Interview with Paola Giorgina Pasini

Title

Interview with Paola Giorgina Pasini

Description

Paola Giorgina Pasini provides details of her early life in a family of agricultural workers and compares favourably their condition with those living in urban areas. Recalls the ominous sight of target indicators and flares, and remembers Pippo described as a harmless presence. Narratives war hardships, trials and tribulations: German troops billeted at home, requisitions, roundups of civilians to be sent to Germany as forced labourers, people injured by anti-personnel mines, fear of shell splinters. Gives an account of their makeshift shelter, dug under a haystack and protected by sandbags, and recalls how he was tasked to take care of a younger sister. Describes the bombings of the Mensa Matellica and Ravenna, the latter when she was hospitalised there. Reminisces scenes of joy at the end of the war and stresses his desire to forget the conflict as soon as possible. Maintains he holds no grudge and mentions his fatalistic attitude.

Creator

Publisher

IBCC Digital Archive
Lapsus. Laboratorio di analisi storica del mondo contemporaneo

Date

2016-11-25

Contributor

Francesca Campani

Rights

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Format

00:42:57 audio recording

Language

Type

Identifier

APasiniPG161125

Coverage

Transcription

GF: Grazie signora Paola per aver accettato l’invito a questa conversazione.
PGP: Prego.
GF: Volevo chiederle se potessimo incominciare con il racconto di quello che lei faceva prima della guerra: dove abitava, cosa faceva la sua famiglia.
PGP: Prima della guerra io abitavo in via Fossa, non lo sai dov’è [laughs] lo sai dove ci sono quelli che hanno i cavalli, per quella strada lì, un po’ avanti che c’era solo quella casa lì, abitavamo là. E poi, eravamo contadini, si lavorava la terra, non come adesso, proprio con le braccia e poi basta.
GF: E si ricorda quando è scoppiata la guerra cosa stava facendo? Il giorno in cui è scoppiata la guerra?
PGP: Ah, chi lo sa?! Non mi ricordo e poi si non era mica come adesso che c’è la radio, la televisione, e non si sapeva mica tutta la roba.
GF: E come è venuta a saperlo? Gliel’hanno raccontato i suoi genitori?
PGP: Si dopo, gli uomini che parlavano, che loro alla sera andavano -, mi è scappato, all’osteria e là parlavano, non so cosa facessero, e poi cosa devo dire?
GF: Quello che vuole, nel senso: come si svolgeva la sua giornata? Prima che scoppiasse la guerra, la sua e quella della sua famiglia.
PGP: Ah lavoravam la terra. Tanti animali, galline, conigli e tanti, perché i contadini si, avendo tutti gli animali, mangiavano meglio che gli altri, specialmente nel momento della guerra che la gente aveva, erano a razione erano, loro quando andavano a comprare il pane quanto andavano a comprare qua adesso, in campagna sarà stato poco ma in città era, era dura. Invece il contadino aveva il grano, faceva la farina, gli animali che, mangiavano gli animali, mangiavano le galline, i conigli, però le galline camminavano, camminavano, e la mia mamma diceva: ‘Dai prendi quello là’ e di corsa vrrrrrrrrr [laughs] le prendevo correndoci dietro. È così. Andavano le gambe non come adesso.
GF: E invece com’è cambiata dopo la vita quando la guerra, quando è scoppiata la guerra?
