Interview with Edvige Colombo

Title

Interview with Edvige Colombo

Description

Edvige Colombo recalls her life in wartime Milan. Describes when the alarm sounded and she and her family went to the basement used as a shelter. Recollects moments inside, re-emphasizing how there was nothing to do there, just standing waiting until the bombing was over. Narrates the bombing of the Bellaria farmstead in the neighbourhood of Trenno, Milan. Recalls when she and her friends went dancing with German soldiers. Recounts a wartime anecdote, when two cars, one with partisans and the other with American soldiers, met at the Bellaria farmstead and after some shooting the partisans were killed.

Creator

Publisher

IBCC Digital Archive
Lapsus. Laboratorio di analisi storica del mondo contemporaneo

Date

2016-12-03

Contributor

Greta Fedele

Rights

This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.

Format

00:21:53 audio recording

Language

Type

Identifier

AColomboE161203
PColomboE1601

Coverage

Transcription

Facciam partire, allora. L’intervista è condotta per l’International Bomber Command Center. L’intervistatore è Zeno Gaiaschi dell’Associazione Lapsus. L’intervistata è Edvige Colombo. Nella stanza è presente Greta Fedele come parente dell’intervistata e Sara Troglio dell’Associazione Lapsus. È il 3 dicembre 2016, siamo a Milano in via [omitted].
ZG: Allora, iniziamo. Prima della guerra si ricorda che lavoro facevano i suoi genitori?
EC: Meccanico.
ZG: Suo papà. E sua mamma invece?
EC: Casalinga. Eravamo in tanti.
ZG: Quanti eravate?
EC: Quattro fratelli.
ZG: Ehm, lei si ricorda, qual è il suo ricordo, il ricordo più lontano che ha?
EC: Lontano sempre per la famiglia o per la guerra o per?
ZG: No no il suo ricordo personale più lontano.
EC: Il mio ricordo più lontano è che ho sempre lavorato perché mi è morta la mamma presto, giovane e ha avuto, e qui con tutti i fratelli ero io solo sposata e facevo da mamma.
ZG: Ok
EC: E ricordo lavorare presto
ZG: Si si va benissimo.
EC: andare al lavoro presto.
ZG: Ehm, la sua famiglia dove viveva? Viveva qua?
EC: Si sempre qui
ZG: A Trenno?
EC: Trenno. Nata a Trenno, vissuta a Trenno e sono qui a Trenno.
ZG: Lei si ricorda di quanto è scoppiata la guerra?
EC: Beh adesso proprio precisamente non saprei, perché non mi ricordo proprio. Sarà stato non so prima del ’50, eh adesso…
ZG: Si ma aldilà della data, si ricorda il momento in cui è scoppiata, che cosa dicevano le persone per strada, cosa le raccontavano i genitori.
EC: Eh beh insomma, eravamo sempre al lavoro, a casa, la paura di uscire, sempre per la paura di uscire e il nostro, più quel nostro, in chiesa, l’oratorio, in chiesa, al lavoro, e basta. La nostra vita era sempre così, non c’era niente di particolare. Perché eravamo in tanti, così più che il lavoro, in chiesa, l’oratorio, e famiglia non c’era.
ZG: Eh suo papà quando, cosa le aveva raccontato della guerra.
EC: Ma mio papà lavorava all’Alfa Romeo, all’Alfa Romeo allora a tempo di guerra o che era dentro l’Alfa Romeo a lavorare. E poi non lo so dopo, mio papà a dire la verità era sempre ubriaco. Allora bevevano tanto gli uomini eh. Era sempre ubriaco. A parte il lavoro, ma a casa dopo era ubriaco.
ZG: Qualcuno le ha spiegato che cosa stava succedendo con la guerra?
EC: Eh no, proprio di spiegarmi no. Io so soltanto quando è successo il disastro qui alla Bellaria quando è venuta giù quella bomba perché qui erano tutti prati, erano tutti prati o che, non c’era niente. Quando suonava gli allarmi così si andava in cantina e si scappava fuori, fuori lì perché li erano tutti coltivatori, frumento e grano turco, tutte quelle cose lì, noi si scappava nascosti lì.
ZG: E si ricorda di quando sono suonate per la prima volta le sirene dell’antiaerea?
EC: Bè per la prima volta non mi ricordo. Non mi ricordo perché andavo al lavoro. Allora lavoravo alla Rinascente, non mi ricordo, perché facevo tutto al centro, andavo fino al centro.
