Interview with Ferdi Righi

Title

Interview with Ferdi Righi

Description

Ferdinando Righi recalls his early life in Monfalcone, brought up by his mother while his father served as a submariner. Describes daily life in wartime: how he used to sleep fully clothed, waiting for the air raid siren. His mother would put some food and spare clothing in a case, wrap him in a blanket and rush to the underground shelter. He remembers how he and other children used the unpaved surface of the shelter as a sandbox, while schoolteachers resorted to storytelling to keep them calm. Relates wartime stories: a shell-shocked horse being put-down; dying victims covered in dust being evacuated and panic stricken townsfolk afraid that they would not reach the shelter in time. He comments on how the anxiety lasted for years and has lessened only recently, and describes how wartime memories still haunt him when he walks past bomb-site areas that have never been rebuilt.

Creator

Publisher

IBCC Digital Archive

Date

2016-12-07

Contributor

Francesca Campani

Rights

This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.

Format

00:09:59 audio recording

Language

Type

Identifier

ARighiF161207

Coverage

Conforms To

Spatial Coverage

Transcription

PC: Dunque Ferdi, eeh se io le parlo dei bombardamenti aerei a Monfalcone nella seconda guerra mondiale, cosa le viene in mente, qual è il primo ricordo che le suscita questa domanda?
FR: Mah io mi ricordo che abitavo a Monfalcone in via dei Rettori, una casa che è vicina al monumento ai caduti che era l’ex Venica, sotto c’era una grande osteria, abitavo all’ultimo piano, ero ragazzino avevo quattro anni, eeh mio padre era nella Marina Militare coi sommergibili ed era sempre in giro a fare la guerra purtroppo, ed io mia madre mi metteva in una coperta quando suonava l’allarme e mi portava di corsa nel rifugio che c’era in piazza. C’era questo grande rifugio che si trovava sotto alla salita proprio della piazza che c’è una salita e lì dentro arrivavano di tutto e di più: bambini donne, vecchi anziani e tutti e aspettavamo che passi questo benedetto bombardamento perché ci creava molto disagio, anche da bambino, anche se ero piccolo, so che quando suonava ero già vestito pronto per scappare con mia madre.
PC: Quindi diciamo che la vita era condizionata da questi bombardamenti aerei.
FR: Sì, sì era condizionata perché c’era un rifugio antiaereo, ma che antiaereo non c’era niente, che era il Passo del Torrione, in via Sant’Ambrogio. C’era un altro piccolo rifugio ma conteneva tre persone di fronte la Casa del Fascio che si trovava in via Rosselli, quella volta aveva un altro nome. E basta, bisognava tutti correre in questa benedetta grotta chiamiamola, no? Perché noi da bambini piccoli ci sembrava una grotta, non ci sembrava un tunnel quella roba lì, per cercare di, bombardamenti purtroppo ce n’erano uno al mattino e uno al pomeriggio, però arrivavano improvvisamente. Allora qualche volta magari suonava l’allarme, passavano gli aerei ma andavano in Jugoslavia a bombardare, non qui, e allora respiravi in maniera diversa, e invece delle volte sembrava che vadano via e bombardavano. L’ultimo che è stato, il più grosso che ha creato anche tanti morti, è stato quello ha bombardato la via Randaccio, cioè la via che va verso la stazione ferroviaria, la via Toti, la via Marzio Moro, tutte le vie che si trovano a ridosso della stazione ferroviaria, la via Romana eccetera. È successo perché, perché era un nodo la stazione ferroviaria di Monfalcone tra l’Italia e la Jugoslavia, dunque lì passavano tutti i treni che andavano sia con le truppe in Germania che con le truppe chiamiamole repubblichine a combattere sui vari fronti, no? Eeeh quelli son stati bombardamenti duri, dove la gente veramente tanti hanno perso la vita e di questi bombardamenti io da ragazzino ero piccolo, ma mi ricordo una cosa eccezionale, la vedo sempre davanti agli occhi tante volte. Mi ricordo che quando è finito il bombardamento, non mi ricordo se era il ’44 o il ’43, la fine del ’43 o la fine del ’44, siamo usciti dal tunnel e c’era un cavallo bianco con gli zoccoli neri, quello me lo ricordo ancora, che impazzito dalle, dai botti delle bombe correva come un pazzo attorno a piazza della Repubblica di Monfalcone che non era come oggi, e praticamente al livello della strada perciò tutto uguale, era segnata da un’eclisse, un’ellisse in cui attorno si poteva anche andare con le macchine e questo cavallo correva, correva, correva, e nessuno riusciva a fermarlo perché era impazzito. A un certo momento sono arrivati quelli della protezione territoriale che era l’UNPA e sono arrivati con una una, una specie di fuori strada, si son messi in ginocchio e coi fucili 91 gli han sparato, l’hanno ammazzato e hanno legato mi ricordo ancora le gambe di dietro ad una corda, l’hanno legato dietro alla macchina e l’hanno portato via. Questo è stato il primo impatto che ho avuto. Il secondo è stato quando hanno cominciato a portare giù tutti i feriti e mezzo moribondi che erano rimasti sotto ai bombardamenti che erano stati in via Romana, Randaccio, Toti eccetera e della zona stazione e c’era tanta gente che gridava, urlava piangeva e tutti pieni di calcinacci, di bianco cioè praticamente i soffitti che erano crollati eccetera. Anche quello mi ha lasciato molto dentro che oggi ancora oggi non riesco delle volte quando penso e vado per quelle vie dov’erano avvenuti i bombardamenti che alcune case non sono state mai più ricostruite ma son diventati parcheggi per automobili i posti lasciati liberi dalle case distrutte mi lascia così, non perplesso, con una parola molto semplice: ma la guerra per cosa la facciamo?
