Interview with Liliana Kucic Podda

Title

Interview with Liliana Kucic Podda

Description

Liliana Kucic Podda recalls her early years in Fiume, stressing a serene childhood playing with her friends. Reminisces a severe bombing that hit the Whitehead torpedo factory and the ROMSA refinery - the latter burning for days - and mentions the death of her great-grandmother. Describes the intense fear caused by bombings and mentions how the anxiety continues. Mentions war anecdotes: flares falling close to her house, an enormous explosion near the city, her grandfather helping German prisoners, the questioning of two girls suspected of being communists. Gives a detailed account of how Tito’s men occupied the city and reminisces about the oppressive policies of the new regime. Describes her difficult situation when she came over to Trieste in 1947, when she had to live for a while in two railway coaches. Highlights the peaceful coexistence of different ethnic communities in Fiume before the war, and states her pride of being part of the Italian one.

Creator

Publisher

IBCC Digital Archive

Date

2017-08-28

Contributor

Francesca Campani

Rights

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01:34:00 audio recording

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APoddaLK170828
PPoddaLK1701

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Temporal Coverage

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PS: Allora se può gentilmente dirci dove è nata, quanto è nata e soprattutto raccontarci un po’ della sua famiglia e dell’ambiente familiare in cui è cresciuta.
LKP: Beh non sono grandi cose, sono nata in una famiglia molto tranquilla il 16 dell’11 del ’36 a Fiume, che si trovava allora in Croazia, nella repubblica cioè nel, lungo il golfo del Quarnero [Quarnaro] e faceva parte dello stato italiano. Oggi questa città fa parte della Croazia con il nome di Rijeka. In questa città ho nascosto, ho trascorso tutta la mia infanzia fino al febbraio del 1947 anno in cui tutta la mia famiglia è venuta a Trieste come profuga dalle zone occupate dalle truppe di Tito. Io quello che ricordo son poche cose perché ero una bambina molto piccola. La cosa che più eclatante che forse mi ricordo è stata quando c’è stato un grandissimo bombardamento a Fiume, credo che sia, adesso non ricordo se esattamente nell’autunno del ’43 o nella primavera del ’44 perché questo le date un po’ così ce le ho. Quindi intorno ai 7 anni, 7 anni e mezzo 8, di un episodio veramente eclatante. Allora la città era stata, dopo l’8 settembre, invasa dalle truppe tedesche, occupata dalle truppe tedesche che l’avevano messa sotto una grande morsa perché a Fiume, da quello che so da d’anche di aver dopo saputo, c’era una forte resistenza da parte di persone che aderivano alle truppe jugoslave, i famosi “titini” come li chiamavano, che vivevano nei boschi facendo ogni tanto delle incursioni. E questi tedeschi quindi setacciavano le varie famiglie alla ricerca di giovani o d’altro che potevano interessarsi all’azione. Anche vicino a casa mia c’è stato un episodio di due sorelle che sono state prese, di sentimenti comunisti e mi pare anche di nazionalità croata perché a Fiume conviveva sia nazionalità italiana che croata da tutta la sua lunga storia che avevano dei fratelli che vivevano nascosti nel bosco, nei boschi che circondavano Fiume e loro facevano la staffetta portando viveri e cose da mangiare e così via. Erano state segnalate, prelevate dalle truppe tedesche che le avevano portate nelle loro, uffici, non so dove perché, e le avevano anche picchiate, bastonate ma dopo le avevano rilasciate. Io ricordo questo vagamente che si parlava in famiglia, non avevo visto niente. Comunque sempre di quel periodo, ricordo intanto arrivavano, mi correggo, incominciavano le incursioni alleate. E si sentivano questi aerei bombardieri che arrivavano sopra la città. Io ero terrorizzata da questi aerei, tant’è vero che come sentivo suonare le sirene del largo ero presa di attacchi di coliche, dovevo andare nel WC. Se era una volta era una volta, se erano due, due volte, se era sette, sette volte al giorno e non c’era niente perché era un fattore psicologico. E noi prendevamo quel poco delle borse che avevamo preparate e scappavamo a dei rifugi, in dei rifugi preparati ad hoc. Quindi l’episodio di cui parlo è in una di queste incursioni, ha suonato l’allarme e lo ricordo come oggi sono uscita dalla porta della cucina nel cortile antistante e ho visto una luce immensa sopra la mia casa come un faro enorme e ho cominciato a gridare ‘Mamma! Mamma!’ tutti quanti sono usciti fuori. Al vedere questa luminosità so che mia mamma mi ha preso, mi ha spinto di nuovo in cucina ha chiuso la porta dopo di che io non ho visto più niente. Ho saputo dopo che questo era un razzo illuminante che gli aerei lanciavano, sostenuto da un paracadute per illuminare una data zona prima del bombardamento, questo l’ho saputo dopo. E questo razzo era vedi caso proprio sopra la nostra casa e scaduto giù e il paracadute si è poggiato sul muro di cinta del nostro giardino. Mio nonno è corso per prendere questo paracadute mentre fuori, così mi hanno detto, è passato un soldato, non so di che nazione nè che soldato, che si è preso questo paracadute e se l’è portato via, con grande rammarico di mio nonno perché sembra che sto paracadute fosse parecchi metri di seta pura che in periodo di guerra voleva dire una bella cifra. Questo è un episodio così. Dopo di che abbiamo preso le borse nostre e siamo fuggiti nel rifugio che distava, non so se poteva essere 500, 700 metri da casa nostra lungo una strada in salita quindi era anche abbastanza faticoso. Dopo di che sono arrivati gli aerei hanno bombardato ma non abbiamo sentito niente quando è finito l’allarme siamo usciti, una luce immensa illuminava la città a partire dal mare, avevano bombardato il silurificio di fiume e la raffineria Romsa che si trovava lungo il mare, distante da casa nostra, noi eravamo più interni con delle bombe incendiarie, radendo al suolo tutto e quindi la raffineria si era incendiata e questo fuoco ha bruciato per due o tre giorni consecutivi giorno e notte e in quell’occasione è morta una mia bisnonna che abitava una casetta, una delle tante casette che si trovava in un rione che si chiamava Torretta proprio vicino al silurificio. Queste casette erano state fatte ancora dall’Austro-Ungheria perché Fiume prima di divenire Italia faceva parte dell’Austro-Ungheria era stata fatto dall’Austro-Ungheria per i dipendenti del silurificio e il mio bisnonno era uno di questi e aveva ottenuto per la sua famiglia una casetta. Questa bisnonna rimasta sola non si allontanava mai da questa casetta, sotto insistenza di tutti non eh, molta, ma aveva una grande fede diceva sempre ‘Sarà quello che Dio vorrà’. E infatti neanche quel giorno si è allontanata, la casa è stata bombardata e quindi lei è morta sotto il bombardamento e l’hanno trovata rifugiata sotto l’acquaio, si era accucciata e si era rifugiata sotto, e lì l’hanno trovata quando l’hanno scavato. Aveva 92 anni, era una donna molto in gamba, viveva da sola. E ricordo quindi sta grande fuoco che era di questa raffineria che bruciava, e della notizia che ci hanno portato durante la giornata successiva della morte di questa bisnonna. Questo è uno degli episodi. A parte questo posso ricordare ancora gli aerei soprattutto durante il giorno, qualche volta arrivavano prima che potessimo arrivare ai rifugi, dipendeva dalla velocità con cui si muovevano e con cui davano l’allarme e si vedevano questi grossi aerei e ste bombe come scendevano che sganciavano, ma noi, ma non generalmente non nella zona in cui io abitava. Questo è un episodio che riguarda ancora il periodo dell’occupazione tedesca. Dopodiché fiume è stata invasa dalle truppe di Tito, e quindi i tedeschi quelli che c’erano, son stati fatti tutti prigionieri, e anche a questo proposito ricordo un altro episodio della mia famiglia se può interessare. Vicino a casa mia c’era una specie di caserma non so esattamente, un edificio dove avevano stipato una grande quantità di sti prigionieri tedeschi. Mio nonno che era stato ufficiale dell’esercito austro-ungarico conosceva sette lingue tra cui il croato, l’italiano, e parlava molto bene il tedesco, l’ungherese, il russo eh, e allora aveva un figlio, mio zio, in guerra di cui non sapevamo niente, ed era un uomo che aveva sempre un cuore enorme, sentiva una pietà per tutti e al di là di quelle che erano le fazioni religiose, politiche scusa, si è recato presso questa caserma e al comandante ha detto, in croato, si fatto, che lui ha bisogno di operai nel suo giardino e quindi se potesse dargli in affido due o tre prigionieri per lavorare per lui. E questo gli ha detto ‘Ma i prigionieri bisogna tutelarli’, che non abbia timore che lui ha il porto d’armi infatti era guardia pubblica al comune di Fiume e aveva il porto d’armi. Che lui ha il porto d’armi e lui ha detto però che si ricordi che