Interview with Clara Dei

Title

Interview with Clara Dei

Description

L’intervistata è Clara Dei, nata a Prato il 19 maggio 1927, insegnante elementare. Interviene l’amica Annalia Galardini. L’intervista è effettuata da Claudio Rosati a Pistoia, presso l’abitazione dell’informatrice, il 5 settembre 1983. La notte del primo bombardamento di Pistoia, Clara Dei scappò con la famiglia al rifugio di Via Franchini. Ricorda il timore per la vicinanza delle Officine San Giorgio, obiettivo militare. Sfollò a Gello, dove assistette a mitragliamenti e ai bombardamenti di Piteccio e Pistoia, e successivamente si spostò a Vinacciano affittando una camera da alcuni contadini: lì vi furono rastrellamenti e ricorda di aver visto l’arrivo dei sudafricani. Ricorda inoltre due aerei: “Pippo” e “La Cicogna”. Racconta poi della cattura del padre da parte dei tedeschi, che lo portarono alla palestra Marini; fu liberato grazie a un conoscente che era in buoni rapporti con un gruppo di ritenute SS in città. Infine, si sofferma sul periodo in cui andò a ripetizioni dal professore Aristide Benedetti, all’angolo tra Via dell’Amore e Via del T; qui incontrava spesso Silvano Fedi ed Emiliano Panconesi e riteneva ci fosse un nucleo di partigiani.

The interviewee is Clara Dei, born in Prato on 19 May 1927, primary school teacher. Also present was her friend Annalia Galardini. The interview is conducted by Claudio Rosati in Pistoia on 5 September 1983, in his house. The night of the first bombing on Pistoia, Clara Dei ran with her family to the Via Franchini shelter. She was afraid because of the proximity of Officine San Giorgio, a military target. Clara was evacuated to Gello, where she witnessed the bombings and strafing of Piteccio and Pistoia. Then she moved to Vinacciano where she took lodging at some peasants’ home: Clara saw civilians being rounded up and witnessed the arrival of South African troops. Remembers two aircraft: Pippo and the Fieseler Fi 156 Storch. Father was captured by the Germans who took him to the Marini gym: he was then set free thanks to the good offices of an acquaintance who was in good terms with local SS. Finally, she enlarges on the time when she was privately tutored by Aristide Benedetti, who then lived at the intersection of Via dell’Amore and Via del T; there she had frequent catch-ups with Silvano Fedi and Emiliano Panconesi; it was widely believed that the place was the headquarter of a Resistance cell.

Creator

Date

1983-09-05

Temporal Coverage

Coverage

Language

Type

Format

00:30:39 audio recording

Publisher

IBCC Digital Archive

Rights

This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.

