Interview with a survivor of the Voghera bombings (informant B)

Title

Interview with a survivor of the Voghera bombings (informant B)

Description

The informant recollects his wartime memories in Voghera. Emphasises how bombings, strafing, and Pippo flying at night became part of everyday life and how the population tried to cope. Gives a vivid and detailed account of the August 1944 bombing, which was labelled “terrorist” by many. Narrates how he barely managed to survive it and recollects the unreal contrast between the sunny weather and widespread devastation. Mentions various episodes: helping extricating dead and wounded people from the rubble; draft dodgers; inter-connected cellars and dug-out trenches used as makeshift shelters. Stresses the feeling of resentment and anger harboured towards the dictatorship; enduring the bombings while waiting for the end of the war and the arrival of the Allies. Remembers the first time the street lights were turned on after five years of wartime blackout. Tells of his uncle, a railwayman, pilfering grain. Mentions Brasilian soldiers handing out chocolate at end of the war.

Creator

Publisher

IBCC Digital Archive

Date

2017-08-29

Contributor

Peter Schulze

Rights

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Format

00:29:53 audio recording

Language

Type

Identifier

An01183

Coverage

Temporal Coverage

Transcription

Sono Andi Filippo e sto per intervistare [omitted]. Siamo a Voghera, è il 29 agosto 2017. Ringraziamo il signor [omitted] per aver permesso questa intervista. La sua intervista registrata diventerà parte dell’archivio digitale dell’International Bomber Command Centre, gestito dall’università di Lincoln e finanziato dall’Heritage Lottery Fund. L’università s’impegna a preservarla e tutelarla secondo i termini stabiliti nel partnership agreement con l’International Bomber Command Centre. Signor Marchese, vuole raccontarci i suoi ricordi, le sue esperienze durante gli anni di guerra, sotto le bombe a Voghera?
GM: Dunque, io all’epoca, all’inizio della guerra avevo undici anni, undici anni però ero già sveglio insomma eh. E la dichiarazione di guerra non è, ce, ce l’aspettavamo insomma, c’era, era attesa. Però i primi diciamo due anni, la leggevi sui giornali e basta la guerra, la leggevi, perché la cittadina come Voghera non è che fosse informata o, guarda poi leggevi i giornali (?). Dal ’43, dal 1943 invece è diventata un po’ pesante nel senso che Voghera, io avevo un diario avevo che non ho più ritrovato purtroppo nei traslocchi che ho fatto a Voghera c’erano state circa ottanta incursioni durante il periodo dal ’43 al ’45, ci sono state circa ottanta incursioni fra bombardieri grossi e cacciabombardieri, cacciabombardieri c’erano tutti i giorni, mitragliavano, qualunqua cosa si muovesse mitragliavano e i bombardieri bombardavano i ponti della ferrovia, pero’ di danni alla popolazione sono stati abbastanza relativi. Fino a che siamo arrivati a quel bombardamento che tutti dicono fosse stato terroristico del ’44. Nel mese di agosto del ’44, che effettivamente è stato pesante perché, a parte il fatto che diverse correnti di pensiero dicono che i morti siano arrivati a cinquecento addirittura e io, sono un po’ sopravvissuto a quello lì perché come ripeto un quarto d’ora prima ho fatto proprio il percorso dove sono cadute tutte le bombe e mi trovavo diretto a casa, erano le sette di sera, però era già tutto il giorno che ricognitori giravano in alto [unclear] tutto sopra la città e la gente diceva, ma come mai continuano a girare sti aerei qui sopra? Uno, si davano il cambio fino verso sera. Una