PGP: Ah qui in, qui in campagna c’erano sempre, non c’erano differenze, era nelle città che era dura. Mi ricordo un cugino del mio babbo, abitava a Genova, non avevano niente da mangiare, venne qua dal mio babbo e dai suoi fratelli a mangiare, è stato una settimana, e poi quando è andato a casa aveva lo zaino e una valigia piena, che se n’è andato, ognuno ci dava qualche cosa da portare a casa perché allora erano proprio duri quei posti lì. Noi invece ci siamo accorti soltanto quei due, due tre giorni dalla fine che i soldati, quando andavano indietro, si fermavano nelle case e stavano un po’ lì e poi dopo cambiavano. Ecco in quei giorni lì è stata un po’ più dura perché avevamo paura che fosse lunga questa cosa, e il pane, il fornaio non stava mica là a fare il pane, non stava. E così, e quando sono andati via si sono portati dietro il mio babbo, si sono portati dietro. E lui poi, perché, avevamo la stalla con le mucche, hanno portato via le mucche, con attaccato, hanno attaccato un attrezzo e con le mucche, e han portato via il mio babbo che doveva guidare le mucche, che doveva guidare. Che poi lungo la strada si son fermati perché pioveva, erano tutti bagnati, erano, si sono fermati, intanto che lui si sciugava, l’hanno abbandonato un po’, lui ha cambiato casa, ha cambiato, e dall’altra casa gli hanno prestato un paio di scarpe perché se le era tolte per asciugarle, e poi dopo un po’ sono arrivati gli inglesi e si è andato a casa a piedi. Ma erano a casa, non mi ricordo il nome del paese, ma più verso Ravenna. È andato fino a Forlimpopoli a piedi, è andato, e poi dopo da Forlimpopoli doveva venire a casa, e con noi si diceva, ah uno che non aveva la testa, diceva ‘Lui è morto’ perché quello era un scappato, prima, dice ‘Ah, lui è morto’ e invece è venuto a casa, [pause] una bella soddisfazione quando l’abbiamo visto, puvretto [laughs].
GF: Che emozioni avete provato?
PGP: Ah sì, e mio fratello che era piccolo avrà avuto cinque anni, quattro o cinque anni, che quando l’ha visto, corri corri corri corri, bisognava vedere questo bambino andare incontro al babbo, bisognava vedere, perché i bambini certe cose le cosano eh, volevo dire, se n’erano accorti ecco, se ne accorgono quando un genitore, manca uno, perché è stato via un po’ di giorni. E dopo c’erano gli inglesi. E dopo è andato bene perché, dopo non è stata tanto lunga dopo. Però io mi ricordo che dopo sono andata all’ospedale a Ravenna con mio fratello, con mio, che lui c’è stato un po’, arrivavano della gente con le gambe tutte rovinate perché incontravano, inciampavano nelle mine, inciampavano. [pause] Poi ancora?
GF: E invece si ricorda quando c’erano i bombardamenti, si ricorda degli aerei che bombardavano?
PGP: Sì [laughs]. Perché mi sono trovata a Ravenna all’ospedale proprio la prima volta che hanno buttato le bombe sopra a Ravenna. Io ero all’ospedale, il mio babbo non, mi avevano operato dell’appendicite, è andato a cercare uno con una macchina, e mi ha portato a casa, mi ha portato. Dopo, dopo ho sempre avuto una paura tremenda, avevo, dopo una volta avevan fatto la stessa cosa come eran, sono passati ad andare in giù e poi dopo dovevano ritornare indietro, indietro dopo che avevano buttato giù le bombe, mi son, a Mensa, mi hanno, ne hanno liberate uno o due chi lo sa, è morta anche una donna lì. Che non ci aspettavamo in campagna così, e guardi lì, non si poteva, dire son sicuro, no.
GF: E cos’ha provato la prima volta che ha visto le bombe, che ha sentito il rumore delle bombe?
PGP: Oh, una bella paura. E quando bombardavano il ponte di Matelliche [Matellica], che io da casa vedevo che arrivava l’aeroplano e poi a un certo punto lasciava andare le bombe, si vedevano andare giù. Stavamo chiusi in casa, perché le schegge arrivavano fino a lì da noi, andavano, e ne passava uno poi due, il ponte non l’hanno, non sono riusciti a buttarlo giù tutto, perché non era mica come adesso, non era, era proprio così. Che io da piccola, quando dovevo salire, facevo fatica a salire, ma a scendere avevo paura, [laughs] scendevo dalla bicicletta, ohiohi eh così putin, è brutta la guerra.
