Interview with Giglio Mazzi

Title

Interview with Giglio Mazzi

Description

Giglio Mazzi (b. 1927) recalls his early life in Reggio Emilia, born in a family with strong anti-fascist sentiments. Describes his first job at the Reggiane works, then at the local labour inspectorate where he was attached to a debris clearance team. Speaks about removing corpses after two Reggio bombings and explains how he defected before being sent to dig trenches on the Gothic line. Describes his role within the Unione nazionale protezione antiaerea; provides an account of the January 1944 bombings and their widespread damage. Recollects how the explosions disinterred corpses buried in the local cemetery, among them one of the Cervi Brothers and of seven partisans killed in a reprisal action. Describes the effects of lack of anti-aircraft preparedness when many civilians were maimed by small bombs, how he stole one of the bombs and brought it to the local Fascist headquarters. Recollects how he became a partisan and describes the actions he took part in: capturing an aircraft machine gun and attacking a German stronghold, later joined in by "Pippo". Gives an account of the differences between Gruppi di Azione Patriottica (GAP) and Squadre di Azione Patriottica (SAP), two Italian resistance groups and mentions the assumed names under which he fought. Recollects how he narrowly escaped death in an exchange of fire with Italian SS and speaks with respect of a Fascist doctor who tended his wounds, regardless of side. Chronicles how he was enlisted into the Italian police force afterwards and how he was forced to leave following a change in the law and a political feud with a superintendent, he had previously helped.

Publisher

IBCC Digital Archive
Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Reggio Emilia)