giornata bellissima di agosto, un sole bello, e la gente, però la gente, sì, ci faceva caso ma faceva gli affari suoi faceva. Poi verso le, ecco io verso le sette io sono uscito dal lavoro, ho fatto il centro di Voghera, ho imboccato il Corso XXVII Marzo e come sono arrivato a metà Corso XXVII Marzo, a due passi da casa, è scoppiato il finimondo. Tutta la strada che avevo fatto dietro era bombe, bombe, crateri e bombe perché, dalla chiesa, dalla Via Emilia, Piazza Meardi dove hanno distrutto il Bar Ligure, è tutta una scena, tante case lì dove c’era la casa di riposo tra l’altro, c’era la casa di riposo, la casa per i poveri dove il comune distribuì i pasti e tutta la zona dietro, dove ci sono, adesso c’è il palazzo della SIP, su quello quadrato lì era raso al suolo proprio, Piazza Meardi tutta rasa al suolo, dove c’era il Bar, dove c’è adesso il Cafè Cervinia e compagnia bella. È durato una bella oretta la caserma dei, un pezzo della caserma, un pezzo di Corso Genova e io alla prima bomba che ho sentito scoppiare, sarà stata a cinquanta metri d’aria da me, perché è scoppiata in Via Pietro Giuria allora mi sono messo coricato per terra vicino e poi, e poi addio, il finimondo, bombe, bombe, bombe, bombe, finchè poi non si vedeva più niente, un odore acre di esplosivo che non riuscivi a respirare e un, che non si vedeva una persona a un metro di distanza dalla polvere, dalla e lì era di corsa sono arrivato in casa a cercare i miei cercare, effettivamente era ancora, era in casa mia mamma, mia sorella e mio papà che era a letto con, ammalato era, ammalato. Allora [ho detto?, unclear], ragazzi eran lì che ci siamo abbracciati e lo spostamento d’aria ci faceva girare da una parete all’altra ci faceva, lo spostamento d’aria delle bombe che cadevano. Poi, poi bum, è finita su, era la prima ondata perché poi è venuta una seconda ondata di bombardieri, B-12, hanno fatto posto, hanno sbagliato, fortunatamente la seconda andata hanno scaricato le bombe tutte oltre di là alla ferrovia, nei campi. Questi qui hanno, i primi dodici hanno, quelli lì, la seconda ondata o l’hanno fatta apposta o si sono sbagliati, non lo so, hanno sbagliato penso. Al di là della stazione, della ferrovia c’erano i campi c’erano e sono cadute tutte là perché altrimenti se cadevano anche quelle in citta’ era, era il finimondo. Ecco e lì abbiamo cominciato veramente ad avere paura insomma lì e allora lì e sai gira, esci, vai in casa, passata, cercare di vedere, di dare una mano a qualcuno ma era un problema perché c’era, non si poteva passare da nessuna parte, macerie dappertutto, macerie. La Croce Rossa che, la Croce Rossa [unclear] portati via a piedi no, con la barella con le ruote delle biciclette dopo [unclear] per cercare di dare una mano e compagnia bella ma come ripeto il disastro più grosso è stato lì Piazza Meardi che fece [unclear] i morti e lì si è andata avanti tutta la notte a scavare, scavare, scavare.
FA: A lavorare.
GM: E noi a casa, a riparare un po’ i danni perché, anche a casa nostra, i spostamenti e compagnia bella era, c’era di tutto in casa c’era perche’ poi tra l’altro due bombe mi sono cadute proprio in cortile,
FA: Ah!
GM: In cortile, dove la casa era in cortile c’era la cucina e il resto dell’appartamento era verso la strada, due bombe sono cadute proprio davanti alla cucina, la cucina era sparita, c’era di tutto in casa, ecco, e lì ci siamo tirati su le maniche e via, e siamo partiti, e siamo ripartiti.
FA: Eh certo.
GM: Pero’ poi è stato veramente un segnale che come sentivi poi un aereo, come sentivi, perché le sirene non suonavano neanche più perché arrivavano prima gli aerei delle sirene d’allarme. Come sentiva un aereo la gente terrorizzata scappava nelle cantine, nelle, dove poteva insomma, ecco.
