Interview with Adriano Landini

Title

Interview with Adriano Landini

Description

Adriano Landini (b. 1930) recalls his childhood living in the poor Santa Croce neighbourhood in Reggio Emilia. Describes the profound sense of solidarity in wartime, stressing the community spirit among the so-called
"popol giost" (the salt of the Earth). Narrates the role played by local fascist leaders in managing every-day problems, describes wartime hardships and explains the tricks he contrived to survive: stealing wooden posts, trading salt on the black market, pilfering food in cahoots with a railway policeman. Narrates how he broke into a magazine during a curfew, an action that allowed members of the Italian resistance to capture much needed ammunition - for this reason he has been later equated to a fully-fledged partisan. Recollects how he was wounded by a hand grenade while pillaging barracks on the last days of the war. Recalls two bombings and how he took cover in a vast public shelter. The first raid hit the power plant and the second the hospital, both caused many injuries. Stresses he was aware of the difference between night bombing, carried out the Royal Air Force and daylight bombing, which was the preserve of the United States Army Air Force. Hints at the gruesome sight of dismembered corpses and explains his role in the memorisation of the event. Gives a vivid testimony of the pillaging of barracks and fascist headquarters immediately after the fall of the regime. Provides a detailed account of his post war life: first his short-lived career as an athlete, then being employed in a leather factory where he worked his way up from ragged delivery boy to manager. Upon retirement he took an active role in the Associazione nazionale vittime civili di guerra becoming a prominent figure. Stresses the importance of keeping the memory of the Holocaust alive and highlights the differences between civil ethics in Germany and Italy.

Creator

Publisher

IBCC Digital Archive
Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Reggio Emilia)

