Interview with Carluccio Intropido

Title

Interview with Carluccio Intropido

Description

Carluccio Intropido recalls his early life as an orphan studying in Pavia at the Artigianelli, a boarding school providing technical training. He recalls that children used to watch aircraft en route to Milan, until Pavia was bombed owing to the strategical value of their bridges. Recalls being caught under a bombing attack during a field trip, narrowly escaping death. Describes an aircraft on Pavia being hit and aircrew bailing out. One injured and captured, while others were spirited away to Switzerland by local people. Describes school children taken to the crash site and recalls an engine stuck atop a mulberry tree and debris scattered all around. Remembers people salvaging items, among them a first aid kit and a leather aircrew cap, the latter being used when the informant was later enlisted as an army despatch rider. Praises aircrew as heroes for refraining to drop bombs on Pavia when the aircraft was hit. Recalls the liberation of the city mentioning Mario Cecchetti - an insurgent manning a clandestine radio station - and two military chaplains hidden inside the school. Stresses how it was liberated in a non-violent way, mainly through ruse and suasion, and downplays the role of partisans. Describes how people taking shelter in a ditch (Tomba dell’acqua negra) were crushed by nearby explosions. Emphasises a light-hearted approach to war, describing hunger was feared more than the bombing. Recounts anecdotes of the ‘Mongols’ billeted at the school, troops captured by the Germans and deployed for anti-partisan operations. Recalls Pippo and describes its regular passages as being so accurate that people could check the clock against it. Emphasises its role as a black-out checker, in the context of curfew regulations but he was not sure if it was an Allied or Axis aircraft. Describes a post-war encounter with a person who claimed to know an alternative version of Mussolini’s death; he was killed during an escape attempt followed by a staged execution the day after.

Creator

Publisher

IBCC Digital Archive

Date

2017-01-25

Contributor

Francesca Campani

Rights

This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.

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00:47:21 audio recording

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AIntropidoC170125
PIntropidoC1701