GF: E in famiglia come parlavate della guerra, cosa le dicevano i suoi genitori?
PGP: Ah io poi avevo già quattordici anni, avevo, ah non si parlava, no.
GF: E a scuola?
PGP: A scuola neanche. O che non mi ricordo. Noi dopo in famiglia non eravamo soltanto io, la mia mamma, c’erano anche due fratelli del babbo. E loro parlavano tra di loro di lavoro, per quello non si parlava di, di guerra.
GF: E cosa le dicevano di fare i suoi genitori quando sentivano le sirene che avvisavano che stava per avvenire un bombardamento?
PGP: Ah non dicevano niante [sic] perchè, niente perché io [laughs]. Mio babbo aveva fatto un buco per terra. C’era sopra un, un pagliaio, sai cosa sono? Ecco. C’era sopra questo, e poi lui aveva fatto il buco e davanti all’entrata un, un buco, un mucchio di terra. Andavo lì, anche la notte, sentivo che c’era un aeroplano, che passava, girava, non ha mai fatto niente però, non ha mai fatto, quando sentivo quello io tremavo, tremavo, prendevo su la mia sorellina, perché c’era un’altra bambina, lui prendeva su il figlio, di notte, eh quello succedeva di notte, e andavamo là in quel buco, e la mia sorellina diceva ‘Eeeeeeeeh’ che lei voleva andare a letto [laughs], eh signore.
GF: E come faceva a passare il tempo mentre, mentre era lì, che non si poteva muovere?
PGP: Lì così, zitti [laughs] zitti, zitti.
GF: Pregavate per caso?
PGP: Mo va là! [pause] Eh così.
GF: E aveva paura?
PGP: Ostia, paura, forse è stato quella volta che ero all’ospedale, che si, hanno sganciato le bombe, si è aperto la, le finestre, è entrato il caldo, è entrato il caldo che faceva le bombe nel scoppiare, io ho avuto una gran paura, e dopo mi faceva paura soltanto vedere un aeroplano. E io poi, andavo col mio babbo nel campo, e dovevamo portare a casa i fasci del, del grano, son del del, saltavo giù dal carro, in alto saltavo giù, e poi quando era passato dovevo salire su, mio babbo puntava il forcale qui, io salivo sul forcale poi salivo su, sul carro dove c’era la roba. E dalla paura che avevo quando sentivo woooo wooooo che arrivava un aeroplano, me zuuum [laughs] poi andavo nel fosso. Che poi per Cervese, che la nostra terra confinava con la [via] Cervese, passavano i tedeschi con i camion e c’era, saltava sempre fuori un aeroplano e mitragliava. Li hanno presi una, una volta del resto non li hanno, non hanno mai centrato i camion dei soldati, perché tanto son persone giovani, che glielo facevano fare quel lavoro lì, glielo facevano. Però erano cattivi [emphasis], erano cattivi, quando erano a casa nostra, che han mangiato dei polli tutti i giorni, tutti i giorni, e noi li dovevamo pelare e pulire. Quando sono andati via, quando sono andati, eravamo noi, avevamo lasciato la casa tutta per loro, noi eravamo nel sottoscala, e una camerina che collegava il sottoscala. Quando sono andati via, che il sottoscala aveva un finestrino così e mio zio c’aveva messo un’asse grossa appoggiata al finestrino, hanno sparato proprio lì, sono andati via di notte, abbiam sentito wroom wroom wroom wroom wroom, hanno sparato proprio nel finestrino, o per farci paura o per vedere se se, non lo so. E poi lì dentro nel sottoscala eravamo: io, i miei fratelli, fratelli sorelle, c’era un’altra famiglia, eravamo così, perché nel sottoscala non è mica tanto, eh, e mio zio stava nella porta a far la guardia. [pause] Quei giorni sono stati brutti, sono stati, tutti i giorni, pela delle galline, pela dei polli e [pause] per gli altri.
GF: E cosa provava lei?