Identifier

MB CR 3 A

Transcription

CR: Bombardamento di Pistoia.
CD: Primo bombardamento di Pistoia, dev’esse’ stato di ottobre, forse il 26 –
CR: La notte tra il 20 e il 21 ottobre –
CD: Io me la ricordo bene, perché io e la mi’ mamma s’era state a Certaldo dove ci s’aveva un parente fattore e ci dava il grano. Pensa cosa si faceva: si partiva da Pistoia, i treni non funzionavano, si partiva da Pistoia, s’andava a Certaldo, che pe’ arrivarci ci volea le binde –
CR: Già da ora, anche ora andare a Certaldo –
CD: E pensa che cos’era in quel periodo. Si tornava – noi ci s’era fatti fare – ci s’aveva dei necessari da viaggio piccolini così, dove ci stava preciso una stagna d’olio che era una diecina di litri, questo nostro amic – fattore parente ci dava l’olio non al mercato nero, cioè aveva ordine – era un fattore degli Arrigoni degli Oddi e aveva l’ordine di dare tutto quello che c’era soprappiù a prezzo di calmiere, quindi ci dava questa valigina, era piccolina così, pesava, a me m’era allungato per fin le braccia e ci dava grano e questo – io ero tornata, s’era tornati stanchi morti [enfasi] verso le nove la sera, io m’ero buttata a letto, improvvisamente si sentì due suoni di sirena, ma purtroppo era capitato che queste sirene nelle notti precedenti sonassero quasi sempre e sempre a voto e noi si prendeva anche due volte per notte io e la mi’ mamma – il mio babbo no, perché lui non avea paura, ma io e la mi’ mamma s’era – la mi’ mamma era tanto paurosa, si prendeva la bicicletta e s’andava anche di notte dal Civinini per esempio e sempre a voto. Questa volta noi s’era talmente stanchi che non s’ebbe la forza di prendere la bicicletta e di scappare, tanto si disse ‘Sarà una stupidaggine anche quella’. Improvvisamente si sentì questo colpo di sirena, ci s’alzo però, perché la paura era tanta, io mi ricordo l’impressione d’aver aperto l’uscio, perché ci s’aveva una specie di rifugio che era lì in via Franchini –
AG: Perché dove stavi?
CD: Qui vicino, io stavo in via Gemignani. In via Franchini avean fatto un rifugio dove ora c’hanno fatto – c’è un palazzo, c’è un terreno abbandonato, c’hanno fatto un rifugio che era – sarà stato profondo quanto? Du’ metri e sopra c’era un po’ di terra, s’entrava da una parte e dall’altra e c’era delle panche, un c’andava mai nessuno perché tutti diceano ‘Si fa la morte del topo’. Questa volta [enfasi] io mi ricordo il babbo, che non aveva mai paura, deve aver aperto la finestra, perché a un certo punto ha detto ‘Maria, preparatevi e andiamo nel rifugio’ [enfasi] e poi mi son resa conto del perché, perché aprendo l’uscio i bengala – è stata una cosa folle, Pistoia – io, veder calare – che poi un si sapea, perché noi – se eran bombe, che roba era [enfasi], quindi, veder questo, insomma – noi alla meglio s’è avuto la forza d’arrivare a questo rifugio. La mi’ nonna, poera donna, che correa meno di noi, la prima bomba gli sbattè la porta e rimase in casa, noi ci si ritrovò nel rifugio e questa povera donna si trovò a casa e intanto avean cominciato perché furono due ondate, a me mi sembrò che durassero due o tre ore l’una, probabilmente saranno durate pochi minuti, ma mi ricordo una cosa, che erano talmente forti, si sentiva – che mi’ padre non era un acceso religioso, a un certo momento disse – s’era diverse persone, gli disse ‘E ora recitiamo l’atto di dolore, perché’ gli disse ‘questa è la fine della nostra vita’. Quindi andaron via, poi si tirò il fiato, mentre si tirava il fiato brumm ritornò con la seconda ondata.
CR: Ma fisicamente cosa si prova?
CD: Fisicamente una di quelle paure, ma talmente tremenda [enfasi] perché insomma si capisce che tu mori ecco, io ero convintissima di non sortirci viva di lì.
CR: E tutta la gente aveva questo atteggiamento?
CD: Tutta la gente perché non– e stranamente nessuno urlava.
CR: Non c’erano scene d’isteria [?] –
CD: La paura – dov’ero io s’era almeno una quindicina, ci si ammutolì tutti, questo pover’uomo disse ‘diciamo l’atto di dolore’ e io mi ricordo si disse l’atto di dolore.
AG: Tutti zitti.
CD: E tutti zitti, a tenere il fiato perché parea che tenendo il fiato si tenesse anche le bombe, quindi fu – ma poi effettivamente cascarono molto vicine perché – l’hai presente dunque Via G – dunque Via Mazzini è qui dietro –
AG: Via Gemignani è dove sta la Paola.
