatto che voglio raccontare, era il 25 aprile, si la guerra l’era finida, io siamo a casa e vedo tutta la gente che va in Viale Monza , e mi disi ‘in due vann tutta stà gent’, alura vaga adree anca mi, da Viale Monza di qui fino a Loreto a piedi, ma tutt un mucchio di gente, va va va in Piazzal Loreto. In Piazzal Loreto ho visto, al principio di Corso Buenos Aires, venendo da Viale Monza a destra sull’angolo c’era un distributore di benzina e li c’eran tutti a gambe all’aria: Starace, Mussolini, la Petacci, tutti i caporioni gerarchici, set u vott a gambe all’aria che mi hanno fatto un’impressione sporchi di sangue. Te podet immaginass, mi quand u vist sunt scapà via, sun vegnu a cà, mia mader la me cercava ‘ma in du te se stà?’, ‘in due te se stà’, ma mi… bott de legnamè anca lì, la vureva no che andavi là, figures ti, andavi là dopo magari ehm, la me dava un qualcosa per andà al cinema. Ma pero’. Comunque anche lì. Un altro fatto finita la guerra noi andavamo da qui, l’è no cum adess che vann in piscina a imparà a nuotare e una roba, ghe n’era no de piscin chi, gheren sul in centro, i piscin chi gheren no, ho un imparà a balà, no balà, a nuotare. C’era un posto qui a Gorla dove c’è la Martesana, c’erano una specie de rœggia, la ciamavumm l’Acqua Alta, le davamo un nome, e li c’era un bel spiass, questa era profonda 50 cm. Si andava lì per imparare a dieci anni a nuotare, si nuotava a cagnott , nun disevumm a cagnott perché è come i cani. Dopo quando abbiamo imparato un po' siamo andati nella Martesana, che ha il naviglio piccolo. Lì, in quella piazza lì, non c’era mai nessuno in quella piazza lì. Quella mattina lì un mucc de cararmà, saren sta vott o des cararmà. ‘Ma chi in che la gent chi?’ Num gaveum des ann, ‘chi eren gli american?’. Num se s’erum curuius, se serum suscià, insomma gaveum des ann, serum curiuss serum dedree per anda suu un cararmà, senti un negher ‘scric, spirg, sprag, scracc’ [mimics English gobbledygook]. Nun una paura che finiva pù, u dì chi me la fu adoss. Insomma mi ha sgridato, e mi gu fa ‘menelich’, allora u fa inscì. U dì chel lì tira fora una spada, el me massa. E invece l’ha tirà fora una slepa che ciculatt lunga inscì , po' me la dada e ma fa inscì, me dì va va. Anche lì i ricordi eh insomma, avevo 11 anni, nem fa pecc che Bertold. Num in temp de guerra l’è no cume adess te pudevet no andà fora cà, nun andavum a scola, mi sun andà chi, vegnuvum a cà e mi mader cul negozi cume la faseva a curamm, me pader l’era a laurà me mader gh’era me nona, mi seri semper fora in mess al praa, sula strada però gh’era no i pericul che gh’era adess, adess te podet no mett un pè fora cà se te stè eminga guardà te tiren sota e bundì che tu vist. E insciii l’è pasada fin a des an, dopo cosa l’ha vorr savè ghe né tante, ah un’altra roba la stasiun de Grec ho detto che c’erano le merci, pasaven de chi i carr cui cavai, i cavai gh’aveven i carett dedrè lung avert, e caricavano le balle di, grosse di, come si chiama, di lana, di lana ancora vergine. Noi cosa facevamo? Il temp de guerra ghe n’era minga de materass chi. Andavamo in ultimo, il cavall l’era davanti e il carr l’era lung e nun serum dedree, gaveva la frusta. Nun cusa faseum? Con un cultellin tajavum un angul e tiravum fora sta lana grezza, e pian painin da chi andavum fina chi sul Vial Munsa, quando si arrivava lì, che ciamavum Villanova, adess se ciama pù Villanova, dove c’è, dove c’era il Gaetano Pini, di lì dovevano lasciare stare perché di lì c’erano quelli delle case popolari che andava avanti loro nella via perché noi con loro eravamo sempre in guerra, noi da qui l’è semper star paes cun paes, perché era un paes, era sotto Milano ma l’era ancora un paes, paes cun paes. Gh’era sempre, tiravum la sassaiola, quando noi dovevano andare a Gorla, se eravamo quattro o cinque andavamo, ma andare uno solo o due non rischiavamo, perché l’era semper una guerra, bott, eren bott che se ciapava, e po' dopu se schersava. Se posso dire quella cosa lì, voi dopo la potete tagliare dopo?