Date

2017-04-20

Contributor

Francesca Campani

Rights

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01:16:30 audio recording

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AMazziG170420

Coverage

Conforms To

Transcription

GM: Very well.
DG: [laughs] Dunque partiamo dalle cose semplici: le chiedo dove e quando è nato.
GM: 18 febbraio ’27, Campogalliano. 18 febbraio, purtroppo ho 90 anni appena suonati.
DG: Complimenti [laughs].
GM: Purtoppo.
DG: Se ci può parlare un po’ della sua famiglia, del contesto appunto familiare. Cosa faceva la famiglia, cosa faceva lei prima della guerra, un po’ il quadro generale.
GM: Certo, certo. Non so, non credo [laughs].
GM: No, no tranquillo, vada pure. Quindi dicevamo: la sua famiglia e li contesto.
GM: Sì io sono di famiglia antifascista perché eh nei, negli anni dell’avvento del fascismo, 1921-22, mio papà e anche mio zio furono picchiati molto duramente dai fascisti. Tant’è che mio zio con una bastonata, avevan quelle mazze ferrate allora, gli hanno staccato un orecchio. Mio padre invece le ha solamente prese.
UNKNOWN SPEAKER: Ciao ciao.
GM: Ciao Baldini [?] [whispers]
DG: Non c’è problema tanto qua siamo tutti tra amici.
GM: Quindi io sono di famiglia antifascista, proprio per motivi familiari e anche perché evidentemente nella nostra zona, non so se voi siete di Reggio, la nostra zona risente ancora adesso, anche se adesso purtroppo alcune cose non ci convincono, del clima prampoliniano. La nostra è una città, una zona che ancora risente degli antichi trascorsi del Mulino del Po, di Prampolini eccetera eccetera. Quindi sono di famiglia antifascista.
DG: Ok, cosa faceva lei prima della guerra? Quanti anni aveva, come insomma, gli anni appunto, prima prima dell’inizio dello scoppio.
GM: Ecco esatto. Io ero studente dell’ITI (Istituto Tecnico Industriale), e durante la guerra qui siccome qui avevamo allora un grande stabilimento di guerra che eran le Reggiane e qui man mano che i giovani delle reggiane andavano al fronte loro chiedevano all’ITI, siccome noi conoscevamo il disegno tecnico, chiedevano all’ITI di mandare i propri studenti a supplire la mancanza di quelli che s’andavano al fronte. Io poi fui di questi. E questo avvenne alla fine mi pare, a metà, durante le vacanze del ’43 quando, mo anche prima, ci andai nel ’42. Però col grande bombardamento del 7-8 gennaio del ’44 eh le Reggiane furono polverizzate anche assieme alla parte nord della nostra città e naturalmente tutti i giovani che erano venuti nell’ITI e andati alle Reggiane, si trovarono a spasso. In quel momento lì, il comando, eh il comando fascista vedere tutta questa massa di giovani per strada era pericoloso per l’ordine fascista e con gli operai delle Reggiane, costituirono dieci centurie e fummo e fummo appunto reclutati e inquadrati nell’Ispettorato Provinciale del Lavoro, si chiamava proprio così, sulla falsa riga di quello che avevano già fatto anche in altri stati. Ispettorato del Lavoro, ci aveva mandato, ci avevano dato una, una tuta gialla con una bustina gialla in testa, sopra la bustina c’erano un piccone e un badile, puoi immaginare, il nostro compito era quello di sgombrare le macerie del bombardamento che era appena intervenuto. Però allora non c’erano le ruspe, allora c’avevamo una carriola e un badile, puoi immaginare che cosa potevamo sgombrare con questi attrezzi. La cosa però anche nell’Ispettorato non durò molto, perché nel successivo marzo ‘40, sì nel marzo ’44 arrivò l’ordine che tutti i centurioni dovevano recarsi sulla linea Gotica a fare le trincee per i tedeschi. Nessuno di noi, perché siccome da noi specialmente poi a Reggio, il clima era fortemente antifascista. Nessuno di noi si presentò per andare sulla linea Gotica. La mia centuria era stata destinata a Tombaccia di Pesaro, pensi un po’, che bel nome invitante che era, Tombaccia di Pesaro. Noi non ci presentammo, il giorno dopo, a casa nostra, anche se eravamo sfollati, il giorno dopo a casa nostra, c’era subito la camionetta della milizia per chiedere a mia mamma e ai miei genitori, eravamo sfollati in campagna a San Maurizio, dov’ero andato io, mia mamma era stata adeguatamente istruita ha detto ‘Ma mio figlio è andato sulla linea Gotica’ ‘No tuo figlio non è, non si è presentato’ e gli argomenti che si usavano allora, questi erano dei miei coetanei dei ragazzi di 16 – 17 anni, dissero a mia mamma e a mio papà ‘Se tuo figlio non si presenta entro tre giorni torniamo qui e vi ammazziamo tutti’ perché questi erano gli argomenti conclusivi dei discorsi. Per me, per mia fortuna, non tornarono più, perché avevano anche loro i loro problemi, perché noi. Io però in quel momento lì che, non ero ancora arruolato nelle formazioni partigiane però pensando che in quel momento, com’era arrivata la camionata quel mattino lì poteva arrivare anche alla sera, al giorno dopo, potevano tornare come avevano promesso. Ho detto ‘Qui bisogna che trovi una soluzione per dormire fuori casa’. Portammo un materasso sui tetti, eravamo già in giugno, si dormiva anche sui tetti. E per qualche settimana dormii lassù. Eh non era una cosa che poteva continuare molto però. E quando dormivo lassù di notte, sentivo giù nel porticato, che a Reggio la chiamiamo ‘porta morta’ non so se conosce questo termine. La porta morta l’è al porticato dove entravano i carri per buttare il fieno nel fienile. A gh’era cul portic, cul gros, quello era la porta morta. Io sentivo di notte dei rumori, sentivo di notte delle voci. Allora al contadino lì che ci ospitava dove eravamo sfollati, che si chiamava Piero chiesi ‘Ma scusa io ho questo problema da risolvere, non potrei mettermi in contatto con quelle voci che sento di notte?’ ‘Ma cosa vuoi parlar tu di questi problemi che non hai neanche 17 anni, pensa a studiare e dormire fuori casa, perché capisco che ne hai bisogno, vedremo come fare’. Naturalmente questa questa questo rifiuto a me è parso più non che fosse convinto delle mie esigenze ma che ci pensasse.
Unknown speaker: state registrando?
DG: Prego prego.
GM: Allora possiamo. E quindi pensando che, più che la sua impossibilità [coughs] fosse dettata dal fatto che noi a 16 anni e mezzo non potevamo avere i numeri per metterci in contatto con quelle voci sussurrate della notte. Il giorno dopo con un altro mio coetaneo di San Maurizio andammo in mezzo all’aeroporto e in pieno giorno, nonostante che la sentinella andava avanti e indietro abbiamo portato via una mitragliatrice sopra a un aereo tedesco. Signorine non è coraggio questo, questa è incoscienza dei 16 anni perché andare a portare via in pieno giorno. E tra l’altro noi pensavamo che prendere una mitraglia fosse come prendere questo astuccio. No, per portare via una mitraglia su un apparecchio ci vogliono due giorni di seghetto [unclear] perché son legate queste mitraglie, sono, sono solamente coi gas si scarico dell’apparecchio. Tra l’altro un blocco [?] l’abbiam portata via e l’abbiam portato a quello che ci aveva detto ‘Pesate a studiare’ a quel Piero, ci aveva detto, subito pensavano di ricevere qualche elogio insomma dire ‘Oh però voi due siete’ e invece ha detto ‘Siete due pazzi, siete due incoscienti, e non capite’ l’aeroporto da dove ero sfollato dista, era, è distante di un chilometro in linea d’aria, ‘Se i tedeschi si accorgono che avete portato via una mitraglia vengono qui e, tanto per cambiare ci ammazzano tutti’. E io dissi ‘Ma Piero ma io non è che io voglia fare l’eroe, né il Rambo nè il guerrigliero voglio solamente dimostrarti che potevamo avere i numeri per andare con quelle voci che noi sentiamo di notte. Lui ha detto ‘Voi siete due pazzi, due incoscienti, non capite niente, lascia lì sta mitraglia’, ma la mitraglia di un aereo è 40 chili non è uno scherzo, eh non è, non è questo astuccio, e ‘Lascialo lì, per il tuo problema di dormire fuori casa vedrò cosa posso fare’. Un mese dopo mi chiamò mi disse ‘Veh Giglio’, mi chiamavo ancora Giglio, non avevo ancora i nomi di battaglia ‘Veh Giglio se stanotte vuoi venire in un certo posto che mi disse, là a mezzanotte potrai veder in faccia quelle voci che senti di notte’. Naturalmente chi potevano essere quelle voci, quelle voci. Erano i miei amici sfollati lì con me, che io poi non sapevo che fossero già organizzati, però li conoscevo tutti, quando li avevo visti ‘Ah ma son queste le voci’. E quella fu, quella sera lì, assieme a quelli lì sbaragliammo il presidio, e questa è stata