Interview with Giuliana Menichini Pereira

Title

Interview with Giuliana Menichini Pereira

Description

L’intervistata è Giuliana Menichini Pereira, nata a Pistoia il 31 gennaio 1928. Interviene il padre Pietro Menichini, è presente il marito Miguel Pereira. L’intervista è effettuata da Claudio Rosati a Pistoia, presso l’abitazione dell’informatrice, il 6 ottobre 1983. Durante il primo bombardamento Giuliana Menichini Pereira si trovava in Via Monte Sabotino, vide la città illuminata dai bengala e fuggì in campagna con la famiglia. Questo e l’ultimo bombardamento le sono rimasti particolarmente impressi: l’ultimo soprattutto a causa delle ripetute ondate. Ricorda la morte dei cinque fratelli Zanzotto. Sfollò con la famiglia vicino Torbecchia. Pietro Menichini menziona le macerie delle Officine San Giorgio e racconta che un giorno, nei pressi del luogo in cui erano sfollati, sopraggiunsero i tedeschi: i partigiani furono avvertiti con delle grida e lui e alcuni vicini si prepararono armandosi di fucili, pistole e forconi. Giuliana Menichini Pereira festeggiò, insieme al resto del paese, l’arrivo dei primi soldati inglesi.

The interviewee is Giuliana Menichini Pereira, born in Pistoia on 31 January 1928. Her father Pietro Menichini edges in, her husband Miguel Pereira is in the room. The interview was conducted by Claudio Rosati in Pistoia on 6 October 1983, in his house. During the first bombing, Giuliana Menichini Pereira was in Via Monte Sabotino – she saw the city lit up by flares and ran to the countryside with her family. This and the last bombing made a lasting impression on her; the last also because of the many aircraft waves. Remembers the death of the five Zanzotto brothers. Giuliana was evacuated near Torbecchia. Pietro Menichini remembers the Officine San Giorgio in ruins and tells about the arrival of Germans near the place where they were evacuated. The partisans were alerted with shouts, he and some neighbours got ready to fight with rifles, guns and pitchforks. Giuliana Menichini Pereira, together with the village inhabitants, cheered the first British soldiers.

Creator

Date

1983-10-06

Temporal Coverage

Spatial Coverage

Coverage

Language

Type

Format

00:27:11 audio recording

Publisher

IBCC Digital Archive

Rights

This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.