se fuggono ci rimette lui e tutta la sua famiglia. Lui ha detto di non aver timore perché lui sa cosa fa e lui garantisce per se e la sua famiglia che questi non scapperanno, ma lavoreranno per lui. In effetti cosa faceva? Li faceva venire nel giardino, io lo ricordo, erano dei ragazzi, 17, 18 anni, giovanissimi, proprio le ultime reclute che aveva fatto fare Hitler, a loro dava da mangiare, giocavano con noi bambini, uno era meccanico aveva aggiustato una automobilina per mio fratello e non so se faceva dei lavori anche per nonno, qualcosa. La mattina li andava a prendere e la sera li riportava. Quindi ha messo a repentaglio tutta la sua savine [?] e ha detto ‘Io cerco di far del bene a questi pochi giovani, indipendentemente dalla loro nazionalità sperando che se mio figlio vive in qualche posto una persona faccia altrettanto con lui’. Quindi solo come gesto di umanità. È andato avanti per un paio di giorni, non so fino a quando dopo di che un giorno si è presentato in caserma: non c’era più nessuno. Abbiamo saputo che li avevano deportati e uccisi tutti. Ecco, questo è un episodio che mi è rimasto. Non saprei a parte quelle situazioni di terrore, di gente che scompariva che si diceva ‘Stanotte hanno portato via quello, stanotte hanno preso quell’altro’ perché a Fiume c’è stato una persecuzione terribile da parte del corpo jugoslavo quando è entrato in città, hanno cominciato a prendere tutte le persone più importanti, tutte quelle che avessero del denaro, dei beni eccetera, per impadronirsi, poi bastava che uno dicesse di essere italiano che venivano, ma si sa la storia, si legge dalle cronache, dalla storia di Fiume, da ciò che è successo, crimini orrendi. Dopodiché mio padre lavorava in ferrovie, gli è stato chiesto se voleva rimanere perché avevano bisogno di ferrovieri, ma lui ha detto di no, perché lui si sentiva italiano e voleva portare la sua famiglia in Italia, ha optato e quindi siamo usciti da Fiume nel ’47. Siamo stati i primi della nostra famiglia, dopodiché sono usciti gli zii e per ultimi i nonni che sono rimasti ancora un anno e mezzo ma con grandi sofferenze. Erano padroni di due case, complessivamente di sette appartamenti che erano stati requisiti dal governo jugoslavo, avevano messo delle persone che venivano dall’entroterra, Bosnia-Erzegovina, non so da dove, proprio gente che di civiltà conosceva pochissimo. Tanto per fare esempio, tenevano un maiale nella vasca da bagno, le tapparelle le tiravano su, le lasciavano giù di colpo perché a loro piacevano queste rollè che crollava, suonavano a lungo il campanello, non savevano mai immaginato di un campanello, tanto per dire la civiltà di tutta questa gente. E si mettevano oltretutto a spaccare la legna nel terrazzo del cucina. Ora i nostri terrazzi erano un terrazzo di stile veneziano, fatto da tante pietruzze così sparse e poi dei, con dei motivi alla greca che circondava tutto saldato e lucidato, quindi un terrazzo unico diciamo. Se si rompeva da una parte non era una mattonella che si poteva sostituire, bisognava farlo da capo. E a un’osservazione di mio nonno a quello che faceva sto lavoro, che gli ha detto che se rompe che per far sto lavoro in cucina lo può fare anche fuori perché se si rompe chi aggiusta? Questo ha detto che lui non si impicci, che se ne vada che se no gli tira dentro la mannaia. Al che mio nonno a sentire queste cose soffriva di cuore, gli ha preso una specie di infarto, è stato abbastanza male per un po’ di tempo, dopo di che ha detto ‘Ho deciso, vado dove sono i miei figli’ ha abbandonato tutto ed è venuto fuori in Italia. Siccome lui era dipendente, ex dipendente comunale di Fiume, aveva diritto a una pensione, ma quella volta i tempi erano lunghi fin che si sbrigavano ste pratiche e quando è venuto in Italia praticamente non avevano una lira di sostegno. Un po’ mia madre che era una delle figlie, un po’ l’altra figlia, un po’ il figlio si mettevano dei soldini perché potessero vivere in attesa di questa pensione. Quindi lui da signore benestante si è trovato povero mendicante vivere della carità dei figli. Fino a che un autunno, qualche anno dopo, non tanto tempo dopo, per una bronchite gli è subentrato un infarto ed è morto senza neanche raggiungere la pensione. Però io lo ricordo, mite, non imprecava, non diceva niente anzi scherzava con la gente, proprio un ricordo dolcissimo di un uomo che era stato piuttosto severo nella sua vita, ma che provato da tante cose non era diventato con animo esasperato eccetera, ma si era rassegnato ad accettare questo stato di cose, quindi con tanta dolcezza se n’è andato.
PS: Mi può parlare ancora un po’ del suo nucleo familiare, se ha dei ricordi di quando era bambina.
LKP: Questo è, questo le ho ricordato questo perché vivevamo in queste case che erano due case avevano sette appartamenti: in uno viveva i nonni, e negli altri tre vivevano i tre figli, quindi quattro, e gli altri tre erano affittati ed io ero amica dei, delle figlie e di questi inquilini diciamo. Mentre da parte di mio padre lui era originario di una famiglia che viveva non a Fiume centro città ma in collina, la collina si chiamava Drenova, un po’ come Opicina rispetto a Trieste, ed erano questo l’ho saputo dopo, prima non sapevo niente, c’era questa casa dove viveva la zia più anziana col marito gli atri erano, e un altro, c’era ancora un altro zio più giovane con la famiglia, vivevano in questa collina a Drenova e avevano stalle, campagne, non so, possedimenti, che poi col tempo quando avevamo fatto un po’ di ricerca eccetera ho visto che i miei, sti miei parenti, mio padre stesso, erano possessori di grandi appezzamenti di terreno, bosco, campagne e terreni coltivabili, tutto andato perso, tutto andato perso! Quando verso la fine ho cercato di avere qualcosa di preciso sulle particelle catastali che avevo già in mano, e son andata al catasto di Fiume, mi hanno risposto che le persone non esistono, non c’è nessun traccia, avevano cancellato completamente i proprietari e avevano cancellato tutto, quindi perso completamente tutto. E vivevano su in collina, di questi ehm quindi i nonni, il nonno no, era muratore, un piccolo impresario, faceva il muratore e la nonna coltivava la campagna, e dei figli, uno era mio padre che eran andato a lavorare in ferrovia, un altro figlio era rimasto in casa che era sarto e dopo erano delle figlie: una che è rimasta in casa e ha mantenuto dopo il padre fino alla sua morte, un’altra invece si era sposata anche con un ferroviere di origine barese ed era venuto a Trieste. Ecco perché dopo, finita la guerra abbiamo optato per venire a Trieste perché qui c’erano anche questi zii e quindi per ricongiungerci un poco con loro. Ecco questo è per quel che riguarda, per il resto tutto quello che c’era non esiste più. Io ho fatto un viaggio a Fiume l’anno scorso, ho rintracciato la casa in città dove vivevo, l’ho vista, due case erano collegate da un grande orto giardino, hanno fatto qualche modifica ma è sostanzialmente l’ho riconosciute, mentre la casa che era in collina, non essendoci più nessuno, è stata abbattuta, tutto venduto da dei cugini che erano rimasti lì. E quindi non, credo che della mia famiglia non sia rimasta più traccia, tutti i beni, i terreni sono stati assimilati dallo stato, non so cos’hanno fatto, sono spariti. So che appunto erano dei grandi possidenti terreni ma non se n’è fatto proprio niente, è tutto sparito quindi la casa e tutti i terreni sparito, non c’è traccia. Mentre quelle giù in città sono case che sono state nazionalizzate dallo stato Jugoslavo per cui mia nonna poi col tempo ha percepito una certa somma di denaro equivalente a un appartamento, rispetto a sette, anzi ne aveva otto perché poi ne aveva un altro in un altro posto, e ha ricevuto una quota che permetteva dell’acquisto di un appartamento come rimborso beni abbandonati nella città di fiume. Ecco.
PS: Mi diceva.
