Interview with Marco Pederielli

Title

Interview with Marco Pederielli

Description

Marco Pederielli describes his father’s career as a Regia Aeronautica officer, providing details of his service in North Africa. Describes his personal situation after the fall of the Fascist regime, when he reluctantly joined the Aeronautica Nazionale Repubblicana as a Morse code instructor. Chronicles the 20 October 1944 Milan bombing describing aircraft approaching at a low altitude, bombs falling down on Gorla, and the subsequent widespread destruction. Explains how he left the school early and therefore did not go in the shelter where all his schoolmates perished. Mentions Pippo dropping small bombs at night which often maimed or killed children. Describes scenes of mothers who had their children killed during the bombings and cheering American personnel at the end of the war, gratefully accepting small gifts. Stresses the difference in perception between the Americans and British personnel, the former loved and hailed as saviours, and latter being generally disliked. Describes the difficult memorisation of the Gorla primary school bombing and how the monument was built in a period when the aerial warfare war was still a sensitive topic. Describes his father’s post-war career on Spitfires and his subsequent interest in theosophy. Elaborates on the legitimacy of bombing and reminisces how people of different political persuasions welcomed the Allies at the end of the war. Reflects on how being at the receiving end of the bombing has changed his outlook on life.

Publisher

IBCC Digital Archive

Date

2017-12-12

Rights

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Format

00:50:52 audio recording

Language

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Identifier

APederielliM171212

Coverage

Temporal Coverage

Transcription

AP: Sono Alessandro Pesaro e sto per intervistare il dottor Marco Pederelli. Siamo a Milano, è il 12 dicembre 2017. Grazie dottor Pederelli per aver acconsentito a questa intervista.
MP: Pederielli.
AP: MI perdoni. La sua intervista registrata diventerà parte dell’archivio digitale dell’International Bomber Command Centre, gestito dall’università di Lincoln e finanziato dall’Heritage Lottery Fund. Grazie per aver acconsentito a questa intervista. Mi parli per favore del suo ricordo più antico, dei fatti più remoti che riesce a ricordare. Potrebbe essere un ricordo legato alla sua famiglia, ai suoi genitori o alla sua prima casa.
MP: Beh, il ricordo più antico, sicuramente ricordo di quando mio padre ci portò a vivere di fianco all’aeroporto di Linate in una villa a Peschiera Borromeo. Perché mio padre era un ufficiale dell’aeronautica, tenente poi diventato capitano che aveva militato nell’aeronautica da quando aveva vent’anni e fece una ottima carriera essendo entrato come aviere. Per cui, quando io non ero ancora nato, siamo di origini emiliane, Cento, provincia di Ferrara, la patria del Guercino, del pittore Guercino e mio padre fece questa carriera molto buona e andò a seguire tutte le guerre, le guerre di conquista che fece l’Italia negli anni ’30 in sostanza. Dunque Abissinia, dunque Somalia, Eritrea, queste guerre dove lui era rispettivamente capitano, maggiore, sergente maggiore, piuttosto che maresciallo prima di diventare ufficiale. Io non ero ancora nato perché sono nato nel 1938. Questo è molto importante perché 1938 è l’anno in sostanza della dichiarazione di guerra dell’Italia agli stati, agli alleati in sostanza, no? E, e allora in quel momento lì effettivamente mio padre venne mandato prima a Padova poi, no prima addirittura a Palermo quando ancora non, non aveva, non era stata invasa la Sicilia dagli americani insomma per cui stemmo a Palermo, poi a Bologna, poi a Padova e alla fine proprio nel diciamo, nel 1941-42 appunto ci trasferimmo a Peschiera Borromeo, vicino all’aeroporto, all’aeroporto Forlanini, all’aeroporto di Linate. E mio padre dunque comandava questo gruppo che faceva, che comandava tutto l’aereoporto e aveva trenta, quaranta avieri che lavoravano per lui all’aeroporto eccetera. E io ero così piccolo da, addirittura mi ero, mi avevano fatto una divisa, una piccola divisa da aviere e allora il mio primo ricordo è una volta che io, arrivò mio papà, vestito da ufficiale e io cantavo una canzonaccia dei soldati. Allora lui mi fermò e mi disse: ‘Marco, non hai salutato il tuo comandante. Ricordati che tu, che io, prima di essere tuo papà, sono il tuo comandante’. Allora io mi misi a piangere disperatamente, corsi da mia mamma perché appunto avevo ricevuto il primo, la prima, il primo, diciamo sgridata da mio papà, in