Contributor

Identifier

MB CR 5

Transcription

GMP: Perché c’erano tutti i bengala, so che era così, tutte le notti più o meno si sentiva questo ricognitore, quella notte lì io non sentii niente ovviamente, loro cominciarono a sentire questo aeroplano, dopo un po’ sorte il mi’ babbo – [incomprensibile] per avermelo raccontato dopo, è chiaro – il mi’ babbo disse ‘Questo aeroplano non mi garba, qui mi sembran troppi, mi sembran più di uno’.
CR: E vi eravate già abituati –
GMP: Tutte le notti faceva [incomprensibile].
[parlano contemporaneamente]
GMP: Dopo l’8 settembre questo, perché era nell’ottobre, un mi ricordo la data ma era nell’ottobre. Allora, lui poi si alzò, aprì un pochino la finestra e vide che [incomprensibile] [rumori di sottofondo] i bengala, allora mi svegliarono, ci si vestì alla bell’e meglio, ‘Via, via, perché qui bombardano’, infatti mentre ci si vestiva cominciò il bombardamento. Io mi ricordo, insomma, si scese in strada che – illuminato a giorno [incomprensibile] sembrava uno spettacolo bello insomma, tutto sommato, [incomprensibile] e ci si trovò a scappare noi tre: io, lui e la mi’ mamma, con dei vicini di casa: marito, moglie e una bimbina di circa un anno, scappando così alla cieca, senza – senza rendersi neanche ben conto di quello che poteva essere, cioè, forse il mi’ babbo sì, perché avendo avuto –
CR: Quindi lei quanti anni aveva all’epoca?
GMP: Dunque sono del ‘28, era nel ‘43, nell’ottobre del ‘43, sicché quindici anni.
CR: Ma dove stavate?
GMP: In via Monte Sabotino.
CR: Ah, senti [incomprensibile]
GMP: Ma non in quella casa lì dove tu c’hai conosciuto te, un po’ –
CR: Allora scappaste nei campi.
GMP: Si scappò, si scappò praticamente dove poi si fece la casa, si fece la casa. Allora lì eran tutti campi, per l’incirca, circa – che so – cinquecento metri ci sarà stato.
CR: Ma le bombe le vedeste?
GMP: Si vedevano sì e no, cioè io di questo ho ricordo – ecco, del primo bombardamento ho un ricordo preciso, così, però so che si scappava sentendo queste bombe, magari ogni tanto guardando, però c’era questa grande illuminazione di questi bengala [incomprensibile] era di notte fra l’altro.
CR: Ma ve l’aspettavate o no che bombardassero?
GMP: No, perché io so che ho il ricordo un po’ vago tra l’8 di settembre e questo primo bombardamento. Io mi ricordo dell’8 settembre dell’Armistizio, dei soldati in fuga e tutte queste cose qui, poi da questo a arrivare al bombardamento il ricordo è vago, so che si pensava giustamente [?] che vabbè, c’è l’Armistizio, ci sarà anche la guerra, siamo a posto [?] invece cominciò ovviamente – cominciò la guerra di resistenza e cominciarono i bombardamenti americani, degli Alleati che risalivano poi l’Italia, ecco, e io mi ricordo questo primo bombardamento, così insomma, ecco, senza – non lo so – forse più che paura stupore, perché inesperien – perché non avendo mai visto di queste cose – magari il mi’ babbo se n’è subito – ‘Questi son fuochi di bengala, bombardano’. Secondo me all’inizio era tutto – che so – tipo fochi d’artificio insomma, ecco, però ovviamente poi la paura ci fu. Però mi ricordo in questa casa di contadini con altra gente, vicini di casa nostra, si rimase un po’ allibiti, non si sapeva appunto [incomprensibile] senza rendersi ben conto neanche forse in quel momento lì di chi ci bombardava, se gli americani o i tedeschi insomma, probabilmente non ci si poneva neanche questa domanda, era – era una confusione e basta.
CR: Ma poi ce ne fu altri?
GMP: A me mi sembra che siano stati cinque bombardamenti, però, che io mi ricordo bene sono questo, che è il primo, e l’ultimo, l’ultimo che fu – non mi ricordo – so che fu nel novembre del ‘43, che – ecco – quegli altri tre – so che furono cinque bombardamenti. Io quegli altri tre l’ho in mente più vagamente, so che magari c’erano frequenti allarmi e si scappava e poi il cessato allarme e magari non era successo nulla, si tornava alle nostre case tranquillamente, questo ultimo [rumori in sottofondo] l’ultimo fu il più grosso, perché fu in varie ondate, a ripetizione e a tappeto, cioè, ecco, ho in mente precisa questa cosa – da ragazzini ci si ricorda sempre di vederli spuntare da dove praticamente tramonta il sole – veder spuntare questo stormo d’aeroplani, questo rombo lo sento ancora, te lo immagini – bombardavano proprio passando, a tappeto, senza scegliere forse neanche posti ben precisi e di laggiù apparivano e di lassù sparivano, sicché si tirava un pochino il fiato e come riapparivan di laggiù e poi successe quattro o cinque volte, ecco, fu un bombardamento veramente –