FA: Dove trovava. Quindi lei durante quell’incursione lì dalla strada poi è rimasto in casa [unclear].
GM: Poi sono rimasto in caso finché è finita perche’ c’erano i miei e abitavamo al pianterreno e ci siamo abbracciati no, e lo spostamento ti faceva andare da una parete all’altra [unclear] poi figura quando sono cadute le due proprio davanti a, dietro, noi eravamo verso la strada, dietro lì al, dove c’è la cucina, figuriamoci
FA: Eh sì..
GM: Ci siamo ritrovati lunghi distesi per terra, immersi dal fumo, facevamo fatica a vederci, talmente era fumo, un odore che non si poteva neanche respirare [unclear] e beh, passato poi cominciato a dire [unclear] a vedere il disastro che è successo, io sono riuscito ad andare fuori ancora, a fare il pezzo di strada a vedere come, ho scusa ho toccato, a vedere c’erano già i soccorsi, a scavare nelle macerie, a scavare, a tirar fuori i cadaveri, tirar fuori gente ferita che si lamentava, siamo andati avanti tutta la notte ecco, tutta la notte.
FA: Lei ha aiutato?
GM: Eh, Un po’ ho aiutato, un po’, ero giovane, avevo quattordici anni oramai, quattodici, quindici anni [unclear] anche insieme a dei miei amici eh, insieme a amici che anche loro fuori andavano, davano una mano. Mi ricordo che lì verso Piazza Meardi adesso c’è una villa nuova che era stata ricostruita perché ci era caduta proprio una bomba, l’aveva distrutta e c’era il mio amico che era arrivato là per primo [unclear] mandato i soccorritori, aveva un due anni piu’ di me a scavare là che si sentivano lamenti lì sotto. E mi è rimasta impresso una cosa: che sono riusciti a tirare fuori quella persona lì e quella persona lì ha messo una mano nella schiena di quel mio amico lì che aveva una camicia bianca, ci è rimasta la mano sporca di sangue, è rimasta. Allora, poi lei lo mette insieme bene, eh?
FA: Prima della pausa stavamo dicendo appunto di quel ragazzo, suo amico che
GM: Ecco, la sera stessa che è stato lì a scavare, scavare in quella, quella via lì, ha tirato fuori una persona viva ma sa, capirà, e gli ha messo una mano qui per tirarlo fuori sulla schiena, gli è rimasta la mano sulla camicia sporca di sangue insomma perché era ferito e compagnia bella e quella è rimasta impressa nella mente perché non sono cose mica da ridere.
FA: Eh certo!
GM: Poi posso raccontarle un fatto mio personale perché un mio carissimo amico, che tra l’altro aveva la mia età, perché noi al mattino si usciva sempre presto? Per andare a cercare da mangiare, ecco, eravamo nel ’44, era inverno, penso ottobre, novembre, era tanta di quella neve, c’era tanta di quella neve per terra però un sole bellissimo e noi, eravamo usciti, abitavamo vicini, siamo usciti nel Corso XXVII Marzo e venivamo su. Sono arrivati i cacciabombardieri, cacciabombardieri che prendevano in filata il Corso XXVII Marzo e sparavano, e sparavano, e poi sparavano fino al ponte della ferrovia che va a Medassino, no?
FA: Sì.
GM: Ecco. Che poi c’era quello della [unclear] sul treno fermo, c’era col, un vagone cisterna pieno di vino,
FA: Ah!
GM: Eh! Comunque quello lì ecco, lì eravamo insieme, eravamo all’altezza, a metà Corso XXVII Marzo, dove c’è il Bar Bon Bon adesso, circa, che allora non c’era e noi eravamo rasente il muro, neve, bel sole limpido, insomma ci sono sti cacciabombardieri, allora, corri i caccia per terra, vicino al muro perché [unclear] e sparavano tutto lungo la strada. Quel mio amico lì si è spaventato. Di fronte c’era una portina aperta del condominio di quel palazzo lì e lui diceva: ‘andiamo di là, che c’è la portina, andiamo dentro, siamo riparati’, no, non muoverti, non vedi, non senti che arrivano, arrivano, arrivano?’ Non mi ha ascoltato, è partito in mezzo alla strada, l’han centrato in pieno, centrato in pieno, è rimasto là, è rimasto secco. Io non mi sono più mosso di lì, coricato per terra, ecco quello lì è il fatto che mi è rimasto più impresso di tutti, ecco.