sostanza, ecco. Questo è il ricordo più vecchio che ho della guerra. Poi arrivò il, sostanzialmente l’8 settembre, no? L’8 settembre come tutti sanno ci fu la, il voltabandiera dell’Italia in sostanza, no? Per cui tutta la parte sud dell’Italia era già stata invasa dagli americani, c’era, c’era sostanzialmente l’ordine che diede Badoglio, personaggio disastroso per, addirittura avevano, gli inglesi e gli americani avevano coniato un termine: ‘to badogliate’. Non se lei lo sa, ‘to badogliate’ vuol dire tradire in sostanza per cui anche i nostri nemici, cioè gli anglo-americani non capivano come fosse possibile avendo una, avendo degli alleati tedeschi chiudere così, senza nessun accordo, col re che è scappato come lei sa in, a Brindisi e con tutto, con tutto il disfacimento totale dell’esercito italiano per quello che poteva valere, perché per un po’ di tempo sembrava che l’Italia avesse una, addirittura Churchill era abbastanza amico di Mussolini, aveva cercato disperatamente di evitare che entrasse in guerra, mi pare, qualche cosa di questo genere almeno. Per cui a quel punto lì quando arrivò l’8 settembre del 1943, 8 settembre ’43, noi dovemmo lasciare la villa di fianco al. Mio padre, diciamo che non scappò ma non volle più continuare in questa situazione perché i tedeschi da una parte gli dicevano: ‘Ma, se non vieni con noi, se non ti iscrivi alla Repubblica Sociale Italiana, noi ti portiamo in Germania, caro Pederielli’. Erano amici e io mi ricordo anche di pranzi dove sono andato a cena con gli ufficiali tedeschi, ero un bambino piccolissimo, vagamente mi ricordo. E così sostanzialmente ci trasferimmo in una cascina dove c’erano anche i topi sulle, che era vicino all’aereoporto e i tedeschi sapevano dove era mio papà e ogni settimana gli dicevano: ‘Allora, vieni o no?’. E finalmente mio padre disse: ‘Va bene, d’accordo, sono anch’io nella Repubblica Sociale Italiana ma tanto aereoplani non ce ne sono più in sostanza. Non c’era più niente, lui non, l’Italia era completamente, negli anni, alla fine del ’43 l’Italia, anche le fabbriche del Nord Italia erano praticamente quasi finite insomma non. E continuavano i bombardamenti, bombardamenti degli alleati e sappiamo il famoso estate del ’43 dove Milano fu praticamente distrutta. Si salvò fortunosamente il meraviglioso Duomo di Milano ma tutto il centro di Milano che adesso è una delle cose più belle che si possano vedere, a Milano, in Italia sicuramente Milano è diventata la città più affascinante, più perfetta che esista, tutto funziona, a differenza di Roma, tutto è perfetto, la moda, l’alimentazione, sono, è una città strepitosa ormai Milano. E ecco e per cui praticamente questa situazione noi andammo. Dopo un po’, essendo mio padre entrato come ufficiale nella Repubblica Sociale Italiana, lui non voleva nessuna carica perché era troppo brutto il discorso di dire: ‘Ma tu stai dalla parte del giusto o dalla parte del sbagliato?’. Lui credeva di essere dalla parte del giusto perché aveva giurato per il re, aveva giurato per tutto, aveva fatto una carriera di vent’anni entrando a diciotto anni eccetera e invece quelli che venivano dal sud, per caso incontrava perché si poteva ancora passare la Linea Gotica così, gli dicevano: ‘Ah, ma tu sei dalla parte sbagliata’. Certo, loro erano dalla parte giusta perché erano, c’erano gli americani ma non perché loro avessero delle cose. Per cui sostanzialmente mio papà aveva abbandonato l’attività e si era dato all’insegnamento delle marconiste, quelle che dovevano, e aveva una sede dove c’è adesso la Malpensa, mi pare. E lui faceva questo lavorino insomma, andava in bicicletta a fare questa cosa con, questo glielo racconto perché poi le da anche un episodio, c’è un altro episodio, un altro piccolo episodio un po’ particolare. Sostanzialmente mio papà scelse di andare a vivere in una villetta a Gorla, che è una piccolissima, era una piccola frazione di Milano, che è su Viale Monza, sulla via che porta a Sesto San Giovanni, molto vicina alle fabbriche di Sesto San Giovanni che erano sostanzialmente tutte distrutte ormai, non. Diciamo che alla fine del ’43 la Pirelli, la Breda, la Fiat, la Isotta Fraschini erano ormai distrutte, non facevano più niente sostanzialmente, anche i tedeschi. Poi c’erano già i partigiani dentro alle fabbriche che facevano attentati o facevano delle, per cui non funzionava più niente in sostanza. Allora cosa successe? Che noi andammo a vivere in questa piccola villa e io avevo cinque anni, esattamente cinque anni ma sapevo già leggere, scrivere, tutto. Allora mia mamma mi disse: ‘Ma, peccato che cominci, che vai a scuola, che ti insegnano a fare le aste, vai e cerchiamo di farti fare l’esame, entra in prima quando tu avresti dovuto, quando tu avrai sei anni, in sostanza, andrai in seconda.’ E questa fu la mia prima fortuna perché io andai, quando avevo, sono nato in luglio, quando avevo sei anni e tre mesi, andai, mi iscrissi alla scuola di Gorla. Mio padre venne a vedere com’era, anche questo me lo ricordo benissimo, il rifugio della scuola di Gorla era una cantina, una cantina puntellata che quando papà la vide disse: ‘Ma qui cade una bomba, muoiono tutti.’ Però non c’era altro da fare. E così arrivò appunto il 1944, poi è l’anno cruciale perché è lì che si fece poi la fine della guerra sostanzialmente per noi è il 25 aprile del ’45 in sostanza, quando anche questa parte d’Italia viene presa dagli americani e dai partigiani che poi diventano numerosissimi perché tutti abbandonano il fascismo eccetera eccetera e non esiste più il fascismo ma il 25 aprile fu la data del 1945, no? E allora, in pratica, passo a parlare di cosa successe quel giorno. Allora, quel giorno successe che questo piccolo bambino che non conosceva ancora i suoi compagni perché non avevo fatto la prima per cui dopo cinque, sei, sette giorni di scuola non conoscevo i miei compagni di classe, non li conoscevo ancora. E andai in questa scuola che era appunto circa cinquecento metri da casa mia, da questa casa che avevamo affittato. Allora successe che i, andai a scuola regolarmente, accompagnato da mia mamma e verso le undici arrivò un’allarme, il piccolo allarme si diceva così quando era un piccolo allarme. Allora tutti i bambini vennero messi in fila per scendere nel rifugio e anche noi che eravamo in prima, che eravamo in seconda, le prime, le seconde, scendevamo per primi perché poi gli ultimi invece erano gli ultimi, anche la quarta e la quinta classe che erano i più grandi, magari qualcuno si è salvato, successo così. Però cosa successe? Che io scesi le scale, scesi le scale e quando fui davanti alla porta d’uscita, quando fui davanti alla porta d’uscita mi ricordai che mia mamma in un giorno bellissimo mi aveva dato un cappotto, un piccolo cappottino. Allora lasciai la mia classe, risalii le scale che la mia classe era la secondo piano, presi con una certa fatica il cappottino e ridiscesi le scale. Erano le undici e quindici. Undici e quindici scoppiò il grande allarme per cui tutti andarono in rifugio. E il bidello non faceva uscire, prima non faceva uscire nessuno ma quando arrivai io aveva aperto la porta e basta ormai erano tutti in rifugio i bambini. Io vidi la porta aperta e corsi fuori. Corsi fuori in questa strada, c’è una piccola strada con una cascina, era ancora molto, di fianco al fiume, il naviglio, che è un fiume che c’è, un piccolo fiumiciattolo e di corsa, io che non ero mai andato senza mia mamma, era sempre venuta a prendermi, l’ho, ho cominciato a correre verso casa che sapevo più o meno dov’era. Vidi chiaramente gli aerei e sentii dei rumori spaventosi, cominciavano a buttare le bombe, vidi, vidi proprio fisicamente le bombe che cadevano. Fisicamente le bombe, e rumori spaventosi che mi sono rimasti nella testa. Vidi chiaramente, vidi le bombe che cadevano, una cosa incredibile. E di corsa, di corsa, non è vero che cadevano da duemila, tremila metri, cadevano, erano molto basse queste bomba insomma [unclear]. E allora di corsa arrivai, dopo duecento metri di corsa davanti alla chiesa, c’era una chiesa lì, c’è ancora una chiesa e per fortuna davanti alla chiesa c’era un negozio di un droghiere, di un, una drogheria, un piccolo supermarket si direbbe oggi e il padrone mi conosceva, m’ha preso e dice: ‘Ma dove vai? Vieni, vieni, andiamo in rifugio, ti porto in rifugio.’ E allora, mentre mi diceva così, scoppiò una bomba davanti alla chiesa, sul sagrato della chiesa ma io ero già dentro all’edificio e finì del, finì nella cantina insomma dove avevano attrezzato una, un rifugio, piccolo rifugio. Che non cadde, non cadde niente e semplicemente questa bomba fece uno spostamento d’aria tremendo per cui quelli che erano rimasti in strada morirono, furono schiacciati dalle, dalla. E io mi salvai e quando finirono, perché subito a questo punto alle 11.45 finì tutto insomma, no? Una polvere immensa aveva coperto tutto questo quartiere che era un quartiere un po’ popolare con delle case, anche delle case popolari eccetera, caduto dappertutto, Viale Monza era completamente. Tant’è vero che mio padre, allora io arrivai, io uscii e cominciai a correre verso casa perché l’allarme era finito. E vedevo delle bombe, anche delle buche enormi perché c’erano anche molti campi in questa zona. E finalmente vidi mia mamma che in un, veniva, attraversava un prato per venirmi a prendere e così io, io l’abbracciai e andammo verso il rifugio che avevamo a casa nostra, che era un bel rifugio ben attrezzato. E lì cominciammo ad avere sentore che qualcosa di spaventoso poteva essere successo perché quella zona non era stata, circa cinquecento metri non era caduta qualche bomba in un prato, in un prato ma non. E allora cominciammo a vedere, ‘Ma sei tu e gli altri? Dove sono gli altri bambini?’ ‘Ah no, ma io sono uscito prima, sono uscito da solo’. ‘Ma come? E mio figlio, mia figlia dov’è?’ ‘Eh, sarà ancora a scuola, sarà andata in rifugio’. Dunque momento di, tragico perché i bambini morti sono duecento per cui erano, ogni casa aveva come minimo due o tre morti, due o tre. E allora, però non si sapeva niente. E nel mentre mio papà che aveva, che aveva il suo ufficio più o meno da queste parti mi pare, non so, un ufficio qualsiasi per dove facevano, addestravano le marconiste non era più all’aereoporto ma era. Aveva visto questa nuvola di fumo così e allora in bicicletta è andato, è arrivato fino in Viale Monza e l’hanno fermato, hanno detto: ‘Ma dove va? Dove va?’ E dice: ‘Vado a casa perché’. ‘Ma lasci stare perché sono cadute tante di quelle bombe su Gorla e su Precotto che la strada, l’altra zona vicino a Sesto San Giovanni, che è tutto distrutto’. ‘E i bambini, i bambini?’ ‘I bambini non sappiamo ancora ma non’. Allora lui arrivò dove c’è la piazza dove era tutto silenzio e lui non si rese conto, tutto saltando da un, da una maceria all’altra, silenzio. Allora arrivò, dopo un poco, in bicicletta arrivò nel rifugio: ‘E Checco, Marco, dov’è?’ ‘Ah, è qua, è qua.’ ‘Ma e gli altri?’ ‘Ah non so, saranno ancora’. ‘Ma’, dice, ‘Io non credo che ci siano, saranno usciti prima’ perché c’era un silenzio meraviglioso dunque. Insomma dopo un poco cominciarono a dire: ‘Ma, no ma, i bambini sono sotto’. E allora lui si vestì così [unclear] e andarono anche lui a, andò anche a lui a cercare di aiutare a tirare fuori i bambini ma si resero conto che i bambini erano tutti morti praticamente. Perché la bomba, una bomba o due bombe, erano cadute esattamente nella tromba delle scale e avevano ucciso duecento, centonovanta bambini. Se ne erano salvati circa una ventina, che magari erano usciti prima, io l’unica persona che qualche volta vedo è un, qualche volta ho visto cercandolo, è un certo Francescatti che fu proprio travolto e si, un braccio, rimase col braccio sotto e si salvò per, per miracolo insomma, no? E anche un, ebbe anche un grosso problema agli occhi ma è ancora vivo e l’ho incontrato un giorno e ha fatto la sua vita normale eccetera eccetera. Per cui sostanzialmente questo è stato l’episodio clou del bombardamento. Poi queste cose sono vere nel senso che erano trentasei aerei americani che erano partiti da Foggia, dal sud, erano venuti su, avevano bombardato e poi. Le voci sono strane. Io ho letto da qualche parte che temevano di non avere più carburante per ritornare per cui quando sono arrivati qua, dopo poco hanno visto che non avevano più carburante e hanno buttato giù tutto dove capitava eccetera eccetera. Questa è la cosa più probabile. Ma anche qui c’è una frase di questo genere dove dice, ricevettero un ordine dal comando supremo di sganciare le bombe qualsiasi e questo falso nome di questo personaggio che non era lui perché, comunque il nome è Stew [o Steward?], qualcosa del genere, del comandante in capo si stupisce molto, dice: ‘Ma perché buttiamo le bombe giù adesso?’ Ma è un ordine del comando generale e buonanotte. Comunque lui era americano infatti qua si vede che è un, è un americano che vive nel New Jersey e che scrive alla sua bambina, dicendo: ‘Ah, andiamo a fare la guerra’, no, era per liberarsi, eccetera eccetera, c’è questa giustificazione che poi sostanzialmente è un po’ quello che diceva lei prima in sostanza, no? Per cui lo facevano di malavoglia, anche loro sembra ma insomma poi dopo lo facevano insomma quello che. Comunque erano trentasei aerei, tra cui fortezze volanti e così, e basta insomma. E poi qui io ad un certo punto dico centotrentasei, in realtà erano trentasei. E aerei che sono partiti da lì dove c’è adesso tutta, in quel libro che le dicevo, addirittura c’erano i nomi, cognomi di tutti, ma era irrilevante quanti fossero, sono. Partivano da Foggia, da un posto tra l’altro molto vicino alla famosa zona del santo Padre Pio [laughs], dove c’è Padre Pio da Pietralcina insomma, dove avevano costruito un aereoporto dove bombardavano tutto eccetera eccetera. Ecco, questo è un po’ l’episodio proprio della guerra che poi ricordo io è questa qua in sostanza. Che dopo io mi sono sentito sempre un miracolato