CR: Ma c’era risentimento verso chi bombardava o no?
GMP: Non direi, perché, non so bene – come dire – com’è stata, non c’è stata forse una propaganda, però forse io penso un po’ inconsciamente c’è stata la, la, la percezione che questa gente doveva far così per poter – per poter venire, per potersi liberare da quello che era –
CR: Ecco, c’era questa [incomprensibile].
GMP: C’era, forse più a livello inconscio penso, che –
CR: Che in modo consapevole –
[parlano contemporaneamente]
GMP: Però c’era, almeno, ecco, se ripenso alle mie situazioni – come dire – quel che ho pensato ultimamente, so che ci venivan a bombardare, però lo devon fare perché devono risalire [incomprensibile] ovviamente erano – come esperienze non erano simpatiche [?] ecco.
CR: Ma con un po’ di paura siete rimasti? Cioè, dopo cinque bombardamenti [incomprensibile].
GMP: Mah, non lo so. Erano – guarda – eran sempre un po’ strani, almeno per quel che mi riguarda, insomma, e penso che più o meno fosse per tutti così, perché pur vivendo il pericolo era costante, di tante cose per esempio, no, perché poi quando proprio qui diventò fronte, quindi era costante il pericolo dei missili e rappresaglie e allora cominciarono le azioni partigiane per esempio, quindi si sapeva che c’era pericolo di tante cose e però – come dire – non lo so se la vita ha veramente un – come si dice –
CR: Delle difese.
GMP: Delle difese ma anche, ecco, soprattutto va avanti sopra ogni cosa insomma, in qualche modo va perché ovviamente si continuava a chiacchierare, si continuava a ridere, si continuava a parlare di tutte le cose insomma, ovviamente in mezzo alle paure, in mezzo – oltre ai bombardamenti poi ci son stati i cannoneggiamenti, tedeschi che arrivavano e sembravano – guardavano – magari il pericolo degli omini giovani che se li portassero via, insomma, tutte queste cose ecco, però la vita andava avanti comunque insomma, bene o male, morti ce n’era [incomprensibile].
CR: Quindi non è che è rimasto qualcosa del ricordo dei bombardamenti che dopo la guerra abbia continuato a sognare – che abbia lasciato nulla, ecco?
GMP: No, io solo per po’ di tempo so che sono stata – come dire – quando si sentiva gli aeroplani mi davano un po’ noia, però c’è una cosa da dire, che quando li sento – a volte ci sono quei caccia che provengon da Pisa che passano bassi con quel rombo costante, mi dà una certa sensazione, a volte dico ‘Quest’aerei, gira gira –’ [ride]. Davvero, questo me lo fa ancora, non è una sensazione di paura, però in un certo senso di irrequietezza insomma, ecco, che non – non mi garban troppo ecco, perché queste cose – questi rumori mi sono rimasti, ecco, bene negli orecchi, il rumore degli apparecchi soprattutto, ma anche delle bombe, di quel rovinio, di tutto quel – quel – la gente che scappava – un era da dire – come si faceva per esempio a rimanere uniti le famiglie? A parte noi che eravamo tre, ma [incomprensibile] famiglie che avean più figlioli, quando si scappava in quella maniera lì, in maniera disordinata, in maniera – senza avere neanche, diciamo, un indirizzo da dire, un so, ‘Andando lì siamo più sicuri’. Inconsciamente si scappava sempre verso la campagna, ovviamente in punti più aperti[?] [rumori di sottofondo] e quindi era – si scappava un po’ così, senza [incomprensibile].
CR: La gente lo sapeva che [incomprensibile] bombardano o no?
GMP: No, no, dopo si sapeva che –
CR: Cioè sapevate che –
GMP: Si sapeva che erano gli americani e tant’è vero – ecco – c’era – si sentiva a volte dire da alcune persone ‘Sì, eh, ma, ci verranno anche a liberare, per il momento c’ammazzano’. Era chiaro, in quei momenti venivano e di morti [?] ne facevano insomma, ecco, però ovviamente c’era questa situazione che dovevano farlo per doverci liberare.
CR: [incomprensibile]
GMP: Questa era netta, perché [incomprensibile] si sopportava anche abbastanza bene e abbastanza volentieri perché il fatto dei tedeschi – cioè, erano troppo – il modo di fare loro ovviamente non era – non c’era [incomprensibile].