LKP: Altre cose non saprei perché ripeto ero troppo piccola, e quindi son venuta fuori che avevo dieci anni e mi sono messa qui, son iniziata la mia vita a Trieste quindi, anzi ricordo sempre dico ai miei figli che 10 anni sono venuta in gennaio mi ricordo, siam venuti in gennaio perché dovevamo venire prima ma volevamo passare le feste, le ultime feste assieme a tutti e abbiamo, siam venuti i primi di gennaio, e la ferrovia ci ha messo a disposizione un vagone merci in via Flavio Gioia, anzi un vagone merci era pieno dei nostri mobili per quando siamo andati via ci permettevano di portare tutti i mobili di casa dietro un elenco minuzioso che bisognava consegnare. Quando siamo arrivati a Trieste, la ferrovia ci ha messo a disposizione un vagone vuoto per poterci abitare, dove hanno messo dei letti, lo spaer [?] quella volta si usava, un armadio, il tavolo, le sedie. Ma i vagoni merci di una volta erano fatti di tavole sovrapposte con delle fessure che non dico, in quell’anno in gennaio è venuta una neve, una bora che la neve è entrata attraverso le fessure e ci ha coperto tutto il letto, ci siamo svegliati col letto coperto di neve per dire il freddo che c’era. Però dopo qualche mese la ferrovia ci ha dato un appartamento molto modesto ma per lo meno era un appartamento dove sistemarci. E io qui ho iniziato la mia vita praticamente. E tra l’altro sono andata in prima media pur avendo 10 anni, saltando la quinta, non so per quale motivo, già Fiume qualcosa avevano fatto, farmi saltare la quinta e questo, e quindi sono entrata in febbraio in prima media senza nessuna cognizione di latino, di niente, mi hanno buttata là dentro, è stata una piccola tragedia. Ero bravetta a scuola quando ero a Fiume, è stata una piccola tragedia per me, soprattutto sto latino, non c’era chi mi insegnava, mi arrangiavo insomma. Alla fine mi hanno promossa a giugno, infatti cercavo di studiare, l’italiano eccetera, ma. E dopo ho saputo che c’era l’ordine da Roma di favorire questi profughi e cercare di invogliarli ad andare avanti largheggiando nei voti. Quindi in parole povere mi hanno regalato il voto di promozione. Il secondo anno però mi sono impegnata, tra l’altro mia madre mi aveva fatto fare prendere delle ripetizioni durante l’estate di latino per un poco eh, quindi tanto meglio sono arrivata con la media del 7 in terza sono arrivata con la media dell’8 e da là son partita insomma no, ho recuperato diciamo, ma il primo anno è stato un anno così. E poi ho finito le magistrali, ho, mi sono preparata per l’esame di matura dello scientifico perché volevo far chimica, non si poteva accedere all’università con le magistrali però mi hanno bocciata. Quello stesso anno della bocciatura ho fatto un esame di ammissione in ottobre al liceo scientifico al quinto anno, presentando tutte le materie di quattro anni. Sono stata accolta, ho frequentato l’ultimo anno del scientifico, oltretutto avevo sempre il vantaggio dell’anno che avevo, per le magistrali erano quattro anni no? Quindi il quinto anno perso eh, e quindi sono uscita normale con la maturità del scientifico, poi ho fatto l’università e tutto il resto.
PS: In che anno è venuta.
LKP: ’47, nel gennaio o primi febbraio adesso non ricordo, fine gennaio a primi febbraio del ’47, proprio perché volevamo passare le feste del ’46. Però come episodi proprio di guerra ricordo questo del, e soprattutto questo clima di terrore che si era instaurato nella città per un anno intero fin che non siamo andati via, ma così sapevo circa ‘Quello l’hanno portato via, quello è stato ucciso’ ma sentivo dire dai miei perché non volevano che noi bambini ascoltassimo questi discorsi da grandi come dicevano e ci relegavano un po’ nel limbo. Mio padre non è mai andato in guerra perché lavorando in ferrovia, la ferrovia erano militarizzati, le ferrovie dovevano funzionare quindi qualsiasi, prima coi tedeschi poi coi croati quando son venuti, anzi gli avevano offerto di rimanere perché non avevano personale erano molti che andavano via. E quell’altro mio zio anche, perché era di servizio sul ponte di Sussak. Sussak era la città che confinava con Fiume mediante un fiume, il fiume Eneo, un ponte oltre questo fiume e Sussak era croata, sempre, anche durante l’Italia. Quindi si passava dall’Italia Fiume oltre il ponte, e lui era di servizio non so se eh guardia o cosa eh. È rimasto lì di servizio, solo il fratello di mia mamma è stato richiamato alle armi. Per due anni non si è saputo niente di lui ma si è salvato, è ritornato a casa. Quindi non ho perso, la mia casa non è stata bombardata. Ecco un altro episodio che adesso mi sovviene è quando i tedeschi stavano per ritirarsi dentro l’incalzare delle truppe croate, jugoslave quella vota. Di fronte a noi c’era una montagna, la collina dove c’era questa specie di sobborgo che si chiamava Drenova, che abitavano i nonni, una bella montagna. E ai piedi di questa montagna erano state costruite file di casette di operai, le chiamavano ‘Centocele’ cioè cento casette. I tedeschi avevano scavato nella montagna una galleria profondissima e l’avevano riempita di munizioni, come riserva. Prima di andar via hanno deciso di farle saltare. Sono venuti ad avvisare, hanno avvisato tutti gli abitanti di queste casette, un po’ anche di case di fronte, di andarsene, queste persone delle casette se ne sono andate, non so i miei cos’hanno, non so se li hanno avvisati o meno. Io che ero sempre terrorizzata quando ero eccetera, quella notte che hanno fatto saltare questa montagna ho dormito e non ho sentito niente, un miracolo. Loro hanno fatto saltare la montagna, queste munizioni, ha squarciato metà montagna, alla mattina dopo sembrava una cava all’aperto, le casette sparite il materiale tutto c’era venuto contra a noi, le tapparelle tutte rigonfie, calcinacci sui cortili ma le case più di tanto non avevano risentito. Ma si immagini che cosa una esplosione di una polveriera di, e io quella notte non ho sentito, mi sono alzata e ho detto ‘Cosa è successo?’ ma ho visto tutto sto disastro ma non avevo sentito niente. Una cosa, non so, incredibile, ma neanche dopo non ho sentito niente, ho continuato a dormire, e hanno fatto appunto saltare queste munizioni perché non cadessero nelle mani delle parte jugoslavo e sono fuggiti, ma si vede che sono stati [mobile phone noise] il ricordo di questo periodo, e il resto un’infanzia abbastanza tranquilla tutto sommato al di là della guerra perché noi avevamo questo giardino, il nonno si dedicava all’orto, questi parenti su in collina che allevavano bestiame e ci fornivano anche ogni tanto di cose da mangiare, quel poco di pesce si trovava a Fiume, non ho patito la fame quindi, non siamo stati bombardati, non c’è perché ero troppo piccola per capire ero in questo giardino con mia cugina e altre due coinquiline, quattro ragazzine che giocavano, eccetera a scuola, quindi, un’infanzia abbastanza serena nel complesso, al di là di questi episodi di, di guerra diciamo che mi son rimasti.
PS: Ehm si ricorda, si ricorda siccome bambini facevate dei giochi oppure si ricorda della, se aveva degli amici d’infanzia.
LKP: Bah, mah dico non frequentavo altri, altro che noi quattro, ma giocavamo di tutto. Poi avevo la zia che lavorava in una grande ditta di abbigliamento, di giocattoli, di Fiume, privata eh ma quella volta era grande, lei era la direttrice eh, e non avendo figli ci coccolava, quindi per San Nicolò avevamo pentoline, bambole, giocattoli che io poi son venuta a Trieste e ho portato una cassetta di giocattoli che tutte le bambine che vedevano meravigliate perché in periodo di guerra vedere tanti giocattoli, quindi giocavamo. Una di queste ragazzine che erano figlie di inquilini, suo papà era meccanico e le aveva fatto una cucina economica Spaer si chiamava in miniatura, ma vera, con tutti i cerchi e tutto, noi giocavamo fuori in giardino con, quindi un’infanzia trascorsa serenamente, andavamo al mare, quindi andavamo a piedi un pezzo di strada, si prendeva il tram che ci portava a Kantrida, andavamo al mare tutta l’estate. E a proposito del mare ricordo anche una volta che siamo andati più in là di Kantrida verso Voloska ed è venuta una piccola motovedetta tedesca, quella volta ricordo e vendendo sia me che mia cugina e le altre ragazze eccetera ci ha buttato dei salvagenti di questa che erano grossi pesanti e noi ci siamo divertite come se fossero della barche, co’ sti salvagenti a giocare quindi vedevano che noi bambine eh, e ci venivano, quindi non episodi violenti e tristi, episodi tranquilli insomma ecco in questo senso, quindi non è che. E conoscevo poco la città perché eravamo sempre lì fuorché andare a scuola alla chiesa che si andava, ho fatto la comunione anche durante la guerra, giocavamo sempre lì poi a me piaceva molto così inventare giochi, ci mettevamo anche a fare recite con delle vecchie tende, dei separé insomma, io ero un poco l’anima, quella più tremenda ma insomma, e le altre mi obbedivano e quindi si giocava bene eh. Quindi un ricordo ripeto, tranquillo della mia infanzia e dopo il problema era qui Trieste, problema, non era un problema, per me era una gioia, avevo questa zia che aveva due figli più grandi e uno più giovane di quattro anni più vecchio di me, questo ragazzino vivace da morire e quando io venivo qua a Trieste mi ricordo le lotte che facevamo coi cuscini sul letto, questa zia ci lasciava fare tutto che mia mamma no e io quando mio papà veniva a Trieste volevo assolutamente venire a Trieste per stare per giocare. Oltretutto gli compravano molti libri per cui lui mi regalava e quando mio papà veniva tante volte solo io aspettavo il suo ritorno perché mi portava una valigia piena di libri. Quindi una cosa fantastica per me con questi libri. A questo proposito ricordo un episodio, avrò avuto sette anni, il papà voleva venire a Trieste ho detto ‘Mamma vado con papà’ ‘Ma no tu resta qua’ ‘Eh no io vado io vado’ sai quei bambini che insistono, io ero molto insistente quando voleva. E mia madre fa a mio padre ‘Sì, sì ma dopo tu la perderai’ ‘ Ma dai figurati se poi la perdo’. Insomma mi ha lasciato e son partita. E io ricordo perché mi è rimasto impresso passeggiavamo dalla parte di Barriera e c’era mio papà mia zia che parlavano e io di dietro che guardavo le vetrine. Ho visto una vetrina con bambole e mi son fermata a guardare, quando mi son girata non li ho visti più, mi ero persa. Non mi son persa d’animo, sono andata vicino a una signora e le ho chiesto ‘Per piacere per arrivare in via Edmondo De Amicis’ quello me lo ricordavo ‘Cosa devo fare?’