Interview with Mirco Marelli

Title

Interview with Mirco Marelli

Description

Mirco Marelli describes a bombing raid on the factory where he used to work in 1941: when the alarm sounded, bombs started falling but he was too far from any of the shelters so he took cover under a staircase with a friend. He highlights how shocking it was to see streets full of collapsed and burning buildings, and describes the sight of Milan burning. He also, remembers that some of his relatives were killed by a bomb, whilst they were running to the air-raid shelter. Mirco also recalls when during hospitalisation, he experienced the bombing of the Ospedale Maggiore, in which his overriding impressions were the fear of patients and nurses and how they reacted to the raid.

Publisher

IBCC Digital Archive
Memoro. La banca della memoria

Contributor

Francesca Campani

Rights

This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.

Format

00:06:32 audio recording

Language

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Identifier

Memoro#6229

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Temporal Coverage

Transcription


MM: Io quando ero nella fabbrica, che ero giovane, avevo giusto quattordici, quindici anni, avevano iniziato in quel periodo lì nel ’41 a fare i bombardamenti, io ero stato assunto nel ‘41 han cominciato i bombardamenti, e noi, era il nostro ufficio localizzato nella parte opposta, dagl’impiegati, da dove erano tutti gli impiegati, noi eravamo dalla parte opposta dalla fabbrica, avevamo il nostro fabbricato. E un bel sabato che noi facevamo gli straordinari è arrivato l’allarme. E com’è suonato l’allarme han cominciato a buttar giù bombe a non finire, quindi noi eravamo li che sentivamo, eravamo in due, sentivamo questi fischi delle bombe che arrivavano e abbiamo tentato di uscire per andare nei rifugi, ma nei rifugi erano troppo lontani, vedevamo tutte le, gli apparecchi che venivano, gli spezzoni che cadevano, e ci siamo accovacciati sotto una scala, no? Una scala di un altro fabbricato, proteggendosi [sic] da questa roba qui. E siamo stati lì tutto il periodo in cui ha fatto, che è avvenuto il bombardamento. Poi abbiamo visto gli incendi, perché proprio lì vicino a noi c’era CGE c’era una fabbrica di vernici che le hanno colpita, la nostra in quel giorno lì non è stata colpita e ha cominciato a formare incendi, non le dico che spettacolo che c’era. Quando finalmente ha finito di bombardare, perché c’erano altri impiegati giù nei rifugi, abbiamo fatto una volata in mezzo al cortile, siamo andati dalla parte opposta, siamo entrati in un rifugio ma ormai era finita la cosa. Poi all’uscita, non le dico perché, vedere una città dopo un bombardamento è una cosa tremenda, tremenda, perché vedeva, abbiamo visto delle strade, a via Vigevano, che era, si buttavano le bombe incendiarie, quasi tutte le case, una si e una no, che erano in fiamme. Dove c’è la stazione di Porta Genova, quella strada lì, una strada di case vecchie, bruciava tutta. Mentre si camminava, lei vedeva, siccome erano al fosforo quelle bombe lì, mentre camminava, lei vedeva tutte le scintille che, insomma. Vedevo gente che buttava giù, questa mi è rimasta impressa, buttava giù, erano vicino all’incendio e buttavano giù tutta la casa, buttavano giù i materassi buttavano giù tutto, no? E poi abbiam saputo che questi poveri cristi che buttavano giù, che c’erano quelli che li portavano via [laughs]. C’era anche quello. E poi s’è visto poi tutte queste case demolite, scentrate, sventrate. Ho avuto anche dei parenti che avevano subito, sono rimasti, erano in una tromba di una scala, stavano scappando giù nella scala per andare nel rifugio, e destino vuole che proprio una bomba, una bombetta da niente, perché non eran bombe, una bombetta ha centrato la tromba della scala e tutti quelli che stavano scappando sono rimasti lì. E poi diciamo, poi i bombardamenti sono seguiti. Dopo noi, dopo questo bombardamento siamo sfollati, siamo sfollati e i più forti bombardamenti che son durati nell’agosto del ’43, noi dividevamo, eravamo a 35 chilometri in linea, 30, 35 chilometri in linea d’aria, li facevano la notte e abbiamo visto Milano che bruciava tutto, sta fiamma, tutta, la zona dove c’era Milano era tutta una fiamma sola, era una cosa spettacolare da vedere, che ci impressionava, che ci ha lasciato l’impronta. Poi al giorno dopo simo andati giù, le fabbriche eran tutte chiuse, s’erano fermate, poi piano piano si sono riprese, la nostra non è stata colpita subito lì, è stata colpita dopo, colpita dopo, io non ero ancora capo reparto, è stato colpito proprio uno dei miei reparti, è bruciato tutto, poi l’hanno ricostruito, l’hanno ristrutturato, avevano tutte macchine grosse, pesanti, che non avevano subìto e hanno ripreso a lavorare. Questo diciamo, di a bombardamenti penso che ne siano stati un cinque sei. Ah poi c’era la tragedia dei rifugi, perché quando si era nei rifugi, questa, la prima che mi è capitata era giù lì, poi ogni abitazione aveva i suoi rifugi, e si andava giù quando suonava l’allarme si andava giù e poi patapim, patapum, patapim, patapum, si sentiva bombardare e come dico, fortunatamente la mia casa e la mia zona non era mai stata colpita, però la paura era tanta eh, avevano puntellato tutte le. Ah poi mi è successo che io nel ’43 per una causa che non sto qui a raccontare ero in un ospedale, l’Ospedale Maggiore di Francesco Sforza, e ho subito un bombardamento lì, Madonna lì è stata una tragedia perché sia gli ammalati, sia gli infermieri, i dottori che c’erano lì, li han portati giù nel rifugio. E le infermiere, mentre noi milanesi quando sentivamo le bombe, facevano paura ma insomma, eravamo quasi abituati diciamo a questo fattore, non ci terrorizzava, in questo ospedale, per me è stato uno shock, perché queste infermiere si sono messe a urlare tutti, perché ha bombardato l’ospedale, avevano proprio colpito il padiglione che eravamo sopra noi, bombe piccoline che non son arrivate giù, ma avevano colpito. Quindi non le dico questi rumori che si sentivano, erano tutte terrorizzate, volevano scappare, la maggior parte delle infermiere anche di allora era tutta gente che veniva fuori Milano, e dovendo subire questa situazione era una tragedia, è stata una tragedia, si sono messe ad urlare, chi piangeva, chi vuol scappare. E il giorno dopo mi mamma è venuta a prendermi, guarito si guarito no, è venuta a prendermi, e siamo sfollati, siamo scappati subito al paese. Ma questa del bombardamento, questa immagine mi è rimasta impressa perché ero lì anche io, chi pregava, chi urlava, è stata proprio una scena scioccante che da noi quando bombardavano, queste cose non succedevano anche perché non erano bombardamenti violenti. I bombardamenti violenti sono cominciati quando ero in ospedale nel ‘43 e ne han fatti tre o quattro che han cercato di radere un po’ Milano e l’hanno schiacciato mica male.

Citation

“Interview with Mirco Marelli,” IBCC Digital Archive, accessed May 24, 2020, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/82.

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