Coverage

Conforms To

Transcription

FA: Carlo vuole raccontarci la sua infanzia, gli avvenimenti.
CI: Volentieri, volentieri, son cose che mi sono capitate nella mia vita per cui non c’è niente da nascondere. Sono Carlo Intropido, sono nato da una famiglia contadina in un periodo di pace appena dopo i tre giorni della merla, nel freddo inverno del 1931 ed è per quello che son sempre pien di freddo. Il destino ha voluto di restare orfano prima di padre poi di madre, all’età di 10 e 11 anni. Sono stato parcheggiato in un istituto, vero? Molto accogliente, lì si lavorava, si studiava, e si imparava un’arte: era il 1941, proprio all’inizio della seconda guerra mondiale. I tempi erano quello che erano, si soffriva anche un po’ di fame, il cibo mancava però il lavoro c’era, e io mi sono sempre dato da fare, ho imparato l’arte del fare il falegname. E la vita d’istituto era tranquilla: di giorno si studiava, si lavorava, alla domenica si andava a far la gitarella. Quel giorno avevamo deciso di fare quattro salti da Pavia a Certosa, la famosa Certosa di Pavia, un gruppetto, una ventina di ragazzi, quasi tutti coetanei, avevamo su la nostra bella divisa, pantaloncini corti e maglione azzurro. Ci siamo incamminati, giunti all’inizio di via Brambilla, che è la strada che porta da Pavia a Milano, vero? Abbiamo notato quattro caccia americani, inglesi, ma oramai noi eravamo abituati perché tutti i giorni è la stessa cosa, tutti i giorni c’era una confusione di aerei, pochi o tanti, che sorvolavano Pavia e andavano a bombardare Milano, quindi per noi è una cosa quasi normale. Purtroppo, improvvisamente quello di testa, vero? Ha virato a sinistra, è sceso giù in picchiata, gli altri lo han seguito. Son passate proprio sopra di noi vero? E hanno sganciato le bombe, nel frattempo noi impauriti ci siamo scaraventati giù per la scarpata tra la strada e la ferrovia, proprio dove le bombe son cadute. Io personalmente ho visto le bombe a pochi metri dalla testa che scendevano e andavano a colpire la ferrovia, è stato un po’ di panico. Passati i primi, i primi quattro passaggi vero? Ci siamo quasi tutti immedesimati, abbiamo attraversato la strada, dall’altra parte della strada c’è il Navigliaccio, un corso d’acqua che da Milano arriva verso Pavia e va a finire nel Naviglio vero? Lì abbiamo traversato e non sappiamo come perché è, era un ponticello che attraversava il fiume, fiumicello a trasporto di un fosso, è una condotta d’acqua larga circa un metro e noi l’abbiamo attraversato tutti senza paura. Forse è la paura che c’ha c’ha dato il coraggio di fare questa azione. Ci siam ritrovati tutti insieme, dall’altra parte e abbiam deciso di proseguire la nostra, la nostra gitarella. Siamo andati oltre il, l’ospedale policlinico San Matteo che è lì vero? Siamo andati verso il campo della Madonnina dove c’era il campo sportivo di calcio, dove lo frequentavamo anche noi, tutti gli oratori di Pavia. Arrivata poi l’ora un po’ tarda, nel tornare il nostro assistente ha deciso di tornare sui nostri passi e vedere un po’ che cosa era successo. Siamo andati ancora sulla zona e con grande sorpresa abbiamo visto la scarpata dove noi eravamo precipitati per nasconderci era tempestata di spezzoni incendiari, ce n’era qualcuno ancora qualcuno ancora acceso proprio, tant’è vero che qualcuno l’abbiamo portato anche a casa, così tanto per ricordo. Fa niente se [unclear]? Abbiamo saputo, tornando a casa dopo, che un gruppo sempre del nostro istituto, ragazzi di età più avanzata della nostra hanno subito un mitragliamento, quasi al centro della città, nella zona dove c’era il consorzio agrario. Si vede che gli aerei in picchiata nello sganciare le bombe han fatto anche dei mitragliamenti, proprio i nostri amici han dovuto subire questa circostanza, nessuno si è fatto male, tutto è andato bene, per buona fortuna. Vedi adesso io ho perso la la memoria, fa niente beh la sosta dopo lo ricongiungi te, fa niente se faccio delle soste.
FA: Sì, va benissimo.
CI: Devo pensare, adesso dove sono arrivato io.
FA: Allora prima della pausa ci stava dicendo del mitragliamento.