ZG: Che lavoro faceva?
EC: Eh cucire a macchina, fare le confezioni.
ZG: Facciamo, mi dica cosa accadeva da quando sentiva suonare le sirene dell’antiaerea e correvate al rifugio.
EC: Correvamo giù in cantina, quelli un po' che in cantina, oppure si scappava fuori lì così nei cosi, si stava un po' insieme, correre tutto, tutto assieme, andiamo giù in cantina, andiamo di là, andiamo di qui, la nostra vita era quella lì.
ZG: Ehm…
EC: Solo che quando è successo il disastro alla Bellaria, eravamo, io ero alla finestra. Ero alla finestra, qui adesso abitavo qui alla cooperativa vecchia, allora guardavamo i prati così e quando è arrivato quella bombola lì che, la bomba che è andata giù eravamo alla finestra, poi siamo scappati giù. È stato quello che dopo è successo che hanno preso quella macchina, che quando son venuti gli americani, son arrivati alla Bellaria, si sono incontrati e hanno preso quella macchina lì che hanno preso i nostri qui, che hanno preso i nostri, che hanno morto, sono morti i nostri, il tabaccaio, il figlio del coso. Eravamo alla finestra qui noi e anche la mamma a vedere che passavano e è successa una cosa così all’improvviso. Ma c’è ancora la lapide alla Bellaria? C’è ancora? Ah c’è ancora.
ZG: Io però non sono di qua, non so nulla. Che cos’è la Bellaria? Cosa è successo?
EC: La cascina. Quella cascina che si passa lì. Ecco prima lì era una cascina che c’erano quelli che lavoravano lì i prati, no, che lavoravano proprio i coltivatori. Allora eravamo lì alla cascinella, andavamo lì perché lì c’era una villetta. Dopo l’han fatta sul Po però prima era di quelli che lavoravano, di quelli che facevano i coltivatori. Era lì, eravamo niente, era solo quella lì e le scuole.
ZG: Eh insomma a questa Bellaria un giorno è stata bombardata…
EC: Si è stata bombardata quando è venuto giù quella cosa, quella bombola, che proprio è successo quello lì. Ma dopo, poi son venuti qui gli americani, dopo son venuti qui che allora erano abbastanza in buona armonia che eravamo qui, magari si andava lì, si andava avanti là, dove c’è anche là, come si chiama lì, che si andava lì, dove si ballava, noi diseum la lera, lera perché era cemento che si andava lì noi giovani, avanti lì e si andava lì a ballare e c’erano anche i tedeschi. Allora erano bravi perché anche qui in cooperativa andavamo a ballare con loro.
ZG: Mi racconti di quando ballavate con i tedeschi.
EC: E con i tedeschi, e qui alla cooperativa venivano qui e anche loro erano brave persone e si ballava insieme. Noi suonava con la musica, ballavano, poi loro andavano per nostro conto e noi andiamo a casa. Venivamo qui a casa, ma eravamo un gruppo di dieci, tra noi più o meno tutti della nostra età, si andava giù lì a ballare. Si andava sempre insieme, sempre insieme noi.
ZG: Ehm mi racconti…
EC: Non che si usciva da soli con loro, eh. Non si usciva da soli con loro. Sempre qui con loro, noi insieme a loro. Ma non che dire che si usciva la sera magari con loro o che, no no no. Non c’era niente di…
ZG: E i tedeschi come…?
EC: E i tedeschi allora al momento parlavano anche loro l’italiano, parlavano, si poteva capire bene cosa dicevano ed erano sempre più o meno sempre quelli, non è che cambiavano tanto perché arrivavano con la macchina dentro nel prato lì e venivano qui. Si trovavano qui. Qui non c’era niente, non è come adesso. C’era qui la cooperativa, c’era la chiesa, c’era il poco, il lattaio e poca roba.
ZG: Ehm i tedeschi erano in divisa, erano vestiti..?
EC: Si, si, si. Per quello erano in divisa.
ZG: Si ricorda per caso se fossero ufficiali o soldati semplici?
EC: No quello non lo so. Perché sa noi giovani, loro, la nostra età più o meno, avevamo diciassette, diciotto anni, vent’anni, allora non è che si interessava. Andavamo lì quel momento che si stava lì quel paio d’ore insieme, poi ognuno a casa sua. Loro andavano e noi a casa nostra.