CD: E cascarono qui vicino, cascarono dal Morandi e poi un’altra cosa che mi ricordo io uscendo dal rifugio il puzzo delle vernici bruciate, perché era bruciato tutto il Morandi e poi tutto ‘sto fumo, tutto questo –
CR: Ma non ve l’aspettavate che Pistoia sarebbe stata bombardata?
CD: No, perché non ci s’aspettò [?].
CR: Non ci credeva [parlano contemporaneamente]
CD: Non ci si credeva perché – e poi ti dirò un’altra cosa, che nessuno di noi aveva idea del che fosse veramente un bombardamento, perché una cosa è senti’ dire ‘Hanno bombardato’, una cosa è averle sul capo, tant’è vero che io rimasi talmente terrorizzata che poi anche tutti gli altri bombardamenti – che poi ce ne furon diversi, io poi ebbi anche la bellezza la sventura di sfollare a Gello vicino a Piteccio e quello di Piteccio mi ricordo d’aver visto saltare il ponte e d’aver visto cascare le bombe, io mi ricordo – ho l’immagine visiva di questi grappoli continui a quattro – ecco, ma non erano a grappolo, erano a quadrato, così, mi ricordo di averle viste e saltare il ponte di Piteccio, noi si stette a Gello e non lo buttavan mai giù, noi a pregare che buttassero giù questi ponti e non riuscivano a buttarli giù in punti modi perché – poi i mitragliamenti s’è avuto anche, perché lì nella zona di Gello ci mitragliarono.
CR: Ma cosa si pensava? Cioè, che bombardassero per terrorizzare la popolazione civile o che volevano prendere – ecco, cosa pensavate?
CD: Secondo noi – guarda, ti dirò anche che a un certo momento sì, ci facevano una paura da morire, ma insomma s’era talmente stufi della guerra che al limite s’accettava anche che bombardassero per veder se finiva questo martirio.
CR: Anche questa è un’altra tattica
CD: Io un lo so, certe sensazioni forse gli adulti li potranno aver avute, io avevo altro che sen – io [incomprensibile] mi padre che era un tipo stranissimo, a parte che lui era un uomo che – era conosciutissimo antifascista, perché lui aveva perso l’impiego, tutto e tipo non aveva paura di niente, però lui era sempre stato di quelli che quando la gente andò a dire ‘La guerra, viva la guerra’, lui disse ‘Ricordatevi che questa guerra dura – dura da farci morir tutti, vero’, lui aveva visto bene veramente, quindi io ho le sensazioni di ragazzina e veramente – prendi un’altra sensazione terribile [enfasi], io mi ricordo, fu una volta che s’era a Gello e sempre lì si cominciò – allora non si sentiva gli allarmi perché non c’era, non esisteva, però cominciarono a passar gli aeroplani, io mi ricordo per du’ ore – e mi domando ancora dove andassero, cominciarono a passare squadriglie, io forse il tempo [incomprensibile], però per una buona mezz’ora passarono fortezze volanti e andavano giù al sud, doe l’avranno buttate tutte le bombe? Saranno state centinaia, io ora mi viene in mente forse era lo sbarco a Anzio, non lo so, il terrore di queste fortezze volanti che ti casc – giravan sulla testa, tu dicevi ‘Sì, e se se ne stacca l’ultima squadriglia?’ come facevan quasi sempre, perché la prima volta fu un terribile bombardamento così. Le altre volte, i bombardamenti di Pistoia – noi si videro bene da Gello – furono a tappetto invece, perché qui loro cercavano proprio gli obiettivi, perché cercavan la San Giorgio e picchiaron tutto for che lì, però l’altre volte invece li facevano proprio a tappetto, cioè passava – si vedeva queste – in genere erano dodici aeroplani o ventiquattro trrrrrr passavano, brumm, mentre passavano scaricavano le bombe così a tappetto e riandavan via. In un certo senso era più – meno pauroso quello perché – qui insomma io mi ricordo che durò tanto il primo bombardamento di Pistoia, fu una –
CR: E nonostante tutto l’odio verso chi bombardava non c’era?
CD: Non c’era perché s’aspettavano e si seguiva e ci pareva che camminassero troppo piano perché si seguiva – tant’è vero che quando arrivarono furono accolti come liberatori, io me lo ricordo l’arrivo dei sudafricani per esempio a Vinacciano, arrivarono i sudafrican – la mi nonna [ride] che aveva i piedi piatti un l’aveva avvistati, era vecchia e grassa, arrivò nell’aia di quest’contadino dove s’er – ‘Arriva l’inglesi’ [enfasi] facea, correa poera donna e arrivò questo branco di sudafricani con tutti il che aveano. I mezzi [enfasi] era una cosa incre – io non ho mai visto uno spreco – ecco perché ti dio che gli uomini li rispettavano, perché loro buttavano il materiale, specialmente gli amer – gli inglesi no, avean miseria [ride], ma gli americani aveano il materiale, il mi’ babbo la chiamava [?] l’acqua del corallo [?] –