la mia prima azione da partigiano SAP, perché c’è grande, in pianura ci avevamo i SAP e i GAP. Fu la mia prima azione cioè abbiamo diciamo attaccato il presidio fascista che era sulla via Emilia a villa Masone, l’abbiamo attaccato, non abbiamo potuto finire l’azione perché poi è arrivato Pippo, ha buttato una bomba e poi è passata, arrivarono una colonna tedesca, una colonna di automezzi tedeschi da Reggio, anche quelli si misero a sparare, cioè un putiferio però poi abbiamo raggiunto lo stesso il nostro scopo perché il mattino dopo il presidio sgombrò e rientrò in città perché ha capito che lì a Masone era, c’era anche degli altri. Questo qua è stata poi successivamente, ho detto che questa è stata la mia prima azione e il mio inquadramento nelle brigate SAP, però alcuni, alcune settimane dopo, io poi non conoscete questa organizzazione, in ogni settore c’è un solo distaccamento GAP e 20 o 30 squadre SAP. La funzione del distaccamento GAP non è solo quello di fare i colpi più arditi, più, perché il GAP operava prevalentemente in città in pieno giorno i gappisti, ma venendo in quel giorno, la settimana dopo c’è stato il primo distaccamento GAP che non eravamo noi, che ha avuto uno scontro con la brigata nera nei prati della famiglia Vecchi di Gavasseto e i Vecchi che sono parenti con il nostro sindaco attuale, lì ci fu lo scontro in mezzo ai campi col primo distaccamento GAP, i distaccamenti GAP operavano tre persone, i GAP operavano sempre in tre, di questi tre uno non tornava mai indietro. Quella volta lì han visto arrivare i fascisti e i tedeschi, ma lì erano più i fascisti che i tedeschi e tentarono loro la sorpresa, uscirono dal rifugio perché era di quello sotto terra con le cotenne sopra, uscirono dal rifugio buttando bombe a raffica contro i fascisti, riuscirono a sottrarsi alla cattura tutti quanti feriti e malconci e si ritirarono su in montagna. Questo fu lo sbandamento del primo distaccamento GAP, primo distaccamento Gap era na grossa cosa per la resistenza della pianura perché oltre a fare i colpi in città in pieno giorno aveva anche l’incombenza di addestrare sia le squadre SAP del settore, sia i neofiti, quelli che entravano attualmente. Dissolto il primo distaccamento GAP i due comandi GAP e SAP della pianura pensavano a come rimpiazzare questo distaccamento perché aveva la funzione vitale per la resistenza in pianura e interpellarono un po’ tutte le squadre SAP del settore, come ho detto prima ce n’è una ventina che andava da Reggio fino a Rubiera, da Villa Gazzata fino alla collina. Noi avevamo, avevamo il settore sud-est della città, naturalmente una delle, una delle ricerche che sono state fatte furono indirizzate anche verso la mia squadra SAP. Noi eravamo in 6 nella squadra SAP. Mentre invece dicevo prima i distaccamenti GAP erano tre e attualmente proprio chi svolse la ricerca fu quel Piero che poi poi diventò Bloac, Bload che è il comandante del distaccamento. E naturalmente quando a noi chiesero se volevamo, almeno se c’erano almeno tre persone disposte a entrare a entrare nel distaccamento Gap è noi non volevamo assolutamente entrare nei GAP perché per noi i GAP, noi eravamo SAP in quel momento lì (Squadre Azioni Patriottiche) noi per noi sappisti, SAP i gappisti erano delle specie di kamikaze, gente votata alla morte che aveva, con pochissime possibilità di arrivare alla liberazione. Pensate signorine che mi ero ascoltate, che i primi gappisti, il gappismo si divise in due fasi: prima fase e seconda fase. Il gappismo prima fase è quello che operava solo in città e quindi la spia era micidiale solo in città, la seconda fase dei gappisti invece, che è quando sono entrato io nei gappisti operava e in città ma anche fuori. Fuori la spia ha la vita più dura perché i contadini della nostra zona erano tutti con la Resistenza, è stata una lotta unitaria la nostra, quindi nel mio settore che erano circa 120 – 130 famiglie tolto via quelle 8 - 10 famiglie che avevano dei figli o dei parenti nella milizia, tutti gli altri eran con la Resistenza. O perché c’è un giovane che si era arruolato o anche aiutandoli con indumenti o anche con dei soldi. Noi non volevamo quindi entrare, anche perché se pensate che ho detto prima la falange, eeeh il tasso di mortalità della prima falange, dei gappisti è otto o nove su dieci, 80 - 90% la mortalità e un terzo di questi morti erano suicidati, si suicidavano per non cadere vivi, come ho fatto io successivamente, per non cadere in, perché cosa succedeva se li catturavano? Ti torturavano a morte per farti parlare, poi non ti potevano lasciare in vita perché tu eri uno scomodo e pericoloso testimone per il post. Quindi il nostro impegno morale non scritto era quello di non farsi catturare vivi, tant’è che quando c’è stato lo scontro mio personale e chiudo perché altrimenti parlo solo io, stato il mio scontro personale con un ufficiale delle SS italiana che erano, oltre alle SS tedesche c’erano le SS italiane, che erano quegli ufficiali più fascisti, più fetenti, più criminali. Tant’è che quando ci siamo scontrati il giorno di Capodanno del ’45 sulla via Emilia a Villa Masone, lui aveva mandato avanti uno in divisa che faceva da esca e ci ha fatto da esca a noi altri due che stavamo pattugliando la via Emilia e lui era in borghese in mezzo ai ciclisti che abbiamo fermato perché quando si faceva un’azione di disarmo eh sulla pubblica via bisognava fermare i ciclisti, allora erano tutti i ciclisti, non c’erano le macchine. In mezzo a questi qui che abbiamo fermato provenienti da Reggio c’era questo giovane ufficiale delle, tenente delle SS italiane che aveva mandato avanti quello in divisa per fare, quindi una trappola ben congeniata. Noi naturalmente non abbiamo sospettato una cosa del genere, io e il mio compagno di sventura, che tra l’altro quel mio compagno di sventura è l’onorevole Otello Montanari del ‘Chi sa parli’ che qualcuno ne avrà sentito parlare. Noi non immaginavamo una trappola così, l’ho fermato io e gli ho detto con Otello, allora si chiamava Jack, Otello ‘Ascolta stai pronto’ io avevo una piccola pistola, poco, ero poco armato perché ero ero davanti avevo una tuta ero più snello. Lui invece aveva la mantellina, Jack (Otello) e sotto la mantellina aveva lo sten, il mitra tedesco, il mitra inglese. Ho detto ‘Fermo io come al solito’, tu stai pronto a darmi manforte se c’è bisogno’. Mi fermo e naturalmente io quando sono a distanza come da me a, a Giulia se ricordo bene, alla Giulia, butto la bicicletta in fondo al fosso e tiro fuori la pistola, e dice, davamo il mani in alto in due lingue ‘Mani in alto! Endaù [hände hoch]’ perché non sapevamo se era un tedesco o un italiano ‘Mani in alto! Endaù!’. E lui, il fascista, ha fatto un mezzo sorriso ha alzato le mani, non ci era parso troppo spaventato però nonostante questo noi non sospettammo niente. E noi per tranquillizzarlo gli abbiamo detto ‘Guarda che noi non ti vogliamo farti niente, tu hai una bella divisa calda’. Quel capodanno ragazze era un freddo che gelava la lingua in bocca ‘Allora tu hai una bella divisa calda, noi in pianura non ne abbiamo bisogno perché i contadini ci aiutano ma la tua divisa la mandiamo ai partigiani della montagna che là stanno gelando dal freddo’ e lui diceva ‘Sì, sì, sì’ ‘Allora vai giù per quella strada lì’. Siete della zona? No. Prima di Masone c’è una stradina che è via Roncadella, ‘Vai giù da Roncadella, vai giù di lì, avanti 100 metri ci dai la tua divisa poi tu vai dove vuoi’. E lò al dis ‘Oh ma c’è freddo adesso’ ‘Fa micca niente se c’è freddo, vai dentro a una stalla, vai in mezzo alle mucche e vedrai che’ eh è partito. Lui parte in prima posizione Jack (Otello) ci va dietro con la sua, con la sua artiglieria, la sua mantellina dietro, io prendo, prendo la bicicletta in fondo al fosso e poi mi metto in terza posizione per andare a prendere la divisa. Fatti pochi metri io sento dietro di me lo stridio di una catena, allora c’era poco olio da oliare le catene cri cri cri. Mi volto pensando [pause] mi volto pensando che fosse quello che qualche minuto prima ci aveva fatto un applauso perché tutte le volte che facevamo un disarmo ed era giorno sulla pubblica via c’era sempre qualcuno che diceva ‘Bravi, bravi! Bravi partigiani! È ora che la finiamo!’. Perché i tedeschi e i fascisti requisivano le biciclette allora vedere qualcuno che contrastava questa requisizione ‘Bravi, bravi!’