ZG: E si ricorda per caso che musica ballavate?
EC: Eh beh valzer, tango, e allora quelle musiche così di tango e valzer.
ZG: Ehm aveva paura di quei soldati?
EC: No quando erano qui non avevo paura perché oramai avevamo preso un po' di conoscenza con loro, allora non è che si andava giù con paura. Però certo che si trovavano così allora si eh, allora si, ma quelli che venivano qui ormai eravamo abbastanza a conoscenza.
ZG: E invece se incontravate i tedeschi per le strade?
EC: Eh beh io, non si incontrava. Perché si andava via al mattino, al lavoro, si arrivava alla sera, si stava a casa, non è che c’era. A parte alla domenica che si poteva andare giù a ballare e basta, il resto sempre in casa. Lavoro e casa, non è che si andava. Perché lì dopo la Bellaria c’era un campo che venivano lì, loro i tedeschi, si sono messi lì loro avanti alla Bellaria, hanno messo come un camper, come un coso, che loro si riunivano lì. Si riunivano lì perché avevano messo giù come, insomma dove loro potevano star lì insomma. Ecco.
ZG: E alla Bellaria quindi secondo lei hanno bombardato perché c’erano i tedeschi?
EC: No, dopo sono arrivati i tedeschi. Sono arrivati i tedeschi proprio lì, si vede che facevano il giro o che e hanno lasciato lì. Combinazione noi era solo quel posto lì che si poteva andare. Perché erano una famiglia di agricoli che lavoravano la terra così. Erano sempre loro. Come qui che adesso che quando c’erano ancora che lavoravano ancora qui delle famiglie. Qui vicino alla scuola. Vicino alla scuola lavoravano ancora lì le famiglie il terreno. Vicino alla nostra scuola vecchia. Però io di memoria proprio di ricordarmi tante cose così non mi ricordo più.
ZG: Si ricorda chi è che ha buttato la bomba sulla Bellaria.
EC: Ah quello non lo so, non lo so. Non so chi è ha un po' più di memoria di me. Forse la zia Bianca può darsi che ha più memoria di me. Io ho poca memoria.
ZG: Nel periodo della guerra lei con chi viveva?
EC: Con i miei, con i miei genitori. Si si. Perché non ero ancora sposata, non ero ancora sposata.
ZG: E quando suonava l’allarme antiaereo ha detto che andavate in cantina.
EC: In cantina.
ZG: Ma la cantina era attrezzata per…
EC: No, allora non era attrezzata per i bombardamenti. Ormai si hanno avvicinato tutte le cose e si scappava dentro lì. Era tutto libero, era tutto libero lì e si scappava sotto, perché c’era solo l’unico da poter scappare, gli altri erano tutti campi.
ZG: E quando stavate in cantina che cosa facevate?
EC: E in piedi così, sempre in piedi così. Perché neanche da sedersi, niente, non si poteva perché non c’era da sedersi. Non c’era la sedia, non c’era niente, eravamo tutti lì in piedi così ad aspettare che passasse per uscire.
ZG: Come facevate a sapere che potevate uscire?
EC: E quando era libero, che non si sentiva più, tam tam tam, più o meno c’era qualcuno che usciva a guardare fuori così e diceva ‘si si adesso si può uscire’ e si usciva.
ZG: Avevate paura quando eravate nei…
EC: Eh beh. Si, si, si, si. Eravamo lì tutti così, intirizziti o che, non si parlava neanche per la paura, dalla paura non si parlava.
ZG: Quindi non pregavate?
EC: Beh c’era, ma non lo so se pregavamo. Non so, io non pregavo, non mi ricordo che pregavo. Però non so.
ZG: Cos’è che le faceva più paura?
EC: Quando si sentiva quei tremori forti forti forti e allora faceva un po' più paura. Però del resto dopo non si sentiva niente, la nostra vita era normale.
ZG: E invece quando era al lavoro alla Rinascente?
EC: Quando ero alla Rinascente ormai non c’era più tanta, la guerra dei bombardamenti ormai non c’era più. Si andava, non c’era i mezzi. Qui bisognava andare fino al sedici a piedi, perché qui non c’era niente neanche l’autobus niente. Non c’era niente, sempre in bicicletta, si andava tutti in bicicletta.
ZG: Quindi durante la guerra, durante i bombardamenti lei non lavorava ancora?