CR: Questa guerra l’aveva rovinati, cioè gli americani entraron molto dopo e poi [incomprensibile] –
CD: Sì, sì e poi non aveano la potenzialità [parlano contemporaneamente] economica degli americani, ma insomma [incomprensibile] un soldato ameriano avea dieci divise da cambiarsi, vero, cose incredibili. Se loro non aveano tutte le loro comodità, i bagni, la disinfezione venerea – perché poi voi non avete un’idea del che era Pistoia, vero, doe c’era – ogni tanto c’era il famoso venerean disisian [?] e doe andavano a disinfetta’, ma cose incredibili, certo, chi non ha vissuto il periodo del dopoguerra – era poi il senso della liberazione della paura e del fatto che non venia i bombardamenti, questa gioia di vivere che noi giovani s’aveva e che voi forse non avete mai provato –
CR: Sì, sì, no, è vero –
CD: Ecco, perché è stata una reazione talmente forte allo spavento alla paura – però io ti dirò, anche che io c’ho almeno – di tutti i miei amici ce n’è almeno dieci o quindici che son morti d’infarto dopo quarant’anni, vero, quindi vuol dir che –
AG: La paura –
CD: Vol di’ che qualcosa –
CR: La metti in relazione a –
CD: Ma io la metto si in relazione [enfasi] perché guarda ogni tanto li conto e dico ‘Ma come, è tutta gente che è morta appena passato quarant’anni’, perché insomma –
CR: È una cosa che rimane questa del ricordo dei bombardamenti? Segna?
CD: Io, no come – no no –
[parlano contemporaneamente]
CR: È tra i ricordi più vivi, o no?
CD: Per me è uno dei simboli della paura ecco.
CR: È ancora un simbolo della paura?
CD: Sì, perché tante volte – vedi, a me per esempio anche rivedere film quando vedo questi bombardamenti mi fa impressione, perché ora quando li vedo so quel che sono, prima quando si sentiva che bombardavan Genova, Londra, sì ‘Poerini, poerini’ ma insomma un tu hai mia un’idea del che vuol dire sentirti venir giù roba – e queste esplosioni spaventose, perché poi una bomba fa un rumore incredibile, vero, gli spostamenti d’aria e poi insomma tutti tu sai – tu lo sai doe cascano [enfasi], dici ‘Chi – perché non deve casca’ proprio sulla testa a me?’, è una specie di roulotte russa, vero, di roulotte russa capito, il che –
CR: La gente distingueva se erano americani o inglesi? [incomprensibile]
CD: No, inglesi non –
CR: C’era un po’ di esperienza sui bombardamenti?
CD: Dai tedeschi agli ameriani si riconoscevano e poi si riconosceva per esempio quelli da caccia e poi c’era il famoso Pippo, il famoso aeroplano, il nostro [incomprensibile] –
CR: Ecco, questo –
[parlano contemporaneamente]
CD: Tutti lo sanno, dunque questo era un aeroplano – dunque, noi si sfollò – quando cominciarono a bombardar Piteccio che non gli riuscia pigliarlo, noi non se ne potea più dalla paura perché s’era proprio dietro, mi’ madre che faceva la maestra, era stata Vinacciano, andò io e lei si ria– si andò a cerca’, perché un tu trovavi posto, andò dai suoi scolari, ci dettero una cameruccia e si riprese il ciuo, che lui da mi’ padre un si volea movere, gli si fermò sul ponte di Pontelungo, gli toccò aiutarlo i tedeschi perché c’avea un carro – c’aveano un carro armato dietro e questo ciuo non si moveva, sicché si sfollò a Vinacciano, ecco, moltissime sere passava questo aeroplano, probabilmente era un ricognitore, ma che ricognizione facea di notte? Si sentiva questo aeroplano solitario che passava proprio probabilmente su tutta Pistoia, perché l’hanno sentito tutti.
CR: E come venne fuori questo discorso di Pippo?
CD: Lo chiamavan Pippo, tutti si chiamava Pippo, l’origine non si sa –
[parlano contemporaneamente]
CR: La gente cosa pensava di questo aeroplano?
CD: Si pensava che il giorno dopo veniano a bombardare, perché questa era la paura, che il giorno dopo bombardavan da qualche parte. Perché per esempio, quando noi s’era a Vinacciano, successe anche un altro episodio strano: un aeroplano io penso fosse in avaria, perché proprio dietro al bosco dove si stava noi – intanto parea che le bombe ci rincorressero dietro – sganciò una bomba in un bosco dove non c’era nulla, probabilmente lui la sganciò proprio in un bosco perché sapeva di non far danno e fece un di que’ bui che dalla paura si disse ‘Oh qui che bombardano?’ perché un tu sapevi più doe andare, perché praticamente bombardavano un po’ a casaccio, vero –