CI: Nei giorni successivi, mentre stavamo in ricreazione in mezzo al cortile nel nostro istituto, in via Fratelli Cremona, abbiamo notato un nutrito stormo di aerei diretti verso Milano, era ormai un’abitudine, tutti i giorni passavano, quel giorno però capitò un caso strano: un aereo incominciò a fumare, proprio sopra il nostro cortile, ovviamente in alto dove si trovava. Questo aereo improvvisamente ha fatto una virata, si è girato e ha fatto ritorno da dove stava per arrivare, da dove stava arrivando. Improvvisamente il fuoco ha invaso l’aereo, oramai era quasi fuori dalla nostra vista, era sopra Tre Re circa diciamo, vero? Paesino appena fuori Pavia. Abbiam notato una cosa strana, mentre precipitava, dei paracaduti si allontanavano dall’aereo e scendevano, uno a destra e uno a sinistra, uno a destra e uno a sinistra. Abbiamo saputo dopo che questi paracadutisti sono stati protetti, raccolti dalla cittadinanza e poi accompagnati in Svizzera, hanno evitato di essere catturati dai tedeschi che occupavano in quel periodo l’Italia. Uno solo è stato catturato: combinazione è caduto in mezzo a un reticolato, si è ferito, quello è stato catturato. Qualche giorno dopo il nostro accompagnatore ha voluto portarci nella zona dove era caduto l’aereo, questo aereo era carico di bombe e prima di cadere a terra è scoppiato, son scoppiate tutte le bombe per cui ha invaso un’estensione enorme quindi c’erano sparsi oggetti frammenti. Abbiam notato un motore collocato su un gelso, chissà com’era finito sopra lì io non riesco a capirlo, vero? Comunque girando qualcuno di noi ha trovato degli oggetti interessanti, un mio amico ha trovato una cassettina metallica con dentro dei, dei prodotti sanitari, delle bende, dei cerotti, dell’alcool, e così via. Io personalmente ho trovato un cappellino militare, di quelli fatti in pelo in pelle col pelo, con l’aletta davanti, col copri orecchie che si poteva staccare e riattaccare al centro in alto, l’ho preso, me lo son nascosto e poi l’ho portato a casa. Questo cappellino ha fatto per me una storia perché quando sono andato a militare qualche anno dopo a 21 anni, la mia mansione era fare il motociclista e io tranquillamente toglievo il berrettino militare e mi mettevo su il mio bel berrettino di cuoio, di di pelo, era per me un po’ un hobby. [long pause] Non so più cosa dire dopo, perché non sono più fresco con la memoria, se mi metto lì a scrivere scrivo e via, ma così all’improvviso mi sfuggono le cose, vero? Militare, personalmente volevo ricordare, ah ecco, una, è acceso? Una cosa vorrei dire che mi è rimasta impressa, per me quei militari aeronautici inglesi o americani che erano, per me sono stati degli eroi, perché se sganciavano le bombe appena ha incominciato l’aereo a far fumo, purtroppo ci andava di mezzo mezza città e tutto il borgo Ticino, invece non hanno scoppiato le bombe ed è per quello che sono scoppiate prima di toccare terra l’aereo in picchiata, quindi per me sono stati degli eroi, forse l’han fatto di proposito, forse è stato nel panico, io non lo so, comunque sia hanno salvato mezza città con la loro azione eh così [long pause]. Ah ecco adesso qui incomincio l’altra, l’altra faccenda, non sono fresco oggi di di, casomai poi lo rifacciamo. Un’altra cosa vorrei dire, tanto per mettere le cose in chiaro: Pavia come altre città, salvo l’intervento di piccoli casi, non è stata liberata dai partigiani come si vorrebbe far credere, Pavia è stata liberata dai pavesi, cittadini pavesi, che son rimasto nell’anonimato, perché erano gente preparati nell’arte della guerra in quanto c’erano, c’era un tenente pilota che era un mio caro amico, vero? Pilota di caccia, che era, non era nei partigiani ma era uno sbandato lì nascosto in collegio dove aveva anche una radio trasmittente e trasmetteva con la RAF e mettendo in contatto i partigiani dell’Oltrepò pavese e del di altre zone collinarie e dei partigiani in giro per l’Alt’Italia. Questo qui, insieme a due cappellani militari, che conoscevo anche io perché erano nascosti nel nostro istituto, con l’appoggio della, della curia vescovile, hanno iniziato ad occupare la prefettura con il buon accordo del prefetto che allora non si chiamava prefetto, si chiamava, come si chiamava? Beh comunque era il personaggio che rappresentava la nazione, l’Italia insomma, allora c’erano ancora i fascisti praticamente, c’era ancora la repubblica, la repubblica di Mussolini, la Repubblica di Salò