EP: Si lascia così com’è. Quindi se lei
FB: No, non è che sia una cosa, però insomma. L’è mei de no, l’è mei de no, se schersava semper. Quelli di Gorla cun quei de Precott, perché insomma m’il disi…
Unidentifiable speaker: No, no.
FB: Si m’il disi. Se scherzaven e me diseven ‘i pilot de precott van in gesa a vott a vott, vegnen fora a du a du, cun la merda tacà al cù’ [laughs]. A quell’epoca lì era così insomma. E poi dopo si va avanti e qui fino a dodici anni. Dopo a nove anni è successo questo, che sono rimasto sotto la scuola, facevo la quarta allora, quando è suonato l’allarme, quel giorno lì abbiamo appena appena fatto in tempo, noi siamo stati l’ultima, ad andare in cantina nel rifugio sotto che porta al rifugio gh’era il maester, ho sentito ‘zin zin’, tutte le luci così con gli spostamenti d’aria, perché noi lì se le bombe andavano su là serum mort tucc cume a Gorla. A Gorla li hanno presi tutti sulla scala, eran tre piani, perché come dico non era ancora da finire l’allarme che erano già qui a bombardare, han bombardato. Lì da noi qualche anno fa, des anna fa, han fa lo stabiliment lì visin a 50 meter, e avevan trovato ancora una bomba di quelle lì che avevano sganciato in tempo di guerra, l’era alta du meter con un diametro inscì. Comunque sono venuti tutti, vint, trenta, quaranta meter dala scola, in torno [unclear[ e noi sotto lì tutt’un buio pulver e bumb. Chi cosa sem? Gh’é passà cinq u des minut, ho visto che dal finestrino ha rotto il vetro del noster, don Carlo Porro quando ha visto che [background noise] ed è venuto a prenderci, io ho visto la luce là, sun stà vun dei primi a vegni fora, ho camminà sui test di tutt i alter e sun andà e sun vegnu fora. Uscendo dalla scuola appena fuori dal cancello, c’era una bomba, si vede un buco di una bomba di un diametro grosso pù se gross de che la stansa chi, con un cavallo, un cavallo morto sull’orlo lì. Questo in Viale Monza, dall’altro, Viale Monza una volta c’era qui Viale Monza e qui c’erano i binari del tram. C’era il tram perché il binario del tram, una volta cosa c’era? C’era il tram che faceva scalo, faceva, come dire, fino a Sesto San Giovanni alla Marelli e si fermava e lì c’era il deposito e si fermava, da lì veniva a Milano e veniva a Porta Venezia, e lì faceva anche lì lo scalo. Mentre l’altro, ce ne erano due, l’altro andava fino in Piazza Domm, in Piazza Domm el girava, el turnava de chi, el faseva la stessa linea del vun, però se fermava no a Sest, ma andava a Munsa, fino a Monza quello là. Invece questo qui aveva, la, la. Comunque noi io mi ricordo perché ho fatto, andavo a Sesto a scuola, quarantases, quaratasett, la prima cummercial, la secunda cummercial, andavamo a Sesto e mi ricordo ci fermavamo al rondò e proprio davanti, no al rondò, se fermuvum al Campari, davanti al Campari la fermada, lo stabilimento del Campari, quello originale, adesso l’hann rimudernan, han fat el labutratori, mi sun no cus an fa, ma me ricordi che un an, perché poi lì c’è una via a parte che portava portava alla scuola, quella scuola lì era una scuola della Breda. Mio padre lavorava alla Breda, allora tutti i figli che avevano li mandavano lì, se potevano. Perché ero andato qui in Via Settembrini a Milano ma il posto non c’era già più, eren tutt uccupat e alura sun andà lì, quella via lì mi ricordo, quell’anno lì ha nevicato, quaranta ghei, mi ricordo che andavamo e facevamo le belle statuine, in pee ci buttavamo dietro, c’erano quaranta ghei de nev, tanto per dire. E quello per divertirci, non per nient’altro. E lì è passà anca lì. Vedem se ghe n’è anca mo, perché ghe n’è tant. Mi ormai ho perdu la memoria.
EP: Io volevo chiederle, in particolare, cosa succedeva dal suono della sirena in poi. Cioè, cosa facevate, come vi organizzavate proprio?
