Interview with Stefania Vischi

Title

Interview with Stefania Vischi

Description

Stefania Vischi recalls her wartime life in the Monfalcone area. Stresses how she spent long hours alone inside a shelter, frightened by explosions and tremors. Contrasts the horror of being at the receiving end of the bombing war and the strong community spirit among the population. Mentions food shortages, the threatening presence of "Pippo" and the shock of fascists round-ups. Recalls a relative who was killed the last day of war and speaks with gratitude of Allied troops who gave her chocolate, which she shared with her malnourished family.

Creator

Publisher

IBCC Digital Archive

Date

2016-08-06

Contributor

Marco Dalla Bona

Rights

This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.

Format

00:12:48 audio recording

Language

Type

Identifier

AvischiS160806

Coverage

Transcription

PC: Sono Pietro Comisso e sto per intervistare Vischi Silvana, per l’archivio digitale dell’International Bomber Command Center. Siamo a Monfalcone, è il 6 agosto 2016. Grazie Silvana per aver permesso questa intervista. Sono presenti all’intervista Pietro Comisso e Andrea Ferlettich. Prima di cominciare vorrei farle alcune domande per essere sicuro che questa intervista venga registrata come desidera. È d’accordo che la sua intervista venga conservata presso dall’Università di Lincoln, esclusivamente per scopi non commerciali, che l’Università di Lincoln ne abbia il copyright e infine essere liberamente accessibile in qualsiasi formato per mostre, attività di ricerca, istruzione e come risorsa online?
SV: Sì.
PC: È d’accordo che il suo nome venga pubblicamente associato all’intervista?
SV: No me ricordo più, no.
PC: No, sì, sì, sì.
SV: Sì.
PC: È d’accordo ad essere fotografato per l’Archivio Digitale dell’International Bomber Command Center?
SV: No.
PC: Bene. Grazie, possiamo cominciare.
SV: Il ricordo che più sento dentro di me è quando passava Pippo: era un aereo piccolo ma quando arrivava faceva un frastuono che tremavano i vetri, le porte, e lì veramente era una paura tremenda, sia mia che dei miei genitori. Poi quando ripartiva, che se lo sentiva passare, era tutto silenzio. È questo proprio che mie è rimasto dentro, questo terrore addirittura, perché era veramente tremendo. Poi, passando i giorni, passando il tempo, continuavano a bombardare e io andavo al rifugio, i, mio padre mi accompagnava al rifugio e per portarmi lì mi preparavano una pentola con qualcosa dentro e io rimanevo tutto il giorno lì al rifugio, da bambina perché avevo sette, otto anni più o meno, e alla sera mio padre veniva a prendermi. Comunque è stata una vita di, di paura, di tremore, non si poteva uscire, e mi ricordo che alla sera, quando ci si chiudeva dentro, bisognava spegner tutte le luci e con una piccola candela avere questa, questo era tutto, il centro di tutto, no. Ti dirò che qualche volta si mangiava qualche volta no, questo non è importante, però mi ricordo di sentire fuori dei passi pesanti, come camminasse, non so, una squadra di persone, quella volta non sapevo cos’erano, dopo l’ho saputo, comunque continuando questo sistema, questo, ho capito che erano, che li chiamavano fascisti. Poi , andando ‘vanti col tempo le cose si sono un po’ calmate, però c’era sempre quest’ansia: non potevi uscire, non potevi, stare attento a tutto, dovei stare attento. Mi ricordo che quando, vicino a casa mia c’era una specie di canale, sai, la fame è una cosa chi l’ha provata che da bambina non è facile, e io attraversavo questo canale coi piedi nell’acqua e di là della rete c’erano dei militari: io penso inglesi, però. Comunque c’era uno, due che mi chiamavano, no, ‘Vieni, vieni bambina’ mi dicevano; io mi ricordo che mi davano la cioccolata e con questa si andava avanti anche due giorni come, come mangiare, no, però mi mandavano a casa, dice ‘Via, via’, ‘Casa, casa’ dicevano, e io ritornavo a casa; sia io, mia mamma e mio papà si può dire che avevamo qualcosa da mangiare, no, anche con due cioccolate: questo non lo dimenticherò mai. Perché vedi, ci sono delle persone che fanno del male ma nel stesso gruppo ci sono anche persone che fanno del bene, e questi erano le persone che mi hanno aiutato. Poi andando avanti nel tempo si erano, eravamo tutti quanti come sottoposti a una pressione di paura e ti dico che veramente queste bombe, [mimics explosions], in continuazione, più di notte, quasi di giorno qualche volta, e questo era veramente tremendo. Quello che ricordo, il mio ricordo sono le persone, le paure, i pianti di bambini, non si può dimenticar queste cose, non è una cosa facile; poi potevi uscire pochissimo. Mi ricordo che per prendere un chilo di polenta andavo a piedi fino a Turriaco, da bambina, mandavano i bambini perché gli adulti se no. Io devo dire grazie al Signore perché non mi è mai successo niente da bambina, camminavo co’ sta roba e si mangiava quei otto, dieci giorni che c’era: non è stato facile. Ci sono tante cose che in questo momento non riesco a ricordare, blocca.