PC: Ancora una domanda ehm Ferdi, eeh lei era un ragazzino di quattro anni.
FR: Sì quattro anni, quattro anni e mezzo.
PC: E cosa faceva quando era nella galleria rifugio?
FR: Ah c’erano altri tanti ragazzini, ci mettevamo in un angolo e c’erano delle maestre elementari o delle maestre d’asilo che erano scappate anche loro è logico, le quali, non avevamo giocattoli non avevamo niente, però ci intrattenevano raccontandoci qualche qualche fiaba, qualche fatto vecchio e facendoci fare, magari con dei pezzi di legno dei segnetti su, perché la galleria non era asfaltata non era neanche, come si può dire, c’era terra per terra, allora tu potevi fare come sulla sabbia no? delle stupidaggini per passare il tempo, ecco questo facevano, anche per tenerci più calmi, perché i bambini quando sentivano i botti tutti piangevano, avevano tanta paura, tanta.
PC: Eeeh pensando eeh anche ai tuoi genitori e al fatto che eeeh mi dicevi che tuo padre era in guerra e tua madre come, come si comportava nei, in quei momenti lì?
FR: Mia madre era una donna, è morta a cento anni ti dico subito, era una donna molto dinamica, non aveva paura di nessuno e neanche dei tedeschi, di nessuno [emphasis] assolutamente. Eeeh lei era, quando cominciavano a suonare l’allarme diceva ‘State buoni ancora mezz’ora perché suona mezz’ora prima intanto, state buoni’ a me e a qualche altro ragazzino che era lì nella casa ‘E dopo andiamo tutti quanti in rifugio’, preparava qualcosa al forno, che di solito le cose erano poche, non so un po’ di pane con un po’ di zucchero, ecco così i bambini avevano qualcosa da mangiare anche no? Perché non potevi sapere quante ore dovevi stare eh, questi, i bombardamenti potevano durare cinque minuti, tre minuti, due minuti ma forse anche se erano a ondate anche ore, eh questa era la realtà e allora dovevi portarti dietro qualcosa, portava via una borsa con dentro delle coperte, eeh qualche vestito, se succedeva qualcosa perché erano tanti bambini piccoli anche, ecco era tutto qua. Mia madre però posso dire, mio padre in quel momento neanche non lo pensava proprio che chissà dov’era, perché lui era sommergibilista della Marina Militare, della Regia Marina, perché lui è rimasto sempre nella Regia Marina, era un graduato e ancora, è morto dopo tanti anni però non c’entra la guerra lì, però ha fatto ventisei anni da sommergibilista, dunque era sempre in giro coi sommergibili, coi MAS con tutte quelle, quelle cose che servivano per affondare le le flotte nemiche.
PC: Eeh un’ultima domanda, eeh di quei momenti, del momento dell’allarme.
FR: Sì.
PC: Del momento in cui tu eri avvolto nella coperta e venivi eeeh diciamo portato, cosa ti ricordi? Ricordi qualche, qualche sensazione? O anche magari non ricordi nulla.
FR: No, eh la paura, la paura [pause] la paura, la paura solo la paura e nient’altro, la paura di non arrivare in tempo, perché tutti correvano, tutti gridavano per strada ‘Corri, corri, corri va dentro il rifugio! Vai dentro’. Tutti si, si accalcavano anche no per entrare, di fatti in un bombardamento che è avvenuto alcune persone sono morte davanti al rifugio, perché nel trambusto di entrare, di entrare tutti qualcuno è caduto e gli altri gli son passati sopra no, lo hanno calpestato, non mi ricordo se erano due o tre morti, dovrei andare a vedere un po’ sui libri di quell’epoca, no? Ecco questo era il problema, il problema era molto ansioso che tu lo porti avanti dopo per due o tre anni, perché io l’ho cominciato a perdere quel problema lì, perché dopo qui c’è stata anche, son venuti eeh quelli della federativa, son venuti gli americani, cioè i neozelandesi, che ci hanno liberato eccetera però ti rimane sempre quel groppo in gola, quell’ansia, no? ‘Cosa succederà? Chi sono questi? Cosa faranno?’. E allora ci volevano anni, tanti anni, ormai penso di averlo superato almeno al 50%.
PC: Ti ringrazio Ferdi di questa intervista.
FR: Grazie a voi.
PC: È stata interessantissima e bellissima e buon proseguimento.
FR: Grazie.

Collection

Citation

Pietro Commisso, “Interview with Ferdi Righi,” IBCC Digital Archive, accessed December 9, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/265.

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