. Da tener presente che da Barriera bisognava arrivare qui, a rione San Vito perché la via Edmondo De Amicis è qui. Mi fa ‘Ma piccola mia ma è molto lontano sai, devi prendere un tram’ mi pare che fosse quella volta l’1 e andare fino alle Rive e dalle Rive dopo salire per. Ho detto ‘Ma non ho soldi’ e lei mi ha detto ‘Bon ti do qua’ mi ha dato 2 lire, il biglietto del tram costava 1 lira, ha detto ‘Queste dopo per un altro'. Mi ha regalato ste 2 lire per prendere il biglietto del tram, ho preso il tram, sono arrivata fino alle Rive, là non so, mi son fermata da qualcun altro che diceva ‘Oh sì sì ma io abito là vieni con me’. In parole povere sono arrivata a casa della zia, però la porta era chiusa, mi son seduta davanti aspettando che arrivassero. È arrivato sto mio cugino e mi ha chiesto ‘Cosa fai qua fuori?’ ‘Mi sono persa, sono arrivata a casa’ e dopo poco è arrivato mio papà con sta zia tutti, pore [?] che non mi trovavano decise di andare in polizia, mi hanno trovato seduta da sola, sette anni in una città che non conosceva, e non ho pianto, ricordo che non ho pianto, ho fatto questo, questo mi è rimasto tutto questo, sono arrivata a casa, immaginarsi mia madre quando glielo ha raccontato, immagina cosa gli ha detto, no? Per dire. Quindi tutto sommato reagiva abbastanza bene alle cose, no? Ero molto impressionabile, ma reagivo ero così, non mi lasciavo abbattere ecco. Questo ricordo me lo ricordo di Trieste. Altro non so.
PS: Lei aveva fatto dei riferimenti mi sembra a dei rifugi.
LKP: Dei?
PS: Rifugi, a Fiume.
LKP: Rifugi?
PS: Sì. Cosa si ricorda?
LKP: Beh sì, questi rifugi, sostanzialmente, vicino, ecco che ho accennato dove i tedeschi avevano fatto quella deposito di munizioni, vicino avevano scavato sta galleria nella roccia, dove la gente si riparava quando arrivavano i bombardamenti e così anche nel resto della città ma io non so dov’erano tutti sti rifugi. Inoltre ogni casa, ogni proprietario di casa, doveva fare un rifugio per i propri inquilini, e mio nonno, siccome la casa, soprattutto quella più recente era costruita su un piano inclinato diciamo, da una parte risultava un piano solo, dall’altra parte erano due piani, quindi c’era un pezzo di terreno che sosteneva, in questo terreno ha fatto scavare una galleria, l’ha rinforzato con del cemento, ha fatto delle porte di legno incrociate in modo che non entrasse diretto ma si entrava a zig zag, e ha fatto installare delle panche di legno in modo che, nell’impossibilità di recarsi in qualsiasi altro rifugio, ci si poteva infilare in questo, ma un rifugio che alle bombe non avrebbe resistito di sicuro, alle granate poteva resistere, questo sì, perché poi l’aveva coperto con sacchi di terra eccetera non so cos’altro poteva resistere, comunque c’era e quindi ogni casa aveva nel sottosuolo fatto dei rifugi per la casa, e in più c’erano questi rifugi esterni ricavati da dove c’erano gallerie, dove c’erano monti sotto e così via e so c’era questo di fronte a casa nostra dove andavamo quando suonava. Umidi ovviamente, i rifugi, questi sì c’erano ma di tanti non me li ricordo perché non li ho frequentati. Evidentemente c’erano perché dov’è morta questa mia bisnonna anche lì dovevano essere dei rifugi, infatti la gente, si chiamava Tonolli questa mia bisnonna, veniva da Rovereto, e loro sotto l’Austro-Ungheria, erano andati da Rovereto in, a Banja Luka perché l’Austria offriva dei terreni perché voleva colonizzare quelle terre, li aveva convinti che avendo dato loro dei terreni, eccetera. E loro in cerca di fortuna sono andati là, però era una miseria tremenda e questo bisnonno dopo essere stati non so uno o due anni, qualcosa cosa del genere, è caduto e si è rotto un piede, approfittando del fatto che era malato ha raccolto quel poco che aveva, ha comprato un carro e di notte ha caricato masserizie, figli e moglie ed è scappato, perché non dovevano, avevano firmato che dovevano restare lì, invece è scappato ed è venuto a Fiume e là a Fiume ha trascorso, son nati altri figli eccetera e così via, ecco come sono arrivati a Fiume ma loro venivano da su, da Rovereto, questa bisnonna no? E quindi, ed era molto arrabbiata anche del matrimonio di mia nonna col nonno, perché il nonno era della costa dalmata ma di origine più dall’interno, più croato diciamo così, e lei era italianissima, infatti questo bisnonno si chiamava Rastovich poi è cambiato in Rastelli, sotto il fascismo e non ha volto andare al loro matrimonio, e quando lui il giorno delle nozze voleva salutarla, si è abbassato per baciarle la mano a questa suocera, lei l’ha tirata indietro e ha detto ‘Andè andà, m’a gh’avè rubà la fija’ ‘Andate andate mi avete rubato la figlia’ [laughs] erano tremende le vecchie di una volta. E non è andata, è andato il papà, sono andati i fratelli ma la mamma non è andata al suo matrimonio, ecco. Sì eh proprio, era un calderone diciamo Fiume, no? C’era gran parte di italiani, la nazionalità è tutta una storia a Fiume, poi ho letto che la storia di Fiume e così via. Anche sotto l’Austria aveva una certa indipendenza, aveva un governo autonomo pur essendo sotto l’Austria, sempre di origini italiana, c’era sempre la Croazia che cercava di entrare di impossessarvi e sempre una lotta continua tra, però la convivenza c’era perché molti croati abitavano a Fiume per questioni di commerci, di lavori, eccetera. Quindi c’erano croati a Fiume, ma quando è arrivato le truppe di Tito che ha detto ‘Fiume era, è croata’, è errato: Fiume è stata sempre italiana, sempre hanno parlato italiano, sempre l’amministrazione è stata italiana, anche sotto l’Austro-Ungheria. Pur essendo questa convivenza con una buona porzione di croati, per necessità per questioni ovvie insomma, pacifica convivenza no? E noi eravamo della nazionalità italiana, eravamo la parte italiana, la mia famiglia ha sempre parlato italiano, io non sapevo una parola di croato, mai parlato croato a Fiume, e anche le scuole, scuole italiane ha fatto mia mamma e loro hanno fatto le scuole di computista commerciale che una volta erano molto così in voga diciamo no? E mia zia era bravissima a scuola ma non c’era la scuola di ragioneria a Fiume. Avrebbe dovuto venire a Trieste perciò si è accontentata, ma poi brava sì impiegata, è diventata direttrice di questo negozio che l’ha guidato fino alla fine e, così per inciso, quando lei ormai aveva deciso di venire in Italia, aveva votato col marito per venire in Italia e tutto, avevano organizzato con un camion tutti i mobili per portarla via, sono partiti di mattina presto prima di quello che si pensava, a metà mattina sono venuti degli, della polizia croata in sua ricerca, la ricercavano perché lei era stata direttrice del negozio di questi che erano considerati ricchi che dovevano essere arrestati. Quindi lei si era compromessa con i proprietari, avrebbero voluto arrestarla, per fortuna erano già passata, aveva già passato il confine. Per dire, no? Tremendo era quella volta, che aveva qualcosa, solo per il fatto che possedeva qualcosa veniva preso, ucciso, spariva e tutto confiscato. Sì episodi così questo me l’hanno raccontato i nonni, dopo quando sono venuti qui. E sto nonno sapendo parlare il croato, in un primo momento ha detto ‘Beh, se voi volete andare in Italia, ma io ormai son pensionato, non ho cosa fare, ho la mia casa, ho i miei appartamenti con la gente me la intendo perché so parlar croato, resto qua’. Invece quando ha visto il modo, come si comportavano questa gente che non, perché, non so se sai, però c’è stata tutta la politica di Tito, quella di mandare gente dall’interno della Jugoslavia sulla costa, per snaturare la costa, quindi lui ha favorito l’esodo, quindi l’uscita di tutti gli italiani e ha fatto entrare, ma non gente confinante, Bosnia-Erzegovina tutte queste cose, questi stati all’interno con una cultura molto arretrata e modesta, e riempire tutta la città infatti la città era una roba, c’erano animali, per le vie più importanti della città, cataste di legna, una cosa pazzesco si era abbruttita da morire la città sotto questo periodo, fatta proprio ad opera per denaturare quella che era la vera, l’anima della città. Dopo le cose si son cambiate ma è stato un periodo brutto. Però ricordo quando la prima volta sono andata, sono andata verso Abbauzzia, Laurana dove aveva, ah no sono andata a Senjska Draga non so, no Dovedo [?], camminavo e c’erano i tombini dell’acqua e scritto ‘Acquedotto di Fiume’ non l’avevano tolto anche se scritto in italiano, perché voleva dire, non facevano niente, non sapevano, dovevano lasciarlo c’era scritto, acquedotto di Fiume, in italiano. Cioè anche se volevano toglierlo ma c’erano tante di quelle cose che. E ricordo quando siamo arrivati la prima volta a Fiume proprio città dove c’era un parcheggio, un parcheggiatore fa ‘Venì venì qua x’è il posto’ in dialetto fiumano, uno dei pochi rimasti il quale ci ha visto e ci ha parlato in dialetto fiumano, perché non si poteva cambiare tutta la città di colpo nonostante le sue intenzioni, no? Eh dopo invece si è riequilibrato no? Adesso c’è una comunità italiana, c’è una scuola italiana, il giornale italiano, tutto un altro lo spirito diciamo, ma allora è stato veramente tremendo. Ecco c’è qualcos’altro?