CR: [incomprensibile]
GMP: Sì, dopo l’ultimo bombardamento sì, me lo ricordo, che si scappò, che allora dopo si sfollò [incomprensibile].
PM: La gente per le strade [incomprensibile] mi dicevano [incomprensibile] ‘Fermati, fermati’ [enfasi] e io [incomprensibile] con la città sottosopra, bombardata [incomprensibile] ero in un fosso, rimpiattato, [incomprensibile] la città era annientata completamente.
CR: Ma lei aveva paura Menichini? In quei momenti s’ha paura o no?
PM: S’ha paura perché si scapp – un si sapea doe scappare. Quando arrivonno le squadriglie facean paura, chi scappava da una parte, chi da un’altra, io scappai sull’Arca [incomprensibile] quando arrivai – quando arrivai in cima all’Arcadia c’era la moglie di un omo che conoscevo, stava per lì, mi fece ‘Mi porti via’ [enfasi] [incomprensibile] io tirai e andai avanti, quando arrivai a casa – passai di lì dietro casa – [incomprensibile] e vado su, trovo [incomprensibile] lungo i muri, lungo i cigli, di qua e di là ‘Fermati, fermati’ [enfasi] e si sentia le bombe, era un terremoto continuamente, un terremoto [incomprensibile] la San Giorgio era tutto un monte di macerie, la città era – era completamente spaventosa, facea pietà.
CR: Ecco, ma secondo voi volevano colpire degli obiettivi precisi o anche civili, oppure sbagliavano? Cosa pensav – cioè che ce l’avessero – volevano bombardare indiscriminatamente –
GMP: No, io credo che –
CR: Secondo voi, quello che pensavate allora.
GMP: Secondo quello che si pensava allora era una – come dire – un cercar di colpire obiettivi che potessero danneggiare diciamo, ecco –
CR: Non quindi la popolazione –
GMP: Non la popolazione. Ovviamente, in effetti appunto, quando la gente poi cominciò a sfollare si cercavano le zone di campagna dove non passassero strade, ferrovie e robe del genere, perché appunto cercavano di colpire quei posti lì insomma, le fabbriche, se ce n’erano, e via discorrendo, sicché ovviamente era un cercar di colpire appunto alcuni obiettivi in modo da favorire la loro avanzata, però la popolazione in qualche modo c’andava di mezzo perché è chiaro: non si può colpire preciso qui insomma, quello che mi ricordo – un’altra cosa che a me m’è sempre rimasta in mente, avevo sempre tanto pensato quando il mi’ babbo mi raccontava della Prima guerra, no, pensavo ‘Come sarà un rombo di cannone, una bomba che scoppia?’
CR: Sicché il babbo gliel’aveva raccontato.
GMP: Me lo raccontava della guerra, però è una cosa – un si riesce a immaginarla, veramente, bisogna sentirla, ecco, però è bene che non la sentano la gente, meno possibile, perché è proprio una cosa terribile.
CR: Ma lei l’ha raccontato poi dei bombardamenti? Nel dopoguerra si raccontava ai figlioli –?
GMP: Glie n’ho parlato poco, veramente, perché cioè se c’è qualcosa, per esempio la televisione, e mi interessa e a volte, per dire, se son qui ‘Ragazzi rendetevi conto di quel che era, di quel che è, di quel che potrebbe essere se –’ ora poi sarebbe terribile insomma, ci sarebbe da scappare, però non è che glie n’ho parlato mai molto no, forse perché, come dire, in un certo senso sarebbe meglio scordarle certe cose, ma insomma non è neanche spiacevole [?] ricordarle, così mi capita in dei momenti di parlarne –
CR: I morti si sapevano allora – quando successero i bombardamenti quanti morti c’era stato [incomprensibile] –?
GMP: Ma le notizie giravano, ma più che altro di bocca in bocca, non è che ci fosse gran punti di informazione –
PM [?]: [incomprensibile]
GMP: Quello non so se fu nell’ultimo bombardamento o in uno dei bombardamenti dopo –
CR: Ma degli Zanzotto?
GMP: Degli Zanzotto –
CR: Lei se lo ricorda?
GMP: Io me lo ricordo perfettamente sì, erano – erano – non mi ricordo se a desinare o a cena, so che era in un’ora di mangiare, ecco, che venne questo bombardamento e che questi si addossarono in questa stanza, otto – mi pare erano dodici i figlioli a quell’epoca là, sì – otto a una parete, cioè il babbo e la mamma con sei figlioli, e gli altri sei ragazzi s’addossarono all’altra parete e si videro crollare tutta la parete, queste cose qui, poi altra gente che mi ricordi – ecco, questo quando c’era già il fronte che c’erano i cannoneggiamenti, non più i bombardamenti dall’alto quanto proprio il cannone, che so, gente che magari faceva la fila per prendere il pane, per prendere il sale, anche le sigarette, si fumava e si faceva la fila anche per quelle ovviamente – n’è morti diversi che io mi ricordi insomma, si sentiva dire ‘Sai, è morto il tale, stamani la bomba di cannone è scoppiata mentre si faceva la fila’ così e cosà, però magari le fonti di informazione [incomprensibile] c’era la radio –