PGP: Ah paura, paura, anche quando è stato via il mio babbo, è stato via il mio babbo che c’è stato abbastanza poi. Andavo in fondo il campo per vedere perché c’era un altro, un ragazzo che era con lui per vedere se loro sapevano qualche cosa e sentivo che da sopra passavano le granate, che da Canuzzo, da Canuzzo [Cannuzzo] andò ancora avanti, si sentiva che fischiavano, non ci facevo neanche caso, però un uomo l’hanno preso proprio in pieno, l’hanno preso. Lui poverino, è andato fuori era in casa, ha sentito piangere, che è scesa una ragazza, un po’ distante da loro, che è rimasta ferita, e lui appena uscito di casa è arrivata proprio a lì, nell’angolo della sua casa, e ma, aveva fatto briciole. [pause] E la paura c’era, c’era la paura.
GF: Sapeva chi gli stava bombardando, chi era che vi stava bombardando, lo sapevate?
PGP: Mah dicevano i tedeschi. Ma no! Gli inglesi! I tedeschi erano con noi allora, e poi dopo quando c’è stato l’Armistizio, i tedeschi hanno portato tutti i giovani, in Germania, e botti [sic], botti senza mangiare. E mio babbo dei, che era stato prigioniero anche in quell’altra guerra, aveva una paura che quando vedeva vedeva i tedeschi tremava, e invece il à chapè propria lò [loughs]. Eeeh, è così pur ridere. È brutta la guerra, qualsiasi, sembrava che non dovesse succedere più invece là, che peggio di quando c’erano, di quando erano qui eh, è peggio là, uccidono bambini, uccidevano tutti.
GF: Cosa pensavate in casa di chi vi bombardava?
PGP: Ah io penso che non si pensasse [laughs], penso, [pause] quando bombardavano lì, al ponte, ci sono due vecchi che erano, dov’erano? Nella nostra terra, però erano lì vicino. E la donna era venuta a casa nostra perché le, le schegge si sentivano anche nella nostra casa, si sentiva perché un coso di ferro quando cade. Eh questa è venuta a casa nostra, il marito si vede non l’ha seguita, si sarà messo in un fosso o, e lei che si lamentava e mi fa ‘Noooo’ [laughs] poveretta, anche se son vecchi quando si vogliono bene, eh eh eeeeh così così.
GF: Di Pippo si ricorda?
PGP: Di?
PGP: Di Pippo.
PGP: Eh! Quello era, quando passava quello lì che andavamo sotto [laughs] nel buco, ma tutte le sere, tutte le sere, le notti, sempre. Chissà poi perché lo chiamavano Pippo? Però non ha mai fatto niente, non ha mai fatto. Hanno bombardato Ravenna una volta di notte, per centrare, non lo so il perché, buttavano giù dicevano i bengali [sic], insomma buttavano giù dei cosi che si rompevano e dopo facevano luce, era come se fosse di giorno era, erano fino a qui poco lontano. [pause] Si aveva paura.
GF: I suoi genitori anche avevano paura?
PGP: Anche loro, anche loro. Però noi a casa nostra soltanto, io e il mio babbo, mio fratello e mia sorella, perché li prendevano, li prendevamo su perché erano bambini, gli altri rimanevano nel suo letto, tutti gli zii la mia mamma, tutti nel suo letto che non si muovevano. [pause] Eh così, facevamo paura ai bambini perché loro non potevano capire che cos’era.
GF: Lei che era più grande cercava di spiegarglielo?
PGP: No, non si parlava mica tanto. Prendevamo su questi bambini che erano nel letto, perché Pippo, Pippo girava solo la notte, eh, prendeva a’ tuloma sò i nos bambin. Dicevamo noi, andiamo nel rifugio [laughs] se cadeva qualche cosa quello non era un bel rifugio. Quello che si poteva fare si faceva.
GF: E aspettavate che finissero.
PGP: Ah sì, quando non si sentiva più il rumore si diceva ‘Adesso è finita, e andiamo in casa’. [pause] Eh Pippo faceva paura la notte, però non si è mai sentito che abbia sparato mai, almeno io non l’ho sentito.
GF: Invece prima mi raccontava di quando era all’ospedale.
PGP: Eh.
GF: Lì che cosa ha fatto, quando le finestre si sono rotte.
PGP: No rotte, si sono spalancate.
GF: Ah, spalancate.