FA: Certo.
GM: Perché? Perché oramai ci avevi fatto l’abitudine. I bombardieri c’erano tutti i giorni, lì sparavano dappertutto sparavano e noi? Il problema era quello di cercare di schivarli e loro, lì la superavi la paura perche’ avevi talmente tante cose da fare, corri, andare a cercare da mangiare, andare a cercare da scaldarti, andare a cercare, ecco il problema era quello lì.
FA: Ci si era abituati insomma.
GM: Oramai da cinque anni. Cinque anni è stata lunga, e poi quello che ha fatto più impressione è (vedere o vivere?) cinque anni al buio senza una luce fuori, all’ultimo giorno quando si sono riaccesi i lampioni e allora tutto, dopo cinque anni vedere accese le strade illuminate [unclear] e poi una cosa che rimane impressa perché appunto un giovane ci facevi anche l’abitudine eravamo anche un po’ incoscienti quando venivano i bombardieri che bombardavano i ponti, andavamo, scappavamo nei prati lì vicino perché era, e coricati per terra a guardare quando si aprivano quei portelloni, vedere le bombe scendere, ecco quello lì è stato uno spettacolo indimenticabile. Non te lo dimentichi più perché vedere sti portelli, perché erano abbastanza bassi e tutte ste bombe che cadevano, che cadevano ecco, allora lì [laughs].
FA: Sì.
GM: Ecco, sono impressioni che ti sono rimaste, ecco [unclear].
FA: Certo.
GM: Ecco. Adesso se ha qualche domanda, io non,
FA: Sì, certo.
GM: Non saprei più cosa dirle.
FA: Lei in casa avevate un rifugio antiaereo?
GM: No, le cantine.
FA: Le cantine.
GM: Le cantine. Cantine rimesse un po’ in ordine, no, dal comune, anzi, avevano, le cantine non erano più singole, avevano buttato giù le pareti e avevano fatto un corridoio lungo. Un corridoio lungo, poi l’hanno verniciato di bianco, compagnia bella, e quando suonava l’allarme, tutta la gente scendeva ma era diventato un corridoio lungo, sarà stato lungo come il palazzo ecco. Prima, anziché tante piccole cantine, un corridoio lungo,
FA: E certo.
GM: E diventava un, era diventato un rifugio era diventato, ecco.
FA: Per tutto il palazzo.
GM: Per tutto il palazzo.
FA: Certo. Si ricorda se c’era qualche rifugio pubblico, magari in centro?
GM: Rifugio pubblico, dunque, c’erano del, mi ricordo che, nei prati, e nei dintorni e in Piazza Meardi, sia dalla parte di qui che dalla parte di là della caserma, avevano scavato delle trincee a zig zag, delle trincee a zig zag dove la gente si rifugiava dentro, abbastanza profonde. Ti potevi rifugiare li dentro perché non erano diritte, che potevano essere prese in filata ma a zig zag che quanto meno ti riparava dalle schegge o
FA: Certo.
GM: Ecco, quelle me le ricordo bene. E ne avevano costruite abbastanza, in periferia ce ne erano tante, in periferia [unclear] e la gente scappava e si infilava lì dentro. Perché poi sai, erano tutte case vecchie, la cantina teneva per varie cantine, li mettevi una bomba sopra e allora tanta gente preferiva e come sentivano gli aeroplani, partivano o in bicicletta o a piedi e andare fuori,
FA: Andare fuori,
GM: Un po’ fuori che non era grosso così, c’erano i campi, i prati ecco, e si andava lì e si
FA: E si scappava [unclear]
GM: E si scappava e si stava fuori finché si poteva ecco.