. Io mi volto, sento sto stridio, penso che fosse quello che prima aveva fatto l’applauso e invece no, era un bel ragazzo, magnifico, giovane, tre o quattro anni più vecchio di me che per mia fortuna aveva, altro che io avevo un pistolino, pochi colpi, una beretta piccolina piccolina, appena appena sufficiente per fare qualcosa. Lui aveva la famosa Hi-power che è la pistola che ha in dotazione adesso la Polizia di Stato, che porta 15 colpi da mitra con un caricatore bifilare e per mia fortuna la sua Hi-power, la sua pistola, perché lui aveva, era vestito in borghese, aveva sopra un bel cappello nero e aveva un trench che allora usavano quei trench chiari. La pistola, per mia fortuna il mirino si era inceppato, attaccato alla tasca, non veniva fuori dalla tasca, è stata la mia salvezza perché lui era addestrato perché come ha sparato si vede che è addestrato, ma il gappista oltre che avere il coraggio aveva anche il sangue freddo perché chi ti porta fuori in queste cose è il sangue freddo più che il coraggio. Eh io allora mi volto, il fatto di vedere la scena come ho detto che anche noi eravamo addestrati, fu tutt’uno con l’istinto di voltarmi e di sparargli. Io mi volto quando vedo la scena, sono anche io in bicicletta, anche lui è in bicicletta, lui aveva, in bicicletta come me, lontano cinque metri, quattro, mi ha strinato sulla schiena, mia ha strinato la tuta tanto a dire che era vicino, eh mi volto, però prima, mi volto per sparargli, prima che sparassi io ha sparato lui, e nel momento in cui io mi volto per sparargli faccio questo, in bicicletta faccio questo movimento, inarco la schiena per potergli sparare, lui, è partito il primo colpo, in mezzo alla schiena. Se non mi fossi girato il colpo usciva qui. Girandomi il proiettile è entrato sulla scapola sinistra, è passato sopra la scapola e, avendo la schiena inarcata, è passato sopra la spina dorsale senza toccarla è tornato dentro sulla scapola destra, ha fatto quattro buchi è uscito dall’altra parte. Qui ho quattro buchi nella schiena. Poi naturalmente quando si prende un colpo d’arma da fuoco non è tanto, si si sente un gran calore un gran bruciore ma non è che, però è l’impatto che ti butta per terra è il colpo, io stramazzo lì, sull’asfalto sulla via Emilia lì a Villa Masone. Lui che era molto addestrato, senza scendere dalla bicicletta, anche lui in bicicletta, dà un secondo colpo a Jack e butta giù anche Jack, di colpo. Erano erano quegli ufficiali fascisti che i tedeschi avevano addestrato in Germania per farli venire in Italia a fare la lotta antipartigiana, quindi erano addestratissimi. Naturalmente, siccome quando sparava con la mano destra, sulla mano sinistra aveva la valigetta, anche la sua bicicletta ha perso l’equilibrio ed è caduto anche lui, è caduto a gambe aperte è caduto, quando è caduto ha aperto le gambe, ha mollato la bicicletta e si è fermato lì vicino a me. Io apro gli occhi e vedo sto pistolone vicino, era, purtroppo la guerra è fatta così, per essere sicuri che sia morto si da il colpo di grazia. E allora lui era lì sopra di me, col pistolone che mi sta per dare il colpo di grazia, in quel momento io apro gli occhi, ecco perché vi dico che anche noi eravamo addestrati, ero sdraiato sull’asfalto in mezzo a un lago di sangue, il mio sangue con quello di Jack aveva inondato la via Emilia li prima di Masone, quando vedo la scena senza muovermi, avevo il mio piccolo pistolino apro il fuoco, stavolta ho sparato prima io, gli ho messo sei o sette colpi addosso, tutti qua, all’addome. Lui non si aspettava questa reazione, tant’è che ho visto che ha fatto così e poi si è tirato indietro e mentre si tirava indietro ha continuato a spararmi che ero per terra, un altro colpo è uscito qui è entrato che dalla coscia sinistra è uscito dalla schiena perché erano, sono armi micidiali come potenza. Pensate che entrare qui e uscire dietro la schiena, salt la coccia la pistola. Naturalmente quando vede che lui, vede che io rispondo fin che avevo dei colpi va verso il mio compagno e l’ha massacrato. Se lo vedete adesso Otello Montanari, l’onorevole Montanari lo vedete che, adesso sta molto male, in questi giorni lo abbiamo visto durante questa manifestazioni è venuto, sta molto male perché le ferite col tempo eh lui è stato molto ferito. Lui però quando ha preso il colpo che è caduto sull’asfalto la, la cinghia del suo mitra, del suo sten, è andata sotto il manubrio e tra a bicicletta, il manubrio, la cinghia e il mitra io ho visto che in mezzo alla via Emilia c’era un fagotto che si, si arrotolava e gridava. Ecco in quel momento, quando si perde tanto sangue signorine belle, si perde tanto sangue hai il cervello che non è più il tuo cervello, vedi tutte delle cose, le vedi [pause], evanescenti, perché sembra un sogno, perché tu hai perso tutto quel sangue lì. In quel momento, io a me sembra di vedere che arrivano le famose camionette fasciste tedesche per catturarmi e per torturarmi, i nostri morti sono più morti da, per la tortura e in seguito alla tortura che al combattimento. Perché con la tortura ti facevano parlare, perché pensate che alle ragazze strappavano i capezzoli con le pinze, agli uomini massacravano i testicoli con, quindi nessuno di noi voleva farsi catturare più. Quando a me sembrò di vedere arrivare le macchine conoscendo anche, pensate che un terzo dei gappisti si son suicidati, un terzo dei morti. Io avevo la pistola in mano ‘Eh no, non mi prendete’. C’era una specie non, di impegno non scritto ma a non farsi catturare. Tiro la pistola per mia fortuna non ho più neanche un colpo. Ragazzi quando non è ora di morire non si muore, tiro tiro la pistola, non c’è niente, poi torno a perdere per qualche istante la conoscenza. Quando riapro gli occhi non ci sono più le macchine, che poi non c’erano neanche prima e sento il mio amico Jack, che noi chiamavamo tabarone, perché aveva sempre la mantellina, tabaroun, che gridava ‘Alì, Alì, Alì!’. Allora ero già Alì allora ‘Alì, Alì, Alì corri corri!’ perché dopo che abbiamo accettato di entrare nei gappisti, il mio nome di battaglia che prima era Febo diventò Alì, era l’obbligo di cambiare il nome di battaglia ‘Alì, Alì, Alì corri a chiamar la zia!’ io non sapevo neanche che Jack avesse una zia, ma mentre lui mi diceva ‘Corri a chiamare la zia, corri a chiamare la zia’ mi segnava una casa colonica proprio di fronte, di fronte dove c’è stato il combattimento e però per andare lì dentro dovevo andare avanti 100 metri e poi tornare indietro. Mi sono alzato, sono subito caduto perché non stavo in piedi poi con tutte le forze che può avere un ragazzo, perché a quell’età lì eh la spinta c’è. Tento ancora di rialzarmi, mi prendo la gamba che ormai è rigida come un marmo e a salton saltoni vado dentro alla casa che aveva indicato Jack, grido ‘Correte, correte in strada! Perché c’è’ non ho potuto dire ‘Jack ferito’ ho detto ‘Che c’è Otello Ferito’ perché se dicevo Jack nessuno capiva chi era Jack perchè, i nomi di battaglia non li sapevano. Poi io sotto la famosa porta morta torno a cadere perdo ancora conoscenza per un attimo, quando riapro gli occhi la casa è vuota, silenziosa e il lo zio, non la zia di Jack, lo zio era già in strada con un carretto, l’aveva caricato e l’ha portato via. Io sono rimasto lì sotto alla porta morta e con mia sorpresa, piacevole sorpresa vedo che sullo stipite del portone c’è la mia bicicletta, quella bicicletta che era rimasta sulla via Emilia in mezzo al sangue, ma come mai è lì la mia bicicletta. Dopo l’ho saputo: mentre c’era stata la sparatoria una ragazza che era amica di mia sorella perché dove è avvenuto il combattimento, era lontano mezzo chilometro da dove ero sfollato. La ragazza mi ha [ri]conosciuto, era amica con mia sorella [coughas], è corsa ad avvisare mia sorella, mia sorella [coughs] mia sorella arriva proprio nel momento in cui io superata la ferrovia, superata la ferrovia, sto ancora cadendo sotto a un’altra porta morta di un altro contadino oltre la ferrovia lei arriva lì, vedo sta ragazza, mi ricordo che aveva un abito rosso che piangeva, poverina aveva un anno, io avevo 16 -17 anni e lei ne aveva, 16 e mezzo, e lei aveva 15 anni, lei è del ’28 io son del ’27. Grida, grida ‘Ti hanno eh Giglio! Giglio!’ e lei diceva ‘Ti hanno ammazzato!’ ‘No, parlo ancora, non m’hanno ancora ammazzato’ e mi voleva mettere le mani addosso per aiutarmi ‘Ma stai ferma’ che ero tutto pieno di sangue, di polvere ‘Se ti sporchi le mani dopo ti prendono anche te, capiscono’ e lei voleva aiutarmi a tutti i costi mentre lì che ‘Cosa faccio allora?’ ‘Prendi quel carretto lì (c’era un carretto da contadini come sempre, quelli che portavano il latte al casello) dai caricami, cerca, aiutami a salire sul carretto, portami via’. Mentre lei poverina cerca di aiutarmi arrivano due giovani in borghese che io non conoscevo, ma erano due giovani in borghese e uno dice ‘Oh ma se t’è succes? Cosa è successo? Chi è stato?’ ma io non volevo dire chi era stato perché ‘Chi sono quei due lì? Perché se gli dico chi è stato se son due fascisti mi ammazzano subito, se son due partigiani’. Io cincischiavo, dicevo ‘Mah, mi, moh’. Quello ha capito che io cincischiavo, uno dei due ha detto ‘Se sei un partigiano non aver paura perché anche noi siamo del movimento, del movimento’. Parola che diceva tutto e niente, il movimento. E io senza dire chi era stato, perché la domanda era quella, ho detto ‘Beh se siete del movimento aiutate mia, a mia sorella, prendete voi il carretto e portatemi dove vi dirò io’. Mia sorella andò via, gli avevo dato quelle armi che avevo io, gli avevo detto di nasconderle dentro alla siepe le armi, perché per noi le armi erano molto, quello che facevamo era per recuperare le armi e lei ‘Nascondile nella siepe, non tenerle addosso perché altrimenti’. Lei poverina, in preda a questa questa situazione ha tenuto le armi fino a casa, meno male, ha incontrato nessuno. Io vado alla ferrovia con con quei due giovani lì, mi ha detto ‘Vai’ gli ho insegnato, mi hanno portato in una casa di latitanza là in fondo San Maurizio, la zona che si chiama Grastella e mi portarono in Grastella. Lì prima staffetta, [coughs] avvisò il mio distaccamento che era fermo a Castellazzo e prima ancora che calasse la sera, perché subito, quando vennero queste cose ci fu subito il rastrellamento. Prima che cominciasse il rastrellamento il mio distaccamento era già arrivato lì con le armi nei sacchi, perché eravamo in pieno giorno ancora e poi naturalmente, appena calate le tenebre è arrivato il medico quello che curava, non era quello che curava i partigiani, era perché normalmente, noi avevamo, partigiani, un medico che ci curava ed era il dottor Bertacchi che abitava su nella zona di via, invece il dottor Bertacchi, che era quello che curava i partigiani non c’era e andarono a prendere il dottor Ovi, era il medico condotto della villa [caughs]. Mia sorella per farlo venire gli ha detto ‘Corra, corra’, perché ci conoscevamo, era il nostro medico condotto ‘Corra, corra corra che mio fratello’ ‘Ma cosa?’ ‘Ha fatto indigestione, ha fatto indigestione’ e allora lui è arrivato là con la scusa, quando mi ha visto ‘Ho capito che indigestione ha fatto’ però era un fascista il dottor Ovi e quando noi siamo rimasti sorpresi di vedere che il medico che mi doveva curare e aiutare a soccorrere era il dottor Ovi, notoriamente, non lui ma di ceppo fascista, era un Ovi di Baiso, a Baiso, anzi di Cassinaro che è proprio la frazione dei fascisti. Lui ha detto però ‘Io sono un medico, io non guardo se è un partigiano se è un fascista, io sono un medico e io vi curo’. Questo ci ha fatto molto piacere, e ha avuto i complimenti e dopo la liberazione siccome lui era un fascista, io sono andato alla commissione che c’era, di epurazione e, a sottoscrivere la dichiarazione che lui durante la lotta partigiana mi aveva curato e quindi se ha avuto anche un attestato di benemerenza per collaborazione con la resistenza, punto.
DG: [unclear].
GM: In coda a quello che ho detto, sì allora, quando ho prima parlato dell’azione di disarmo del presidio, del presidio di Villa Masone che è sulla via Emilia, durante il nostro attacco, era la ca’ del fascio che c’era dentro il presidio fascista, mentre c’era la sparatoria, nella bella conclusione arriva Pippo, Pippo che ormai era familiare, che era quel ricognitore inglese che passava basso sugli alberi e buttava la bomba quando vedeva la luce. Arriva Pippo, vede tutti sti traccianti, ste pallottole, butta la bomba, tutti allora, c’era fermata anche una colonna di automezzi tedeschi che andavano verso Modena, si erano fermati, alcuni si sono messi a sparare, nel bel mezzo della sparatoria nostra dei tedeschi Pippo butta la bomba e tutto finisce perché noi abbiamo detto, a questo punto proviamo a ritirarci, i fascisti dentro, dentro al presidio, anche loro ‘Fermi!’ però abbiamo raggiunto lo scopo della missione perché non solo il mattino dopo il presidio è andato via, ma anche perché questa nostra azione era una delle prime, e faceva molto proselitismo e promozione per la Resistenza, tant’è che il giorno il mattino dopo, gli abitanti lì di Villa Masone, dicendo delle cose che non erano vere, ma che faceva a noi comodo ‘Questi bei giovanottoni con le barbe’ non potevamo avere le barbe in pianura ‘Con questi barboni’ tutti ben messi, son arrivati qui. ‘Erano d’accordo con Pippo, peinsa te! Erano d’accordo con Pippo!’ [laughs]. E quando eran d’accordo, arriva Pippo, eran già d’accordo coi barboni, butta la bomba, e tutti! [background noise] Basta.
DG: Bene, parliamo quindi più in dettaglio del bombardamento degli alleati, qual è la cosa che pensa, cosa le viene in mente come prima cosa, quali sono i suoi sentimenti di oggi e quali erano allora, parliamo un po’ più.
GM: Beh le dirò, nella casa dove ero sfollato che era lontano a San Maurizio lì dove adesso la tangenziale, dove la tangenziale torna in via Emilia, quello è Campo Alto eravamo sfollati in Campo Alto lì e la sera del, la sera del 7 che c’era stato il bombardamento degli inglesi che avevano illuminato, si vedeva lì dove avevano sfollato a distanza di alcuni chilometri i bengala illuminavano a giorno, poi ci fu il bombardamento, che noi non avevamo mai visto una cosa del genere, prima di tutto queste luci, questi paracaduti che scendevano col bengala attaccato, una, una cosa non solo mai vista ma anche incredibile inconcepibile, poi c’è stato un bombardamento. Il mattino dopo, io facevo parte oltre che, prima eh di andare, che dopo siamo andati nell’ispettorato, prima facevo parte delle squadre UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea). Il nostro compito era quello di girare, ci avevano dato un elmetto, chissà poi cosa serviva, un elmetto, un’accetta e una maschera anti gas. Giravamo per la città a dire quando vedevamo la luce ‘Smorsa! Spegni perché c’è Pippo, spegni la luce!’. Il nostro compito era quello di far spegnere le luci perché Pippo buttava la bomba. Allora quella sera lì c’è il bombardamento il 7 degli inglesi, il mattino dopo, io che facevo parte eccola la premessa, facevo parte dell’UNPA, mi metto la mia, la mia specie di divisa, a piedi, che sono tre chilometri o quattro, per andare in città, perché non c’eran mezzi gente! Si vedeva ancora la nube del bombardamento della notte sulla, era sulla città. Mentre questo vado in là whooo sento, perché si diceva anche allora che dopo un bombardamento degli inglesi arriva quello degli americani e di fatti, mentre sono di fronte alla portineria del San Lazzaro sento whoooo, le fortezze volanti, conoscevamo quel rombo lì purtroppo. Sento allora io a un certo punto, normalmente quando sentivamo questo rombo, gli apparecchi passavano, le fortezze volanti si vedevano che luccicavano là in alto, passavano sopra e andavano a bombardare i ponti sul Po, il ponte Lago Scuro, andavano a Ostiglia andavano verso il Po e ci passavano sopra. Quel mattino lì ho detto ‘È meglio che vada nel fosso, mi metto nel fosso per farli passare’ invece eravamo noi l’obiettivo quella mattina lì e han cominciato a bombardare dalla città, han cominciato le prime bombe a Pieve Modolena, che è dall’altra parte della città a ovest e l’ultima è arrivata proprio dove ero sfollato. Tutta questa striscia nord-est da ovest a est tutto hanno bombardato gli americani. Io ero nel fosso, sento che passa la prima ondata, la seconda, un terrore, un terrore, non avevo molto paura perché ero di quei ragazzi, io sono vissuto nei bassi fondi della città, io sono un ragazzo dei bassi fondi e non avevamo molta paura noi, eravamo purtroppo, per la miseria per la fame avevamo rotto a tutte a tutte le cose, non c’era eh. Aspettavo che passasse l’ultima, quando è passata l’ultima ho detto ‘Eh no, io con il mio elmetto non ci vado in città perché qui sta sta succedendo il finimondo’. Torno indietro torno là dallo sfollato. Il giorno dopo, la mattina dopo, dovevo, dovevo