vero? Insieme ad altre persone che io non conosco hanno iniziato a liberare prima la prefettura e dopo gradualmente hanno armato 10 o 12 ferrovieri i quali avevano il benestare da circolare, avevano il permesso in quanto in servizio per la ferrovia sotto il comando tedesco quindi loro erano liberi di circolare mentre gli altri, tutti gli altri cittadini non potevano circolare, c’era il coprifuoco alle sette di sera tutti a casa, non c’era più nessuno che si muoveva da casa. Loro potevano, quindi sono stati arruolati sempre in buon accordo, vero? E hanno poco a poco disarmato tutte le altre caserme, dalle più piccole alle più grandi, è rimasto poi alla fine il castello. Il castello era un po’, c’erano i prigionieri, i partigiani, era un po’ il comando dei tedeschi, e lì è stata dura, però questi nostri bravi liberatori di Pavia competenti del mestiere c’han saputo fare, son riusciti a convincere una batteria antiaerea che si trovava in periferia di Pavia, nei pressi del ponte dell’Impero, han fatto credere che il castello era occupato dai partigiani, vero? E li hanno invitati con dei cannoncini antiaerei a bombardare il castello, quindi a bombardare direttamente i loro colleghi tedeschi, c’è stato un po’ di parapiglia. Nello stesso tempo son riusciti anche a deviare una colonna militare tedesca che era in fuga da Vercelli verso Pavia dove erano diretti forse per fare anche un concentramento, a deviarli dicendo che Pavia era già tutta occupata, tedeschi non ce n’erano più quindi quel battaglione ha cambiato direzione, non si sa dove sia andato. [pause] Allora, qualche giorno dopo la liberazione di Pavia, sono arrivati i partigiani, io ricordo mi trovavo sul piazzale del Ponte Vecchio di Pavia, lì proprio di fronte alla alla pasticceria eeeh.
FA: Pampanini.
CI: Pampanini, proprio di fronte alla pasticceria Pampanini, gelateria Pampanini vero? Dove esiste ancora tutt’oggi, vero? E ho notato un gruppetto di persone un po’ mal vestite, un po’ malconce ma armate fino ai denti. Si son messi in fila, il comandante ha dato l’ordine e son partiti verso il corso Vittorio Emanuele, così si chiamava, adesso è corso Strada Nuova. E sono entrati in Pavia come conquistatori, purtroppo la città era già stata liberata, Pavia è stata liberata senza nessun incidente, senza nessun morto, neanche un colpo di fucile, neanche i partigiani han dovuto sparare un colpo. Ovviamente dopo han fatto qualche piccola vendetta, qualcuno c’è andato di mezzo ma cose da poco diciamo e così si pensa che Pavia sia stata liberata dai partigiani, non è vero! Poi cos’è che dovrei dire? Cos’è dopo? Ah niente finisce qui.
FA: No una domanda Carlo, ha qualche ricordo dei, degli altri diciamo bombardamenti avvenuti sulla città, magari sulla zona del Borgo Ticino?
CI: Sì! Allora posso raccontare che quasi tutte le notti suonava l’allarme, è acceso? Quasi tutte le notti suonava l’allarme e c’era da precipitarsi in cantina, noi avevamo una cantina nella parte vecchia dell’istituto, era una vecchia cantina tutta puntellata, e ci trovavamo lì, vero? Fin quando suonava il via libera. In quelle circostanze, son capitate delle volte che i muri tremavano, noi eravamo ragazzi io avevo 14 anni, vero? E è capitato anche si sapere il giorno dopo che nei bombardamenti che han fatto per distruggerei i ponti a Pavia, che hanno dovuto continuare per sei o sette turni. Perché nel primo turno han buttato giù il ponte della ferrovia completamente, nel secondo è caduta un’arcata del Ponte dell’Impero, mentre invece il Ponte Vecchio non è mai stato centrato perché gli aerei seguivano la direzione del fiume ma non riuscendo a colpirlo han deciso di cambiare manovra, l’han preso per il traverso per cui le bombe hanno colpito anche le case prima e dopo il ponte distruggendo anche il ponte ovviamente, l’han distrutto completamente, quello è stato l’ultimo. In un altro bombardamento, una bomba sfuggita alla alla dalla zona destinata, caduta in mezzo a un bosco dove proprio si trovava un gruppo di rifugiati, nascosti in una tomba, in un tombone, vero? Due bombe son cadute, una a destra e una a sinistra di questo tombone, li han schiacciati dentro tutti come delle sardine, è stato un disastro. Questo fosso di chiamava “Acuanegra” per cui è ricordato come la tragedia della tomba dell’acqua negra, in Borgo Ticino.