Date

2017-04-14

Contributor

Francesca Campani

Rights

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Format

01:03:34 audio recording

Language

Type

Identifier

ALandiniA170414

Temporal Coverage

Transcription

GB: This interview is being conducted for the International Bomber Command Centre. The interviewer is Giulia Bizzarri. The interviewee is Adriano Landini. The interview is taking place in [sic] Institute for history of resistance and contemporary history in Reggio Emilia - ISTORECO on 14th of April 2017. Allora intanto se ci vuole parlare un po’ di lei quindi intanto qualche qualche dato anagrafico: nome, cognome.
AL: Dunque io mi chiamo Landini Adriano, ho fatto le scuole medie serali, son nato nel 1930 e a quest’epoca ho 87 anni da compiere, ma siamo già su quell’età lì. Sono nato in Reggio Emilia, ho vissuto nel quartiere più popolare di Reggio, il popol, il famoso popolo giusto. È quella zona dove c’è anche l’Istoreco lì via Roma, via Franco Tetto, via Bellaria e io all’epoca, all’epoca ero già un ragazzino durante la guerra, la guerra comincia nel ’40 e già nel ’42, ’43, dodici tredici anni ma a quell’epoca eravamo già ometti perché siamo come adesso quelli che fuggono dalle guerre, perché qua c’era la guerra, i bombardamenti, c’era la fame, c’era il tesseramento perciò noi ragazzi cercavamo dappertutto da mangiare, più di tutto. E poi avevamo paura perché bombardamenti, mitragliamenti, già cominciavano a esserci e c’era il pericolo, ma eravamo un po’, eravamo un po’ ragazzi, un po’ un po’ non dovevamo, era quasi un divertimento scappare quando c’erano i mitragliamenti, nasconderci così. E questo è, è l’epoca in cui ho cominciato, parlo degli undici, tredici anni, di quello che è stato il corso della mia vita per arrivare a questo, questo momento. Poi finisce la guerra, io dalla guerra, siccome durante la guerra le scuole erano chiuse, perché eravamo nella zona dei, dei combattimenti, c’era la Linea Gotica era lontana 30 chilometri da noi e pertanto le scuole erano chiuse. Io fino all’epoca avevo fatto solo fino alla quarta e dovevo fare la quinta e a quindici anni quando finisce la guerra, nel ’45, per andare a lavorare ci voleva la quinta, per avere il libretto di lavoro e io feci un corso serale per fare la quinta perché senza la licenza di quinta non potevo avere il libretto di lavoro. Avuto il libretto di lavoro, fino a 17, 18 anni si è sempre fatto un po’ di tutto, ho fatto il garzone di da muratore, ho fatto il garzone sulle strade, ho fatto il garzone tappezziere tutto quello che mi capitava per guadagnare, quello che sta succedendo adesso per quelli che vengono da fuori, un po’ queste quel che vengono dall’est per cercare lavoro. E siccome son rimasto ferito durante la guerra da una bomba a mano ero una vittima di guerra, una vittima civile di guerra ed ero iscritto all’associazione che tutelava e difendeva questi, questi feriti e questi e anche i morti perché c’erano le vedove, c’erano gli orfani e qui venne fuori una legge nel ’50, nel ’49 dove c’era l’obbligo di assumere, ogni genere il 2% di questi invalidi o mutilati di guerra. E io fui, fui uno di quelli che ho potuto usufruire di questa, di questa legge. E mentre tutti i miei amici che andavano, che sono stati in Australia, in Francia, in Belgio, andavano in Belgio in miniera, andavano via a cercare da lavoro, io son rimasto qua pur avendo fatto domanda anche io per andare via, andare in Australia. Nel frattempo vengo vengo in questo ufficio che c’era già questo ufficio di collocamento per i mutilati e invalidi di guerra, il cosiddetto OMNI, OMNI, e c’era da scegliere, mentre ero qua che chiedevo se c’era qualcosa, qualche lavoro da fare arriva uno che dice che cercano un fattorino dalla ditta Fratelli Lari pellami grezzi. Io prendo al volo questa informazione che parlava con l’impiegato e sono andato subito a quella ditta là, dove mi han preso in prova. Eravamo i primi di ottobre, e siamo arrivati che ‘Può cominciare domani’, ma per cominciare ci voleva, dovevo avere la bicicletta e io la bicicletta non l’avevo, avevamo, non si mangiava, a casa mia si mangiava quando capitava, non è che ci fosse lo stipendio perché ero ero figlio di una vedova, mia mamma, mia mamma, avevo quattro fratelli ma io ero disoccupato, non guadagnava niente nessuno, mia mamma faceva qualche lavorettino in giro per mangiare, pertanto noi i pasti si, si saltavano parecchie parecchie volte. E mi dissero ‘Puoi venire, cominciare anche domani ma devi venire in bicicletta perché come fattorino ti devi spostare’, io la bicicletta non l’avevo. Chiedo in giro se qualcheduno c’ha una bicicletta da prestarmi, una ragazza che allora frequentavo così come amici, la mamma mi dice che era, aveva molta simpatia nei miei riguardi ‘Ti do la bicicletta di mio marito’. Ma io voglio dare qualcosa, non la voglio per niente la bicicletta, dice ‘Beh me la paghi’ abbiamo combinato il prezzo che era una cifra da poco ‘Me li dai poi quando hai i soldi poco alla volta’. E andai il giorno dopo a lavorare, erano i primi di ottobre e mi dicono ‘Se va bene entro il mese la assumiamo in novembre’. Siccome, io che avevo vissuto in un quartiere popolare dove, dove un ragazzino era un uomo, quando andai in questa ditta per loro ero un fenomeno, quando dicevano qualcosa non facevano micca in tempo a dirlo che era già fatta perché mi, tutti i buchi li conoscevo, ero molto pratico. E il 20 di quel mese lì mi dicono che mi assumono perché vado bene, questa è la storia di lavoro, arrivato su questo punto dico con questa ditta, comincio da fattorino, non sapevo neanche scrivere bene, avevo mica nessuna una cultura, facevo dei numeri che non li sapevo neanche leggere io, e lì tutto un lavoro di numeri, si dovesse far dei numeri, far delle distinte così, e cominciai mentre facevo il fattorino nei tempi liberi, un libretto come questo, un notis [sic], riempivo tre pagine di 1, tre pagine di 2 fino ho imparato a fare i numeri. E lì comincio a lavorare, comincio a guadagnare e nel frattempo io facevo anche dello sport, facevo molto il nuoto e corsa a piedi abbiam fatto una combinata a Reggio dove io arrivai primo nella corsa a piedi e terzo nel nuoto, era una combinata provinciale. Allora venni scelto per mandarmi a Roma a fare i giovani, perché lì cercavano, anche perché andar via c’era da mangiare, da vivere, che casa mia si saltava i pasti. E andai a Roma come giovane per fare il pentatlon moderno. Il pentathlonmoderno son cinque gare: nuoto, corsa, equitazione, scherma e pistola. Perciò io andavo a Roma, a Roma mi pagavano tutto un albergo, mi davano le quote da, allora io ho cominciato nel nel ’48, ’49, ’50, nel ’50 addirittura che c’era l’Anno Santo mi davano anche 500 lire, allora 500 lire per la colazione e il trasporto. Per me erano soldi da prender quelli lì. E e io andai per tre volte a Roma, l’Aquila, Napoli come allenamento collegiale. Per me era era un’avventura che, mi pagavn tutto, mi davan sempre attrezzatura [sic] che quando ritornavo dalla, dagli allenamenti collegiali gliela vendevo per prendere un po’ di soldini. E questa è un po’ la pratica come sportiva per cui torno al lavoro. Negli anni ’51 mi chiedono se vado a Roma a seguire la squadra nazionale come giovane e dovevo perdere un mese di lavoro. Io ho detto ‘No’ ho rinunciato a tutto perché per me un posto fisso, dove tutti i mesi prendevo uno stipendio mi interessava di più che lo sport. E allora ho smesso con lo sport, andavo a fare lo stesso a nuoto così ma non più non più agonismo. Nella ditta proseguo per arrivare, fino all’ ’87, ‘50 ’87: fino a 37 anni di lavoro. In quell’epoca da fattorino sono diventato, mah parlo anche in fretta io che bisogna di parlare più piano, dirigente alla produzione, cioè ho fatto una carriera bellissima, i tempi sono stati favorevoli, il lavoro l’ho imparato perché ho incominciato proprio da da, da sotto quasi come operaio solo che prendevo dei numeri così, ho fatto carriera, e a 37 anni ancora da compiere, perché sono andato in pensione in giugno, sono andato in pensione perché con la pensione che percepivo allora, che allora c’era anche un tetto sulla pensione, io prendevo la pensione la pensione più alta che c’era, che c’era un tetto che mi pare che fossero un, due milioni e settecento mila lire, perché c’era i milioni allora. Un operaio