AG: Tutti erano andati via da Pistoia.
CD: Pistoia era un – un cimitero, guarda, io un’impressione – ecco, un’altra delle impressioni più drammatiche che io ho della guerra è la sera del – c’era stato il bombardamento, nel giorno dopo tutti andarono a cercare un buco dove andare, la sera noi s’era sulla strada di Capostrada, verso la Forretta, noi s’era a Gello – si stava andando a Gello e s’aspettava il mi’ babbo che venisse per farli vedere do’ era sta casa, vedere l’esodo della gente [enfasi], la fila interminabile di sciaurati col carretto e la materassa con la pentola, chi c’avea il ciuo bon per lui [enfasi], perché allora non esistea la bicicletta –
AG: A piedi.
CD: Sulla – a piedi, perché sulla bicicletta i carichi di roba – i bambini, le famiglie, una fila interminabile di sfollati. Pistoia, la notte dopo il bombardamento, si vuotò completamente e mi ricordo un altro episodio, quando io e la mi’ mamma s’era la mattina a Bruzio e s’andò a Gello, perché lei era stata nominata a Gello, quindi si cercava il posto dove lei aveva la scuola e a cercare questo posto si passò dall’Ombrone perché un si potea passare dal Viale Malta, da Viale Adua, perché s’avea paura che – a un certo momento venne una Cicogna, ma era un aeroplano, strano, si chiamava “La Cicogna”, che non era fatto come gli altri, era un po’ come un vecchio aeroplano di ‘elli un po’ antichi, anche quello era un ricognitore probabilmente e la paura – randoloni – s’era sull’Ombrone dietro un ponticciolo [?] largo, che voi che facesse? Quello era proprio irrazionale, ma noi un si sapeva nulla di questi aeroplani, qual erano quelli che bombardavano e quelli che faceano le fotografie, per noi quando se ne vedea volare uno s’era tutti di fori, ma guarda Pistoia era un deserto –
AG: E tutti ospitavano in campagna.
CD: Ma facendosi profumatamente pagare, perché per i contadini fu una bella pacchia.
AG: Si facevano dare qualcosa –
CR: Non sono stati di solidarietà umana –
CD: Noi – ti dirò che io – noi si stava in una bella villettina, no, no, non c’era tanta solidarietà in questo senso, c’era –
[parlano contemporaneamente]
AG: Se c’avea un parente –
CD: I parenti [incomprensibile] ma noi s’andò in casa di contadini, noi si pagava dugento lire il mese per una bella villettina in Via Gemignani e dugento lire il mese si dettero a questi contadini per una ‘amera e un granaio. No, no, si faceano pagare i contadini, poi c’era un mercato nero floridissimo, vero, i contadini in quel periodo s’arricchiron quasi tutti, anche perché per esempio noi s’era costretti – siccome poi durante il periodo della guerra stipendi un ne pagarono più, si rimase tutti – io mi ricordo i miei avevano ritirato i pochi risparmi che avevano, avevan cinquemila lire, ma tu li finivi presto senza stipendio, si stette almeno tre o quattro mesi, poi il dramma fu che quando arrivarono a riprendere lo stipendio: mi’ madre prese trecento lire e una scatola di cera, tornaron da Prato terrorizzati perché avean pagato una scatola di cera cinquanta lire, costava quindi, quindi successe anche che ai contadini parecchi si pagava in natura. Io mi ricordo parecchi dei nostri bei lenzoli di lino furon dati in cambio di farina e roba del genere, perché un tu mangiavi se un c’era il mercato nero, perché con quello che ci davan di tessera per l’amor di Dio.
CR: E dei morti dei bombardamenti si seppe nulla?
CD: Terribile. Ce ne furono – io mi ricordo l’episodio lì di Via Provvidenza: in una casa di Via della Provvidenza ci cascò una bomba, ci moriron tutti e mi ricordo l’aveano sdraiati – io non li vidi perché a quei tempi ai ragazzi non li facevan vede’ queste cose, però ce lo raccontava il babbo.
CR: Questo nel primo bombardamento –
CD: Primo bombardamento, mi pare furono centoventisei i morti a Pistoia.
CR: Solo a Pistoia –
CD: Mi pare, sì, ora poi queste cifre sono certamente rilevabili e in Via della Provvidenza era morto, mi pare, nove persone e le avevano tutte allineate lì nella strada tutte così, sì, sì e ne morir – dopo ne morì pochi perché si scappò tutti, ma il primo bombardamento fu il frutto dell’a lupo a lupo. Siccome – anche noi s’era scappati pe’ tre mesi, tutte le notti da non ne pote’ più [enfasi]: due volte pe’ notte dalla paura [enfasi]. Quella notte, si vede, parecchi dissero – perché probabilmente le serate precedenti c’enno stati diversi allarmi e non era successo niente, a quel punto la gente disse ‘Ma insomma un verranno stasera’ e invece fu proprio la serata.
