Interview with Itala Coriddi

Title

Interview with Itala Coriddi

Description

Itala Coriddi (b. 1928) recalls wartime hardships in the Rome countryside where she lived in a straw hut. Mentions a railway tunnel used as shelter, describes the Anzio landing and recalls looking for shell cases to be used for hiding food. Remembers the devastation caused by bombings and the moment she was evacuated to Nettuno, a safer village. Mentions Polish prisoners of war forced to pull a plough.

Publisher

IBCC Digital Archive
Memoro. La banca della memoria

Contributor

Francesca Campani

Rights

This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.

Format

00:09:59 audio recording

Language

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Identifier

Memoro#2198

Conforms To

Spatial Coverage

Temporal Coverage

Transcription


IC: La seconda guerra mondiale? Dove stavo?
Unknown interviewer: Sì.
IC: Aspetta, eh beh, un pochino stavo a Jenne, i primi aerei che passavano coi bombardamenti mi trovavo a Jenne, poi siamo scesi giù, effettivamente stavamo abbita’ verso le, Lo Scopone Nettuno, c’avevamo la capanna de paglia perché non c’era rimedio eeeh però la casa proprio ce l’avevamo alle Falasche, ma i tedeschi avevano occupate le abitazioni e noi ce semo dovuti arrangia’ alla meglio lì e durante la guerra stavamo, quando hanno fatto lo sbarco stavamo lì.
[part missing in the original file]
IC: La mattina del 22 gennaio stavamo lì alla zona chiamato Scopone, ‘na contrada chiamata Scopone, ci siamo alzati, ce so’ andati gli occhi in alto c’erano tutti palloni colore argentati ma grandi, dico ma che cos’è? Ce siamo chiesto tra noi, che cosa sarà che cosa sarà, contemporaneamente vedevamo i tedeschi che scappavano, passavano con le motociclette e correvano scappavano perché noi non sapevamo che c’era lo sbarco, invece loro scappavano. Poi verso La Campana c’erano le munizioni, hanno dato fuoco a ste munizioni i tedeschi e tutta ‘na sparatoria, e ancora non sapevamo dello sbarco. Da mo sa’ qualche persona che stava arrivando ha detto ‘Sì hanno fatto lo sbarco ad Anzio!’ e allora è continuata la guerra, la guerra, i tedeschi che dalla montagna sparavano, gli americani da qua sparavano, noi ci mettevamo sotto i ricoveri ma la guerra era troppo troppo brutta. Un giorno ci siamo andati.
[part missing in the original file]
IC: Ce siamo allontanati un po’ da sta capanna dove stavamo abbita’ e ci siamo avviati verso an do’ stavano gli americani perché volevamo piglia’ dei foderi delle degli esplosivi, dei delle granate perché pensando che per sopravvivere dovevamo mettere i cibi nascosti dentro a quegli bossoli, dice dopo la guerra non trovavamo niente. Mentre stavamo lì han cominciato i tedeschi mamma mia la guerra, bom bom quelli rispondevano, quello rispondeva. Finita la sparatoria siamo usciti fuori mamma mia che semo visto, dopo un certo punto ho visto ‘na gamba, con un piede con una scarpa dentro, e ci siamo avviati verso la capanna dove stavamo noi. Ma lì è continuata tutta la guerra, le munizioni che sparavano, i tedeschi che sparavano. A un certo punto gli americani hanno pensato da porta’ via gente da qui e la portavano in Calabria, in Sardegna e hanno fatto un ritiro a La Campana. A La Campana c’era sto ritiro che tutti imbarcavano coi camion e li portavano via, se non che io, ero io e mia madre, mia madre era andata con un fratello mio a n’altra zona, quando hanno venuto a caricarme a me con un altro camion per portarme alla Campana eh non c’era nessuno e io non ci volevo anna’. A un certo punto ero sola ho detto vabbeh allora arrivamo lì, mentre stavo lì madre era veunta a pijamme, m’è venuta a prende’ e ce semo andati verso Nettuno, chiamata la contrada che la chiamavano La Faraona, semo andati verso di lì coi ricoveri ma lì la guerra, era, c’era pace, sentivamo solo gli aerei, i ricognitori li chiamavamo. Quei cosi passavano in aria e a un certo punto sentivi [emphasis] le esplosioni delle granate, dicendo ‘Meno male, hanno bombardato, mo’ se ne vanno’, infatti così era buttavano una bomba e poi se ne andavano. Eh insomma grazie a dio laggiù siamo stati benino a [unclear], ma di qua, quando stavamo qua era ‘na guerra, pecore mazzate con le bombe, i bombardamenti, vedevamo le bestie senza le zampe, sfinite, uuuuh non ne parliamo proprio, eh l’igiene non esisteva niente, i pidocchi ce se mangiavano, non c’era niente: guerra, guerra e basta.
[part missing in the original file]
IC: Qui mica c’era Lavinio. Prima alla stazione de Lavinio era chiamato Ciritamato [?] no Lavinio Ciritamato poi andostà la chiesa c’era la, aspetta aiutame come se può dì, ce stavano i prigionieri, i, i polacchi che erano polacchi, boh. Avevano fatto un campo di concentramento che tenevano i prigionieri là dentro, proprio dove sta la chiesa nova, quelli poveracci al giorno ce facevano per sfregio, che ne so, con l’aratrello, come le vacche, ce facevano tirà l’arattrello, arar la terra a sti priggiunieri. Era un campo di concentramento stava proprio qui ando’ stanno, ando’ sta la chiesa nuova adesso, e i poracci stavano lì tutti con na rete reticolata che non potevano uscì stavano lì dentro.

Citation

“Interview with Itala Coriddi,” IBCC Digital Archive, accessed August 4, 2020, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/306.

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