e, miracolato ha condizionato molto la mia vita perché per esempio io quando perdo qualcosa non ho mai, non mi interessa assolutamente perché grazie al fatto che avevo dimenticato, quando dimentico molte cose, pazienza, non gli do mai nessuna importanza perché dico, se l’ho perso vuol dire che forse era meglio perderla che averla insomma, [laughs] no? Per cui questo aspetto. E poi, beh, poi praticamente io non avevo amici lì perché i bambini erano tutti morti quelli della zona e per cui ho fatto il liceo, ho fatto la scuola media più in centro, ho fatto il liceo scientifico dove ormai la cosa. Ma in questi anni, e questo è importante dirlo, non, queste ricorrenze per i primi vent’anni sono state molto limitate. Hanno fatto un bellissimo, non so se l’ha visto, hanno fatto un bellissimo monumento, sono state le famiglie più rilevanti, che si conoscevano, che erano di Gorla, che hanno voluto questo monumento. Hanno portato tutti i bambini in questo ossario che è dentro la chiesa, questi duecento bambini con i loro nomi eccetera eccetera e con le maestre e così. Però non se ne è parlato quasi più per un bel po’ di tempo perché, sì, Milano sì, ma insomma mica tanto, forse solo quelli che avevano parenti, avevano bambini, avevano ma è stata una cosa, insomma un po’ analoga alle foibe diciamo la verità. Perché in fondo c’era il Piano Marshall, in fondo c’erano gli americani. Dirò un ultimo, per darle un’idea, no? Quando arrivarono gli americani a un certo punto, io avevo visto, io, quando stavo a Peschiera Borromeo vidi i tedeschi che se ne andavano. I tedeschi con i loro carri armati che andavano via perché insomma arrivavano poi gli americani, arrivavano, cominciavano i partigiani. Ma poi vidi ancora di più quando arrivarono gli americani su Viale Monza. Quando arrivarono gli americani che successe nell’anno, un anno dopo, no? Il 25 aprile, dunque dopo pochi mesi da questa strage, le madri che avevano perso i figli lì a farsi dare la cioccolata, a prendere sigarette, a tenere, applaudire gli americani. Questo è una cosa che mi colpì in modo impressionante perché insomma voglio dire, avevano perso i figli, avevano perso tutto quello che avevano, non avevano più la casa, non avevano più niente. Però poi gli americani furono bravi perché il Piano Marshall perché, aiutarono il paese a, per cui non si poteva dire che erano stati loro sostanzialmente. Magari si diceva più volentieri che erano stati gli inglesi perché magari gli inglesi erano più antipatici, gli inglesi erano più, sembravano più antipatici infatti. Infatti, questo antipatia per l’Inghilterra, che io non ho mai avuto per la verità, però diciamo che negli anni cinquanta, sessanta, cinquanta forse, sì, negli anni cinquanta, era un, era rimasto un po’ nella testa degli italiani insomma, l’Inghilterra era considerata qualche cosa di, così, non c’era grande simpatia per l’Inghilterra. Poi invece, quando cominciarono, cominciò, bisogna imparare le lingue eccetera eccetera, addirittura io diedi uno, ero il direttore del centro relazioni universitarie con l’estero della Bocconi, accompagnavo su eserciti di ragazze che si dovevano laureare in lingue e che avevano bisogno della ragazza, dell’au pair piuttosto che e allora divenni, divenni un grande, ero un anglofono veramente, conoscevo bene l’inglese, miei amici, anche adesso li vedo, abbiamo un’associazione dei longevi dell’Università Bocconi che sono persone eccezionalissime, allegrissime, lì c’è il, uno che creò proprio un’agenzia di viaggi dentro alla Bocconi per favorire e io accompagnavo le persone su le ragazze, organizzavo i corsi d’inglese all’estero per cui divenni molto amico dell’Inghilterra, andai un’infinità di volte in Inghilterra in treno e. Per cui è cambiato molto l’atteggiamento vero l’Inghilterra. E invece lì, in quel periodo lì era un po’, s’incolpavano abbastanza gli inglesi di questa cosa, era più facile perché Dio stramaledica gli inglesi questa, queste frasi fatte, queste cose qua ecco. Questo è un po’ come si viveva questa, questo dopoguerra, ecco. E poi vabbe, poi dopo a questo punto l’Italia fu uno dei paesi che riuscirono meglio a superare con, all’ONU, abbiamo i nostri personaggi come De Gasperi eccetera che andò là e disse: ‘Io, io non ho altro da chiedere che chiedere scusa al mondo’, eccetera eccetera con il suo cappotto rivoltato senza, era uno dei personaggi che insomma cominciò e così. Per cui questo è un po’ la storia dei rapporti. Io non, non lo so, anche episodi di, ne ho anch’io episodio veramente drammatico per esempio di mio padre che il 25 aprile proprio prima di, prima che prendessero Mussolini e lo impiccassero eccetera eccetera i partigiani naturalmente diventarono, tutti erano partigiani, tutti erano comunisti, tutti erano. E un bel, e lui veniva dalla Malpensa e fecero un posto di blocco qui a Niguarda, c’è l’ospedale Niguarda. E a un certo punto mio papà era in bicicletta, si fermò e c’era un signore della sua età e dice: ‘Ma lei cosa fa?’