guadagnava sugli ottocento euro, erano tre stipendi, e io ho detto posso lavorare, posso vivere senza lavorare, non lavoro, non faccio più niente, il lavoro non posso più far niente, mi licenzio. L’azienda era i dirigenti i padroni che diventavano anziani, perciò dovevi sempre trattare coi nipoti, o con i generi che non capivano niente di lavoro perché io c’ero nato dentro, comunque fino a quando ho un potere nell’azienda sono rimasto e poi son venuto via. Prima di venire via, sei mesi prima, tolsi il mio numero di telefono dalla guida perché le concorrenti, le ditte concorrenti mi offrivano un sacco di soldi per fare questi lavori ma io avevo proprio chiuso col lavoro perché potevo vivere senza lavorare. E c’erano già tutte, e poi son venuto, son venuto in questa associazione, che ero già consigliere ma venivo ogni tanto, e dall’ ’82 facevo anche il presidente perché era morto il presidente, e facevo ero vice presidente e ho preso la carica per fare il presidente. E poi ho dedicato il mio tempo, perché deve pensare che vado in pensione giovane, avevo già una figlia, un nipote e tutta una storia dietro, e di dedicarmi all’associazione perché se ero arrivato a quel punto era merito di questa legge venuta fuori nel ’50. Questa è un po’ la storia fino a quando vado in pensione, pensione poi, nell’ ‘87 vado in pensione do molta attività all’associazione, allora l’associazione era molto viva, si facevano pratiche, tre quattro alla settimana, c’era un’impiegata, ma io imparai molto da questa impiegata, praticamente questa impiegata va in pensione perché c’è, c’è stato nel ’78 questi enti morali da pubblici sono diventati privati. Perciò prima i dipendenti erano pagati dallo stato poi dovevamo pagarli noi, cioè pagarla l’associazione con con le deleghe che ci davano gli associati ma erano pochi soldini, non ci si stava dentro e lei è andata in pensione perché aveva la possibilità di anticiparla al pensionamento perché c’era questa legge. E io son rimasto qua a far l’impiegato a far tutto, siam partiti con molto lavoro poi piano piano son diventato consigliere nazionale nell’80, nel ’93, ci sono stato fino al 2011 consigliere nazionale, poi da consigliere nazionale perché a 80 anni ho detto ‘Smetto di fare consigliere nazionale perché si viene eletti quattro anni per quattro anni e se vengo qua per far solo numero non vengo’, perché io sono di quelli che dice: se c’ho un progetto dice ‘armiamoci e partimo’ ma io son sempre in testa, sono di quelli che quando c’hanno un problema da risolvere mi metto in testa e fin che non l’ho risolto non lo mollo mai, perciò è impegnativo e ho detto ‘Io non, non mi metto, non mi candido più come consigliere, mi, non ne voglio più sapere’. Tanto è vero che a Roma in quel momento, nel congresso del 2011 hanno inventato il collegio dei saggi per tener dentro quei tre o quattro personaggi che uscivano per l’età perché avevamo un’esperienza e siamo rimasti come saggi. E ancora tutt’oggi sono un saggio della presidenza nazionale e vengo anche disturbato parecchie volte perché quando ci sono questi problemi che non si sa dove andare chiedono sempre il parere a me e ad altri due o tre che siamo quelli che han vissuto una vita dentro la presidenza nazionale. Questa la faccenda come vittima civile di guerra. Naturalmente essendo stato, sono anche un partigiano, perché sempre nel ’43, nella caserma Zucchi che adesso c’è l’università, c’era in viale, nel viale della circonvallazione c’era un, un locale sotto terra dove c’erano i magazzini, e lì c’erano delle delle grate grosse quasi diciamo 3 centimetri. Buongiorno Laura.
Unknown speaker: Buongiorno, posso?
GB: Prego continui.
AL: E allora diventai partigiano per questa ragione, ve la spiego come è successo. Io guardavo dentro a queste cantine, vedevo delle cassette bianche e io pensavo sempre a cercare da mangiare, eravamo durante la guerra nel ’43, e io di notte che c’è il coprifuoco, con un seghetto di ferro, ho tagliato questa grata per andare a rubare queste cassette, c’ho avuto quattro o cinque notti per fare questo qua perché c’era la guardia che girava sul muro avanti e indietro e quando si allontanava poi dopo. A un dato momento ho fatto il buco, prendo fuori due cassetti e poi attraverso via Alleghieri [Allegri] che c’era il parco del popolo i giardini pubblici che lì durante la guerra non si facevano potature niente, era quasi una giungla, c’era delle delle siepi così, che noi ci giocavamo come come ragazzi. Vado fuori, porto fuori due cassette e quando ho portato la seconda voglio guardare cosa c’è dentro. Come apro la cassetta ci sono dei caricatori di moschetti, c’è pallottole di moschetto. Allora io cosa faccio: copro tutto, non ci vado più là perché a me interessava il mangiare. In quartiere si sapeva chi era fascista o chi era partigiano, oppure chi aveva simpatia per uno o per l’altro. Io allora sapevo che un certo Franco, Mazzali Franco, adesso so anche il cognome ma lo sapevamo anche loro, dico ‘Veh Franco’ gh’ho det ‘Mè success cost questo e questo, se vuoi andare a prendere oppure dire ai partigiani che c’è il buco là che possono andar dentro a prenderne delle altre se no dentro in quel posto là c’è delle foglie, sotto ci son due cassette’. ‘Cosa dici?’ mi dice lui ‘Cosa dici?’ Io non sono niente, non voglio neanche sapere’. Morale: si chiude la partita lì delle cassette. Finita la guerra, nel ’45, fine ’45 inizio ’46 mi arriva a casa una lettera dove sono riconosciuto partigiano per la lotta di Liberazione. Leggo le motivazioni dove c’è scritto quello che è successo: questo Mazzali ha portato queste cassette, le ha portate in montagna e ha, e ha relazionato come sono avvenute eh, poi andai a prendere questo e quest’altro e allora questa è stata una manovra che m’han riconosciuto perché ho portato delle armi e ho rischiato la vita anche se la mia mente era lì, ma il discorso che viene dopo è che potevo scegliere di andare dai fascisti, e sono andato lì allora sai c’era la liberazione c’era, eran molto riconosciuti i partigiani e allora questo riconoscimento cosa c’è da dire? Che l’ANPI aveva fatto una mensa che era in via San Rocco, dove davano da mangiare a mezzogiorno, una testa, tanti pasti, per tre o quattro mesi. Io quando andavo a prendere la roba di una settimana, me la facevo dare in natura, e la portavo a casa. Non andavo a mangiare lì perché così mangiavano anche anche i miei i miei sorelle, le mie sorelle. E questa è la storia del partigiano, e diventai partigiano, ma partigiano poi dopo di riferimento sei anche combattente perché se sei per terra [unclear] sei anche riconosciuto come combattente [unclear] perciò adesso mi trovo a questa età: partigiano, vittima civile di guerra e combattente. Ma diciamo, a voi che avete imparato la storia com’è. E poi dopo siam arrivati, siam arrivati per questa storia del lavoro poi quello di partigiano, dello sport ne ho accennato così velocemente ma io ero arrivato fino a essere, essere convocato per le olimpiadi del ’64, ’54, così come giovane ma non sono andato perché dovevo stare a casa da lavorare un mese e per me interessava più il lavoro che la faccenda.
GB: Ci può raccontare un po’ della sua vita proprio anche in gioventù, quando lei ha raccontato questo questo episodio della sua vita da partigiano, ma anche proprio la sua vita in gioventù quando poi scoppiò la guerra.