FB: C’eran i maester che portavan giù le classi, quando ha suonato. Ma non appena ha finito da suonare, erano già qui a bombardare. Ecco il perché, come dico, là li han presi anche sulle scale, perché là non è come qui che c’era un piano rialzato, chi l’è pian rialsà, là c’eran tre piani. Là come ha suonato si son messi a scendere in cantina in rifugio, eh, eh! Li han presi in pieno là. Chi ne masaven anche nun se le bombe andavano su. Cosa te vorret, gli spostamenti, quelle bombe lì grosse così. Noi qui, in questa casa qui dove abito c’era il rifugio, perché per le strade in tempo di guerra c’erano i portoni con le frecce che segnavano il rifugio. Quando suonava, uno si trovava in strada, quando suonava l’allarme dove si trovava in un portone che c’era la freccia, ma segnavano certe case, certe no. Perché qui, questa casa qui, è fatta di cemento armato sotto, perciò se la bomba cadeva dal tetto non riusciva ad arrivare fino alla cantina, magari l‘arrivava terz pian, prim pian, terz pian, segund, prim, e al pian terreno si fermava perché cun el cement che gh’era la cantina non riusciva. E quelle erano le case dove c’era più riparo, meno pericoli insomma. Eh ma tanta gente che veniva, quando si suonava, ogni volta che suonava l’allarme scapaven tuc. Una volta poi i cortili come noi qui questa casa qui di ringhiera con il cortile, era aperto, la gente ad esempio aveva i bisogni per strada, adesso te gh’et i bisogn per strada bisogna che te vet in un bar, che te bevet un caffè o qualcosa e poi quando le chiedi la chiave quella arriccia el nas perché sembra che, invece una volta tutte le case con i cortili tu entravi dentro e c’era proprio i cosi, gh’eran le turche però c’erano i servizi, una volta. Adesso invece...
EP: Invece riguardo alla giornata proprio del bombardamento a scuola, se può raccontarmi meglio che cosa è successo, in particolare dal momento in cui è avvenuto il bombardamento a quando poi alla fine è tornato a casa.
FB: Ecco, allora nell’uscire ho visto sto cavallo morto con la bomba. C’era il tram con i vetri tutti rotti. Sull’angolo della mia via c’era una donna morta che aveva in mano ancora del pane. Lei non so lei da dove è venuta adesso, ma dalla via Bressan a Viale Monza a venire in fondo, quando han saputo che qua han bombardato la scuola, tutta la gente qui, le mamme, venivano. E io son stato uno dei primi che veniva. Dondolavo un po'. Allora qui c’era la salumiera che aveva la figlia che aveva la mia età. La m’a incontrà a metà strada, ‘Ferruccio, la mia Giulia?’ ‘Ah mi so nagott, mi so nagott’, ero un po' intontito praticamente. Son quasi arrivato qui nella piazzetta a casa, mi son ricordato che ho dimenticato il cappello, stavo per tornare, pensa tì!, ‘te set mat, te set mat’. E difatti dopo mia madre mi ha preso. C’avevo un altro amico che giù si vede che qualche calcinaccio così, mes matun, l’ha preso nella testa. E qui in Via Ruccellai c’era la Croce Rossa, l’han portato lì e l’han medicato lì. Ma dopo s’en vist pù. Dopo la quinta elementare l’abbiam fatta qui dal Fantaursu. Il Fantaursu era una ditta che al mattino facevamo la scuola, al mezzogiorno c’era la mensa e certe volte la sera ballavano. Pensa tì che scola! Mi ricordì ch’el maester lì chissà che dispiaser. El sembrava ciuc tuti i dì. Chissà chel dispiasé ch’el gh’avrà avu chel om lì. Veniva da Monza. Comunque fino alla quinta così. Dalla prima alla quinta, no un momento. Prima e segunda l’u fata a Precott la scola, la terza in Via Russo a Turro, la quarta son tornato qui a Precotto, la quinta l’ho fatta qui in via Ruccellai. Quegli anni lì, da quando han bombardato la scuola, la scuola l’han fada pù dopo. Chel an adree l’han minga fada. Poi cosa c’era ancora?
EP: Eh volevo chiederle in generale aldilà della volta della scuola, se è stato altre volte in rifugio per degli allarmi, se le è capitato in altri momenti di stare nel rifugio e in generale che cosa succedeva dentro al rifugio.