. Erano tutti lì fermi ad aspettare. E c’era mio papà che aveva un soprabito, e vestito con la divisa. E lui diceva: ‘Io sono un medico. Sto aspettando di andare al mio turno. Un medico qui all’ospedale di Niguarda, proprio qua a cento metri, a mezzo chilometro da qua’. E lui dice: ‘No, no’, dice, ‘io sono un ufficiale dell’aeronautica’. ‘Lei è un ufficiale della nautica?’. ‘Eh, sì’. Perché lui non aveva ancora capito che era finito, che ormai, che erano nelle mani dei partigiani, di quelli che si dicevano tali. ‘Ma vada subito a cambiarsi, a tirarsi via la, i gradi e la divisa lì che c’è una, c’ha magari anche una rivoltella?’ ‘Ma sì, la portiamo sempre’. ‘Ma vada lì che c’è un casottino, tiri via tutto, si metta lì che ne hanno appena ammazzati due ufficiali qua della Repubblica Sociale Italiana’. E mio padre che in fondo non era, non è mai stato fascista, addirittura era un casino per lui perché essendo un ufficiale avrebbe dovuto essere fascista ma lui era sempre riuscito a non avere la tessera perché proprio non. Mio padre all’idea di togliersi i gradi, buttare la divisa in una casottina eccetera e la sua carta d’identità, la sua cosa, lo colpì in un modo veramente grande e a quel punto disse: ‘No, io, basta, non voglio più essere un ufficiale dell’aereonautica, non voglio più’. Poi lo richiamarono e lo misero a Treviso e lì c’era il dopo, dopo qualche mese insomma no? Ma lui nel mentre aveva cominciato una piccola attività a fare le radio eccetera così e un giorno mi portò anche a Treviso e disse: ‘Dai, vieni che ti faccio fare un giro su questo Spitfire’. C’aveva, c’erano gli Spitfire che dice: ‘l’aereo migliore che abbiamo qua’, era un aereo inglese come lei ben sa, e io dissi: ‘No, guarda, io ho paura [laughs]’ e mi fa: ‘Ma come? No, dai!’. Però lui stette lì ancora due anni ma poi non gli piaceva più proprio. Non c’era l’atmosfera più e dette le dimissioni, gli dettero una buona uscita e lui cominciò una vita, una vita di meditazione, una vita strana, una vita. Lui, lui divenne, vabbè, divenne un commerciante perché così doveva mantenere la famiglia eccetera, vendeva vetri, cristalli, specchi ma soprattuto divenne un teosofo, uno studioso delle religioni, e fece anche un libro che io ho pubblicato, Al di là del velo, che è un libro di Teosophical Society, della Annie Besant, si iscrisse a questa cosa e divenne un sostenitore di questa cosa, non c’è religione al di sopra della verità, insomma così. Un movimento nato proprio in Inghilterra mi pare.
AP: Vorrei riportarla per un istante a.
MP: Mi scusi, forse ho fatto delle divagazioni ma poi ho intagliato tutto quello che abbiamo detto non è che [unclear]
AP: Non si preoccupi. Si ricorda Pippo? Mi parli di Pippo, se ha qualche ricordo.
MP: Beh, Pippo era un incubo per noi eh, perché era questo aereo che tutte le notti non ci faceva dormire per un certo periodo di tempo però perché era un aereo che veniva qui, questo dicevano che veniva dall’Inghilterra, non lo so se venisse dall’Inghilterra. Fatto sta che era un aereo che faceva due cose sostanzialmente: una molto brutta perché buttava giù delle cose, dei bengala che magari incendiavano le case; oppure buttava giù delle, delle caramelle piuttosto che delle cose che i bambini poi quando le prendevano in mano scoppiava, cose del genere. Questo lo faceva così come divertissement. Ma soprattutto buttava giù una bomba, mi sembra proprio una e la buttava dove capitava in sostanza. Per cui, adesso magari ne buttava giù anche due o tre, non so, però sostanzialmente ne buttava giù uno o due bombe. Che cadevano dove cadevano. Allora la gente era un po’ terrorizzata insomma, perché quando arriva Pippo non puoi dormire, non puoi andare, devi andare in rifugio, non devi andare in rifugio, devi fare. E io stesso, mi sembra vagamente una volta che andassi, fossi andato giù in rifugio e per un pelo, ero con mio papà non so come mai, per un pelo non mi beccai una cosa, una scheggia, una scheggia che andò a piantarsi, evidentemente era un bengala, questi, no, uno spezzone, uno spezzone ma insomma. Comunque insomma era una cosa che dava molto, che era fatta apposta per terrorizzare un po’ la gente, ecco. Generalmente la gente se ne fregava perché però avevano un po’ paura insomma perché, però era questo, no? Pippo era questo. Su Milano veniva Pippo, forse su Milano, su grandi città era, non lo so ma questo era quello che. Poi c’era Radio Londra che si sentiva, Radio Londra e poi c’era ma insomma, che non bisognava sentire, vietato sentire, cose così, c’erano tutte queste cose qui che io ricordo vagamente insomma, no. Queste sono un po’ le, i miei ricordi che non sono niente di eccezionale ma che però sono, sono vere [laughs].