PS: Sì io volevo tornare un attimo al discorso del, dei bombardamenti. A casa quindi non non si parlava molto, cioè non.
LKP: Di cosa? Dei bombardamenti?
PS: Sì.
LKP: Eh ma non c’era niente di parlare, tu sentivi le sirene che suonavano e quindi dovevi correre al rifugio, sentivi sti aerei che venivano, li sentivi, rombavano sopra di te erano terribili e dopo bombardavano, ma Fiume non è proprio tanto stata bombardata, la parte del mare dove c’era la, lungo il mare c’era la stazione, dopo non so che cos’era, qualche fabbrica, dopo c’era sto silurificio, sta raffineria Romsa, quindi quello era il posto che interessava, no? Ma per il resto non, e poi una volta che sono entrate le truppe di Tito, basta insomma, no? Perché i tedeschi non c’erano più, non a avevano le truppe militari alleate bombardare le truppe di Tito, no? Quindi non hanno più bombardato, a Fiume è vissuto il terrore del comunismo, non più del tedesco. Il terrore del tedesco sarà durato neanche un anno, subito dopo l’8 settembre, che sarà durato, non ho idea quando è durato ma non più di un anno di sicuro, dopo di che c’è stata l’entrata delle truppe Jugoslave a Fiume, e finiti i bombardamenti non ce ne sono stati più, però è subentrato tutto questo clima di terrore pazzesco per cui la gente, e cominciava, gente che spariva e gente che decideva di andarsene, quindi ‘Ah sai quello è andato via, quello va via, quello l’hanno preso’ sentivo queste voci così ma, nel mio giardino non vedevo altro, un po’ come il giardino dei Finzi Contini, no? Tutto avveniva dentro ma al di fuori più di tanto. E così era, era grande sto giardino nostro eravmo in quattro ragazzine, non ci mancava né da mangiare, sì ci mancava lo zucchero, quello mancava a tutti, la lo stesso riuscivano a procurare, poi una mia zia aveva due negozi, uno di pane e uno di latte e dolciumi che quando ha visto che le cose scarseggiavano, ha messo, ha tenuto in casa parecchie scatole di latte condensato Nestlè. E allora cosa faceva? Ogni settimana dava uno a noi, uno a loro, uno alla nonna e queste quattro nostra famiglia dava una scatola a testa a famiglia, avevano deciso tra di loro, aveva una bella riserva, e con sta scatola latte condensato zuccherato ci si doveva passare tutta la settimana, e dopo un po’ di latte qualche volta che andavano su a Drenova a piedi, era cosa camminare, avevano le mucche allora portava un po’ di latte giù. Quindi mancava perché era periodo che mancava, ma bene o male sempre qualcosa arrivava a questo contesto diciamo. Poi non so cosa mancava ancora, poi io non ero una mangiona, io non mangiavo quasi niente, a me piaceva solo la frutta e l’ovetto delle galline, quindi figuriamoci se mi interessava il mangiare, non mi interessava per niente proprio, quindi dico, è una cosa particolare la situazione di Fiume rispetto al resto dell’Italia perché una di quelle terre che poi, l’abbiamo persa no? È stato questo passaggio, quindi prima, durante la guerra neanche ci si scomponeva quella volta, poi c’è stato dopo l’8 settembre l’occupazione da parte dei tedeschi che è durata, non so se un anno, dopodiché l’occupazione jugoslava fino alla fine della guerra, con tutto il problema dell’esodo e dopo delle foibe di tutto il resto no? Si non, i bombardamenti più di tanto, non so se anche qualche aereo che era caduto ma più di tanto. Ricordo solo questa visione di questo aereo che vedevo passare e queste bombe come come grappolini che venivano giù no? Si vedevano perché era un giorno, di giorno quella volta, di solito venivano di notte e per fare mettevano sti razzi, che combinazione quello là è venuto proprio sopra la nostra casa perché coi razzi illuminavano, c’era l’oscuramento, questo sì, ricordo che su tutte le imposte era messa della carta opaca blu in modo che non uscisse la luce fuori, che era brutto vedere, che non mi piaceva per niente, c’erano tutte le finestre con questa carta blu perché non trapelasse la luce, questo ricordo. E basta nient’altro.
PS: Ehm ci si chiedeva in famiglia perché lo facevano, se erano inglesi o americani, oppure, non sa se ci si poneva un po’ le domande sul, intorno ai bombardamenti.
LKP: Guarda, niente so dirti, perché ripeto coi bambini non si parlava di questo. Certe cose che so è perché ascoltavo, sentivo, che raccontavano eccetera che ricordo, ma perché loro me ne abbiano parlato non mi ha mai parlato nessuno niente, non mi ha mai spiegato perché prima c’erano i tedeschi e dopo son venuti i croati e così via. Lo so, l’ho ricostruito dopo, col seno di poi con la storia eccetera ma nessuno in casa. Solo diceva ‘Silenzio non bisogna parlare basta non immischiarsi con nessuno’ per non essere eh, e basta. No, no, non so dirti niente, la mia famiglia non è stata coinvolta in nessun episodio particolare, avevo solo sto zio che era in guerra che poi è rientrato, i miei, mio papà aveva la divisa del fascio perché tutti i ferrovieri avevano la divisa ma non l’ha vestita neanche un giorno, era appesa lì. Lui non l’ha vestita, lui non si voleva immischiare. Questo mio zio che è andato in guerra l’hanno richiamato, aveva una conoscente della moglie, che poi è stata anche madrine della cresima della figlia, che era di tendenze fasciste e gli ha fatto avere la tessera del partito, lui ha preso la tessera è andata al partito e ha dato, pam! ‘Ve la restituisco, quando la vorrò ve la chiederò. Adesso non la voglio’. Glie l’hanno mandato una seconda volta, fino a tre volte gliel’hanno mandata, lui per tre volte è andato in partito e l’ha restituita, ‘Non ne voglio sapere’ e non l’ha restituita. Quindi nessuno, mio padre non era iscritto però era militarizzato essendo in ferrovia, quindi d’obbligo, però lui non l’ha mai messa sta divisa quindi la mia famiglia non era coinvolta politicamente diciamo, sempre risultavano i nonni sotto l’Austro-Ungheria, anche mia mamma è nata nel ’12 era Austro-Ungheria ancora a Fiume, passata nel ’21 quando è arrivato Mussolini, eh la marcia di D’Annunzio su Fiume, tutte quelle storie eccetera, è diventata, è stata annessa all’Italia Fiume dopo, quindi sono diventati italiani e fin che siamo, mia nonna di origine italiana perché ripeto veniva da Rovereto e, non, non c’è stato nessun problema di nessun tipo, mio nonno era di religione ortodossa, mi pare serbo-ortodossa credo, si è convertito al cattolicesimo per via dei figli e quando è venuto il fascismo, siccome sto figlio era abbastanza perseguitato a scuola per via del nome Rastovich, è stato una persecuzione da parte del fascismo in coloro che, ha cambiato il cognome in Rastelli, tant’è vero che poi questo mio zio è andato in Argentina, finita la guerra non trovava lavoro ed è emigrato in Argentina e quando doveva andare in pensione aveva bisogno dei, che vengano riconosciuti i versamento, le marchette, le bollette che si versava eh, e una parte era stata versata col nome di Rastovich e mi ha detto, e lui si chiamava Rastelli, bisognava dimostrare che Rastelli e Rastovich fossero la stessa persona. Con mio papà siamo andati all’università, nei sotterranei e abbiamo sfogliato all’università tutte le Gazzette Ufficiali, anno per anno fin che abbiamo trovato la Gazzetta Ufficiale col decreto in cui era promulgato il decreto diceva che Rastelli Daniele, Rastovich Daniele, chiedeva la conversione del nome in Rastelli per sé, per la moglie e per i tre figli, quindi ho fatto fare la fotocopia, autenticare in tribunale e gliel’ho spedita in Argentina. Quindi ricordo che ho fatto fare questo lavoro, che ho fatto fare, da quella volta si son chiamati sempre Rastelli no? Però a casa si parlava sempre italiano, sapevano qualche parola, così qualche volta al nonno scappava qualche parola in croato ma non, si parlava sempre italiano, io non sapevo neanche una parola e ho cominciato a imparare qualche parola di croato l’ultimo anno durante l’occupazione jugoslava, perché ho fatto un paio di mesi di scuola che era già l’occupazione, là ci insegnavano il croato e allora a casa col nonno leggevo, imparavo, ero anche brava! Infatti la maestra mi aveva regalato un libro di croato perché ero brava come premio. Ma quei pochi mesi dopo ho dimenticato tutto perché non, per dire, no? Come si studia il tedesco, l’inglese, così allora avevo studiato quelle poche parole, però la nostra famiglia era tutta di nazionalità italiana, decisamente, non c’era, per cui. Ma al di là di questo non era il fatto della lingua eccetera, proprio della persecuzione comunista che era, che è diventata tremenda, no? Della persecuzione di Tito contro tutti coloro che erano italiani per cui l’esodo è stato per il terrore, l’esodo è stato dettato soprattutto dal terrore che si era instaurato ecco. E lo stesso mio nonno è uscito perché ha detto ‘Se devo morire andrò a morire dove sono i miei figli’. Infatti una gli ha detto ‘Ma come signor Rastelli abbandona tutto questo bendidio?’ ‘Sarà quel che sarà, vado a morir dove xe i mì fijoi”. E così è stato, povero, morto sotto la carità, per carità, povero ma che umiliazione che deve aver, ma io immagino come se tutta questa casa improvvisamente non mi appartenesse più poi, ma deve essere una cosa terribile, terribile a provare, solo solo col pensiero già ci si terrorizza, dover abbandonare tutto, una cosa impressionante. E quanta fatica ha fatto, potevano, da giovane, per farsi tutta questa roba, sacrifici perché non erano benestanti di famiglia quindi e col loro lavoro eccetera, poco alla volta costruirsi prima la prima casa, dopo la seconda, sti appartamenti affitta. Tutto, zero, tutto sparito. Come ad esempio anche dalla parte di mio papà, dopo quando ho fatto la prima ricerca dei, delle particelle, dei terreni, ho scoperto che i Kucic, a parte che era un nome molto noto in città a Fiume, ancora oggi ci sono molti Kucic a Fiume. Questi Kucic, questi miei antenati diciamo, quindi sono risalita fino alla quinta generazione di questi Kucic, sono venuti dall’interno dalla parte, non so dalla parte di dove, verso la costa, e si sono posizionati su, a Drenova dove hanno comperato dei terreni di boschi perché di professione facevano i taglialegna e hanno comprato questi terreni di boschi per tagliare i boschi e portar la legna giù in città. Infatti la chiamavano ‘skuta’ taglialegna, il primo che ha scritto proprio in comune la particella per la casa, mi pare quinta o sesta generazione. Quindi molte generazioni indietro si son tramandati, ogni volta aumentando l’acquisto di terreni e mia nonna stessa, siccome sto nonno piaceva bere come tutti, allora quando portava, quando lui rientrava dalla città con i soldi, non so se settimanali o mensili, del mestiere che faceva, lei se li faceva dare sti soldi che li amministrava invece lei si viveva con quello che si faceva in campagna e questi li, quando ha un certo gruzzolo di denaro, quella volta non esistevan le banche, comprava un terreno, e lo intestava infatti un sacco di terreni erano intestati a mio papà che era il figlio più vecchio e un’altra mia zia, Amalia, che è quella più vecchia che è rimasta a Fiume. Quindi lei quando aveva dei soldi che le avanzavano comprava terreni, per cui mio papà [è] risultato possedere non so quanti terreni di baschi, di prati, di roba, ed erano tutto dei Kucic, mezza collina che veniva da su fino a giù, tutto sparito, non esiste. E avevano fatto una prima casetta che dopo mi hanno mostrato che poi l’avevano dato a una vicina di casa che c’aveva instaurato come un, una stalla, stalletta che era la prima casa tutta fatta in pietra, una casa da morire sai [laughs] si entrava, io l’ho vista perché mi piaceva vedere. Si entrava, di qua c’era come la cucina di qua un sottoscala dove mi hanno detto che tenevano la capra, le scale si andava su e dove dormivano, ti immagini che roba che era, col giardino di fronte. Dopodiché questi parlo, tre quattro generazioni no sono vissuti, dopo hanno comprato un altro terreno più in là e hanno fatto la casa nuova quella dove sono vissuti i mi nonni e così via. E a questa casa nuova, attaccata alla casa dei cugini perché là tutti si attaccavano l’un l’altro, questa casa nuova, siccome sto nonno, muratore diciamo il capo, muratori non so come li chiamavano, aveva deciso di ingrandirla allora ha fatto ha attaccato un altro bello appartamento, senonché erano tanti figli, il figlio più vecchio ha detto ‘Oh io sono il più vecchio, sono sposato, tocca a me’ è andato lui e quindi sto mio nonno è rimasto nella vecchia eh, che già era una grande, perché era, si entrava in cucina ma aveva tre stanze era fatto come un bel cortile così da, quindi per dire, no? Quindi era tanto, dopo sotto c’era, vicino c’era quell’altra l’altra casa attaccata, tutto sparito, addirittura hanno abbattuto perché la zona dove si trovava queste cose era una delle zone più golose della città di Fiume, tipo Opicina, ma Opicina si va giù, invece questa era proprio sulla, tu vedevi tutto il golfo di Fiume, ma era uno spettacolo, ma uno spettacolo mozzafiato. Quindi quelli che avevano terreni che hanno venduto si son presi un sacco di soldi, che son rimasti eventualmente perché era dei posti più ambiti proprio per fare, dopo hanno costruito case, come è successo a Opicina, no? Ma per dire, e dopo alla fine dei cugini che son rimasti, non so dove, hanno con dei testimoni falsi hanno giurato in tribunale che quello è loro eccetera, erano cambiato sti appezzamenti, hanno dopo venduto, in somma hanno falsificato della mia, della famiglia non è rimasto più cenno niente. Quindi perso tutto, anche quello, quello proprio perso, quello di Fiume giù, da parte materna qualcosa si è preso come beni abbandonati, quello su niente. È così ma per me è stato un bene, perché non avrei fatto l’università se fossi rimasta a Fiume, questo sicuro perché non c’era l’università allora a Fiume, non so cosa sarebbe stato ma comunque. Poi non mi rincresceva, avevo uno spirito molto avventuroso, il fatto di cambiare eccetera a me andava bene, già mia cugina era più così che rimpiangeva, qualcosa di quello che è stato, a me no, sono gli adulti quelli che hanno sofferto, i bambini difficile, poi bambini che non avevano avuto problemi di vita diciamo, perché i giochi li aveva, questa zia ci procurava di tutto, da mangiare avevamo, bene o male la casa non l’abbiamo persa quindi se vogliamo dire una guerra privilegiata, se non fosse stato per l’esodo no? L’esodo è stato la cosa, perché poi ci siamo sparpagliati quindi noi siamo venuti a Trieste, quella zia è andata a Valdobbiadene in provincia di Treviso che era la sorella della mamma, mentre il fradel, fratello questo figlio che era ritornato dalla guerra è andato prima a Mestre, non riuscendo a trovare lavoro è emigrato in Argentina, quindi proprio ci siamo sparsi. I nonni sono venuti, sono stati con gli zii a Valdobbiadene, il nonno è morto prestissimo per infarto e invece la nonna ha durato abbastanza ma tutto sommato poi l’è venuta la pensione da Roma, aveva la sua pensione, qualche soldo perché le è venuto qualche cosa di questi beni abbandonati, viveva un poco a Valdobbiadene, un poco a Trieste da noi, insomma ha fatto la sua vita tranquilla, non dico con grande signora ma non è che le mancasse niente dopo no? Il più povero è stato il nonno, quello che ha lavorato più di tutti, faticato ma che non ha goduto niente ed è morto così. Lui è quello povero che, il vero, colpito dalla guerra diciamo no? E questo è quanto. No, altre cose non saprei cosa dirti.
PS: Io volevo farle alla fine solo una domanda.
LKP: Ma fammi tutte le domande che vuoi, non so se so risponderti, perché è poca è la mia memoria di quel periodo.
PS: No, io più che altro vorrei chiederle, col eh, adesso oggi pensando a quel periodo, pensando ai bombardamenti e alla situazione della guerra, adesso lei come, come li vede, come pensa al, col senno di oggi ai bombardamenti, a chi li faceva.
LKP: Come mi sento? Guarda, io non posso esprimere giudizi perché ero troppo piccola e quindi tutto questo cambiamento, prima l’Italia, poi la Germania, poi la Croazia, la Jugoslavia e tutto l’insieme di cose non riesco a mettere insieme come bambina, non mi rendevo conto di niente. Come adulta sì, mi sono accorta, perché perché sapevo che di là c’era stata una parte della mia vita e dei miei che era stata cancellata e proibita, quindi c’era questo rimpianto diciamo, di un qualcosa che c’era e che poi non c’è stato più. Però io mi sono adattata benissimo alla vita qui a Trieste, ripeto ero troppo piccola e anche avevo un carattere così proiettato sempre verso li futuro, con tutta la mia vita è stata cioè, non mi risiedevo nel passato, non mi crogiolavo, però era sempre un tendere in avanti, far questo far quell’altro, far quel terzo, non avevo mai pace, mi inventavo sempre cose, infatti mio marito, mio fratello una volta che una delle figlie non so cosa faceva, m’ha detto ‘Daniele non ha mai pace, è come zia Lia’ [laughs] per dire no? Perché l’estate viaggiavo, andavo di qui, cioè la mia vita l’ho iniziata a Trieste, anche se c’è stato quell’episodio di Fiume, delle amiche e così via, era un episodio dell’infanzia ma un qualcosa chiuso in sè, basta, più di tanto, quei piccole. Mentre la vera vita diciamo l’ho incominciata a Trieste a venire, con la scuola, con le amicizie, con tutto il resto, per cui a me non è mai stato. I miei genitori non si sono tanto lamentati perché forse mio padre ad esempio, noi si, eravamo