FB: Ah, ecco. Adesso glielo dico. Prima di tutto in tempo di guerra tutti i tuoi beni che avevi, avevi la borsetta sul comò e quand suonava l’allarme la prima roba era di prender i tuoi averi e di andare giù. Noi avevamo qui una cantina che quando siamo stati giù nei tubi della fogna, di grezzo grossi così, noi eravamo qui seduti perché c’erano le panche di legno e sui tubi c’erano dei topi lunghi così, che erano lì così che ci guardavano. Perché qui finita la guerra, i ciaparat venivan avanti un mes coi gabi a prender topi, avevano fatto un buco in giardino lì. C’era il giardino, avevano fatto un buco in giardino, ma grosso, grossissimo. Prendevano i topi e li annegavano dentro là. Ma i andà avanti un mes. E dopo un mese, dopo un mese avevamo messo dentro quattro, cinque gatti alla mattina. Alla sera abbiamo aperto la porta e i gatti lì erano tutti lì aggrappati alla porta perché erano mezzi, mes scagnà insomma, mezzi morsicati perciò var tì i topi che c’erano, perché la fogna noi non è come adesso che è giù. Comincia dal terzo piano la fogna, la pattumiera, tu al terzo piano davi la pattumiera, arrivava al secondo, primo, piano terra e cantina. La cantina era una stanza, la pattumiera andava tutta lì. Perché i ruer quand veniven, i ruer veniven con el gerlo e butaven su la patumiera e gh’eran i topi così che veniven fora. L’era un disaster, un disaster. Mi ricordo sempre che io avevo giù una cantina che era grossissima, non c’erano cantine, c’erano solo le cantine di là e mia madre metteva tutte le cassette di legno. Quando andavamo giù con gli zoccoli, io andavo giù con gli zoccoli, quando salivo ero più alto dieci centimetri perché la cacca dei ratti si metteva sotto. Mi alzavo tanto così. Guarda che son ricordi che mia madre una volta mi fa ‘ho visto due topi [background noise], uno andar di qui, uno di là, mi fa vuoi vedere che di là nella casettina ci sono i piccoli?’

[Indistinct chatter and various peole talking]
EP: Riprendiamo l’intervista.
FB: In cantina, la pattumiera andava fino in cantina. El ruer con il carretto veniva a prendere tutta la e li portava su con il gerlo e li vuotava. Poi dopo la guerra ha cominciato a… Noi qui abbiam chiuso la pattumiera perché qui c’eran due pattumiere, una qui e una di là. Ecco perché c’è quel detto lì ch’el disen, se lei le fa caso, noi nei ballotoi qui, noi qui abbiamo i gabinetti fuori, la pattumiera e poi in fund gh’è la ringhiera. Allora quando si diceva scherzando ‘dove te abitet?’ ‘Abite in Via Cucumer la porta senza numer, in fund a la ringhera tra il cess e la ruera’. E infatti qui è proprio così, perché se tu vedi fuori qui ci sono i gabinetti, di là gh’è la ruera e là in fund gh’è la ringhera. Questo per dire, poi qui i locali son due locali. Una volta faseven stansa e cucina, non ce n’era d’altre cose perché i servisi gh’eren fora. I nostri servisi eren fora. Di là in fund gh’aveven i doppi servisi, perché gh’aveven du urinari. [laughs] [unclear] Così, poi di qui cosa c’era ancora.
EP: Volevo chiederle una volta finita la guerra che sensazioni le sono rimaste di lei bambino che ha comunque vissuto queste esperienze. Nel momento in cui è finita la guerra lei si ricorda proprio il giorno della Liberazione, si ricorda che cosa è successo.
FB: El venticinq april.
EP: E un po' come era il clima dopo la guerra. Nei primi periodi.