AP: C’è un’ultima cosa che vorrei approfondire. Lei mi ha parlato della sua laurea.
MP: Sì.
AP: In un periodo in cui le persone che si laureavano erano una minoranza, come si lega questo fatto all’essere un sopravvissuto di quel bombardamento e lei come si rapporta con i suoi compagni di scuola che sono rimasti sotto quel bombardamento? C’è un legame tra le due cose?
MP: No, perché non, no, perché è cambiato tutta la vita, a un certo punto. Io ho continuato ad abitare a Gorla per un bel po’ di tempo, facendo il liceo, che lo facevo in Corso Buenos Aires, liceo scientifico. E lì eran tutti ragazzi che abitavano intorno a Loreto per cui non, non c’era nessun, non è che io avessi un marchio particolare che sei sopravvissuto a Gorla eccetera. Poi la cosa si, cioè come tutti non ne parlavano anch’io non ne parlavo, andavo abbastanza, il 20 ottobre andavo a queste cerimonie dove a un certo punto cominciavano a farla un po’ più regolarmente. I primi tempi non se ne parlava quasi, soltanto proprio queste famiglie di Gorla che si sono unite e hanno fatto, e hanno creato questo bel monumento, e hanno. Ma sono proprio quelli che erano più di Gorla, proprio che erano, proprio erano come un paese lì, e allora loro erano più vicini a questa cosa ma non. Io sono andato a vivere sostanzialmente come, sì, abitavo lì ma non c’era nessuno che non, e poi dopo quando sono andato via da Gorla, mi sono iscritto alla Bocconi perché cioè mio padre lavorava in un ufficio vicino alla Bocconi e allora abbiamo preso la casa là insomma ma non, non ho più neanche, non c’ho neanch’io, ci pensavo solo il 20 ottobre in sostanza, ecco, non.
AP: C’è un’ultima cosa. Lei mi ha parlato di un fatto molto interessante. Le stesse madri che prima piangevano i figli scomparsi, poi hanno accolto festosamente gli americani che distribuivano sigarette e cioccolata.
MP: Sì, questo è sicuro.
AP: Vuole riflettere un po’ su questo? Cosa?
MP: Beh, è molto strano, cioè i miei genitori non erano, loro hanno vissuto un po’ di più, ecco, forse il discorso è un po’ questo. I miei genitori, facendo parte, mio padre della, di coloro che avevano combattuto veramente insomma, no, con, dalla parte dei tedeschi, e in quest’alleanza che, dell’Asse insomma per cui non, non hanno, non volevano assolutamente festeggiare questo arrivo degli americani, in sostanza. In sostanza lo, l’hanno, lo festeggiavano più quelli che erano i comunisti, che erano i, quelli che sono diventati subito partigiani, che sono diventati, per cui siccome lì è una zona molto, molto rossa perché Viale Monza, Sesto San Giovanni eccetera. Per cui i miei erano più, più agnostici, capivano che insomma alla fine questi hanno buttato giù le bombe, poche balle, insomma, no, per cui. Invece la gente più povera, più, che era diventata subito tutta fascista, tutta, scusa, tutta comunista, praticamente quelli lì, effettivamente credevano l’arrivo di questi liberatori, liberatori, erano tutti liberatori, per cui tutti erano diventati liberatori. Erano diventati liberatori i russi, erano diventati liberatori tutti e allora effettivamente c’era questa, come hanno fatto un po’ in Francia, no, che hanno abbracciato quelli che sono arrivati anche se avevano fatto parte della Repubblica di Vichy insomma, no, però erano. E allora questa la ragione per cui, quando c’è stato questo arrivo di tutti questi carri armati che venivano dal sud e sono passati per Viale Monza, questi qui erano pieni di cose che davano, da mangiare, di caramelle, di chewing-gum, di calze da donna, di tutte queste cose nuove, di Coca-Cola, piuttosto che. Evidentemente è un mondo nuovo che si apriva allora, allora c’era questa volontà di, di. Invece sono altre persone che non hanno più bevuto la Coca-Cola, non hanno mangiato il chewing-gum, proprio quasi per rifiuto di entrare subito in questa, poi sono entrati tutti naturalmente ma, cioè non erano molto popolari in sostanza questi americani, ecco diciamo. Gli inglesi non lo erano per natura perché non, venivano considerati un po’. Ma anche mio padre stesso, che pure è un uomo aperto eccetera, lui non è mai stato a Londra per esempio. Io due o tre volte, io andavo a Londra come, l’altra volta, ‘dai andiamo, ti porto, vieni’, allora [unclear], siamo andati con lui in due o tre paesi a fare dei viaggi, a Parigi, anche