CR: Poi la gente credeva che a Pistoia non ci fossero obiettivi –
CD: Che non – ma un po’ si pensava però, la San Giorgio ci facea paura a tutti perché lo dicevano che la San Giorgio sarebbe stato un obiettivo, io un so poi in effetti quali loro ritenevano obiettivi qui, la San Giorgio o il nodo ferroviario –
CR: Il nodo ferroviario perché permetteva di andare al di là –
CD: Sì, e la cos – ecco, molto poi puntarono su quel famoso ponte di Piteccio, perché la direttissima probabilmente era saltata –
CR: Buttando giù quello si bloccava –
CD: Sì, però lo buttaron giù, finalmente dopo – la sera che noi si scappò a Vinacciano. Da Vinacciano si vide bombardare il ponte di Piteccio e buttarlo giù, ma buttaron giù solo un’arcata e i tedeschi nel capo a tre giorni l’aveano ribell’e riaccomodata, però non fu – un po’ lo – mitragliavano molto, ma non –
CR: Sì, il ponte di Piteccio è stata una storia – ma a Piteccio non c’era stato più nessuno? Eran andati tutti via?
CD: Roba pazzesca, ma noi si facea altro che scappare, noi si scappò tre o quattro volte.
CR: Perché ci insistettero tante volte, vero? Mi diceva –
CD: Tantissimo, io mi ricordo d’averne visti almeno tre o quattro di bombardamenti da Gello.
CR: Ah, li riusciva –
CD: Perché era messo in una posizione tale per cui – tu l’hai visto com’è fatto, bisognava proprio pigliarlo di filata, ecco perché poi dopo mandavano molti caccia, mitragliavano molto ma un ce la faceano, insomma, buttaron giù alla meglio quest’arcata ma poa roba vero, i ponti [incomprensibile] no [pausa] che altre notizie t’hanno dato di –
CR: Dei bombardamenti? Ma, in tanti comuni, ecco, c’è questo: molti – a parte non è che ne ho intervistati molti – non si aspettavano di Pistoia, ecco, questo discorso di Pistoia – cioè questa era – anche l’altra sera mi ricordo Giancarlo ci disse anche loro rimasero in casa –
AG: Loro rimasero in casa.
CR: Sì, anche loro erano rimasti in casa, non se l’aspettavano.
CD: Era piena di gente Pistoia, sì.
CR: Poi dopo qual era l’altro tratto comune che ora si diceva?
AG: Io non ne ho sentiti tanti.
CR: No ma comunque viene – ah, questo della preghiera, tutti, cioè questo –
CD: Ah si?
CR: Questo della preghiera, tutti. Mi diceva per esempio l’onorevole Bianchi – ho intervistato anche lui – che anche loro erano scappati oltre il cimitero, c’era un rifugio e loro appunto si facevan meraviglia dice ‘Io sa’ sono credente, faceva ridere’ dice ‘di gente che senza fargli offesa, insomma, forse non avevano mai visto una chiesa’ dice ‘tutti lì a –’
CD: E tutti abbracciati, è vero [enfasi].
CR: Praticamente Giancarlo ci diceva addirittura – lui si ricordava, ti ricordi quella – insomma, la lezione qual era? Gesù e Maria salva l’anima mia –
CD: Io mi ricordo l’atto di dolore, perché l’atto era classico del pentimento, capito, ‘Prima di mori’, dice, ‘pentiamoci dei peccati –’
CR: E poi anche l’altra cosa che viene fuori in tutti è che la guerra finisca, cioè non c’era il minimo ‘Buttin giù tutto, venga giù tutto’ –
CD: Sì, sì, non c’era senso di coso. L’odio era per i tedeschi, perché effettivamente loro ci terrorizzavano: io mi ricordo l’episodio di quando i tede – di quando ci fu il capovolgimento, io ero in Via della Madonna e Pistoia rimase deserta perché i soldati scapparon tutti. Tedeschi non c’erano, però stavano arrivando e mi ricordo il povero onorevole Philipson in bicicletta che passava per tutta la città e diceva ‘Ritiratevi, scappate, i tedeschi sono a Capostrada’ [enfasi] e infatti appena arrivarono ne cinciaron [?] cinque, vero. Cominciaron quei maledetti bando numero uno, bando numero due, che era, guarda, da pelle d’oca, vero, perché mi ricordo quando sentii di’ che avean fucilato quelli alla Fortezza, insomma, fu una cosa che fece impressione, perché quelli erano proprio degli innocenti, vero, li presero così e via e, ecco, loro ti facevan paura e a quel punto lì noi s’avea più paura dei tedeschi che dei bombardamenti, perché poi c’era le famose retate. Io mi trovai – quel poer’omo di mi’ padre avea sessant’anni, lo portaron via, se noi un si fosse avuto un amico, il povero avvocato Manni, che avea una bella villa in Bigiano e lì c’era andato un gruppo di SS – però sa’, anche loro cercavano di tenerseli boni questi e avean fatto un po’ d’amicizia con questo tenente Scher – capitano Schefer [?] che si conobbe anche noi. Se non era questo capitano che l’andava a rilevare lui personalmente, quel poer’omo l’avean portato in Germania come ci portaron tanti, avea sessant’anni vero, ce lo vennero a levar di camera, io me lo ricordo perché dormiva – si dormia tutti in questa –