FA: Carlo si ricorda che rumore faceva, che rumore faceva la sirena?
CI: Bah, che rumore faceva? Come si fa a riprodurre una eh una sirena? Non avrei, non ho una, per dar indicazione che ricorda il suono della sirena, cioè non c’è niente che lo ricorda perché le sirene non ce ne sono più come suonavano allora, non le ho più sentite dopo, non ho più avuto l’occasione dopo le sirene che usavano per i bombardamenti, preavvisi per i bombardamenti, non l’ho più sentita.
FA: Era, era diversa la sirena che segnalava l’arrivo dei bombardieri e quella che segnalava…
CI: No no era sempre la stessa.
FA: Sempre la stessa.
CI: Suonavano suonavano, quando suonava l’allarme vero? Era il segnale che arrivavano i bombardieri, quindi c’era da fare il fuggi fuggi, poi quando c’era la la, il passato pericolo, la sirena suonava ancora e si capiva che si poteva ritornare in piena libertà.
FA: E coi suoi, coi suoi compagni all’istituto cosa provavate, cosa, si ricorda qualcosa, cosa vi dicevate?
CI: Eh eravamo giovani e quando si è giovani le decisioni le si prendono un po’alla leggera, senza paura, non è che ero un coraggio, era una cosa naturale, e poi in quel periodo c’era la paura della guerra. La guerra anche non l’abbiamo passata al fronte è sempre guerra, certe cose eh si sopportano tranquillamente senza pensieri, poi quando si è giovani, si è spensierati non si pensano a quelle cose lì. Si pensa a divertirsi, giocare e stare bene in particolar modo in quel periodo noi pensavamo sempre a mangiare qualcosa, eravamo sempre pien di fame, i nostri pasti quasi quasi sempre si concludevano in un piatto di patate o di castagne secche cotte nell’acqua. C’è qualcos’altro che mi vuoi chiedere? Adesso lo sentiamo casomai lo rifacciamo.
FA: Eh prima della pausa Carlo, stavamo dicendo, si ricorda i nomi dei due cappellani militari che nominava prima?
CI: No no, erano segreti purtroppo, non mi ricordo, adesso è passato tanto tempo e non mi ricordo comunque sono sicuro che i nomi non li sapevo, sapevo solo quello del nostro ex-Artigianello, il tenente pilota, si chiamava Mario Cecchetti, vero? Ma dei cappellani non, non ho nessun ricordo dei nomi. Mi ricordo che uno era molto affabile, veniva a giocare anche a pallone insieme a noi, e ci ha anche raccontato che appena, appena c’è stata la disfatta lui è stato catturato un po’ dai fascisti ed è stato costretto a seguire come cappellano militare i fascisti che andavano a fare i rastrellamenti sulle montagne dei partigiani, ha raccontato che questi ragazzi, tutti ragazzi di 14-15 anni inconsapevoli di quello che facevano, non sapevano neanche usare le armi, non sapevano tirare la spoletta delle bombe a mano, non sapevano sparare il fucile e lui ha fatto da maestro un po’ a questi ragazzi a malincuore però ha dovuto farlo, la situazione era quella, appena ovviamente ha potuto è scappato ed è venuto a nascondersi lì agli Artigianelli. L’altro invece era un po’ più scorbutico, un tipo un po’ strano, un po’ stravagante, vero? Non diceva mai niente. Io mi ricordo che andavo a dire messa nei periodi che la chiesa era libera, andava a dire la sua messa e basta, e poi stava sempre nascosto. E poi ovviamente abbiam saputo che, ma solo noi l’abbiam saputo, questa è una storia che io penso che a Pavia non la si sappia neanche. La so io perché di prima persona vero? Ho potuto constatare le cose insomma, mi son capitate vicine, ho potuto parlare con questa gente che erano lì insomma.
FA: E vivevano con voi nell’istituto.
CI: Vivevano con noi, vivevano con noi, si erano nascosti lì da noi.
FA: E dove si nascondevano diciamo?