AL: Per arrivare lì. Cioè perché io abitavo in un quartiere Santa Croce, il cosiddetto quartiere popol giost allora che c’era il tesseramento, non c’era da mangiare, non c’era la legna, non c’era niente perché eravamo tutti isolati. Io da bambino, da ragazzo perché 10, 11 anni andavamo a rubare la legna, da lì voleva andare in campagna e di notte c’era sempre chiuso. Le case dei contadini ragionavano in questo modo allora: sentivan del rumore, se eran partigiani tacevano perché pensavan fossero fascisti, se eran fascisti pensavan ai partigiani, perciò noi, giocando su questa mentalità andavamo dietro le case dei contadini che c’era gli alberi con i pali della luce, i pali per tenere su le viti perché allora c’era in campagna non c’era i vigneti come ci sono adesso, c’erano degli olmi, degli alberi e le viti erano attaccati da un albero all’altro e ci mettevano, quando c’era la frutta, l’uva matura mettevano dei pali per tenere su la vite perché c’è appeso, e questi pali finita la vendemmia, li portavano dietro casa [unclear] vicino a un albero. Noi di notte andavamo lì caricavamo il carretto di questi pali, rubavamo, e poi andavamo in vicolo Venezia, c’era Zanti allora che era un falegname che però aveva un macchinario grosso, tagliavamo la legna e la vendavamo, perché come andavi fuori col carretto di legna c’era chi comprava la legna perché, e la legna la vendavamo per il valore che c’era allora e coi soldi che si prendeva portavamo portavamo a casa per mangiare, questa è un pochino la storia da 10 a 12, 13 anni. E poi c’era che di, io avevo un cugino che era della polizia ferroviaria, un giorno mi dice che ‘Stanotte passa una tradotta di carri dove ci sono delle patate sopra, tu vai lì a quell’ora che ci sono io di guardia, puoi rubare le patate ma non tagliare il telone del vagone’. Io di notte vado lì, slego il tendone col caretto lo riempio di patate. Le patate allora era oro, era una cosa, c’era il pane e le patate. In pratica saran stato due quintali di patate tutte prese dal camion dal vagone con una borsa sul carro, sul carretto. Andato a casa, le metto tutte sotto il letto, perché c’era 20 centimetri di patate sotto il letto perché, oh, era oro! La mia famiglia era sfollata a Rivalta, perché durante la guerra siam stati sfollati a Rivalta e a Sesso, però io pran delle mattine ero sempre in città perché dovevo sempre cercare di procurare qualcosa, ero l’uomo di casa, c’era mia, la mia famiglia era formata da me, mia mamma, mia cognata che aveva poi, mio fratello era stato portato in Germania con una bambina e mia sorella con un figlio che suo marito era stato portato in America perché era un pilota ed era stato rimasto prigioniere in America. Perciò una famiglia di cinque o sei persone che si viveva con dei, di quei soldi che si prendeva facevamo il mercato nero, compravamo il sale a Salsomaggiore, andammo a Salsomaggiore in bicicletta, io e mia sorella, veniva in bicicletta con 20 o 30 chili di sale su la bicicletta. Ma venire a casa c’era da stare attenti perché se ti trova la polizia ti sequestravano la roba, perciò era. Questo qua e poi si veniva a Reggio, si vendeva il sale e coi soldi si andava a comprare la farina che solitamente c’è un mugnaio a San Polo che la vendeva, e andavamo a San Polo a pendere la farina. Si viveva in questo modo proprio si cercava in tutti i modi di vivere e tutto veniva da quei soldini che si prendevano a vedere la legna. Naturalmente prima di venderla allora riempivo la cantina per averla anche per noi durante la, durante la notte. Perciò durante la guerra con questi escamotage io era arrivato che a casa mia si mangiava abbastanza bene. La tessera ci interessava poco perché i soldi col mercato nero, un po’ con quelle patate lì si sbarcava il lunario. Mi ricordo che uno zio che ogni tanto veniva da me a chiedermi un po’ di legna, veniva con una bicicletta e un carrettino dietro, quelle quei tricicli dietro caricava un po’ di legna perché la trovava solo a casa mia la legna. E questo è quello che è successo lì. Ancora prima, sempre tornando indietro abitavamo in una casa in via Cavagni, che era il quartiere più maledetto di Reggio, delle prostitute, via San Pietro adesso c’è via, lì c’era via Cavagna, adesso non so come si chiama dove c’è il cinema Odeon, quella zona lì, e abitavamo lì. Il padrone ci ha ci ha ci ha mandato via perché non pagavamo l’affitto. Naturalmente viene i carabinieri [sic] che c’era allora, mettono il sigillo sulla porta e ci portano a Le Quattro Stagioni. Le Quattro Stagioni era un albergo che lì, dietro dove c’è, adesso c’è le Notarie, le Notarie come si chiama, lì, lì c’era l’albergo c’era Le Quattro Stagioni. Allora in quell’albergo lì era un po’ malfamato, quegli alberghi da poco c’era mia mamma e mia sorella che abitavan lì, che erano lì. L’altra cognata era andata a casa di sua mamma e io son mandato a casa del mio zio che avevo allora otto anni ed è stato l’unico periodo fino a quella età dove si mangiava da mio zio mattina pomeriggio, sera, faceva il fruttivendolo, frutta. Credo che siano stati i momenti più belli della mia vita, me li ricordo ancora adesso perché era raro che a mezzogiorno si mangiasse a casa mia e invece lì andavi a casa c’era tutto, sì, una famiglia normale era. Questo un episodio di quello che sto raccontando. E poi veniamo dopo al periodo di guerra naturalmente quando io andavo a legna, andavo a fare il mercato nero, perchè c’erano anche i bombardamenti, i mitragliamenti e voi capite che quando si andava in campagna, si andava a chiedere la legna ma noi le fascine, [unclear] si fatta una fascina, invece di prender una fascina prendavamo i pezzi di legna, perché interessava quelli. Ma quando viaggiavi sulle strade che allora le strade erano bianche, le macchine non ce n’era come c’è adesso, c’era una macchina ogni tanto poi, sulla strada si vedeva, ogni tanto venivano gli apparecchi, si buttava giù, mitragliavano si, noi andavamo dentro ai fossi, ci sdraiavamo lì ed è capitata una volta o due di queste cose ma di solito facevamo delle strade che erano un po’ protette dagli alberi stavamo attenti perché eravamo ragazzi ma eravamo molto con le antenne fuori e succedeva questo e i bombardamenti e mi mitragliamenti li abbiam provati tutti. Tanto è vero che già adesso guardiamo un pochino quelle, già i primi tempi nel ’43 c’è stato i primi bombardamenti in via Gorizia che l’obiettivo era la centrale elettrica in via Gorizia poi le bombe cadevano un po’ dappertutto in via Oslavia, in via via Gorizia, tutta quella zona lì, via Bainsizza era era quell’obiettivo in quella zona lì, e che poi la centrale non l’hanno mica presa, ma anche lì ci furono 7 morti e 11, 12 feriti, primo bombardamento in luglio del ’43. E noi li abbiam vissuti perché dove c’era del movimento eravamo noi ragazzi eravamo lì subito, i primi giorni eravamo già lì, appena il bombardamento si andava a vedere. Perché c’era sempre qualcosa da trovare, o un travetto di una casa che poi tagliavi per bruciare perché era questo. E questo qua è il primo bombardamento, e poi dopo, e poi dopo [pause] e poi dopo si arriva anche ai bombardamenti che ci sono stati il 7, l’8 gennaio. E quelli sono stati bombardamenti molto pericolosi ma sempre con lo spirito dei bambini come, bambino ragazzo come ero io che, era quasi divertimento perché, ci si pensava a tutto fuorché che venisse una bomba in testa, ma sentivi gli scoppi, questa era eravamo proprio dei dei, degli scugnizzi eravamo. E lì la sera del 7 gennaio, io abitavo in via Bellaria, sempre lì a Santa Croce, verso le otto e mezza, le nove ci stiamo, sentiamo l’allarme perché l’allarme suonava quattro o cinque volte al giorno, preallarmi erano, e si scappava da una parte e dall’altra e si correvano nei rifugi, e i rifugi all’epoca erano le scuole De Amicis, quelle che sono in via, via Leopoldo Nobili mi pare, quelle scuole lì c’era, una scuola di disegnatori, c’era le professionali e le commerciali, poi c’erano le elementari, e sotto lì che era un rettangolo si entrava da due parti, ma sotto si girava tutto questo questo perimetro, c’era dentro le panche, insomma un rifugio, proprio ce n’erano parecchi in giro di questi rifugi, anche nelle case private c’era la stemma con ‘rifugio che quando c’era un allarme potevi correre là dentro. E lì, col, scappiamo tutti, arriviamo tutti al, vediamo questo preallarme, ci facciamo fuori dalla finestra che c’è l’oscuramento, le finestre eran sempre chiuse perché i fascisti guardavano se c’era una finestra aperta, pensavano che tu facessi dei segnali agli apparecchi c’era anche il rischio di essere chiamati al fascio perché ogni quartiere c’era il fascio fascista. E un po’, un po’ come le chiese, che le chiese in ogni quartiere c’era una chiesa, questa qua è una cosa politica della vita che io ho capito col tempo. Eh, e lì i fascisti avevano messo un fascio per ogni quartiere, lì in via, in via, nella zona di via del Pozzo, via Mari c’era il il fascio. Il fascio era sempre al corrente di tutto perché c’eran le mogli dei fascisti che abitavano nel quartiere andavano a dire, questa qui è una brava persona ci puoi dare il pacco perché c’era il pacco per mangiare, il pacco Natale, era così come sono le dittature insomma, a quell’epoca. Allora lì venni, avemmo, abbiamo questi bombardamenti e siamo