FA: Ho capito. Una domanda un po’, diciamo un po’ personale. Secondo lei, e secondo quello che vedeva nella popolazione, insomma,
GM: Sì, sì, sì.
FA: Che sentimenti provavate nei confronti di chi vi bombardava?
GM: Mah, eh, dunque guardi [pauses] noi avevamo, il sentimento più brutto ce l’avevamo coi nostri governanti, di quell’epoca, che ci avevano portato in quella situazione lì. Che tu avevi fame, non c’era da mangiare, rischiavi la pelle tutti i giorni e il sentimento maggiore di rivalsa era quello. Tu pensavi che quelli facevano i loro mestieri. Però sul bombardamento sulla città pensavamo fossero dei criminali, eh, perché non era il caso, ecco, non era il caso. Se loro ti dicevano, pensavano o la propaganda ti diceva che si erano sbagliati, diceva, vabbe, questi non sono errori che si possono fare, ma bombardare proprio indiscriminatamente una città che faceva trenta, trentacinquemila abitanti, non c’era niente, non c’era, è stato un bombardamento terroristico che anche la gente si era abbastanza risentita.
FA: Risentita.
GM: Era abbastanza. Poi però ha prevalso il sentimento che eravamo a fine ’44, ancora qualche mese e poi la guerra era, finiva, noi sapevamo la notizia già dai partigiani e compagnia bella, che ah beh allora, vengano, se dobbiamo finirla vengano ancora anche, lo facciano ancora per un’altra volta che almeno basta.
FA: Sì.
GM: I liberatori, li chiamavamo i liberatori.
FA: Sì insomma, alla fine, diciamo, c’era più la voglia di,
GM: Bravo.
FA: Di essere liberati, che finisse la guerra
GM: Bravo, ecco, di farla finita, di farla finita perché oramai. Poi la propaganda sa, Radio Londra si sentiva tutto, Radio Londra era un appuntamento fisso, e sentivi insomma, ti raccontavano le cose, [unclear] bene o male, speriamo che arrivino in fretta, speriamo e difatti insomma poi cominciato i movimenti partigiani e compagnia bella. E allora anche per i fascisti, per i tedeschi non è che siano state rose e fiori, insomma.
FA: Era molto attiva qua su Voghera la Resistenza?
GM: [unclear] Tutto qui Oltrepò, era, ce n’era veramente perché, è stato, l’Oltrepò Pavese è stato il primo ad avere le bande partigiane, sono state nel ’43, e poi sai volevano, li conoscevi quei ragazzi che c’era la leva obbligatoria, la leva obbligatoria del maresciallo Graziani, da tredici anni a trentasette anni, eh. Chi non si presentava veniva fucilato. Sai, allora, nascosti sempre nascosti.
FA: Quindi o si era, o ci si presentava oppure si [unclear] andava in clandestinità
GM: Eh, non ti presentavi, è quello. La maggior parte non si erano presentati, tanti amici che avevano qualche anno in più, sono scappati subito su verso le montagne e poi sono stati su fino alla fine della guerra,
FA: Guerra.
GM: Che sono arrivati i soldati, sono arrivati gli americani, gli inglesi. I primi ad arrivare a Voghera mi sembra sono stati i brasiliani, brasiliani, sono stati i brasiliani, sono stati, dico bene?
FA: Sì.
GM: [unclear] Questo qui, è [unclear] stato un mio carissimo amico, aspetta, [unclear] dove è andato a finire che le vostre ricerche, sarà qui, eccolo qui, questo qui è il soldato brasiliano, uno dei primi che è arrivato a Voghera, questo qui. Mi ha dato l’indirizzo, mi ha persino scritto l’indirizzo dove abitava in Brasile, guardi. Ivan, Ivan. Mi portava a spasso poi con la jeep. E ci dava le sigarette da mangiare. Ci davano da mangiare,
FA: Eh, sì.
GM: Parlamoci chiaro, ci davano da mangiare.
FA: Quindi, poi c’e’ stato insomma un rapporto di, di amicizia.