CR: Incominciaron [?] a prendere tutti gli uomini, sì.
CD: Io mi ricordo – ma poi che successe per esempio a Vinacciano: io mi ricordo la fila della gente che avean preso da tutti i casolari – perché li beccaron tutti, poi dopo ci s’era – anche lì ci presero alla sprovvista, perché un si sapeva che facevan queste cose, dopo ci siamo organizzati perché poi c’era un servizio sulle colline di vigilanza, mi ricordo il grido era ‘Ugolina’, quando qualcuno vedea – avvistava un tedesco comincia a di’ ‘Ugolina’ [enfasi] e allora gli uomini si nascondevano, ma quella volta ci presero tutti così e mi ricordo che c’era uno che per far finta di – si buttò in terra e cominciò a farsi veni’ le convulsioni, o poeracci quegli altri gli toccò anche caricarlo sul carretto e tirarlo e insomma un lo lasciarono mica lì, se lo portaron dietro e gli misero – che spettacolo [enfasi] – li misero tutti nella palestra Marini, a vede’ tutte le poere donne – noi fori a cercar d’ave’ notizie, a dagli un po’ da mangiare, anche il mio babbo c’era lì – un po’ da mangiare, un avean nulla, capito, dormivano in terra, anche lui era un omo di sessant’anni, un avea mia – vero, allora, insomma, quello era veramente uno spettacolo terribile, veramente s’è visto delle cose che nella gente non li riveda più, ma sai c’hanno assodato anche il carattere, vero, perché c’hanno abituato a tanti sacrifici, senza conta’ la fame che era –
CR: Nel dopoguerra, ecco, dei bombardamenti s’è continuato a parlarne, o no? O c’è stata una rimozione?
CD: No, secondo me c’è stata una rimozione, il fatto stesso che è avvenuta questa ricostruzione vuol di’ che la gente non ne volea più sentir parlare, volea volta’ pagina e ricominciare tutto, come ha fatto una poera Italia, ridotta, ciurmata [enfasi] in quella maniera dopo un po’ a rifiorire? Vuol di’ che la gente non l’ha più voluti ricordare e che s’era arricciata le maniche e ha detto ‘Seppelliamo i morti e via’. No, non c’è rimasto e anche – perché sembrerebbe strano, che po’ dopo quelli stessi che ce l’avean date legnate sode son stati quelli che c’hanno occupato e che hanno fraternizzato al massimo, perché nessuno di noi sentiva sentimento di odio.
CR: Quindi anche in casa non è che si sia raccontato? Ad esempio ai figlioli, raccontare l’esperienza?
CD: Ma io al mio sì, però sa’ a chi gli garba tanto sentir queste cose? Agli scolari, io quando raccontavo queste cose ai mi’ ragazzi d’Agliana stavano a sentire a bocca aperta. Tutta la fase della guerra è che noi, vedi, che s’è vissuta diciamo storicamente, non l’abbiamo mica molto chiara, io insomma – poi noi s’è vista sotto un’altra [incomprensibile] il fenomeno dei partigiani io l’ho vissuto in una maniera diversamente da come lo raccontano ora, io ho visto ben poco di partigiani qui a Pistoia e quel poco facean della [ride] – io mi ricordo, per esempio, io andavo a lezione dal professor Benedetti, ora io chiacchiero poi dopo – andavo a lezione dal professor Benedetti, noi s’era du’ ragazzini: s’era io e Ughetto Berti, du’ ciui che s’era bocciati e mi ricordo tutte le volte s’andava da questo professor Benedetti, dev’esse’ stato – era un antifascista e sicuramente era un partigiano, io ci trovavo sempre dentro il povero Silvano Fedi e Emiliano Panconesi che pissipissi, ‘Ma che stanno – loro son grandi, che ci vengano a fare?’ Invece probabilmente lì c’era un nucleo, perché io Silvano Fedi lo conoscevo molto bene, vero, ma proprio bene, l’hanno ammazzato vicino a Vinacciano, vicino a noi, s’era – me lo ricordo bene, però come forze di partigiani io mi ricordavo di Polverone [?] e di Abbo [?] che facean della confusione, ogni tanto – mi ricordo una volta avean trovato del grano i partigiani, allora ci misero noi ragazzine, devono [ridendo] aver sfruttato l’occasione perché allora bastava farsi rilasciare il certificato uno andava a posto e ci misero noi ragazzine. C’era, mi ricordo, il Petrucci, che anche lui dovea essere del movimento di liberazione e ci misero a pesa’ questa farina –
CR: Ma l’avvocato [?] Petrucci?
CD: Sì, sì, sì.
CR: È stato, sì.