scappati tutti dentro questo rifugio. Il mattino ci alziamo, il 7 gennaio i bombardamenti colpirono la zona di via Roma, piazza San Prospero, l’ospedale, il mercato coperto, le carceri di San Tommaso ci furono un sacco di morti anche lì, l’ospedale Santa Croce fino alla via Antonio Veneri, fino dalle parti di là dalla ferrovia via Antonio Veneri. Questo fu il bombardamento del 7 della sera. Naturalmente per l’indole che avevamo, che avevo io che quando era al mattino uscivo di casa per cercare sempre qualcosa, mi ricordo bene che in viale Piave guardando dentro in fondo all’ospedale dalla parte di via Piave dove c’è adesso il campo del popolo dove c’è il monumento lì, lì c’era la camera mortuaria, portavano i morti, quella strada che dalla polizia va al carcere, va al il, [pause] va nel, la memoria ragazzi, scusate l’età ma è questo qua dove va nel parco del popolo, lì c’è quella strada che andava lì, in fondo era chiusa ma per, per i funerali, si andava lì per andare, partendo i funerali dall’ospedale, la camera mortuaria era proprio in fondo con un cancello che dopo lì c’era poi, adesso ci han fatto il parco. E lì guardando tra le mura, perché c’era una mura, bombardata, rotta, si vedevano i pezzi di morto lì, perché le bombe avevano colpito lì c’era un padiglione che costeggiava tutto dietro la chiesa dove c’erano i malati di polmoni quella roba lì che anche lì ci sono stati un sacco di morti. Io questa scena ce l’ho ancora in mente, perché andavo a vedere se c’era qualcosa, eravamo lì, e quando c’è un po’ di casino c’eri dentro e arriviamo lì e vidi questo. Poi a mezzogiorno suonò ancora l’allarme, suonò ancora l’allarme, si corre tutti all’ospedale, da notare poi che imparai col tempo che solo gli inglesi bombardavano di sera, gli americani no, gli americani di giorno e abbiamo saputo dopo che quelli della sera erano gli inglesi che avevano bombardato Reggio, che mi pare che fossero anche, beh sì colpirono via Roma, e non mi ricordo il numero degli apparecchi ma l’ho letto in qualche parte e mi pare che fossero una novantina di apparecchi che bombardarono la sera gli inglesi. A mezzogiorno invece suonò l’allarme dell’8 gennaio, come tutti tutti paura della sera corriamo tutti nei rifugi, e nei rifugi c’era tutto il gruppo familiare che oramai era lì ma io oramai ero sempre in giro per il rifugio per il, per il rifugio, siccome era molto largo, giravo da una parte all’altra. Cominciano i bombardamenti là proprio si ballava dentro a questo rifugio e mia mamma preoccupata perché siccome da un’ala all’altra c’erano anche 2 - 300 metri potesse scoppiare una bomba lì e non sapere niente e lì mi cercavano e io ero in girò là, il rifugio non è stato colpito, ma in quel bombardamento colpirono una casa lì, la zona Curti, in viale Piave, perché lì c’è da fare anche la storia. Viale Piave adesso dove c’è, dove c’è quel distributore lì c’era le case Curti e lì una bomba colpì in pieno un rifugio dove ci furono tanti morti, ma ma sempre lì che c’era di fronte, il foro boario allora era lì c’è, dove c’è adesso il, la la mutua quelle scuole lì, lì c’era il foro boario cioè c’era un capannone che chiudeva tutta la, recintato tutto con un cancello che di qua andava fino a via Monte San Michele fino in fondo. Una parte c’era un capannone tutto chiuso per i maiali e lì fuori c’eran tutte quelle transenne di vetro dove portavano le mucche, le mucche da vendere. E mi ricordo che all’epoca c’eran delle donne che giravano in mezzo a queste bestie che le mungevano, potevano prendere un po’ di latte perché le portavan lì per vendere potevano questo. Era questa era la scena che si viveva: si cercava da mangiare dappertutto. Queste sono scene che io ho vissuto e poi conoscevo anche le donne che andavano perché quando le vedevo ‘Am det un gos ed lat?’ [mi dai un goccio di latte?] prendevano un mescolino e mi davan da bere, questa era un po’ la storia. Questa la questione dei bombardamenti. Questi bombardamenti hanno fatto si che i morti sono stati circa 200, eh i morti furono tra feriti e morti circa 500 tra morti e feriti: 261 morti e 256 feriti, e questo lo so perché sempre l’attività che si faceva con l’associazione, noi abbiam chiesto, abbiam fatto un ossario nell’ospedale, nel cimitero, comunale questo che c’è qua in via Beretta, e abbiam l’ossario che son 244 celle per i, per i morti. Molti sono stati messi subito, sono stati raccolti dalle varie, dalle varie tombe poi li han portati lì, col tempo poi molte son state prese via le ossa che le han portate poi nelle sue, nelle tombe di famiglia ma ce n’è ancora delle cellule vuote ma c’è ancora l’ossario là che poi nel nel ’70 dopo quando l’ente è diventato pubblico, da pubblico a privato che non potevamo più mantenere questo ossario e l’abbiamo dato al comune perché sa c’era [unclear] la luce da pagare, c’era da tenerlo pulito. Fin quando e era pubblico mandavamo uno, faceva la fattura, si pagava, pagava lo stato, dopo dovevamo pagare noi, avevam mica i soldi, abbiamo fatto una convenzione col comune l’abbiamo donato al comune ma l’ossario è stato fatto dalle vittime civili di guerra. Quello quello che è successo è, tutti questi morti, su 261 una buona parte sono andati lì perché l’abbiam riempito, c’era rimasti sette otto vuoti erano di nostra competenza, potevamo darlo a chi volevamo ma non abbiamo poi fatto niente. Si potevan dare non so, poi quando è morta mia mamma potevo metterci mia mamma ma non lo abbiamo fatto perché era rimasto vuoto dall’inizio e non lo potevo occupare dopo perché fatti bellici non ci sono più stati dopo quel momento. E quella è la storia dei bombardamenti, e da quelli poi dopo col tempo con l’attività che ho fatto come presidente vittime civili di guerra, e con un grande impegno prima di tutto di Istoreco, ma allora c’era Orlandini che era direttore, avevamo un bel rapporto con Amos Monti anche, Amos Monti perché abbiamo cominciato con lui ad avere una attività con Istoreco poi son nati con Istoreco e con Istoreco è nato anche i Viaggi della memoria, ma i Viaggi della memoria bisogna dirlo perché son rimasti in poco, è stata un’iniziativa del presidente dell’ANPI allora Carretti si chiamava che è stato sindaco a Cadelbosco Sopra. Carretti e Landini, che sono io, non perché io avessi avuto l’idea ma siccome in questa in questa uffici c’erano i combattenti e reduci, i mutilati di guerra e gli invalidi civili di guerra e facevano parte della confederazione, e allora quando c’era da andare da qualche parte mi delegavano, i mutilati e i combattenti, di rappresentarli. Pertanto io in rappresentanza di questi tre uffici dell’associazioni combattentistiche e con Carretti abbiamo auto le prime riunioni in comune e in provincia, che allora c’era la Spaggiari come sindaco, nel ’95 cominciamo e si organizza il primo Viaggio della Memoria che viene fatto nel ’99. Siamo andati a Mauthausen, ma quel viaggio lì è stato tutto organizzato da Istoreco e l’Ampi prima di tutto, perché l’Ampi era già era già nel settore perché faceva quei viaggi e portava in giro della gente, faceva come un’impresa di viaggi, di viaggi. E allora organizza tutto l’Ampi ma tutto a spese di privati, qualche sponsor, in parte il comune e la provincia ma oggi nel 2017 è diventata un’istituzione, noi dall’epoca, dal 2000, dal 1999 questi Viaggi della memoria sono stati fatti tutti gli anni e più di 11 mila studenti di terza e quarta superiore son stati portati in giro per l’Europa e lo scopo di Caretti e il mio perché oramai era entrato nell’argomento era che si pensava ‘Questi qua sono i futuri dirigenti del paese, anche se un 10% di questa gente si ricorda quello che ha visto porteranno porteranno la memoria agli altri’. Questo era il nostro scopo e noi pensiamo di averlo risolto molto bene perché questa questa situazione continuerà per sempre e ogni anno si aggiunge mille persone, ma non le mille che si ripetono, non facciamo la storia dei 10 milioni di baionette che era sempre quel milione che girava, lì son sempre gente nuova e c’è sempre la mentalità, un torrente che corre, e questa è una grande soddisfazione. E io da quando poi ho cominciato a fare il dirigente delle le vittime civili di guerra, tutti tutti i posti che mi trovavo dicevo di questa esperienza fatta a Reggio che credo ce ne sia poche, perché molti fanno un viaggio da Auschwitz a