andare in città, si vedeva ancora là dove ero sfollato dalla città era già ed eran venuti sia il bombardamento della notte degli inglesi e quello di giorno degli americani. E io vado in città, quel mattino lì piano piano, senza fretta si sentiva odore di fumo, di carne bruciata si era tutti [background noise] i più brutti odori del possibile. E là da Campo Alto arrivo in città e vado lì dove abitavo io che ero sfollato ma io abitavo a San a porta San Pietro, io abitavo in via San Martino, proprio nei bassifondi abitavo, che allora c’era via Cavagni, c’era via Crevezzerie [?] erano i bassifondi della città. Io vado lì per vedere un po’ se le bombe sono arrivate lì, quando arrivo contro via Roggi, allora via Roggi è entrando da porta San Pietro imboccate viale Monte Grappa la prima a destra che torna in via Emilia è via Roggi e vedo lì, arrivo lì e vedo tutto un fumo, tutta la gente che guarda via Roggi era parzialmente sbarrata dalle macerie. Lì ci abitava un mio compagno di scuola, Alfio Proietti, che lo trovate negli elenchi delle vittime civili, c’è Alfio Proietti che era con me a scuola all’industriale, al professionale. E io vedevo tutta sta roba qui, tutta, la gente che non sapeva cosa fare, cosa fai? I più, gli unici che avevano una certa forza erano, era anche allora i vigili del fuoco però non potevano prendere dappertutto e via Roggi era lì con le macerie che arrivavano, c’era la casa di Proietti che era tutta, non c’era più, e si sentiva, e c’era, usciva dalle macerie questo odore, fumo e anche odore di carne bruciata, nauseante perché erano ancora sotto tutti i morti. Io, quando ho visto questa scena qui, nonostante il mio elmetto e la mia piccozza ah, anche perché l’UNPA, il comando UNPA era a porta San Pietro, era scomparso anche lui nel bombardamento. Io sono andato per trovare che c’era un capo squadra lì dell’UNPA, era a porta San Pietro, non c’era più nessuno. Allora io, adesso no, adesso torno indietro, tanto non posso fare niente, cosa puoi fare? E la gente che mi vedeva con sto elmetto che mi diceva ‘Aiutaci!’ ‘Cosa posso fare?’. Anche demoralizzato a vedere che sei impotente ad aiutare nessuno, e mi avvio sulla strada del ritorno, rimbocco la via Emilia li a San Pietro e mi metto andare verso verso la, San Maurizio. Arrivati contro allora c’era a sinistra, c’è una via che mi pare fosse via Paradisi, sì forse via Paradisi, che c’era una stradina che adesso non c’è più, la stradina che collegava la via Emilia con l’area nord di Reggio, e quella che passava di fianco all’aeroporto, che non c’è più, adesso c’è il ponte sopraelevato. Allora c’era una stradina che passava tra il cimitero di Ospizio e la monte, lo stabilimento Montecatini, faceva una curva là in fondo poi passato il passaggio a livello e passava all’aeroporto. E io quando arrivo alla via Emilia vedo tutta la stradina tutta, perché il muro il cimitero è arrivato sulla strada, il muro della Montecatini era sulla strada: la strada era interrotta. Però vedo che c’è, io dalla via Emila vedo che c’è della gente là che parla, questo qua è scritto qua, è scritto anche lì, anche su Ricerche Storiche c’è questo particolare. Eh vedo sta gente là sulle macerie che guarda dentro il cimitero e io, il mio elmetto là, non è che mi sentissi un’autorità però vado a vedere anche io, e vedo, monto su dei pezzi di muro che son sulla strada, guardo dal cimitero, il nostro cimitero perché me a sun de Ospezi [io sono del quartiere di Ospizio] il nostro cimitero di Ospizio, sono arrivate cinque bombe dentro il cimitero, tutti gli avelli, i sepolcreti, le tombe di famiglia, tutto per aria e su, e tutto con questi cinque crateri. In un cratere là in alto io, assieme agli altri vedo che c’è una cassa da morto ma non era una cassa da morto classica, era una cassa fatta con del legno compensato. Quindi da buongoverno buttata lì. Naturalmente da questa cassa, lo scoppio, l’urto aveva fatto saltare via la parte di dietro di questa, di questo compensato e si vedeva na testa, una testa, una testa bagnata che non si capiva se era bagnata d’acqua perché c’era, le bombe avevan, con la bomba trovi l’acqua, e non si capiva se era sangue. Però una cosa che ho notato io e lo dico anche che nessuno poteva notare perchè, solo uno che abitava a Ospizio poteva fare questa considerazione perché era, era il mio cimitero quello lì: ‘Ma come? Quello lì che vedevo io per la testa, ma quello son pochi giorni che l’hanno, l’hanno sepolto, è ancora intatto! Ma come mai che questo cimitero, me son dl’Ospesi, come mai questo cimitero che è chiuso da due anni, o da un anno o da, era già chiuso per affrancamento, era in via di affrancamento perché lo stavano chiudendo, non seppellivano più nessuno lì dentro già da un anno, come mai? Quello lì era appena supplì col lè? Eh però lungi da noi il pensiero che fossero quei fratelli Cervi, nessuno pensava che quella testa fosse uno dei Cervi. Però, io, questo particolare solo un abitante di Ospizio lo poteva rilevare perché gli altri, un cimitero normale ecco, io ho detto ‘Mo guarda, li lò l’ha apeina suplì’ [ma guarda lui l’hanno appena seppellito]. Di fatti, dopo la Liberazione, va bene, veniamo a imparare che la, l’incursione che, non si sa bene, forse è stata quella della notte, non si sa bene se la bomba era quella della notte o quella del giorno, hanno buttato per aria oltre a tutte quelle che dicevamo prima anche le bombe, anche le casse dei sette, una cassa dei sette fratelli Cervi, che era poi, io pensavo fosse, quando si è saputo tanti mesi dopo, si pensava fosse Aldo, che era un po’ il capo, Aldo il capo della, dei fratelli Cervi, quello che dirigeva. Eh invece dopo abbiamo saputo che non era Aldo, era, adesso ve lo dico. Allora eh quando il comando fascista ha saputo quello che è successo abbiamo, dopo tanti anni abbiamo trovato il verbale della polizia mortuaria che ordina, cioè il comando fascista ordina alla polizia mortuaria di riesumare tutte le sette casse, le otto casse perché c’era sette fratelli Cervi più Quarto Camurri, è Gelindo la testa che vedevo, non era Aldo ehm, vedo e di riesumarli e rieumarli [riesumarli] là vicino alla chiesa che era un pezzo che non era arrivate le bombe. Tant’è che le casse dei fratelli Cervi sono state tirate fuori dove, nel posto primitivo e poi son state portate in un posto non colpito dalle bombe e erano risepolti là. Tutto questo si è saputo solo dopo la Liberazione, [unclear] non si sapeva niente. Ecco in quella circostanza, nel mio libro la biografia dico, sembra quasi, sembra quasi che la sia intervenuta la nemesi, la famosa nemesi storica che libera col bombardamento della notte libera il padre perchè durante la notte vien giù il muro di cinta del carcere, scappa il papà Cervi che torna a casa senza sapere che i figli erano stati ammazzati. Allora arriva a casa a Gattatico, non sa niente. Nemesi allora [unclear], ne la famosa nemesi, perché poi non ci crede nessuno. Mentre la il bombardamento notturno libera il papà quello diurno tira fuori alla luce del sole i sette figli dicendo ‘Non devono stare sotto, devono stare sopra alla luce del sole’. Questo è stato, e una cosa dopo Liberazione si è saputo un po’ tutto, perché subito si pensava, non si riusciva a capire chi era. Dopo la polizia, ma 10 o 20 anni dopo, la Polizia di Stato [background noise] con i mezzi di indagine che hanno adesso, osservando le stempiature di quella testa che vedevo io là su e c’è anche la foto su, su Ricerche Storiche c’è la foto, han detto non era Aldo, era Gelindo perché la stempiatura con i mezzi che ha adesso la polizia scientifica son riuscite a determinare che non era Aldo come come la fantasia popolare pensava, era il capo dei fratelli Cervi, era la testa di Gelindo, Cervi. Poi questo qui, finisco un po’ la storia dei due bombardamenti grossi. V’ho detto prima che successivamente noi eravamo stati incorporati nell’ispettorato provinciale del lavoro con le centurie, durante la mia permanenza nel nell’ispettorato ci furono due gravi spezzonamenti a Reggio Emilia, uno il 30 di aprile che io ero ancora all’ispettorato, e l’altro è stato il 14 di maggio successivo, che non ero, le centurie si erano già sbandate il 14 maggio, il 30 aprile. [Pause] Quindi con lo spezzonamento del 30 aprile io ero ancora all’ispettorato e la mia centuria fu proprio inviata con un camion, un camion militare a raccogliere i morti dello spezzonamento in via Terrachini, quella