CD: È stato, io me lo riordo, era lui un po’ – forse lui facea un po’ parte di Intellighenzia, ma non che ci fosse –
CR: Sì, era nell’Intellighenzia.
CD: Ma non che ci fosse dell’organizzazione, secondo me era di molto scompaginata, detto fra noi, perché poi tutte le cose fanno – poi in alt’Italia sarà stata – qui eran molto scompaginati, secondo me c’era qualche ragazzoto un po’, sai, fissato così, un po’ d’Intellighenzia che movea un po’ di fila ma molto vagamente, poi è venuta tutta fuori dopo insomma e poi c’ha messo a distribui’ questo grano. Mentre s’era lì ci vennero a – venne la notizia che in un bosco avean trovato uno impiccato e probabilmente era un partigiano, non s’è mai saputo chi l’avesse – se erano stati i tedeschi, perché d’intorno populava di tedeschi, vero.
CR: I tedeschi mi sembra strano perché di solito facevano in modo plateale.
CD: Lo facean molto plateale, sì.
CR: A Montale impiccarono tutti, ma nella piazza del paese, mettendo – ci fecero un bosco –
CD: Lo ritrovarono questo e quando fecero fuori Silvano Fedi me lo riordo bene, era proprio lì dietro dove si stava noi, sa’, io lo conoscevo bene, lo conoscevo da ragazza –
CR: Una morte [?] molto misteriosa. È rimasta una cosa abbastanza –
CD: Eh sì, per me è stata una fonte – è stata una grossa leggerezza secondo me da parte di loro, che loro hanno – hanno sfidato qualche cosa che non dovevano sfidare, stavan tirando un carretto con della roba sopra, vero, questi qui, lì c’è stato qualche – sì, non s’è mai saputo molto bene.
CR: [incomprensibile] molto misteriosa, sì.
CD: Il fatto che un bel ragazzo – un ragazzo in gamba come Silvano ci rimise le penne – questo m’è sempre dispiaciuto tanto, perché sarà che [incomprensibile] s’era giocato –
CR: Ma che tipo di ragazzo era? Come –
CD: Un donnaiolo incallito, gli garbava tanto –
AG: Perché era giovane.
CR: Era giovane.
CD: Bel ragazzo che era Silvano.
CR: Quanti anni aveva? Vent’anni?
CD: Avrà avuto vent’anni, spensierato di lanciano [?] e, insomma, era un ragazzo in gamba, però doveva essere forse lui – politicamente era impegnato e convinto, forse era un puro, io credo.
CR: Era di questo gruppetto del Liceo, era lui, Panconesi –
CD: Sì, Emiliano, poi chi c’era?
CR: Il Giovanelli [incomprensibile]
CD: Sì, Fabio Gio –
CR: Come si chiama? L’ingegnere Pier Giovanelli.
CD: Carlo?
CR: Carlo Giovanelli.
CD: Sì.
CR: Poi Fondi Fabio.
CD: Fabio Fondi. Io mi ricordo molto bene Emiliano, lo conoscevo molto bene Emiliano e poi ti dico, lui e quell’altro lo vedevo dal Benedetti, che non è mai venuto fuori il Benedetti, io non l’ho mai sentito rammentare, però era un uomo intelligentissimo [enfasi], professore di latino bravi – afflitto da una moglie cialtrona e da una trentina di figlioli che tu te li trovavi anche sotto le scarpe, poi si separò dalla moglie e andò a sta’ di casa – ti dirò dove, che io trovavo questo – questo gruppetto, in Via dell’Amore, l’hai presente dove c’è ora la Croce Verde?
CR: Sì.
CD: Ancora più avanti c’è – proprio all’angolo con la Via del T c’era uno stanbugioletto, c’era una specie di ingressuccio e uno studio dove lui ci dovea anche dormire, ecco, quando noi s’arrivava loro eran sempre lì nell’ingresso a fare questo conciliabolo e erano quindi – lì doveva nasce’ qualcosa probabilmente, ma io non credo nascesse poi tutto quello che hanno detto, perché c’era una grande disorganizzazione, ecco: noi per esempio non c’hanno aiutato niente loro, perché – anzi, in un certo modo ci facevano anche paura, perché erano questi ragazzi, tagliavano i capelli alle donne, insomma hanno fatto anche degli spregi.
CR: Ma quelle che avevano collaborato?
CD: Collaborato [enfasi], ma che voi collaborare? Anche noi si dovea collabora’ per forza, perché a un certo momento se tu l’avevi in casa –
CR: Anche a Pistoia ci son state queste forme –
CD: Sì, sì, sì, io c’ho avuto una mia amica, per esempio, che stava a Agliana e che l’hanno – lei diceva che era fascista, ma male – e collaborare – non aveva fatto male a nessuno, era fascista era, ma s’era un po’ tutti, guardi, io l’unica fotografia bellina che ho trovato è questa qui che è della mia mamma, questi – era a Vinacciano, guarda se è poco –.

Citation

Claudio Rosati, “Interview with Clara Dei,” IBCC Digital Archive, accessed February 7, 2023, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/38716.

Item Relations

This item has no relations.