Berlino, a Mauthausen a Dachau o a Buchenwald ma ci vanno per ‘na gita, roba di una giornata o due. Ma invece questo qua è diventata una istituzione, dove c’è sempre un argomento, sempre una ragione perché si fa questi viaggi, e si va sulla storia perché io che ho fatto, son stato tre volte a Berlino dal 2001, 2005, 2010 e si vede anche come si comportano in altri paesi, che vedi la differenza anche della mentalità dei popoli, perché. Io mi ricordo che Berlino del 2000 c’era la zona di Brandeburgo che andava giù, la parte sinistra tutta bombardata non c’era niente e si parla coi dirigenti da loro, dicevano ‘Qua ci sono dei progetti e si faranno in poco tempo’, nel 2005, dopo cinque anni era già stata tutta ricostruita, che ci han fatto tutte le varie ambasciate, di tutti i paesi perché era destinate a quelle, la Germania funziona così. Ma non solo le han progettate, in cinque anni son state fatte. E tutta questa zona che nel 2005, c’era uno spazio vuoto e chiedo il perché c’era questo spazio vuoto e quell’accompagnatrice ci dice ‘Perché lì è la zona del’, era la rappresentanza commerciale americana. Ma dican gli 800 metri, gli 800 metri, 800 metri a tutti, gli americani eran troppo poco, non lo volevan fare. Ma la Germania ha detto ‘Questo fate quello che volete’ poi dopo han fatto l’ambasciata da un’altra parte, lì han fatto una cosa commerciale, ma nel 2010 l’ha fatta anche quella. Ma nel 2005 si parlava del museo dell’Olocausto, quello che a sinistra di Brandeburgo, la questione della Shoa, ma nel 2010 era fatto ma è una cosa che se, bisogna vedere il volume del lavoro, poi abbiamo visto altrettante cose ma mi ricordo queste tre cose perché son passati cinque anni, passati cinque anni. E lì si diceva questo ‘Qui in Germania quando si fa qualcosa si programma, si fa le spese, e devon esser quelli, il tempo e le spese. E là funziona così non è come noi che quando comincia non ci son più soldi, se li han mangiato prima. Questa è un po’ quella storia che mette un po’, perché io non so se dobbiamo fare un’intervista sui bombardamenti o su quello che è successo da allora, perché stiam parlando un po’ di tutto, io salto un po’ da palo in frasca, ma.
GB: Beh se vuole torniamo un attimo sulla parte storica che lei ci raccontava e se le va anche di raccontarci un pochino com’era ehm l’atmosfera durante questi, non solo i bombardamenti ma proprio durante la guerra anche con la sua famiglia per esempio, come veniva percepito non so l’intervento degli alleati per esempio.
AL: Ma, si chiama Liberazione! Ma perché tutto il resto in quell’epoca era tutto, era tutto guidato da dal fascismo. Perché famiglie come le nostre che han bisogno di assistenza, voi pensate che io, sempre da bambino, avevo dieci anni, si andava a nuotare nella Modolena, ogni tanto ci son delle vasche che raccolgono la ghiaia e si andava a nuotare lì, si imparava a nuotare lì e siccome ho fatto anche gare di nuoto ho imparato a nuotare lì. Un giorno seduto sul muretto, vedo un ragazzo che si sta annegando, perché era più piccolo di me, io da [unclear] toccavo, lui no. Allora son saltato dentro con calzoncini e canottiera perché ero sempre scalzo, in aprile ero sempre scalzo. Salgo, lo porto, lo porto a riva, questo qua butta fuori l’acqua dopo, e va a casa. Va a casa e lo dice a suo padre quello che è successo. Suo padre lo dice al fascio, mi chiamano, mi danno una onoreficenza, mi fanno non non Balilla, ma Moschettiere, perché avevo fatto un atto, questo funzionava così allora le cose, bastava che tu facessi qualcosa a favore del fascismo che c’era già una corona intorno a te, era fatto così. E pertanto, queste cose io le ho vissute perché sono diventato, nel ’44, ma quando mi han chiamato il fascio mi han cominciato a dire ‘Perché tu non vieni al sabato fascista?’, io non sono mai andato al sabato fascista. Ma io non c’ho neanche i calzoni, non c’ho neanche la camicia, non c’ho il berretto con, non c’avevo niente. Allora, un buono dove c’è la GIL adesso, sotto c’era il magazzino del del dei fascisti, allora mi dan tutta la roba nuova: maglietta, cappello, ma non li ho mai messi perché dopo il ’44 [sic] scoppia il 25 luglio che allora eravamo sfollati assieme a casa di una nostra cognata a San Maurizio e mi ricordo bene questo 25 luglio che sempre come ragazzo, che io come mi alzavo dal letto e uscivo di casa ero ero uno sbandato. Andammo lì a San Maurizio dove c’era la casa, del popolo, casa fascista che c’era gente che portava via le macchine, da scrivere, le gomme così ecco, io non ho preso niente perché allora ero a casa di una famiglia che si dormiva in cinque in un letto, eravamo come degli zingari, ecco non c’era niente da rubare. Questo succede il 25 luglio del ’44 [sic], poi c’è l’8 settembre. L’8 settembre ero sfollato a Mancasale, al mattino vado da casa del contadino vado alla locanda di Sesso, che andavo a prendere qualcosa mentre vado lungo lungo la la strada, sempre strade di campagna, strade bianche, si andava a piedi, fare tre, quattro o cinque chilometri a piedi era cosa normale, non era che come adesso che ci vuole la bicicletta o la macchina. Mentre vado là viene fuori dal filare di di frumentone, di mais quelle piante lì, dei soldati che erano scappati dalla caserma Zucchi, erano cinque e andavano a prendere la stazione a Sesso, a Sesso c’era una stazione che li portava a Boretto così, perché loro si avvicinavano per andare a casa, erano milanesi. ‘Guardate che alla stazione c’è il posto di blocco, c’è i tedeschi là, vi portan via’ ‘Cosa facciamo?’ ‘Venite con me’. Li ho portati a casa di un contadino, i contadini allora in campagna, lontano da casa facevano i rifugi, facevano una buca li coprivano [unclear] guerra. Li porto a casa di questi contadini, questi contadini li vestono in borghese, ci dan della roba, in borghese poi allora eravamo in settembre bastava un paio di calzoni e una maglietta, c’era caldo allora, e questi qua mi ricordo che mi dicevan sempre ‘Quando è finita la guerra ti chiamiamo a Milano’ perché per un reggiano andare a Milano è come adesso andare a Casabianca insomma era così. E allora io ero contento perché avevo portato questi qua. Questo qua è successo l’8 di settembre era proprio quel giorno che è scoppiato, una giornata di sole mi ricordo la strada che facevo dove son venuti fuori. Son tutti episodi che nella vita li ho vissuti e mi son trovato, poi veniamo alla mia categoria di vittima civile di guerra, come rimasi, come rimasi ferito. Dunque, sempre tornando a quei ragazzi di strada, gli scugnizzi chiamiamoli adesso. Il 23 aprile del ’45, il 23, io un giorno prima so che le caserme sono state vuotate, i tedeschi e c’era i carabinieri, c’era il commando dei tedeschi li ho visti alla sera che facevano le colonne che andavano verso il Po perché scappavano, perchè c’era la Liberazione lì che arrivava. E uno, sempre questo Mazzali Franco mi dice che la caserma Zucchi c’è rimasto due soldati e basta perché son scappati tutti. Allora io che avevo fatto quel buco, sapevo che da lì potevo entrare dentro la caserma, io e altri due miei amici che adesso sono morti ‘Vin mèg c’andom’ [vieni con me che andiamo] perché nella parte dove adesso c’è l’università la parte proprio in fondo vicino alle mura, verso viale Piave verso diciamo la circonvallazione, lì c’era la cucina e poi c’era la caserma che aveva il capannone che adesso c’han fatto l’università. C’era la cucina allora da quel buco che l’abbiamo, loro l’avevano tappezzato in qualche modo allora l’abbiamo riaperto e da lì siamo andati in cucina, in cucina c’era ancora pezzi di formaggio, pezzi di roba perché, e poi c’era una camerata dove dormivano i cuochi. Io mi ricordo che i letti non erano fatti con i materassi, c’erano dei sacchi con dei, con delle, del pagliericcio dentro eran quelle, le cose delle delle pannocchie, quello delle pannocchie, che mettevano, quello lì era quello che ci mettevano dentro. Noi abbiamo vuotato tutte queste qua perché era stoffa, che allora non c’era neanche la roba lì. E abbiam cominciato prima rubandogli in cucina, poi abbiamo, siamo, questo qua succede il 23, due giorni prima del ’45 [sic]. Alla sera ci accorgiamo che possiamo andare anche oltre la la cucina perché c’erano quei capannoni che c’era dentro, cioè cui capannoni. Arriviamo, il primo capannone che c’era tutta roba da