che adesso è via Terrachini che è la strada che va dalla piscina e va fino alla casa bianca là in fondo al Quinzio. Ecco allora la stradina era piccolina, stretta ed era fiancheggiata da una parte e dall’altra da due filari delle grandi querce della val Padana. Noi eravamo tradizionali per quelle querce lì. In mezzo a questi filari, specialmente dalla parte sud, c’erano siccome la gente, quando ci sono stati i due bombardamenti precedenti, avevano capito che quando c’è un bombardamento di scappare fuori dalle case per non essere travolto dalle macerie, pensando che quel giorno lì fossero le bombe tutti scapparono in mezzo ai prati, in fondo i fossi ma gli spezzoni, è lì che fecero il massacro. Noi trovavamo dei gruppi di persone abbracciate trafitte. Lo spezzone sapete come è fatto? È una spirale, è una spirale d’acciaio già tutta segnata in modo che quando, la spirale d’acciaio compressa, e dentro c’è c’è la polvere esplosiva, questa spirale, quando scoppia che c’è il detonatore, la spirale è già stata segnata, la spirale son tutti quadratini d’acciaio tagliente, quando scoppia, lo spezzone nel raggio di 50 – 60 metri non si salva neanche le piante perché lo, queste schegge taglienti tagliano anche gli alberi. Quindi noi glieli abbiamo trovati abbracciati, sepolti, trafitti, proprio per tentare di salvarsi, si abbracciavano, e li abbiamo caricati sui carri dell’ispettorato e li abbiamo portati a quelli di via Terrachini, li abbiam portati.
Unknown speaker: Ciao Gigilo.
GM: Ciao.
DG: No, no, prego prego prego.
GM: Li abbiam portati al cimitero. Allora non c’era il cimitero di Coviolo, li abbiam portati al cimitero lì, questo qua che è stato il primo spezzonamento, dolorosissimo, un sacco di morti perché la gente convinto che fossero bombe scappava in mezzo ai campi apposta per salvarsi e invece era proprio il contrario che dovevano fare perché con lo spezzonamento dovevano stare in casa. Nel secondo spezzonamento, quello del 14 maggio, io noi avevamo già disertato le centurie era già venuta la camionetta a casa mia per portarmi sulla linea Gotica come ho detto prima e io e il mio amico [pause] e io e il mio amico, quello anche lui era un centurione come me, che non volevamo farci prendere eravamo sempre allerta per vedere se arrivava la camionetta. Quel giorno lì che c’era lo spezzonamento passa sopra gli apparecchi, sentiamo fissssh, un sibilo, fiiiiiiu ‘Oh! Mo l’è caschè poc luntan’ è caduto poco distante. Non capivamo cosa fosse, andiamo a vedere, un’altra testa, testa brusa come la mia, sei incosciente a 16 anni ‘Sì sì andiamo a vedere, andiamo a vedere’. Andiamo allora in mezzo al frumento, vediamo qualcosa che luccica. Era un telaio porta spezzoni con uno spezzone ancora attaccato che è arrivato giù, siccome è arrivato pari, non è scoppiato. Noi due ‘Guarda, guarda cosa c’è’ prendi uno spezzone, prendi uno spezzone ‘Ma dove lo portiamo? Al purtom a cà’ lo portiamo a casa. Come arriviamo al cortile dove eravamo sfollati ‘Ma voi siete proprio pazzi! Portate via!’ e noi con il nostro spezzone, perché sono 15 chili ‘Sai dove lo portiamo?’ il mio amico Gino Capelli ‘Lo portiamo alla casa del fascio, dove sono i militi’ ‘Oh sì sì’. Allora scalzi, pantaloncini corti, arriviamo dentro la casa del fascio, davanti alla casa del fascio che era a San Maurizio a destra dove adesso c’è, cosa c’è, contro la ferrovia c’era la casa del fascio. E davanti ci sono due fascisti col berrettino nero, a g’ho det ‘Oh dove la mettiamo sta bomba?’ ‘Oh!’ quello lì di sentinella, corri dentro, corri dentro c’era il corpo di guardia ‘Veh va fuori’ ‘Voi siete due terroristi!’ ‘Noi terroristi?’ ‘Allora se non andate via subito vi passiamo per le armi!’ è scappato via, aveva quelle biciclette lì per salire di quelle snodabili, salta sulle biciclette, son scappati verso Reggio, e nueter a’som mes a reder [e noialtri ci siam messi a ridere] col nostro spezzone abbiamo girato gliel’abbiam messa dietro la loro casa, non abbiamo mai saputo chi l’ha rimossa. L’abbiamo messa giù proprio contro, di dietro da parte della ferrovia, contro la casa del fascio. Quello è stata una delle nostre prime avventure d’incontro con, coi fascisti. Proprio direi, il ratto della mitragliatrice in mezzo all’aeroporto e questo spezzone che abbiam portato a casa del fascio, eh non eravamo ancora partigiani però son state le due le due prime azioni che ci han messo in contatto. Quindi due bombardamenti, a parte quelli del luglio ’43, che sono avvenuti bombardamenti lì a San Polo d’Enza, alla cabina [centrale elettrica] di San Polo, anche qui in via Gorizia, più i due della città grossi e i due spezzonamenti, quella è quello che c’è un po’ condensato in quella memoria.
DG: Benissimo giriamo un po’ la pagina e adesso le chiedo se ci può così brevemente raccontare cosa ha fatto dopo la guerra.
GM: Sì benissimo anzi io sono orgoglioso di raccontarlo. Allora, [pause] quando noi adesso certe illusioni sono cadute ma allora quando eravamo arruolati nelle formazioni partigiane si diceva che noi combattevamo per il popolo, siete i soldati del popolo che vogliono conquistare la libertà. Noi eravamo anche disposti non solo a combattere ma anche a morire perché volevamo raggiungere la libertà che in quel momento non c’era lavoro, c’era solo fame, mo una fame, altroché! Atavica trascurata, non si mangiava mai, e quando siamo entrati nelle formazioni partigiane noi abbiamo ritenuto di fare questa nostra, [pause] di fare questa nostra azione di arruolamento in favore non solo del popolo ma anche dello Stato italiano, anche della nostra patria. Finita la guerra, con la Liberazione, il giorno della Liberazione c’era una delinquenza evidentemente con tutte le armi che c’erano per strada, era eh il giorno della, signorine voi che non c’eravate il giorno della Liberazione non c’era più nessun corpo di polizia, eran spariti la polizia, i carabinieri, questura, perfino i vigili urbani erano dimezzati perché tutti quelli che erano compromessi col fascismo erano scappati via. Quindi i giorni della Liberazioni non c’era più nessun corpo di polizia efficiente. In ogni città il CLN (Comitato Liberazione Nazionale) aveva nominato i prefetti della Liberazione, a Reggio il prefetto era l’avvocato Vittorio Pelizzi, il prefetto, il prefetto nostro della Liberazione. La prima cosa che ha fatto il prefetto Pelizzi è stato quello di creare una forza di polizia per cercare di far, far fronte a questa delinquenza che c’era, oltre che delinquenza politica c’era anche delinquenza comune, in abbondanza. Allora con chi si può fare un corpo di polizia ausiliaria? Se non altro per prendere i giovani che son disponibili in quel momento, e c’erano disponibili i partigiani, c’era anche qualcuno che invece non era partigiano perchè si era imboscato nel fienile era saltato fuori il giorno della Liberazione e c’era anche qualche, anche i primi reduci dalla Germania che erano tutti malmessi, tutti rovinati. La prima questura di cui io ho fatto parte è stata la prima questura post- Liberazione che io ho tutte le fotografie ancora e i nomi di quei colleghi là che li ho scritti, li ho mandati anche al questore adesso, si vede che per adesso non gli fa molto comodo parlarne perché io sono molto duro con la questura di quel momento lì, specialmente la seconda parte, quando subentra il ministro Selva che ci caccia tutti dalla polizia, perché il ministro Selva democristiano di di lunga e grossa diciamo conoscenza, preferiva, non voleva che ci fossero dei partigiani emiliano-romagnoli che erano tacciati di essere solo comunisti un po’ era anche vero ma non era vero del tutto. E lui nella sua azione di Selva per cacciarci addirittura cacciava i partigiani, ecco perché la mia amarezza finale che poi si sfoga anche nel mio libro, quando vediamo che un commissario aggiunto come noi arriva da Roma e viene con noi finge di essere un [uclear] socialista, dice mi hanno, era vero, gli avevan bombardato la famiglia là su a Cassino e finge di essere un quasi un partigiano poi scopriamo che fa il doppio gioco noi lo aiutiamo per diventare commissionario effettivo e là c’è il nome e cognome di questo, di questo triste figuro, e l’ho scritto perché chiaramente, ecco perché dico che adesso il questore va piano a pubblicare le mie memorie perché salta fuori che [coughs] questa figura, appena arriva dal ministero la nomina a commissario effettivo vien dentro al bar Agenti dove noi, quel bar l’avevamo costruito noi, vien dentro con in mano aveva il foglio che era appena arrivato dal ministero, il fonogramma del ministero che dice ‘Sono diventato commissario effettivo’ noi l’avevamo aiutato in tutti i modi perché lui dicendo che era un disgraziato come noi, noi lo aiutavamo a diventare commissario effettivo. Quando arriva dentro al bar col fonogramma in mano e dice ‘E adesso che sono commissario’ scritto, testuale ‘E adesso che sono commissario effettivo voialtri partigiani comunisti vi farò crepare tutti’. Noi più che altro siamo rimasti ‘Ma come? Ti abbiamo aiutato in tutti i modi per diventare commissario effettivo e tu vieni qui’. Come ha detto questa frase eravamo nel bar chi beveva una gazzosa, ah gli abbiam buttato dietro le bottiglie, i bicchieri ‘Brutto schifoso!’ [coughs] è scritto questo qua eh. Ecco perché il questore va piano a pubblicare le mie memorie [coughs] ‘Brutto fascista schifoso rospo!’ eccetera eccetera chi più ne ha più ne metta e lui è scappato via. Quando è scappato fuori dalla porta di dietro ha tirato fuori la pistola ma non per spararci, per farsi coraggio perché ha capito [coughs] che tutto il bar gli era contro. E noi abbiam continuato a dirgli ‘Quella pistola dovevi usarla quando era il momento non con i tuoi compagni che t’hanno aiutato per diventare quello che sei, brutto schifoso rospo’, e poi è scappato via [coughs]. Non ne abbiamo più sentito parlare se non dieci anni dopo quando il commissario Renato Cafari, comandò, comandava il servizio di ordine pubblico, il 7 luglio del ’60 quando ammazzarono i cinque in piazza della Vittoria, era lui. Qualcuno dice che ha dato l’ordine lui, qualcuno dice che non ha dato l’ordine, resta il fatto che lì nella sparatoria in piazza della Vittoria morirono cinque giovani, cinque giovani che erano lì a manifestare perché era appena stato insediato il governo para-fascista di Tambroni, che Tambroni era un democristiano però aveva accettato il l’appoggio, per fare il governo ha accettato l’appoggio dell’MSI (Movimento Sociale Italiano). Quindi in quella parte lì io mi sfogo, durante il regime Selva, Selva mandò via i partigiani li cacciò! Se sapeste come cosa han detto a me quando mi hanno messo fuori [coughs] li cacciarono tutti, quelli quelli che erano meno tacciati venivano mandati in Sardegna, l’ultimo buco del mondo, quelli un po’ come me [coughs].
DG: Due frasi ci dice cosa, di nuovo cosa, abbiamo sentito che è molto attivo tutt’ora se ci racconta un po’ così registriamo cosa fa oggi. Questo libro che ha fatto, un po’ political.
GM: Partiamo dalla Liberazione.
DG: Sì l’ho fatto partire.
GM: Partiamo dalla Liberazione. Io ho accettato l’arruolamento nella polizia di stato perché ho pensato di continuare il mio servizio a favore del popolo italiano e dello Stato italiano, quindi mi sono arruolato. Successivamente perché il primo ministro degli interni era l’onorevole Romita, socialista, ci voleva bene e ci aiutava, il secondo ministro, quando De Gasperi andò quando De Gasperi andò in America purtroppo a prendere degli ordini perché allora chi comandava erano gli americani, eh ha messo, è tornato in Italia ed ha chiuso, quello che era stato per due o tre anni il famoso governo dell’arco costituzionale, il governo dell’arco costituzionale che comprendeva tutti i partiti, tutti: Partito Socialista, Comunista, Partito d’Azione, quello di Parri e successivamente quando De Gasperi tornò dall’America chiuse il governo di coalizione e cominciò con un governo monocolore che dopo si allargò, al ministro degli esteri venne venne insediato il ministro Selva, Selva che da tutti noi poliziotti era proprio considerato come un [uclear]. Oh lui era un fido, è un siciliano fido cattolico evidentemente, non so se era anche credente, ma comunque militare, era un democristiano e per tale l’hanno messo ministro degli esteri. Quando il ministro Selva è subentrato all’onorevole Romita cominciò la cacciata dei partigiani dalla polizia e, triste a dirsi e a constatarsi, in questi, venivano cacciati i partigiani dalla polizia e venivano assunti in silenzio, non era un fatto generalizzato, ma molti che erano ex militanti della milizia fascista, era importante che non fossero partigiani, questa è stata l’opera del ministro Selva. Successivamente io ho espresso le mie amarezze un po’ dappertutto, poi ero talmente, ero studente, ho continuato, dopo il mio servizio di polizia mi sono laureato, ho finito gli studi, mi sono laureato, ho prestato servizio in due, sempre con, essendo io economia e commercio la mia carriera era o fare la libera professione o dirigente d’azienda queste le due cariche che poi più che altro ho fatto per sia l’una che l’altra cosa. Sono stato dirigente a Reggio della grossa purtroppo adesso è fallita ma allora si chiamava Cooperativa Muratori Reggio, che era una potenza in Emilia Romagna la Cooperativa Muratori, io ne sono stato il direttore, dopo altri, che allora a dirigere le aziende mettevano se era possibile, se li avevamo, dei dirigenti di azienda che avevano fatto dei corsi per essere tali, non dei chiacchieroni che venivano dalle varie federazioni. Noi quel pochino che abbiamo fatto l’abbiamo fatto gratis per amore dei nella Resistenza. Lì fintanto che dopo la liberazione c’erano nel movimento cooperativo c’eran tre dirigenti veri che avevano studiato a Bologna per fare i dirigenti, uno era Lidio Fornaciari, l’altro era Pino Ferrari di Cavriago e il terzo immodestamente ero io che ero il più giovane dei tre. Noi cercavamo di fare veramente i dirigenti d’azienda a prescindere da quello che erano le direttive delle varie federazioni, perché non c’era solo la federazione comunista, che mandava i suoi, quando ero direttore delle Farmacie Comunali Riunite io, c’erano tutti i partiti rappresentati, c’erano due due commissari che erano del partito comunista, due del partito democristiano allora c’era tutto l’arco costituzionale dentro ancora adesso se guardate negli enti locali sono rappresentati tutti i partiti, cercano per lo meno. Quando ho visto i giorni scorsi la triste fine che ha fatto l’UNIECO, pensando che cos’era allora quando a dirigere si cercava, non è detto che sempre si riuscisse ma si cercava di mettere gente che per fare quel lavoro aveva fatto dei lunghi studi universitari, per cercare di fare alla bene e meglio e poi dopo subentrano, non vi sto a dire, certe frasi e certe sensazioni che io ho provato durante la mia carriera, perché a un certo punto ho abbandonato la carriera, la parte del, dirigenziale della mia carriera mi son messo in libera professione quello che ho fatti fino a pochi, che sto facendo ancora adesso perché sto passando le consegne adesso io, a 90 anni io faccio ancora il consulente, avevo la fortuna che a Reggio ero molto conosciuto, avevo il più grosso, uno dei più grossi portafogli della provincia come consulente finanziario grazie alle mie conoscenze, grazie anche un po’ alla mia, spero, alla mia serietà, ma ero molto conosciuto nell’ambiente finanziario e tributario. Io ho questo grosso portafoglio e l’ho tenuto, poi tutte le volte che ancora adesso ho detto ‘Ragazzi, io non voglio morire in servizio a g’ho novant’an! A un certo punto’ e tutti quanti ‘Ma no proprio adesso che c’è la crisi!’ ma la crisi c’è sempre, le crisi ci sono ogni tre anni che se io devo aspettare che non c’è la crisi! E quindi adesso sto passando le consegne a un mio collega e gli ho detto ‘Rispetta i clienti, ricordati, non guardare al tuo interesse attuale, semina per il futuro, tratta bene i clienti’ io non ho mai perso un cliente, mai! [emphasis] Ma quelli miei colleghi più giovani, che pensano purtroppo perchè hanno famiglia, hanno moglie, hanno bisogno di guadagnare, subito, quelli delle volte non si comportano bene nel consigliare un prodotto anziché un altro. Allora io gli dico ‘Non pensare a quello che guadagni adesso, lo so che ne hai bisogno, ma semina per, tratta bene i clienti’. Se il cliente è ben trattato no lo perderai mai! Quello che è successo.
DG: Va bene noi la ringraziamo moltissimo, l’intervista è andata bene e adesso firmiamo, pensiamo all’accordo e le condizioni appunto per come verrà trattata l’intervista.

Collection

Citation

Gladun Dzvenyslava, “Interview with Giglio Mazzi,” IBCC Digital Archive, accessed November 22, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/713.

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