profughi ma profughi un po’ particolari, non abbiamo ricevuto assistenza, non abbiamo ricevuto niente perché mio padre non ha perso un giorno di lavoro. La ferrovia ha trasferito il suo personale da Fiume a Trieste, lui, altri in altre parti d’Italia, dandogli sempre lo stipendio, per cui lui non ha dovuto aspettare come tanti, lui il suo stipendio l’aveva, il suo lavoro l’ aveva, io inserita in questo contesto, l’unico beneficio che ho ricevuto è stato dal punto di vista scolastico, nel senso che fin che ero a scuola la Lega Nazionale mi forniva i libri di testo che era stabilito che ai profughi si concedesse questo per aiutarli, i libri di testo, quindi gran parte non tutti, ma gran parte dei libri di testo la Lega Nazionale me li dava e dopo li restituivo eccetera. Quindi il costo libri è stato quasi azzerato e quando sono arrivata all’università anche come profuga, potevo pagare solo metà, dovevo pagare metà tassa, l’altra metà siccome avevo una buona media per merito per cui io praticamente ho fatto l’università senza pagar tasse. Ecco questo è l’unico vantaggio di essere stata profuga, per il resto zero. Mentre altri hanno ricevuto, e colonie, non so cos’altro, e dopo le case e così via, niente di niente perché noi eravamo dei profughi particolari diciamo, perché appunto papà essendo statale la ferrovia, tutti i suoi dipendenti aveva chiesto ‘Volete restare o venire in Italia’. Se venite in Italia continuate il vostro lavoro in Italia. E così è stato. Per cui devo dir la verità, mi dispiace perché perché Fiume è una bella città, perché i ricordi belli dell’infanzia ce li ho eccetera. Anche quando ho visto, persin mia figlia ha voluto, ‘Ma io vorrei vedere le case’ e siamo andati a vedere, perché voleva vedere dove eravamo nati, dov’era tutto, perché i nonni parlavano tanto, la nonna si lamentava sempre tanto di cui, ma è chiaro, lei aveva perso, no? Io bambina non avevo perso niente, era lei che aveva perso, e lei sempre che si lamentava, e sempre ‘Sì ci hanno fatto, abbiamo perso tutto, tutto’. E sempre, e allora a sentire questo mia figlia voleva ‘Ma io vorrei vedere questa roba dov’era e così’ per cui siamo andati per vedere dov’era e così. Più che altro per lei, ma per dir la verità non, non avevo grandi rimpianti, mai avuti io. Forse ero un po’ incosciente non so, cioè ero senz’altro incosciente ma non mi fermavo a queste considerazioni, guardavo sempre avanti: dove vado? Cosa faccio? Dove muovo? Nel senso, capito? Ecco e qui è tutto. E anche il periodo di guerra ricordo ste paure tremende quando sentivo gli aerei, questo sì, è un qualcosa di incredibile proprio, un problema che mi prendeva qui allo stomaco proprio, il sistema del gran simpatico, come dicono, è un disturbo che mi è rimasto per tutta la vita eh, anche quando facevo l’università gli esami eccetera, ero magrissima perché quando eh mi prendevano sti spasmi non riuscivo a mangiare, rimettevo, eccetera, proprio un qualcosa di incontrollato, no? Che non dipende dalla nostra volontà. E son guarita da, tramite un medico che mi aveva dato i primi ansiolitici che erano usciti, che bisognava prendere ogni otto ore in modo da costituire un blocco di questo sistema, per, ma è una cosa tremenda eh, certe volte di notte mia mamma doveva chiamare la croce rossa perché stavo tanto male. Ma questo era un fattore fisiologico che purtroppo può succedere per qualsiasi emergenza infatti si è ripetuto anche dopo, no? Per cui quando sentivo suonare questi aerei era una cosa da morire, la paura che mi facevano, perché capivo che da lì veniva qualcosa di tremendo ma che l’avessi visto, no. È successo più lontano, non l’ho visto.
PS: Però lei, visto che lei sentiva questi aerei che venivano, lei.
LKP: Qualche volta suonavano che dovevano arrivare, qualche volta suonavano che erano quasi arrivati.
PS: Però lei sia come bambina allora, che come persona adulta adesso, lei non, sentendo questa presenza, lei non aveva qualche, non provava niente verso quella, quegli aerei che comunque rappresentavano una minaccia.
LKP: No, io mi rendevo conto che erano una minaccia e un pericolo. E questa sensazione mi è rimasta. Ti ricordi quando è stata la guerra qui in ex – Jugoslavia che passavano i bombardieri? Il sentirli mi creavano una specie di ansia, un po’ come quella che provavo, perché ricordavo nel mio subcosciente il rumore wroooom, questo rumore sordo perché sordo, quello è stato un momento che mi ha ricordato i bombardieri di Fiume, è stato brutto, qualcune notti erano brutte proprio, che li sentivo passare, perché mi ricordavano, perché hanno un rumore sordo, pesante, non sono veloci, perciò li senti, sto rumore, lento. E di solito però, quando suonavano correvamo in nei rifugio per cui non li aspettavamo che arrivassero e quando suonavano alla fine uscivamo, quindi a cose fatte. Qualche rara volta, e ripeto una volta li ho visti di giorno che sganciavano ste bombe ma lontano ma si vedevano e l'altre quello del, del razzo che è venuto dopo il bombardamento che avevano fatto, cosa impressionante. Hanno detto che hanno bombardato con delle bombe incendiarie a grappolo, per cui quando si è incendiato è stato un divampare incredibile, tutta la città era illuminata a giorno per due tre giorni, bruciava una raffineria intera e questo silurificio. Che poi ricordo quando andavano al mare, a una certa ora facevano le prove dei siluri e al largo li si vedevano a pelo d’acqua sti siluri che filavano, e noi ci piaceva da morire vedere sti siluri in lontananza, li ricordo, ho la visuale nitida, son quelle cose che restano, quei flash, di sti siluri, sto silurificio che faceva le prove, che era uno degli oggetti che tendevano così, ma basta, non, no no niente di più. Non sono capitata in mezzo a un bombardamento, non sono capitata in delle macerie [unclear], no. Mio papà sì, perché mio papà era sempre in servizio in stazione e quando suonava lui per arrivare a casa doveva attraversare un grande giardino, giardin pubblico, una bella salita, un bel pezzo di strada non c’erano mezzi quella volta e in una di queste, lui anche aveva molta paura infatti dalle paure gli è venuto un’ulcera che poi arrivato a Trieste ha dovuto essere operato, dalle grandi paure che prendeva perché la stazione è un oggetto che veniva bombardato. E allora quando suonava scappavano e in uno di questi momenti mi ha raccontato, o lui o non so chi, hanno cominciato a bombardare, ha visto le bombe che cadevano e in avanti c’era un suo collega, che preso in pieno e il bombardamento gli ha tagliato la testa, lui ha visto la testa di una parte e il corpo dall’altra. Immagini che, che è arrivato a casa ha detto la mamma bianco proprio, e dopo doveva tornare perché lui appunto le stazioni erano militarizzate, i dipendenti dovevano esserci, come se, nell’esercito. E quindi lui ha subito molte paure perché la stazione era uno dei posti, invece non è stata tanto bombardata, non l’hanno centrata tanto la stazione, non so, e di fronte c’era l’ospedale, quindi tutto centri importanti, no? Questa strada che esiste tutt’ora, quando sono andata adesso a Fiume l’ho vista, ho riconosciuto il giardin pubblico, l’ospedale eccetera. E questo episodio di questo collega che è successo perché quando suonava loro scappavano e dopo dovevano ritornare indietro. Ma io non ho assistito a niente, era [unclear] un poco più lontani, un poco fuori dal centro che fuori per modo di dire perché è proprio centro centro, ma insomma, alla periferia della città diciamo eravamo. Ma non ho visto niente niente fuor che questa esplosione del monte che ho visto dopo quando è successo ma una cosa che mi ricordo sta montagna eh, e ho visto sta roba enorme tutto bianco, sai come una cava, come una sega che avesse segato sta montagna, sparite tutte le centocele e sono rimaste solo alcune casette ai lati più estremi, più estremi. Due o tre ore prima dello scoppio hanno avvisato la gente di andarsene se no era un macello, e la gente è dovuta andare ed è rimasta senza niente. Ecco questo, non, altro non è che ricordi di più. Tutto qua.
PS: Quindi solo per concludere appunto.
LKP: Sì.
PS: Anche se me l’ha già fatto capire quindi lei alla fine non, non le viene appunto da esprimere un giudizio su.
LKP: In che senso?
PS: Su su quei bombardamenti quindi.
LKP: Sui bombardamenti?
PS: Sì sull’azione fatta.
LKP: Da che punto di vista?
PS: Vedendolo adesso dopo tanti anni che sono passati, tanti anni da quegli eventi, tanti anni dopo la guerra.