FB: Io dico la verità, come ho detto prima, il 25 aprile c’erano i carroarmati là, ma dopo io mi ritengo fortunato perché mia madre aveva il negozio e io per quanto la fame non l’ho minga patida, si c’era la fame perché lo zucchero l’era una melassa, una melassa marun per dire, il pane bianco non c’era, c’era la crusca per dire. Poi mia madre faceva della borsa nera eh, nel senso che aveva il negozio a quarantasette anni è andata due volte da Milano al paese che là avevano le zie e le sorelle e là uccidevano il maiale, là mi ricordo che il pane in cortile lo facevano loro nel forno, mi ricordi amò che gh’era el pus, l’acqua la veniva su del pus, mi ricordi che guardavi in fund e gh’era anche della erbina, perdio che vita! E da là portava a casa le uova con due valige, pane bianco, un po' di maiale così, sempre a borsa nera e dopo chi la vendeva? La vendeva un pù, l’era l’epoca inscì dopo la guerra. Perché dopo la guerra c’erano le tessere per andare a far spesa. Mia madre la gh’aveva muc de tessere de dà. Mi ricordo che apriva la cler del negozio alle quattro e aveva le patate, perché andava a prendere le patate in tempo di guerra dal verziere, e le davano si e no mezzo quintale di patate, lei apriva la cler, si era in due in famiglia mezzo chilo, se eran in quattro un chilo, tu non potevi dire dammene un chilo e mangiarne un chilo, li suddivideva sennò non ce ne erano per tutti. Eh insomma, la vida l’è fada inscì. Io dopo la guerra mi ritengo fortunato che come figlio e figlio unico non avevo come tanti, io mi ricordo che anche dopo che avevo quindici sedici anni mi ricordo che c’è stato l’alluvione del Polesine nel ’51, mi ricordo che è venuta qui una famiglia che ha abitato qui nella cascina in una stanza di sette o otto metri, erano in sette. Il maggiore aveva diciassette anni mi sembra, io tutte le canottiere, le camice andavano a finire a lu. Lu gliele passava agli alter fratei, per dirti no. Poi quando andavamo fuori io avevo sempre qualcosa, lui non aveva niente, allora andavamo in compagnia, non mi ha mai chiesto niente, pagavi semper mi, ero contento così e anche per la compagnia, non è che mi importava, per dire. Poi le cose son cambiate, perché dopo comincia il benessere del, come dire, del ’60, poi c’è stato il boom. Comunque il negozio di mia madre lavorava, dopo la guerra un disastro. In tempo di guerra mi ricordo la scena, c’era una specie, mia madre la vureva no che andavi lì, c’era una specie di barboni, e io andavo lì e le portavo sempre qualcosa [pause] la vuleva no, perché ogni volta che andavi lì poi son andato dal parrucchiere e gh’aveva tutti i pioc in testa, [laughs] avevi i pioc in testa, mi han tagliai i cavei e m’a mis el petroli in testa. Io ricordo che a quello lì gli avevo portato delle ciliegie, pensa te, e ne aveva mangiate due chili e l’è mort. I scires, butava minga fora il gandulin, mangiava i scires cul gandulin. Figuret cun la fam ch’el gh’era. Ma lui sarà morto anche, non per quel fatto lì, ma comunque quella volta lì, non mi ricordi neanche come se ciamava. Qui cerano due cascine, finita questa casa qui c’era una cascina, poi c’era un’altra cascina di là e quella c’è ancora ristrutturata. Di là c’erano le stalle e anche di qui c’erano le stalle. Mi ricordo e una volta l’era inscì.
EP: E i suoi genitori cosa pensavano della guerra, gliene parlavano, se ne parlava a casa di che cosa stava succedendo sui fronti, di cosa stava succedendo a livello anche di situazione generale.
FB: Guardi per la verità ne ho mai sentu discuter de la guerra. Eravamo tanto presi per le nostre cose che la guerra la gh’era e basta. Poi io ero figlio unico, ero lì, non è che avevo dei fratelli che, loro erano qui e io avevo degli zii qui, perché mia madre è venuta qui dal paese nel 1920 o 22 su di lì, perché là al paese non c’era sbocco, perché al paese era morto mio nonno. Mio nonno aveva una osteria là grossa, ma una volta l’era el massuan, uccideva i maiali, faceva un po' di tutto, l’osteria così. Sta persona andava a prendere il vino, andava a prender l’uva per pigiarla e l’han trovato a Ca’ de Botti, è un paese fuori Cremona, tra Cremona e, han visto il carretto con il cavallo che non c’era nessuno, son tornati e han visto lui che era là in mezzo a un prato lung e distess. Non si sa cosa è successo. Dicono che, mi ghe credi poc, sai quell’epoca là poi, dicono che nel coprire il carro dell’uva c’era il temporale si sono imbizzarriti i cosi, è caduti è passato sotto le ruote ed è morto dissanguato. Comunque una cosa che finita lì, difatti mia nonna con sette figli, a dar de mangià a set fieu, mi mader era la magiur, cheschi l’è mort nel quatordes, nel quatordes o sedes? Ha prosciugato tutto quello che c’era là, casa o non casa, io mi ricordo che dopo son venuti qui e han venduto la proprietà nel ’26 o ’28 là al paese, c’era un bel cortile. Io in tempo di guerra ero là, perché dentro la casa c’erano dentro le mie zie, le mie due zie, loro che erano là dentro, in tempo di guerra. Mi ricordo che andavo là dopo la scuola. Chi parlavi en milanes e là quand su andà là quando ritornavo a settembre parlavo il dialetto mantovano. Perché adesso ti dico una cosa, la verità, nun che serum chi a Milan in periferia prima che parlaum l’italiano fino a quasi dodes an parlavum tutti el milanes. Era difficile per noi parlare l’italiano pensa ti! Non come i merdionali che parlen el so dialet, ma l’italian. Mi prima di imparà qualche parola di italiano diseven di chi stravacat che finiven pù, diseven. [laughs] Perchè non riuscivo. Eravamo talmente, invece i miei figli si capisen un pù el milanes. Noi abbiamo sempre parlato milanes in casa, l’italiano el milanes, però tante cose i miei figli parlen no. Loro solo italiano.