EC. Si, si, si. Eh lavoro si. Si andava sempre a piedi, a prendere, c’era un coso che passava e si andava fino quasi fino insomma, quasi al sedici, non so come si chiama, Perrucchetti, si andava fino in mezzo là perché c’era l’unico mezzo che ci portava.
ZG: E che lavoro faceva?
EC: Cucire a macchina, cucire, fare confezioni.
ZG: E quando era al lavoro non le è mai capitato di andare nei rifugi?
EC: No, no quello no. Quel tempo lì no è passato tutto, non si andava giù. Era già passato tutto il coso, non c’erano neanche qui più i tedeschi o che, che sono andati via.
ZG: Durante la guerra aveva dei parenti che combattevano?
EC: No i miei fratelli erano tutti a casa, no no, erano tutti a casa.
ZG: Suo papà dove lavorava?
EC: Alla rinascente, all’Alfa Romeo.
ZG: E che lavoro faceva lì se lo ricorda?
EC: Meccanico.
ZG: Ma per caso si ricorda se lavorava per mezzi di guerra?
EC: E non lo so. Non so cosa facevano lì all’Alfa Romeo. Non mi ricordo. Perché dopo è andato dentro anche il mio fratello, così è andato dentro anche lui a lavorare all’Alfa Romeo.
ZG: Invece lei ha mai sentito parlare del Pippo?
EC: Chi sarebbe sto Pippo?
ZG: Era un aereo che ogni tanto volava a Milano.
EC. Ah, non mi ricordo che si chiamava così. Magari si sentiva ma io non mi ricordo che si chiamava così.
ZG: Si ricorda di quando la guerra è finita?
EC: E è finita che anno? Nel quarantacinque? Quarantuno? Quarantacinque e quarantacinque mi sembra.
ZG: Mi racconti le sue emozioni di quando le hanno detto che la guerra era finita.
EC: E della contentezza, della contenenza che siamo un po' più liberi da poter uscire, da poter fare le cose un po' più senza paura.
ZG: Si ricorda del giorno della Liberazione?
EC: Il 25, il 25 aprile? Quello lì forse..
ZG: Ma, alla Bellaria prima ha parlato di una macchina.
EC: La macchina che è arrivata fino alla Bellaria, non è che c’era la macchina là. Da Trenno è partita e sono arrivati alla Bellaria. Poi dopo si sono incontrati con gli americani che li hanno uccisi.
ZG: E si ricorda chi erano queste persone nella macchina?
EC: Ah beh adesso il nome non mi ricordo, uno era il tabaccaio di Trenno, non mi ricordo come si chiama, come si chiamava, non mi ricordo più adesso i nomi. E l’altro era il ragazzo più o meno della nostra, della mia età che era su, che era un partigiano.
ZG: E perché era andato alla Bellaria?
EC: No sono partiti da Trenno con la macchina e sono arrivati alla Bellaria e si sono incontrati senza volerlo. Loro erano tutti contenti per la gioia che era finita la guerra. E i partigiani sono partiti da Trenno con una macchina e sono arrivati con tutta una bandiera così, tutti contenti. E invece sulla via Novara hanno trovato sta macchina lì di americani che si sono incontrati così senza saperlo. Questi qui dalla contentezza e loro sono venuti di qui.
ZG: Ma si sono sparati? C’è stato un conflitto?
EC: Eh si, li hanno uccisi. Li hanno uccisi.
ZG: Perché li hanno uccisi?
EC: Eh chi lo sa. Chi lo sa perché li hanno uccisi. Forse perché hanno visto la bandiera di partigiani e loro erano ancora un po', eh non so cosa è successo.
ZG: Senta, ultime due domande. Cosa pensava delle persone che buttavano le bombe?
EC: Che sono delinquenti, che erano dei delinquenti perché buttar le bombe così sulle persone umane, sono delinquenti.
ZG: E lei non si ricorda chi fossero a buttare le bombe?
EC: No, no. Non mi ricordo.
ZG: Va bene basta così allora, abbiamo finito.
EC: Non so, ho la mia cognata che non so se la Zia Bianca ha più memoria e si ricorda un pò di più le cose, ho la mia cognata che lei è sulla carrozzina adesso ma ha più memoria mentre io di memoria ce ne ho poca.

Collection

Citation

Zeno Gaiaschi, “Interview with Edvige Colombo,” IBCC Digital Archive, accessed August 21, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/3603.

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