CI: Eh si nascondevano in nell’ala vecchia dell’istituto dove c’era un po’ di guardaroba, c’era un po’ di, quasi quasi era una zona un po’ isolata e non frequentata né dai ragazzi ma neanche dai superiori diciamo, lì tenevamo per esempio un mulino nascosto dove si macinava il grano che i contadini ci regalavano per la nostra sopravvivenza, avevamo un mulino che si macinava, si macinavano anche le castagne secche per far la farina, poi ci si arrangiava. E loro vivevano, c’era un piano terra, un primo piano, vivevano lì insomma ecco. E poi erano quelle cose che noi ragazzi non è che ci tenavamo a, non era il caso di andare a indagare come vivevano, cosa facevano, però erano lì con noi, noi eravamo protetti. Voglio dire una cosa: ero, tempo dei tedeschi, dell’occupazione tedesca, di fronte a noi c’era le scuole Carducci. Piano terra frequentavano ancora le scuole i ragazzi, al piano di sopra c’erano i mongoli, i mongoli erano prigionieri tedeschi ma li usavano per fare le, le sbandate nell’Oltrepò pavese a dare la caccia ai partigiani assieme ai fascisti, questi questi ragazzi vero? Erano anche loro prigionieri, dovevano fare quello che loro gli ordinavano, mi ricordo che aprivamo le finestre delle nostre camerate e loro ci lanciavano delle caramelle, gliele fornivano i tedeschi ovviamente come come pasto, in aggiunta al pasto erano delle bustine con dentro delle caramelle gommose, dieci o dodici caramelle con il cielo da una parte e dall’altra, trasparente delle delle come delle bustine diciamo e loro ce le lanciavano dentro le nostre finestre. Una volta c’è un altro ricordo, è la storia di Pippo. Pippo era un piccolo aereo che tutte le sere immancabilmente sorvolava Pavia. Si poteva mettere l’orologio a posto, non sbagliava, non sbagliava di un minuto, vero? Appena vedeva una luce lui sganciava una bombetta, ne ha sganciata una anche invia Fratelli Cremona proprio sotto le nostre camerate. Ha fatto un cratere di un metro circa di diametro con una profondità di 15, 20 centimetri, lì c’era un ciottolato di di sassi, vero? Una cosa da poco, però sganciava queste bombette, forse erano bombette piccole, era un preavviso, noi non abbiamo mai saputo se era un servizio dei tedeschi o se era contro i tedeschi, non lo abbiamo mai saputo, veniva a controllare le luci, quando vedeva una luce sganciava la sua bombetta, veniva tutti i giorni, tutti i giorni, tutti i giorni. Lo chiamavamo Pippo [laughs].
FA: Tutte, tutte le sere.
CI: Tutte le sere, tutte le sere. Aveva l’orario fisso [unclear]: arriva Pippo. Tac non sbagliava di un minuto.
FA: Quindi stavate al buio?
CI: Ah si eh sicuramente, e poi era l’orario del coprifuoco, nessuno si muoveva non c’era in giro nessuno e anche anche le luci, anche perché c’erano i sorvoli, i sorvoli degli anglo americani che andavano a bombardare Pavia, in quel periodo, quindi si cercava di tenere la città nascosta, di tenere le luci, senza luci, anche i lampioni della città erano spenti.
FA: Tutto spento.
CI: Malgrado tutto Pavia non è stata una città di bombardamenti, non so il perché, l’han bombardata esclusivamente per i ponti proprio alla fine alla fin fine, quando oramai la guerra per noi era quasi finita, gli americani stavano arrivando, erano già arrivati su verso il centro Italia per cui i tedeschi erano quasi in fuga e i ponti li han buttati giù per bloccare la fuga dei tedeschi praticamente. Ma oramai eravamo alla fine, alla fine del conflitto.
FA: Va bene, d’accordo, allora se non ha altro da aggiungere, la ringraziamo per l’intervista.
CI: Ma di quelle ce ne son tante, però cos’è che potrei dire, ricordi, ricordi. [pause] Ah volevo dire che di questi, di questi signori che hanno partecipato alla liberazione Pavia, son rimasti tutti nell’anonimato. Io sfido chiunque a dirmi un nome di chi ha liberato Pavia nessuno lo sa, perché eran tutti, eran tutti gente o militari, vero? O gente del clero che han preferito rimanere fuori dalla storia quindi si son resi tutti anonimi, non, nessuno lo sa chi erano, nessuno lo sa.
FA: D’accordo.
CI: Come come qualcuno è arrivato, io ho letto nel giornale, anche recente vero? Di qualcuno quando si parla della liberazione di Pavia, ho sentito qualcuno scrivere addirittura che i partigiani sono entrati con l’aiuto di un gruppo di finanzieri, forse si son sbagliati con ferrovieri perché le cose dette e ridette vengono magari anche confuse, io son sicuro che erano ferrovieri e non finanzieri ma però se ne dicono tante quindi accettiamo anche questa per buona. Un’altra storia ti posso raccontare, la storia di Mussolini, una mia storia anche quella, te la racconto? Allora mi trovavo assieme ad altri due amici a Rovescala. Allora si usava andare fuori città a mangiare pane e salame, oramai la guerra era finita da un po’ di anni, con questi miei amici siamo andati a mangiare pane e salame nell’osteria del Grison, in Rovescala, provincia di Pavia. Lì c’era un gruppetto che suonavano l’ocarina, sai cos’è l’ocarina?