GM: Perché, perché loro, sì, perché loro avevano i magazzini che noi siamo rimasti impressionati perché e guardavamo lì, figuriamoci. Vedere mangiare da loro, fare dei pentoloni di cioccolata che noi la cioccolata non avevamo mai sentito, figuriamoci, era [unclear] per quello che avanzavano, cioè ne distribuivano che ne avevano nei pentoloni, ne facevano di più apposta, c’eravamo noi in fila coi pentoloni a ritirare e portare a casa, ecco.
FA: Eh certo.
GM: Questo. Ecco questo è un particolare che [unclear] nella politica e nella politica ne abbiamo avuti perché i miei erano contrari, insomma io avevo un zio, beh un fratello di mia mamma, che era nel Comitato di Liberazione Nazionale a Tortona, perché mia mamma era [unclear] di Tortona, lei [unclear], e allora, le notizie le sapevamo tutte le notizie dei movimenti partigiani e compagnia bella.
FA: Certo.
GM: E poi, io sono stato, guardi questa, guardi bene questa cartolina e le date.
FA: 39.
GM: Ultimo avviso, perché si doveva essere tutti in divisa e io avevo finito, io, se non mi presentavo, perché non c’andavo mai, e mi han mandato l’ultimo avviso e se non mi presentavo non potevo più iscrivermi a scuola.
FA: A scuola.
GM: Non potevo più andare a scuola, capisce?
FA: Quindi lei non partecipava, diciamo, alle attivita’ dell’ [unclear]
GM: Eh no, perché mio padre era socialista quindi mio zio che era, figuriamoci, eravamo un pò, poi però abbiamo un vicino di casa che era un maggiore della milizia, un maggiore della milizia come vicino di casa che ci conosceva e allora sa, lo sapeva che non la pensavamo come lui, ma insomma
FA: Però non.
GM: No, no, no, ecco.
FA: E i bombardamenti dei ponti avvenivano di giorno?
GM: Di giorno, tutti di giorno. Tranne di notte che c’era il famoso Pippo. Pippo, quello tutte le notti era una cambiale, c’era sempre, fino al 25 aprile, l’ultimo giorno ha sganciato in Via San Francesco d’Assisi, che aveva visto qualcosa, aveva visto, degli spezzoni, e ha ammazzato una persona il 25 aprile proprio. C’era rimasta una persona che era [unclear]. Quasi tutte le sere girava tutta la notte. Se vedeva una luce, bombardava. E non c’era
FA: Quindi anche lui era ormai una presenza abituale.
GM: Quasi quasi era, oramai era della famiglia, [laughs] perché c’era sempre, c’era. Ecco, ecco se ha altre cose che, io non saprei cosa dire dell’altro adesso, perché son tanti gli aerei,
FA: Eh beh, certo.
GM: cose che la sera, quando si dove andare a, non so, a cercare con i ragazzi, amici, no, con dei carrettini, rischiando il coprifuoco, rischiando, perché c’era il coprifuoco, non si poteva andare. Io avevo uno zio che faceva il ferroviere e abitavamo vicino alla ferrovia no, [unclear] la ferrovia dietro, e lui guidava, faceva il macchinista e guidava sempre il treno Voghera-Genova coi tedeschi, ci fascisti e avevano i vagoni dove loro requisivano tutto, grano requisivano e quando era di servizio lui se lo diceva, lui, si, noi ci preparavamo vicino la scarpata della ferrovia rischiando la pelle perché e lui apriva un vagone, ci buttava giù un sacco, due sacchi di grano, quello che c’era sopra insomma e allora noi piano piano si raccoglieva, si portava a casa poi si divideva fra le famiglie,
FA: Certo.
GM: Se era grano poi ci mettevamo a pestare e farci la farina per farci il pane ecco queste così ma rischiavi la pelle oppure andare al di là, sotto il passaggio al di là della ferrovia a far legna da bruciare per scaldarti.
FA: Eh certo.
GM: E allora tutte le piante che c’erano, [laughs] tutte le notti ne partivano qualcuno. Queste sono, ecco, queste cose qui e tutto era per mangiare perché altrimenti [unclear] andare nei campi dove raccoglievano le patate, no, dopo quelle raccolte andare là, ne lasciavano sempre qualcuna indietro, eh.
FA: Eh certo.