[parlano contemporaneamente]
GMP: Sì, sì, sì, quello si sentiva, era all’ordine del giorno sempre e poi durante lo sfollamento i tedeschi che venivano, ci venivan per casa. Mi ricordo una volta – una volta che eravamo – eravamo diversi in quella casa sfollati, diverse famiglie e – non so se ti può interessare questa cosa –
CR: Sì, sì, sì, mi interessa tutto in realtà.
GMP: E c’era una stanza su, era il granaio insomma, in questa stanza praticamente – perché questa casa era a ridosso della montagna, sicché da questa stanza – mentre dal davanti della casa era due piani e si rimaneva tutto aperto di fronte, dalla parte dietro della casa. In quest’ultima stanza era facile saltare nel bosco insomma, allora quella era la stanza degli omoni giovani con i vari segnali di – di – diciamo – le parole per potersi intendere se potevano uscire o meno.
PM: I segnali –
GMP: Sì, sì, ricordo per esempio “La pasta asciutta è pronta” voleva dire che non c’erano tedeschi in giro e poteano scendere un pochinino, ecco, oppure – insomma mi ricordo questa sera che eravamo tutti per lì, queste famiglie in questo casone, sfollati –
PM: [incomprensibile]
GMP: A questo punto bussarono e erano quattro o cinque tedeschi, col mitra, ovviamente. Io di quell’armi aveo una paura cane – insomma mi puntaron questo mitra alle costole – ecco, una cosa è certa: ho una paura matta delle armi, come feci a non avere tanta – non lo so, ero abbastanza tranquilla e s’andò per tutta la casa, cercavano uomini di [incomprensibile] sicché si girò, qui che c’è, là che c’è, via via dicevo ‘Qui c’è la camera della mia famiglia’ qui c’è questo, qui c’è quell’altro. Quando s’arrivò in cima c’era la porta di questo granaio dov’erano questi uomini, di questa porta noi si teneva chiusa a chiave e la chiave la tenevamo giù, di modo che casomai c’avessero imposto d’andare a aprir – a prender la chiave per aprire, intanto questi avrebbero sentito e sarebbero scappati e così di fianco c’era un’altra porticina dove c’era la camera di una famiglia di sfollati, sicché quella sera lì chissà per quale ragione gli uomini c’erano nel granaio, però la porta era stata chiusa ma non a chiave, non so perché, una distrazione, una sbadatezza, se non che questi tedeschi mi fecero ‘Qui che è?’ nella camera di questa gente, sicché io dissi ‘C’è una famiglia’, aprii la stanza e dissi ‘Guardi’, volevan sapere – loro guardarono con la lampadina e poi mi fecero ‘E qui?’, però ero tranquilla perché ero convinta che le chiavi fosse giù, sicché feci – dico ‘Niente, granaio, però’ dico ‘non c’è la chiave, vado a prenderla’ gli dissi, sai proprio così spontaneamente, ‘No’ e si scese –
CR: Tante volte il caso –
GMP: E si scese le scale, quando poi – poi se ne andarono – quando se ne furono andati che si seppe – quest’omini scesero e dissero ‘Lo sapevi che la chiave – ’ ci si sentiva morire [enfasi], ma la chiave – non si sapeva che era aperta, ‘Bastava spingere un poinino’ dice ‘che avrebbero preso tutti lì’ –
PM: Quant’erano?
GMP: Eran diversi uomini giovani, sì, sicché per di – e queste cose dopo ti lasciavano sai con quel senso di – non lo so – io quel che dico ‘come si faceva a non morire dalla paura? com’ho fatto a non morire dalla paura?’ per esempio quella volta che sono andata – andavo alla messa alla villa del seminario, che da Torbecchia [incomprensibile] al Serravalle, a Felceti era la villa del seminario, era – sarà stato un chilometro, tra campi e bosco insomma, così, e una mattina ero andata, mentre c’era la messa si comincia a sentire il mitragliamento, perché passavano gli aerei ricognitori, magari mitragliavano le colonne su per la Collina, sicché finì la messa e mi ricordo c’era il vescovo sfollato lì a Felceti e mi disse ‘Aspetta un poino’ dice ‘perché sento quest’aereo mitraglia da diverse parti, aspetta un po’ ad andare via’ e aspettai un po’, poi sembrava che tutto fosse finito, dissi ‘Vabbè, io vo a casa’. Ero sola, voglio dire, non lo so