mangiare, il magazzino, e lì c’era: olio, farina, pasta, tutta roba da mangiare, e cosa succedeva, andiamo dentro, un sacco di farina che era mezzo quintale non riusciamo micca a portarlo, buttavo per terra e quella portammo fuori. Lo stesso era con l’olio, l’olio era troppo pesante vuotava per terra [unclear]. E lì ho cominciato a rubare, poi dopo le mie sorelle che erano a casa anche loro il 24, tutti tutti assieme a rubare. Il secondo capannone, quando vai dentro alla caserma, adesso lì c’è l’università, c’è un corridoio da una parte con un capannone e poi c’è un altro capannone. Quell’altra parte era tutta roba di vestiario, e lì sempre, ero sempre uno dei primi ad arrivarci perché ero stato, prima nella cucina, prima andavo di là con gli amici e con le mie sorelle, arriviamo in questo capannone che ci sono tutta roba di vestiario, sigarette, cuoio, tutta roba. Allora io vado con le mie sorelle col carretto perché il carretto rimaneva fuori con la mia sorella più giovane e quell’altra mia sorella portava fuori le robe sul carretto. Abbiamo fatto un carretto di roba portata a casa, che noi poi avevamo preso una camera, preso una camera vuota in via Franco Tetto dove per i bombardamenti avevamo pianto lì, abitavo in via Bellaria in un secondo piano vicino ai tetti. Andiamo là, ho riempito, in quella giornata abbiam riempito quella camera giù piena di roba. Venti cose di cuoio, sacchi di sigarette, sacchi di, perché riempivo un sacco di calzoni, calzoni coloniali, quella roba lì, nel ’44 [sic], nel, sì nel 24, il 23 è successo questo e sempre in questo movimento, questo qua ho sbagliato il 24, il 23, sempre il 23, ho cominciato il 22. Mentre faccio questo movimento c’è, portavo roba nel carretto, poi c’è una che mi dice che era la Caselli dice ‘Mi presti il carretto? Che mentre tu prendi la roba io vado a, porto a casa là’, perché via Bellaria era dall’altra parte dei giardini, roba di 10 minuti. Quando è finito tutto, che io avevo già fatto un sacco di roba con mia sorella più giovane lì che stava attenta alla roba portavan via tutto, le macchine, i copertoni, tutto tutto c’era proprio l’assalto alla dispensa insomma. Arrivato questo, io vado a cercare questa Caselli per farmi dare il carretto, c’è un gruppo di gente, vado a vedere, se lì, come arrivo lì scoppia, c’è uno della San Marco quei quei fascisti che avevano quel cappello fa scoppiare una bomba e io rimango ferito lì, è lì che rimango ferito, ferito alle gambe, poi la bomba è scoppiata per terra, c’era la ghiaia non c’era l’asfalto. Io ero scalzo, le scarpe le avevo legate vicino, scarpe da tennis perché allora era già, e si cercava di sciuparle poco perché dovevano fare due o tre annate, non è che te le portavi anno per anno. Mi portano all’ospedale con il rischio di togliermi, di tagliarmi le gambe, perché le gambe erano nere, con la polvere con il sangue così. Invece dopo una settimana mi mandano a casa perché c’era un pronto soccorso uno, di fianco al [Teatro] Municipale, e io abitavo in via Franco, in via Bellaria e da lì poi andar lì a piedi mi medicavano lì. Questa è la storia della mia ferita ecco. E poi come si viveva allora, ma si viveva alla giornata, lì mi ricordo che c’era un fascista che nel quartiere, era una brigata nera che diceva che ‘Se trovo un partigiano ci mangio il cuore’. Però quando c’era qualcosa, perché nei fascisti, lì nella zona di Santa Croce ‘al popol giost’ via Bellaria, via Franco Tetto, via Borgo Emilio, mettiamoci anche via Ferrari Bonini. Quando c’era i rastrellamenti, perché facevano spesso i rastrellamenti, appena appena arrivavano nella zona del quartiere lo sapevano già tutti, perciò non venivano più perché non ci trovavano mai nessuno, lì si passava da Franco Tetto a Borgo Emilio da una casa all’altra perché c’eran tutti i giri. Come c’eran in giro i fascisti che arrivavano perché cominciavano a chiudere le strade, la prima cosa che chiudevano nel quartiere non trovavano più nessuno, erano già andati tutti. E allora era un quartiere che era abbandonato a sè stesso e lì c’era questo fascista che quando c’era qualche problema perché prendevano un figlio, una cosa e l’altra, si andava da lui, lo chiamavano al tripulein, il tripolino perché lui veniva da Tripoli. Lui come brigata come brigata straniera [unclear] si faceva venire a casa, ma nel quartiere era conosciuto come una persona che faceva del bene a tutti, poi finita la guerra, dopo tre giorni è sparito e l’hanno ammazzato, perché chissà cosa ha fatto. Ma nel quartiere quando c’era qualche problema di natura politico così andavi da lui. E questo succedeva anche con la legna che andavo a rubare e tagliare. Questi gruppi di fascisti quando avevan bisogno di legna venivano a di via da Zanfi [unclear], sequestravano il carretto, ti portavano dentro, di facevano scaricare la legna, ti davano due schiaffi, sia tuo padre che tua madre e poi dopo ti lasciavano andare ma lo facevano perché volevano la legna questi qua. Ma poi se succedeva che ti tenevan lì c’era qualcuno che diceva a questo tripolino che veniva, ti faceva andar via col carretto, la legna no ma il carretto ti mandava a casa. Perciò era considerato una persona che faceva del bene a tutto che poi dopo l’hanno ammazzato come un po’ un gatto selvaggio insomma. Questo è un pochino tutto quello, poi cosa volete sapere?
[whispered speech]
GB: Ehm, un po’ in conclusione com’è, com’è cambiata anche la sua percezione di quello che lei ha vissuto durante la guerra, cosa che lei ci ha anche detto prima, no? Però dato che l’ha vissuta che era un ragazzo, grande però era comunque un ragazzo molto giovane, com’è cambiata la sua percezione negli anni di quello che era successo.
AL: Diciamo che si viveva di, molto diversamente allora, e non c’era, c’era una solidarietà che era enorme. Mi ricordo che c’era uno lì che, noi andavamo a casa, abitavamo a casa, in via Bellaria numero, numero 9, c’era uno che abitava in via Bellaria di fronte a me, un uomo che mancava una gamba, ed era marito di una che faceva la fruttivendola in via Cappuccini. Molte volte che venivo a casa, a casa perché ero sempre in giro, a casa c’ero poco, a dormire e basta perché ero sempre in giro, mi ricordo, e questo me lo ricordo adesso come ho parlato prima della camera mortuaria con la pezza di carne dei morti là in mezzo le macerie, si chiamava Ferruccio questo qua, era sempre, abitava a pian terreno, quand al feva da mangiare lui era lì in cucina ‘Ve Buti fermet chè che at dag un piat ed mnestra’ [Buti fermati qua che ti do un piatto di minestra] perché mi chiamavano Buti nel quartiere, sono alto così. E i maccheroni di Ferruccio ce li ho ancora in mente perché un piatto di maccheroni da lui era come un pasto di Natale, ‘na cosa per me, casa mia as feven rarameint cal cosi lè’. Per dire qual era la solidarietà d’allora ma di tutte le famiglie, se uno aveva bisogno, uno abitava al primo piano, anziano passava uno si fermava ‘Veh hai bisogno di qualcosa che vado in via Roma?’ era così, era una vita di famiglia, tutto aperto, non c’era chiavi, non c’era niente da rubare, cosa cosa, era così la vita, era proprio una famiglia intera. E c’era qualche gelosia, per cose altro ma si sbrigavano in una lite, in fuori, fuori dalla dalla di casa poi dopo tutto il resto tornava come prima, ecco era una cosa normale. Poi c’erano questi artigiani che se capitava di avere bisogno difficilmente ti chiedevano la paga, venivano come amici, come amici, è una vita che non, ma adesso non è più così, ma io poi che l’ho vissuta un pochino negli anni perché son sempre stato nella, nella quotidianità nella politica, io coi politici non ci ho mai avuto a che fare perché li ho sempre considerati della gente, dei buoni a nulla, nel ca, nel ce, le cose che fanno una carriera per poter vivere bene e avere dei privilegi che della gente poi alla fine se ne frega altamente, qualche d’uno lo fa anche con la coscienza a posto, proprio per fare per aiutare, ma sono più gli arrivisti che quelli che lavorano proprio per la gente. Io che faccio della della solidarietà per, di questo lavoro, lo faccio e non prendo niente, e lo faccio volentieri perché non è che abbia bisogno di essere portati su una poltrona e coperto dall’oro, devo avere la coscienza a posto, libera, a posto deve essere a posto, sentirmi gratificato io per quello che