EP: E per avviarci a salutarci, le faccio questa ultima domanda che riguarda i bombardamenti proprio. Volevo chiederle riguardo appunto ai bombardamenti cosa pensava all’epoca di chi stava bombardando. Si è mai chiesto da bambino come mai stava succedendo tutto questo.
FB: Quella è una bella domanda. Io so che c’era la guerra, cosa buoi? Mi chiedevo come mai bumbarden chi e minga là sul frunt?, in là sul frunt e cosa centriamo noi che siamo qui? Per dire! Le spiego una cosa. A Gorla che han preso e han ucciso quei duecento così, lei può immaginarsi i parenti delle vittime, le famiglie, i parenti, per generazioni, fino alla quarta generazione, in passà vin, quanranta, fin a sessant’an, lì c’era il partito comunista al boschetto, erano il 98% tutti comunisti, ma per forza i aveven su con gli americani che gli aveven burbardà, e erano tutti comunisti. Difatti lì c’è ancora la sezione adesso, perché tutte le altre generazioni, sa dopo passano gli anni e con gli anni i figli dei figli non han provato queste cose, non han sentito, va a finire che dopo la cosa diventa così. Ma i primi quarant’anni infatti qui a Greco c’era, come entravi dal cimitero, l’entrata così di qui e di qui c’erano tutti i monumenti dei bambini, tutti i monumenti dei bambini. Son stati lì su no quanti anni. Il pensiero era quello. Qui, non avevo nessun fratello che mi è morto, nessuno, cosa vuoi, la guerra è guerra. Però i bombardament l’è i bombardament. Io posso pensare, per forza i siriani ghe l’han su, ma gh’an minga neanche tant tort. Là continuano a bombardà, ma là ammazzan tuta gent che ghe centra nient, gh’è centra nient cun la guera. E poo i ammasen, per forza dopo gliel’han su con questo e con quell’altro. Bisogna anche guardare questo e non soltanto i fatti lì. Comunque mi a dir la verità, la guerra si è stata la guerra, eravamo bambini, si era mai fermo s’eri semper fora, l’eri un sciuscià, guarda a Napoli, se stavi a Napoli, eravamo ragazzi di strada praticamente e perché mi mader nel negosi la podeva minga stam adree, venivi a ca, mangiavi e andavi fora, tornavi alla sera, fasevi el bagn, el bagn nel mastel in curtil, con un sidel addos fasevi un bel bagn. Poi c’era qui in cortile c’era la tromba, mi ricordo la tromba. E la gente qui nella tromba c’era una coperta, c’era uno spiazzo che la gente andava giù a lavare quand gh’era giò vun, gh’era giò vun, quand gh’era giò l’alter gh’era giò l’alter. Andeven giò a lavà, in ca gh’era no la lavatris. Laveven giò, ma io vedevo che la tromba pompava così e veniva su dell’acqua pulita, gelata, buonissima, perché qui in queste zone qui noi giocavamo alle belle statuine. Sa cosa vuol dire le belle statuine? Con la creta, te andavet giò con la creta, dieci centimentri sotto gh’era la, come se ciama, la creta e si giocava così. Ecco perché qui, ciaman Precott anche per quel, perché qui c’eran delle, come dire, fabbriche di mattoni, per forza han trovato il terreno adatto per poterle cuocere e allora. Va bene.
EP: Va bene. Io la ringrazio moltissimo perché è stata un’intervista molto ricca. Possiamo interrompere la registrazione.

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Citation

Erica Picco, “Interview with Ferruccio Bergomi,” IBCC Digital Archive, accessed March 21, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/714.

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