GM: O spigolare come dicevano, no.
FA: Il granoturco.
GM: Il grano, il granoturco. Tutto quello che si trovava, si portava a casa.
FA: Sì, insomma, era
GM: Perché cinque anni sembrano pochi ma sono lunghi da passare. Ai primi, uno, due anni, poi c’avevi le tessere coi bollini, ragazzi. Una volta la settimana ti dicevano, per andare con il bollino numero, puoi ritirare un po’ di zucchero, un’altra settimana un po’ di sale, un’altra [unclear]
FA: Quello che c’era
GM: Quello che c’era insomma. Però è passato e siamo qui ancora adesso.
FA: Quindi insomma una vita così, un po’, con le bombe a fare da contorno ecco.
GM: Ma, contorno bombe e spaventi tanti.
FA: Eh certo.
GM: Perché spaventi tanti perché parliamoci chiaro, non solo le bombe, i rastrellamenti, i tedeschi, i tempi di guerra si sa come sono. Non sai mai come,
FA: Cosa succede.
GM: Tu vai fuori la mattina non sai mai se vai a casa la sera, non sai mai eh, perché lì i rastrellamenti o compagnia bella, o i bombardamenti perché come ripeto, i caccia c’erano tutti i giorni. I cacciabombadieri anche loro c’erano tutti i giorni. I bombardieri grossi no, quelli tre, quattro, dieci volte tranne, quella lì poi è stato il 23 agosto ma le altre volte andavano sui ponti e basta, andavano sui ponti e se ne andavano. E allora c’avevi quasi fatto l’abitudine, c’hai fatto l’abitudine.
FA: E il ponte, sono riusciti a buttarlo giù?
GM: Sì, sì, buttavano sempre giù, c’era, li rimettevano su di fortuna, li ribombardavano ma lì era ma tante volte ecco. Li han sempre buttati. Solo quei tre ponti che c’era la linea, Milano-Genova e Milano, Voghera-Genova, no, Voghera-Milano e Voghera-Piacenza, sono due linee diverse e dopo, poi c’era il ponte della linea Voghera-Varzi e poi il ponte stradale. E quel ponte lì
FA: Sempre.
GM: Un giorno sì, un giorno no. Era, ecco lì, Voghera bombardavano sempre solo quello. Tranne quella volta lì. Oppure i cacciabombardieri, vabbe’ che loro vedevano un carretto, sparavano, scendevano, mitragliavano, se ne andavano, ecco.
FA: Ho capito.
GM: Ecco, la guerra, per noi qui a Voghera, è stata quella, logico, perché se poi andiamo nella Resistenza e compagnia bella ne abbiamo conosciuti tanti compresi (?) tanti amici che purtroppo non ci sono più. Ma insomma lì è un altro discorso, lì andiamo nella politica, allora lasciamo stare la politica, lasciamo stare. Va bene?
FA: Certo. Va bene. Grazie mille, la ringraziamo molto per questa intervista, per la sua testimonianza.
GM: Ci mancherebbe altro, guarda io, li ho detto, di balle non ne ho raccontate, le ho detto, se poi lei legge questo qui che avevo detto , lì [unclear] a Salerno, sono più o meno le stesse cose che le ho detto, ma sono, sono cose che non ti vanno più via dalla mente, ti segnano, non ti vanno più via dalla mente. Però arrivi adesso, ne parli con amici molto più giovani e non, cioè non si rendono conto di
FA: Della gravità
GM: Del, dei momenti che hai passato così, diciamo, beh, che uno che si alza al mattino, e noi eravamo una famiglia, due, padre, madre e quattro fratelli, due sorelle e due fratelli, poi mio fratello era nei partigiani perché lui era più vecchio di me. Primo pensiero, ragazzi, per andare a cercare per mangiare a mezzogiorno, eh. Passare cinque anni così non è facile, eh.
FA: Eh no.
GM: E allora sta idea(?), sono esperienze che ti formano, ti formano la vita.
FA: Certo. Va bene, grazie mille.

Citation

Filippo Andi, “Interview with a survivor of the Voghera bombings (informant B),” IBCC Digital Archive, accessed May 20, 2019, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/7890.

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