se oggi sola lo farei, non lo so neanch’io, so che venni via e quando arrivai a circa metà strada, cioè in pratica era la stessa distanza fra tornare alla villa di Felceti o venire a casa dov’ero sfollata – ricominciò questo mitragliamento, ma guarda sembrava mi fischiassero intorno all’orecchi, io mi ricordo appiattita lì contro un albero, sola come un cane, so che dicevo ‘Ma se passasse almeno qualcuno, vedere un’anima’, so che arrivai a casa e ero talmente impaurita che a pensarci ora dico ‘E poi?’ e poi niente, ho continuato a fa’ la mi vita come sempre, come se niente fosse stato e poi un lo so se a un certo punto s’ha l’abitudine – a certe situazioni probabilmente si fa l’abitudine, a un certo modo di vivere, non lo so, ci s’adatta [incomprensibile].
CR: Comunque con quei bombardamenti cambiò anche il modo di vedere la guerra, quella era una cosa lontana o no?
GMP: Era una cosa lontana, è chiaro, dopo – dai bombardamenti, in pratica, l’arrivo del fronte è qui? Non passò tanto tempo, per cui diventò una cosa reale, una cosa – una cosa che si toccava con le mani insomma –
CR: Cioè dalla dichiarazione di guerra ai primi bombardamenti la cosa cambiò insomma.
GMP: Sì, cambiò, dalla dichiarazione di guerra del ‘40 fino all’8 di settembre –
CR: [incomprensibile]
GMP: Ma in pratica no, Claudio, forse non si – non si percepiva proprio bene che era la guerra, perché tutto sommato tra la propaganda che c’avevan fatto, guerra lampo –
CR: Quindi furono i bombardamenti via –
GMP: Furono i bombardamenti, fu l’8 di settembre che – che portò lo scombussolamento, questi militari in fuga, insomma, e poi i bombardamenti, poi cominciarono al fronte l’azioni partigiane, queste cose qui e ci si incominciò a rende conto che era una cosa insomma – che c’era da girare insomma –
CR: Però la voglia che finisse – c’era questa voglia –
GMP: La voglia – cioè questo periodo –
CR: Che finisse, sì, la guerra –
GMP: Che finisse la guerra, che finisse –
CR: Questo periodo –
GMP: Che venisse mandato in su i tedeschi e con loro tutto il che c’era al seguito insomma ecco, questo c’era veramente, tant’è vero che rispetto alle [?] prime truppe d’occupazione via via dove sono arrivate sono state accolte – io mi ricordo che i primi tedeschi – i primi inglesi che arrivò in Sardegna – la prima truppa d’occupazione in Torbecchia arrivò gli inglesi, mi ricordo dov’ero io era su un poggetto così, poi si scendeva e c’era un’altra casa laggiù che si vide ‘Eppure son le truppe d’occupazione’, via tutti – tutto il paese, tutto Torbecchia penso che ci fosse lì, eran cinque o sei inglesi. Insomma, si faceva delle feste enormi perché, ecco, era proprio il senso della liberazione – della liberazione, davvero e poi si tornò a casa e si cominciò a sentire – come dire – a rivivere, a Porretta, Gaggio Montano, da quelle parti lì stavan peggio insomma ecco, però a quel punto lì era passato – a quel punto lì via via di dove passava i bombardamenti finivano, non c’era più rappresaglie, non c’era più niente e si cominciava a rivivere veramente.
PM: [incomprensibile] da una famiglia [incomprensibile] a un chilometro, neanche, cominciarono a arrivare i tedeschi, cominciarono da una finestra a gridare ‘Partigiani correte, correte partigiani, i tedeschi, correte’ [enfasi] e noi si prese i fucili, chi avea una rivoltella, chi aveva il forcone –
GMP: Questo è vero [?]
PM: E incominciarono da quella finestra ‘Partigiani correte, correte’ [enfasi].
CR: Perché erano in fuga –
GMP: Questo lo potrebbe dire il mi’ marito per esempio. I tedeschi si raccomandavano, ‘Non si appoggiavano [?] i partigiani’, la guerra di liberazione, i partigiani – io tant’è vero che tutti gli anni ho [incomprensibile] d’andare a una commemorazione partigiana su a Gaggio Montano il 5 settembre, perché è la commemorazione di una Brigata Giustizia e Libertà. Insomma, io, ecco, la sento, non so, per me il Presidente Pertini che non è partigiano non lo tocchi, perché sennò – no no, io l’ho sentita parecchio insomma, da ragazzina, in quel modo anche – come dire – più vivo [incomprensibile].

Citation

Claudio Rosati, “Interview with Giuliana Menichini Pereira,” IBCC Digital Archive, accessed February 7, 2023, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/38713.

Item Relations

This item has no relations.