PGP: Spalancate, è entrato un calore, siamo stati lì, io mi avevano operato dell’appendicite, non correvo micca. Il mio babbo è andato in giro, poverino, lui stava quasi sempre lì da me, perché diceva ‘Se succede qualche cosa ti prendo su ti porto a casa’. Ma dopo doveva cercare, lui veniva in bicicletta, doveva cercare una macchina e non l’ha trovata, è andato a casa, da Ravenna arrivare qua c’è un po’, e girando nelle case qui delle, delle macchine ci saranno state, quei tempi, due in tutto il paese. E ha trovato poi un, come ah, una Topolino mi sembra che ci fossero, c’eravamo in tre lì dentro, perché eravamo tre che abitavamo tutte, uno lì uno là. E li mio babbo invece, quando è venuto alla sera dopo che aveva trovato la macchina, siccome che essendo contadini avevano la cavalla eh, attaccato la cavalla, eh assieme al bacuzzel [?] non so come si chiama, per portare a casa le mamme di quelle altre due, per portare a casa. E abbiamo fatto paura a qualcuno, perché a casa dei miei c’era andata, andato un giovane che stavano nascosti perché non li prendessero i tedeschi, era andato lì a casa dai miei per secondo lui che era più riparato, insomma, quando ha visto le luci della macchina per la strada ha avuto paura il poverino è corso là a nascondersi per il campo. Perché i tedeschi reclutavano questi giovani e se li portavano dietro, se li portavano, pure io avevo paura. Era un ragazzino, un ragazzino dopo non era più un, era cresciuto, che in quel periodo lì, avevamo molta terra, che non era la nostra, era solo da lavorare. E questo ragazzo era lì a lavorare nella mia famiglia, c’è stato quattro anni, si vede che il poverino si trovava bene, si trovava, e dopo quando si è trovato che c’era il pericolo e quello, era andato a nascondersi li, quando ha visto la macchina per la strada ha avuto una bella paura il poverino, perché per la nostra strada non passavano tante, ehm passavano solo le biciclette di quelli che abitavano lì ecco, c’era la nostra casa e un’altra, non eravamo in tanti eh. E lui si era andato a nascondere perché aveva paura che ci fossero dei tedeschi che lo cercavano. [pause] Insomma era dura.
GF: E dopo che sono andati via i tedeschi ha detto che sono arrivati gli inglesi, a casa sua sono arrivati gli inglesi?
PGP: A casa nostra non sono venuti però dopo c’erano gli inglesi.
GF: E si ricorda quando è finita la guerra? Si ricorda la liberazione?
PGP: Ah si festeggiava, ognuno nella sua casa, che era contento, quello ma del resto non non facevano mica tanto, perché poi nelle case, nelle famiglie mancava sempre qualcuno, mancava, per cui quando è successo, erano tutti, li avevano chiamati tutti per farli, prima dovevano combatte, chi c’era prima, prima gh’era il fasisom [sic] e poi dopo i tedeschi, e dovevano stare attenti. Io avevo uno zio, avevo uno zio, che prima era in Jugoslavia perché l’avevano il fascisom l’aveva mandato là. E poi dopo quando è finito la guerra, i tedeschi se lo sono portati dietro, e ha fatto una vita da cani, ha fatto una vita. Lui gli era nato una bambina, nel momento che lui era militare, è nata una bambina. Quando è tornato a casa, la bambina avrebbe dovuto avere sei anni, non l’aveva mai vista, l’ha vista che aveva venti giorni, da nascosto che se lo scoprivano che era -. È morta che aveva sei anni la poverina e lui non l’aveva mai vista, non l’aveva, la disperazione, puveret [sic]. È stata lunga la guerra e quelli che i tedeschi se li erano portati dietro, son stati male: poco da mangiare, lavorare e botte.
GF: E quando è finita la guerra, avete ripreso la vita come la facevate prima?