faccio. Quando faccio un piacere a qualcheduno lo faccio a me stesso perché mi sento gratificato e ce n’è poca gente così, la gente mira sempre ai soldi, sempre cose che poi alla fine quando muori non te le porti a dietro, rimangono lì, cosa se ne fanno la gente di stipendi di 10, 15 mila euro al mese quando c’è gente che non mangia, ma perché con tutti questi politici che vogliono fare il bene del popolo non fanno micca una legge dove dire ‘Al massimo vi diamo 5 mila euro al mese e il resto li teniamo per gli altri’ non succede, perché tutti i politici lavorano per il bene del popolo, ma non per il suo bene. Sempre quei viaggi a Berlino, siccome eravamo dei dirigenti noi, si andava, perché quando si accompagnava queste scuole c’era il gruppo, il terzo gruppo, che andavan via i dirigenti, i politici così. Io andavo sempre in questi gruppi perché tutto sommato io sono un presidente di una sezione eletto dal popolo, pertanto sono, in base alla costituzione, sono un cittadino, sono l’apice, pertanto io mi sono trovato in mezzo a delle autorità così che poi le considero persone normali, e mi ricordo che abbiamo avuto un incontro in Bundestag ci han fatto vedere come funziona il Bundestag. Alla sera alle sette, accompagnato da un gruppo di persone come funzione, il Buntestag se ve lo ricordate è una cupola dentro c’è, in alto, c’è una scala che gira a cos che vai fin su per vedere, e poi c’è il parlamento sotto. Il parlamento sotto che sono 300, 350 persone, c’è il governo, c’è gli eletti, e poi c’è un gruppo di mediatori chiamiamoli: lì ci vai con una legge, si discute, si mette i voti e poi c’è. Ma lì si propone la legge si fa entro il giro di 15 giorni si decide tutto, o si o no. Oppure si chiede il parere di questa gente che poi può essere l’ago della bilancia. Cosa prendan questa gente? E allora, all’epoca mi pare 2010 o 2005 prendeva massimo 5 mila euro al mese però tre giorni in parlamento, due giorni nel quartiere dove sei stato eletto. Se tu nei tre giorni manchi due giorni, non prendi più la quota del parlamentare, se nei due giorni, naturalmente ci sono le ferie e anche le giustificazioni, ma là non c’è bisogno di questo perché son persone serie le cose le fanno veramente, la metà. Un commesso là prende il doppio di un lavoratore nostro, cioè se un lavoratore nostro costa 30 mila euro, 25 mila, 30 mila euro, là ne prende 60 là, da noi ne prende 160. Là ce ne vuole uno ce ne mettono un mezzo, qua ce n’è uno e ce ne mettono cinque, perché, che poi che io viaggio anche come come consigliere nazionale, vado il giorno 4 a Roma al senato in un convegno, là quando arriva il ministro nella sala dove c’è il convegno, viene il ministro c’ha quattro commessi da una parte e quattro dall’altra, lui in mezzo viene accompagnato là ma queste quattro, otto persone cosa fanno lì? Questi qua che accompagnano il presidente dal suo ufficio al convegno. Poi nella sala c’è il convegno ci son quattro o cinque là così, che guardano, io vado dentro la prima volta che sono andato perché è già parecchie volte che ci vado, senza cravatta, mi dan la cravatta non posso andar dentro senza cravatta. Poi mentre sono seduto mi dicono ‘Quando va fuori la lascia lì la cravatta’ quando sei dentro questo convegno, questa sala che ascolti il convegno che partecipi, non puoi accavallare le gambe così perché c’è uno che ci dice che non si può. Gente che costa 160 mila euro all’anno, all’anno per far questo lavoro? Ma e poi dove ce n’è uno ce ne mettete dieci? Ecco dove abbiamo, dove va su il debito pubblico, perché se volessero lo mettono a posto in cinque, in cinque minuti in questa questione. Ci si dice ‘Tu prendi 11 mila (andiamo sul netto perché le tasse devon pagarle) prendici 11 mila euro netti, te ne diamo 5 mila in contanti gli altri 6 mila te li diamo di buoni del tesoro scadenti fra 30 anni. A fine mese ti trovi già l’ufficio del tesoro coi soldi non pagati, pagati con della carta senza soldi che puoi già metterli in economia, diminuire le tasse, fare, dare più soldi a chi lavora e così avvii anche l’economia perché la gente più soldi spende. Queste cose i politici devi fare, non le fanno perché son loro che hanno i benefici. Questo qua è uno sfogo eh!
GB: [laughs]
AL: Per tanto che io che c’ho una certa età che ho vissuto varie correnti, vari momenti alla fine è sempre la stessa cosa, tornando sul discorso di prima che la chiesa mette una chiesa di quartiere, il fascismo una casa del popolo ogni quartiere, a sinistra una cellula per ogni quartiere cioè è la storia che si ripete, perché il quartiere è, è la porcilaia dove tiri su i maiali o le pecore, perché devi coltivare, devi mangiare su quella gente lì, è così che funziona. Allora allora ecco perché un dato momento quando parli dei, cerchi dei politici che condizioni ti fanno. Io son stato anche nominato Cavaliere prima, Cavaliere Ufficiale, Commendatore per l’attività che faccio così sociale, a un dato momento vengo proposto come Commendatore, non è che abbia chiesto io, era il presidente nazionale che lo fa perché là faccio una certa attività, ecco e ci ho lasciato il segno. Viene un poliziotto a casa a prendere informazioni e io all’epoca, c’era un guardasigilli, che nell’88 quando ho cominciato a fare un pochino politica sociale sulle pensioni di guerra ci ho quasi detto dell’asino perché su delle domande fatte sulla nostra categoria si capiva che non sapeva niente, e io ci ho detto ‘Cosa è venuto a fare qua? Cosa ci ha, cosa ci ha invitati a fare?’. Quello è prendere in giro, non siam mica i vostri servitori. E l’epoca che è stato proposto come guardiasigilli, l’ho rinunciato perché la fine il guarda sigilli era quel personaggio, che non faccio nome per rispetto, che ha avuto questo qua cosa da dire 20 anni prima. Poi dopo questo qua va via perché le politiche, i governi cambiano, mi son trovato che addirittura che il presidente nazionale, vado lì, congresso, allora di consigli se ne faceva cinque o sei all’anno, mi chiama in ufficio ‘Te Landini ti faccio un regalo’. Eccola qua, questa scatolina che c’è scritto Commendatore. ‘Come mai? Non son micca commendatore’ no io lo so perché lui era a contatto. Non mi son neanche, neanche accorto lui ha insistito per farmi commendatore, mi dice questa scatola coi bigliettini, che ancora non mi era ancora arrivata la nomina, per dire che poi trovi soddisfazione su queste cose perché io ho anche chiesto a cosa servono, queste cose. E allora mi ha spiegato ‘Come presidente se tu hai bisogno di un ufficio come la Prefettura perché rappresenta lo Stato, io sono il Presidente della Repubblica, rappresenta lo stato. Se io vado là come Commendatore mi devono dare la precedenza subito. Se poi non sei contento per il capo ufficio, il capo sezione puoi chiedere di essere convocato dalla maggiore autorità, che in questo caso è il Prefetto, entro una settimana ti deve ricevere. Questo è quello che può servire’. Che poi a suo tempo mi è servito perché uno per diventare, doveva diventare orfano perché lo era, chiedeva dei documenti che era possibili averli perché papà era morto in certe circostanze e lo facevano girare, che là poi c’è l’impiegata agli orfani che son passati tanti anni, c’è e non c’è, questo qui veniva da Gattatico, ‘Vieni a Reggio’, l’han fatto girare. ‘Adesso ci penso io’. Sono andato in prefettura e ho chiesto di parlare con l’autorità, la prima autorità sotto prefetto ‘Ma no non si può, no’. Ci ho dato il biglietto allora quel puto lì, la guardia telefona su, mi riceve subito, è un sardo e le spiego la cosa. ‘Ha ragione, ci penso io ci penso io’ ‘Guardi che l’impiegata c’è e non c’è’. ‘Lei venga fra due giorni’ vado là fra due giorni e dice ‘Domani le do il documento’ è servito del documento che era orfano di guerra. Beh ma funziona così in Italia. Questo è quello che succede. Dico questi fatti perché.
GB: Ok la ringraziamo signor Landini per questa intervista
AL: Io sono sempre qua perché mè scamp fin a seintvint an perciò quand t’ghe bisoig tornet indrè [perché io sopravvivo fino a 120 anni quindi quando hai bisogno torni indietro].
GB: Torniamo a farne delle altre.

Collection

Citation

Giulia Bizzarri, “Interview with Adriano Landini,” IBCC Digital Archive, accessed September 18, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/712.

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