in Egitto eccetera, ma Londra lui diceva, ma no, Londra. Cioè, c’era sempre qualcosa di minimamente ostile insomma verso l’inglese ma non so, forse perché lui essendo, avendo visto l’inglese come nemico forse non, anche in Africa quelle cose lì. Eppure mio padre per esempio, deve anche lui la sua vita a una combinazione perché ha portato una volta un maresciallo, un Graziani, cosa del genere, sul suo aereo a Gibuti a incontrare il comandante inglese della Somalia britannica, prestando il suo aereo, cioè andando con il suo aereo e il suo aereo è stato sostituito da un altro che è andato a Addis Abeba, è stato circondato dalle truppe abissine e sono morti tutti e lui si è salvato. Per quello ha preso anche una medaglia d’argento perché è andato a trovare questi qui che erano stati come anche è successo a Kimbu che gli italiani sono stati come circondati dai, per cui. Mio padro ha avuto tre medaglie d’argento, in quei tempi lì, insomma lui evidentemente era uno che c’aveva creduto insomma no per cui insomma. Non credeva nel fascismo come le ho detto ma aveva creduto in questo stato che sostanzialmente, insomma non dimentichiamo che l’Italia nel ’33 ha attraversato l’oceano Atlantico ed era diventata la nazione più potente dal punto di vista aereo con non so quanti, cinquanta idrovolanti, una cosa del genere. Ho visto l’altro giorno alla televisione un episodio dove su tutta New York tappezzata di bandiere italiane con Italo Balbo, capo di questa grande spedizione di centocinquanta aerei, mio padre doveva andare poi dopo non so come mai non è andato ma, che hanno attraversato l’Atlantico con gli idrovolanti insomma no. Per cui insomma essere stato un ufficiale, un aviatore dal ’20, mio padre era del ’09, diciamo dal ’22, ’23 al ’40, è stato una cosa insomma, e di aver fatto una carriera molto prestigiosa insomma, partendo da zero è stato, non è andato all’accademia mio papà ma per cui insomma questa cosa l’ha molto. Per cui non aveva molta simpatia per gli inglesi, diciamo così [laughs] ecco.
AP: Le viene in mente qualcos’altro? Vuole aggiungere qualcosa o possiamo concludere qui?
MP: Ma io, se lei, io, abbiamo fatto una chiacchierata proprio, eh, non so cosa può tirarne fuori lei ma secondo me quello che può tirarne fuori è. Perché questo libro qui effettivamente va bene perché è un libro che è stato fatto con grande amore insomma anche se non, anche se non riporta esattamente le cose però un po’ i disegni fatti, un po’ le poesie messe, un po’ così questa, queste illustrazioni. La prima stesura era stata una stesura un po’, molto, molto brutale, io ho detto a Eugenio: ‘Ma no, qua non va bene insomma, far vedere i morti eccetera eccetera’. Invece effettivamente così è una favola, una favola triste e ma diciamo che è quello che si vuole avere. Perché non è, non è memoria, non è storia ma è memoria, questo è importante avere memoria, [unclear] non è storia perché questo, la storia è quella che si fa scientificamente eccetera, questa è una memoria per cui. Qui, anche questo sono io [laughs] e poi. No, no, va bene. Ecco.
AP: Mi sembra eccellente. Concluderei qui.
MP: Sì, direi che va bene così.
AP: Grazie per questa intervista.
MP: Sì, forse una cosa che potrebbe essere più sottolineata è che le famiglie che hanno avuto le perdite più gravi che si sono, si sono unite in una, in una specie di associazione dove, con la quale hanno raccolto fondi nel dopoguerra con il marmo, per comprare il marmo, per comprare tutto quello, per comprare il grande scultore che ha fatto un’opera molto bella è questo è un atto molto importante. Il primo sindaco di Milano che si chiamava Greppi è stato quello che sostanzialmente ha, ha sostenuto questo fatto di erigere questo monumento e non vendere quell’area lì molto grande che molti hanno detto: ‘Ah, adesso facciamo l’area, facciamo dei palazzi eccetera’, loro hanno detto: ‘No, qui sono morte duecento bambini e in questo rione sono morti trecento persone nelle varie case eccetera, facciamo un monumento di ricordo’. Ecco, sono stati un po’ loro che hanno. Perché proprio come le dicevo, sono quelle cose che in un certo periodo storico non era politically correct parlarne troppo, diciamo così, ecco, questo un po’ la. Forse questo vale la pena ecco. Perché lei potrebbe al limite avere una copia di quel documento lì, di quel monumento lì. Lei ce l’ha?
AP: Sì.
MP: Ah, lei ce l’ha. Basta.

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Citation

Alessandro Pesaro, “Interview with Marco Pederielli,” IBCC Digital Archive, accessed July 24, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/7941.

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