LKP: Mah quella, i bombardamenti erano una conseguenza della guerra, indubbiamente, era una strategia usata da parte degli americani per distruggere le forze tedesche perché solo coi bombardamenti riuscivano a distruggere le forze tedesche. Quindi i bombardamenti erano esclusivamente delle operazioni belliche per opprimere lo stato germanico, la Germania di Hitler che aveva fatto quei disastri che si sapeva. Solo, e quindi la prendevano non solo in Germania dalla parte della Francia eccetera ma anche tutti, e in Italia i tedeschi anche qui hanno fatto abbastanza perché dopo l’8 settembre, hanno, sono andati di brutto contro anche le popolazioni e tutto. Quindi i bombardamenti, in certo qual senso noi li sentivamo come, cioè ecco l’impressione che io provavo è come se fosse una punizione per noi, invece in effetti era una liberazione, ma io non potevo saperlo allora, non potevo saperlo, per me era solo una fonte di paure e di terrore come se qualcosa mi perseguitasse, mentre in effetti quello veniva per liberarci dalla fase tedesca. Però a questo da noi è susseguito immediatamente l’occupazione delle truppe di Tito che hanno peggiorato la nostra situazione quindi siamo stati dalla padella alla brace proprio come si dice passati. E si è instaurata questa specie di terrore nella città che si sentiva, lo sentivo da quello che parlavano gli altri, ma più di tanto non potevo perché ero piccola, non partecipavo, non riuscivo e gli adulti cercavano sempre di coprirci, di nascondercelo, non c’erano più aerei che bombardavano, non c’era più niente, non so cosa si aspettavano non ho idea. Solo si sentiva di gente che andava via, io non capivo perché andava via sta gente, non ho neanche capito quando mi hanno detto, anzi ero quasi contenta all’idea di andare, come si andasse, a non so, qualcosa di di, in vacanza in villeggiatura per modo di dire no? Quindi è una sensazione strana che io ho provato, quindi diversa senz’altro. Certo che peggio sarebbe stato dove son stati quei bombardamenti tipo Roma che è stata bombardata tanto e così via e tutte ste macerie, in Germania non se ne parla tutti bombardamenti che son stati micidiali da morire insomma, che hanno rimesso tanti civili perché al di là delle truppe venivano bombardate città intere quindi civili che non avevano né colpa né pena, e quindi è stata una devastazione. Si parlava, questo sì si parlava ‘Sai in questa città hanno distrutto, in questa città’. Sentivo parlare dei bombardamenti anche di Roma ho sentito parlare, qualcosa si parlava ma più di tanto non, non ho idea, neanche non mi rendevo conto chi fossero perché sti americani bombardassero, non, non sono sicura di non aver capito allora, perché venivano gli americani. C’era un qualcosa di cattivo nel mio, nel mio sub di di ragazzina, bambina diciamo, di qualcuno che voleva farci del male, però non avevo capito perché, nel modo più assoluto. No no non riesco ad avere altre immagini, cioè qualsiasi cosa me le inventerei col senno di poi ma non con i ricordi che ho di bambina, pensa ti sette otto anni, cosa può aver una bambina di sette otto anni? Niente. È difficile, poi vivendo tranquilla, in un sistema abbastanza tranquillo di vita ancor meno si ha la percezione del pericolo, no? Non, proprio no devo dire la verità. Forse hanno proprio nato proprio qua a Trieste che neanche a Fiume perché qui mancava da mangiare, so che mi dicevano che c’era un problema per accaparrarsi da mangiare e così via ma io a Fiume non mi sono accorta di questo, almeno in casa nostra, capito? Quindi è stata una cosa particolare, il peggio è venuto dopo, con l’esodo, no? Tutte le difficoltà e anche economiche perché ovviamente si viveva dello stipendio di papà ormai, non c’era niente altro, solo che su quello si poteva contare, basta, non c’era nessun contorno. Ed è stata dura, dopo pian piano le cose si sono rimediate ma in principio è stata dura. Ma neanche di quello mi son, me ne son fatta un problema, ti dico la verità. Pensa te, dieci anni, abitavamo in via Flavio Gioia che poi la strada parallela alla stazione, no? Dove si entra adesso in stazione, di fianco a dove c’è il parcheggio, quella è via Flavio Gioia. E più in là c’era ste rotaie con sti vagoni, ognuno, ogni famiglia, eravamo più di un ferroviere, no? Avevano due vagoni, uno con le masserizie e uno che ci viveva, però ogni tanto facevano manovra, allora ci venivano ad avvisare col lanternino 'Signori manovra! Signori manovra!’ e allora mi ricordo ci agganciavano, ci portavano fuori, poi ci portavano dentro, guarda una cosa incredibile. E dovevamo prendere la lampada ad olio, tenerla in mano perché se no l’olio si rovesciava. Per noi era un gioco! Ti, poi non so, scaricavano gli aranci, c’era il vagone, andavamo a prendere con il secchio pieno di aranci, e da via Flavio Gioia, a piedi andavo fino all’istituto Magistrale Giosuè Carducci, dieci anni, non conoscevo la città, non c’era nessuno che mi accompagnasse, avevo un fratello piccolo che era malato, mia madre doveva stare con lui, mio papà andava al lavoro, gli zii abitavano qua, da un’altra parte, sola a dieci anni attraversavo la città a piedi per andare a scuola, che i miei figli li ho accompagnati fino a non so quando andavo dietro di loro. Ma, necessità virtù, bisognava fare così perché non c’era altri sistemi, e questa ha fatto si che ho cominciato ad arrangiarmi, a fare le cose e così via perché, perché la vita mi ha costretta a fare da sola tante cose che in altre condizioni forse non l’avrei fatto e quindi. E ti dico la verità anche dopo ho conosciuto la mia amica qui, ho frequentato la famiglia, siamo andati amici, qui l’avvocato che mi ha sostenuto tutta la vita, aveva cinque nipoti nessuna voleva studiare, io sola ero brava a scuola, e lui mi incoraggiava e mia mamma. E quando ho finito le magistrali che volevo fare l’università mia mamma ha detto ‘Ma sai, ma sei già maestra, accontentati’ eccetera. È stato lui ha detto ‘La lasci fare, la lasci fare, vale’ e l’estate perché potessi guadagnarmi, quando l’impiegata andava in ferie andavo in ufficio da lui, battevo un poco a macchina, qualche robetta facevo, mi dava qualche liretta. E tutto così, e ho avuto anche fortuna ad incontrare certe persone, poi io son diventata amica della famiglia e così via, una buona famiglia quindi mi ha preso, però dico, bisogna così nella vita. Per cui io non avevo mai grandi rimpianti per il fatto dell’esodo, i miei genitori e i miei nonni sono stati quelli che hanno sofferto tantissimo, ma io no, ero troppo piccola e troppo incosciente, capisci, eh. Mio fratello poi ancor meno, sette anni di differenza quindi figurati, non ha nessuno ricordo neanche, e tutto qua.
PS: Va bene, niente guardi intanto, io la ringrazio per, per il suo tempo, di aver accettato di fare l’intervista.
LKP: Ma figurati abbiamo fatto una chiacchierata, ti ho raccontato cose così, mi dispiace non averti potuto dire cose più interessanti ma non ci sono.
PS: No no si figuri già.
LKP: Non ci sono, è uno squarcio di vita così particolare, un poco diciamo no? Che sì ma insomma, Fiume è sempre la mia città dove son nata e la ricordo sempre anche così con piacere, ma anche Trieste è la mia città perché ci ho vissuto tutta la vita ho fatto tutto a Trieste, quindi non posso dire che Trieste non è mia, è mia perché. Infatti quando ero ragazzina sai dicevo ‘Io sono di Trieste, io vengo da Trieste’ per me era Trieste il massimo no? Nessuno diceva Fiume, dopo sì, dopo, ma. E quando mi han suonato in quel concerto ‘Cantime Rita, cantime bella’ mi son sentita emozionata. Sai quella canzone, la conosci? C’è una canzone fiumana, una delle tante del eh, che è diventata un poco l’inno di Fiume e che dice ‘Cantime Rita, cantime bella, bella soave, dolce favella, dolce favella d’ogni fiuman, cantime Rita in italian’ ed è allegra sta canzone e quindi mi ha emozionato, e Marco che l’aveva presentata ha detto ‘Questa la ripeto in onore di mia mamma che è di Fiume’. Quindi mi ha fatto piacere una cosa del, e anche adesso c’è stato un concerto con la comunità italiana di Fiume, col Lions mi pare, col Lions di Trieste con tua mamma, non so se era con tua mamma che siamo andati lì dal, dalla Sala del giubileo dei greci e hanno cantato le varie canzoni tra cui questa. E ho detto ‘Ma come mai che sono parole’ ma era la comunità fiumana e questa è una canzone fiumana del 1920 o ‘25 non so, sta canzone è proprio l’inno di Fiume e anche loro i fiumani che ribattevano di essere italiani, ci hanno battuto tutta la vita proprio, no? Con i croati che tentavano sempre di entrare, sempre di prendersela e sempre cercavano di. C’era quel libro che è stato pubblicato da Il Piccolo, che lo cercavo e non so dove l’ho messo. Sicuro l’ho prestato a qualcuno, la storia di Fiume, dove appunto si narrano tutti sti episodi ed è chiaro lì, questa situazione, non è che a Fiume non ci fossero croati, c’erano croati, un terzo della popolazione era quasi croata, ma due terzi era italiano, il, la gestione era italiana, i personaggi del Comune, i rappresentanti sempre italiani, le associazioni culturali e tutto, erano tutti italiani lì. A Fiume viveva uno spirito italiano proprio, riconosciuto dall’Austria che aveva concesso a Fiume l’autogestione pur essendo sudditi dell’impero Austro-Ungarico. Fiume aveva un’autogestione sua italiana.

Citation

Peter Schulze, “Interview with Liliana Kucic Podda ,” IBCC Digital Archive, accessed November 18, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/7969.

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