FA: No.
CI: È una specie di flauto fatto in terracotta, ha un suono tutto particolare vero? Erano in quattro o cinque che suonavano l’ocarina, vero? E noi si mangiava e si parlava. Il discorso è caduto, non si sa come, sulla storia della fine di Mussolini e si diceva quello che ovviamente si sentiva in giro “L’han fermato a Dongo”, vero? Un gruppo di partigiani proprio dell’Oltrepò pavese hanno avuto l’incarico di andarlo a prendere, ed è vero che Mussolini l’han nascosto prima in una casa, poi in una seconda casa, lì sull’altura di Dongo e mentre parlavamo lì in osteria tranquillamente, stavamo discutendo di questa cosa, si avvicinò un signore di mezza età sulla quarantina, e ci dice: “Volete sapere la storia veramente com’è andata a finire? Ve la racconto io”. E noi siamo rimasti lì di stucco, vero? Ha incominciato fa “Io sono uno dei due che ha fatto la guardia a Mussolini nell’ultima notte. Allora Mussolini e la Petacci han chiesto, han chiesto alla, alla padrona di casa una coperta. Sono andati, la padrona di casa gli ha offerto la sua camera da letto, son andati a dormire e han cercato di chiudere la porta ma noi abbiamo avuto l’ordine di guardarli a vista, di tenerli, di controllarli a vista e ci abbiam detto “No no la porta rimane aperta”. Mussolini è stato così convincente con la sua abilità che ci ha convinto a tenerla chiusa, lui ha detto “Per la privacy, mia moglie…” e ci ha convinti tanto noi eravamo lì in una casetta isolata, vero? Abbiam lasciato chiuso e stavamo lì quasi quasi sonnecchiando a dir la verità. A un certo momento abbiam sentito un tonfo, abbiamo aperto la porta e lui non c’era più e c’era la finestra aperta. Ci siam precipitati fuori e l’abbiam visto che stava scendendo giù da una scarpata, ci abbiam dato l’ALT, due o tre volte, lui non ha risposto e ha continuato ad andare, abbiamo, uno di noi” e non ha detto né io, né l’altro, “Uno di noi” ha detto “Ha sparato un colpo di rivoltella non per colpirlo ma per fermarlo, purtroppo lui è caduto per terra, sono andati là e il colpo gli aveva preso proprio il collo, ovviamente c’è stato un subbuglio, anche gli altri partigiani che erano in zona sono arrivati lì, vero? E l’abbiamo portato su, era morto oramai, rantolava ancora ma oramai era era finito. L’abbiam portato su, abbiam fatto una fatica tremenda e dopo un po’ è arrivato un comandante partigiano, ci ha fatto giurare a tutti di non saper niente, ha portato via Mussolini, la Petacci e non sappiamo dove sono andati a finire. L’abbiam saputo dopo che li ha portati in una zona lì vicino e li ha fucilati. Ma non è vero, era già morto Mussolini, hanno ammazzato la Petacci, ma Mussolini era già morto. La rivoltella che ha ammazzato Mussolini, si trova parcheggiata a Casteggio, in una teca, ci si può informare e andare alla ricerca per vedere se è vero”. Questo è il racconto che ci ha fatto. Oh ovviamente poi è rimasto lì un po’ come per dire “Oh porco cane cosa ho fatto!?” ho detto una cosa che ero sotto giuramento e non devo, però non fa niente oramai non c’è più nessuno”. Perché questa storia ce l’ha raccontata eh tardivamente diciamo, non subito dopo, adesso non ricordo bene ma molto probabilmente tutti quelli che han partecipato forse non c’erano neanche più. E quindi ha detto “Mi raccomando ragazzi, dovete giurarmi che questa cosa non la raccontate a nessuno, e io ho rispettato il giuramento, non l’ho mai detto a nessuno. L’ho detto adesso ultimamente in questi ultimi anni perché oramai non c’è più nessuno di quelli, di quelli che hanno partecipato a quelle azioni lì non c’è nessuno, quindi non vado ad analizzare nessuno. Quindi lo posso raccontare: che sia vero, che sia non vero io la mano sul fuoco non ce la metto, però è quello che ho sentito raccontare.
FA: D’accordo.
CI: Dato che di storie sulla morte di Mussolini ne dicono tante, vero? Ma tante tante, quella vera non la si sa, nessuno la conosce, questa fa parte di una delle tante.
FA: Va bene, va bene, la ringraziamo Carlo.

Citation

Filippo Andi, “Interview with Carluccio Intropido,” IBCC Digital Archive, accessed October 16, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/7910.

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