PC: Lei prima mi parlava di Pippo.
SV: Sì, hai bloccato?
PC: Mmmh.
SV: Io parlo, poi ti arrangi. Allora, cosa. Sì, questo aeroplano era, veniva come un, lo sentivi già da lontano perché era forte, era potente, non so spiegarti bene, però quando arrivava lì [mimics loud aircraft noise], sentivi proprio una cosa pazzesca, però sinceramente non ricordo bene chi era, cioè, a parte che quella volta, sette, otto anni non è che vai a leggere l’aereo che cos’è, no, però veramente spaventava tutti; ma era così potente, come te l’ho già detto, che tremavano i vetri della casa veramente forte, e questo portava veramente tanto spavento nelle persone. Però una cosa posso dirla: tra noi c’era tanta comprensione, parlo di noi di gente che incontravi al rifugio, incontravi per strada quando si poteva, c’era più unione. Eh, quello che forse adesso manca.
PC: Lei mi parlava appunto nel, del rifugio…
SV: Sì.
PC: Cosa, cosa succedeva nel rifugio?
SV: Allora, si entrava da un piccolo buco, sai già, e lì eravamo giovani, vecchi, anziani, donne, donne incinte, anzi una mi, ha partorito nel rifugio con l’aiuto di tutti; c’era tanta unità, dividevi le cose anche, no, quello che portavo io, quello che portava l’altro [background noise], però stavamo lì tutto il giorno fino a notte inoltrata, veramente. No no era, c’è il male perché la guerra è male, ma c’era anche quell’unione di bene , di volersi bene, di aiutarsi, di stare assieme; ‘l spavento più grande, te lo dico, è stato veramente i, come si chiamano, i fascisti: quanta paura c’hanno messo addosso, quanta paura! Bussavano le porte, le finestre, non si sa il perché, tiravano fuori gente da casa, io come ti dico, gli urli sentivo, non ho visto personalmente, però gli urli, quelli non li dimentico mai, difatti come sto parlando mi viene un magone, perché piccola ma ricordo queste cose, e poi. Fermiamoci un momento. E così insomma, questa è la storia. Ci sono anche altre cose che forse adesso mi, non mi riaffiorano, debbo vedere qualche foto, qualcosa, non, che non ricordo bene, ma.
PC: Faccio ancora un’ultimissima domanda.
SV: Sì, fame.
PC: Riguarda questi ricordi qua: su quegli anni lì, poi con il passare degli anni, la sua, cos’è rimasto nella sua, nella sua memoria come, quello che è più legato a quegli anni lì proprio?
SV: Sinceramente, proprio sincero: quando mi ma, mi davano la cioccolata e mi mandavano a casa, [background noise] che dovevo correre subito a casa perché non succedesse qualcosa, diciamo, so che, perché se parliamo del male te l’ho già detto sono i fascisti, quello è stato proprio veramente brutto, come bene mi ricordo quello lì e soprattutto le persone, l’amore che c’era tra uno e l’altro, non lo dimenticherò mai: giovani, vecchi, bambini, grandi e piccoli, c’era un’unione perfetta, proprio cercavi il bene, no, cercavi il bene, sì.
PC: Quindi c’era una so, un senso di solidarietà all’interno.
SV: Molto forte, molto forte, sì sì. Specialmente nel rifugio perché stavi lì tutto il giorno, con tanti problemi che c’erano perché sai, un’intera giornata fino a sera nascosta lì sentivi il tremolio anche, sai quanto buttano le bombe [mimics explosions], tremava un po’ il rifugio però reggeva bene perché è stato fatto molto bene, sì. E così, questo per il momento, non mi viene. Poi ti dirò un’altra cosa che forse non, quando verso, no alla fine del, l’ultimo giorno della guera, l’ultimissimo, io avevo, lui lo sa, Geo Gastone, il fratello di mia mamma, era un, era nel, come si dice, quello d’avan, d’assalto, che andavano avanti, come si chiama, o Signore!
PC: Battaglione d’assalto.
SV: Bravo! Grazie. Battaglione d’assalto, lui era sempre in prima fila, sia per la sua caratteristica che era sempre tutto veloce nelle sue cose, finalmente si ritorna a casa , no, come tutti, e stava attraversando la piazza, da un campanile gli hanno sparato in testa, ‘na pallottola dum dum, sai cos’è no?, e lì è morto, ventotto anni. E anche quello mi ha fatto soffrire perché vedevi i miei nonni disperati, piangere. Ehhh, così la vita, no, combatti tanto poi torni a casa e l’ultimo giorno, l’ultimo momento, era questo cecchino che l’ha, sì che forse non c’entra poi vedrai tu come aggiustare, sono affari tuoi. Per il momento è così, non saprei cosa dirti.
PC: Signora io la ringrazio, è stata un’intervista bellissima.
SV: Comunque sincera eh!
PC: La ringrazio.
SV: Tutto quello che ti ho detto è verità pura.
PC: Grazie infinitamente.
SV: Sì.

Collection

Citation

Pietro Commisso, “Interview with Stefania Vischi,” IBCC Digital Archive, accessed July 22, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/741.

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