PGP: Sì, che poi non credere che anche dopo che ci fosse, non lo so, feste, quel, perché la gente non aveva mica tanti soldi, non aveva micca. Però alla sera, che eravamo po’ là isolati, d’estate che si andava fuori un po’ si sentivano i giovani che andavano al cinema, che cantavano per la strada, non è come adesso che macchine, e bevono, basta! Invece allora si sentiva che cantavano, era bello. [pause] Te l’ho detto dove abitavo [laughs], eeeh.
GF: Le faccio un’ultima domanda Paola.
PGP: Dimmi.
GF: Adesso che è passato tanto tempo dalla guerra, che cosa pensa di chi la bombardava, di chi l’ha bombardata all’epoca?
PGP: Oh, non ci penso neanche, ormai è passata, almeno io, non ci penso. Perché dopo poi, dopo passata la guerra, [coughs] andavamo a ballare, dopo eravamo cresciuti, andavamo a ballare. Da là, di quel buco, siamo anche andati a Castiglione a piedi, perché la strada era ghiacciata, per andare a ballare [laughs].
GF: C’è qualche altro ricordo di cui mi vuole parlare?
PGP: No, te l’ho detto quando vedevo le bombe che andavano giù.
GF: Cosa pensava in quei momenti?
PGP: Ah chiusi in casa, ma poteva anche ehm, se si sbagliavano. Come quello che han bombardato sopra Mensa, cosa c’era a Mensa da bombardare? Poverino, hanno trovato sopra una casa tutta sbriciolata, si vede che la bomba c’è andata proprio vicina.
GF: Perché lo facevano secondo lei?
PGP: Ah non lo so. Perché passavano che erano in tanti gli apparecchi, in tanti, andavano giù e poi al ritorno ce n’è stato uno che ha sganciato le bombe lì. Dicevano ‘Ah, si vede che prima si era dimenticato’. Si era dimenticato, anche la prima volta che hanno bombardato Ravenna, erano passati al pomeriggio andare giù e poi dopo quando sono ritornati indietro hanno sganciato non so quante, e lì vicino bombardavano la stazione, l’ospedale era vicino alla stazione, e dopo l’hanno, l’hanno portato via di lì l’ospedale per la paura che ritornassero, hanno cambiato hanno messo, nel, nell’ospedale militare.
GF: Prima mi stava raccontando del ponte.
PGP: Mmm, il ponte non è mica andato giù, dicevano, perché io non, che una bomba aveva fatto il buco, il buco che eran, era passato sotto, però il ponte si poteva passare anche anche dopo, perché una signora che abitava Casa Burati, per andare incontro per chiamare gli inglesi, perché loro erano a Canuzzo [Cannuzzo] e gli inglesi avevano paura a farsi avanti [laughs], c’è andata lei è passata dal ponte, è passata. Non è come i ponti adesso che passa una macchina da sopra e sprofonda, si vede che s’era fatto così, non lo so. Però so che è stato il nascondiglio del mio nonno, che lui beveva, si ubriacava e quando si ubriacava parlava male dei fascisti. Lui si trovava dove adesso c’è, ehm, adesso sa fal, il pizzeria [sic] parlava male dei fascisti e hanno cominciato a inseguirlo perché dopo erano botte. È scappato, era ubriaco ma si vede che correva forte lo stesso [laughs]. È corso via sul ponte, il ponte era così, però da una parte e dall’altra c’era un altro, non era un ponte però era un buco: lui si è nascosto lì in questo modo, in questo buco e non l’hanno trovato [laughs], poveretto. Che lui beveva come un, e poi dopo era ubriaco che non sapeva quello che diceva, ma se lo prendevano, perché lui era vecchio.
GF: Avevate paura dei fascisti?
PGP: Ah sì, avevo paura sì. C’è il gatto là eh [laughs].
GF: Va bene signora Paola, io la ringrazio tantissimo.
PGP: Oh, no non ho mica faticato [laughs].
GF: La sua testimonianza è molto importante per noi e quindi la ringrazio.

Citation

Greta Fedele, “Interview with Paola Giorgina Pasini,” IBCC Digital Archive, accessed May 20, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/247.

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