Interview with Mario Galardini

Title

Interview with Mario Galardini

Description

L’intervistato è Mario Galardini, nato a Castel di Casio (BO) il 15 agosto 1923, consulente del lavoro. Interviene il fratello Raffaello, sono presenti Lory Galardini e Annalia Galardini. L’intervista è effettuata da Claudio Rosati presso la sua abitazione a Pistoia, il 12 settembre 1984. Durante il primo bombardamento di Pistoia, Mario Galardini si trovava in casa con la famiglia e si riparò sotto il letto. Raffaello Galardini ricorda le devastazioni avvenute in città e il terrore provato durante il passaggio dell’aereo ricognitore “Pippo”. In seguito, sfollarono alle Case Nuove e successivamente alle Case Vecchie. Mario Galardini fu obbligato dai tedeschi a spalare le macerie nel centro città, con la paura di essere deportato in Germania. Una volta, a San Quirico, vide arrivare un gruppo di tedeschi in cerca di un luogo in cima alla montagna.
Un passaggio di 35 secondi con inizio a 00:17:15 è stato espunto su esplicita richiesta dell'intervistato.

Mario Galardini is an employment consultant, born at Castel di Casio (BO) on 15 August 1923. His brother, Raffaello, Lory Galardini and Annalia Galardini are also in the room. During the first bombing of Pistoia, Mario Galardini was at home with his family and took shelter under the bed. Raffaello remembers the havoc wreaked on the city and the terror caused by the reconnaissance aircraft Pippo. Then, they were evacuated to Case Nuove and eventually to Case Vecchie. Mario Galardini was forced by Germans to clear up rubble in the heart of the city, with the fear of being deported to Germany. One day, at San Quirico, he saw a group of Germans looking for a place on top of the mountain.
A 35-second passage starting at 00:17:15 has been removed at the express request of the interviewee.

Creator

Date

1984-09-12

Temporal Coverage

Spatial Coverage

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Type

Format

00:22:53 audio recording

Rights

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Contributor

Identifier

MB CR 7 A

Transcription

MG: A Brindisi venti giorni consecutivi, venti giorni, quando aprirono il secondo fronte bombardando incominciarono laggiù e poi avrò [?] avuto due bombardamenti avanti d’andare militare io, a Milano, sono stato nei rifugi a Milano, tum bum bum bum, anda’ a Milano a –
CR: Al primo bombardamento di Pistoia c’era? Quello –
MG: Sì.
CR: Nel ‘43,
MG: 24 ottobre mi pare.
CR: La notte tra il 24 e il 25 ottobre, all’undici e quindici venne –
RG [?]: Io stavo leggendo “Via col vento”, tranquillo e beato, anzi c’era Vannino [?] –
MG: E io e Aldo, tutt’e quattro in casa –
RG: Tutti –
MG: E il babbo e la mamma di là.
RG: Perché “Via col vento” –
MG: Ma Aldo c’era?
RG: No, eravamo io e Vannino nel lettone, Lello nel lettino, il babbo e la mamma di là e a un certo momento fu dato la sirena – l’allarme, il babbo viene a vede’, s’affaccia alla porta ‘Ragazzi c’è i bengala’, sapevamo dei bengala dalla – dalla radio, ‘Ma che bengala?’ ‘I bengala’. Mai accaduto niente, mai successo niente, comunque da lì a lì [incomprensibile] noi si confinava con le concerie, ci si mette tutti sotto il letto [incomprensibile] da lì a lì parte le bombe sulle concerie.
MG: Le concerie, sì.
[parlano contemporaneamente]
RG: T’immagini l’effetto dirompente, i vetri che si spezzano –
MG: Dirompente, i vetri che si spezzano, tum, tum, tum, ballare il terreno sotto il letto, lì –
RG: Allora, non è un fatto di coraggio o di non aver coraggio, io mi vedevo, tremavo come una foglia, proprio tremavo e da lì a lì mi vedevo di già laggiù, poi a un certo momento c’è un pochino di calma e allora si salta la gora, si va dalla parte di là, ci si porta dei cuscini per ripararsi dalle sghegge, dice Gino ‘io voglio andare –’.
[parlano contemporaneamente]
RG: Un casottino, che la mattina dopo c’era un cratere, una bomba, proprio centrato. Aldo mi pare – no, Aldo non c’era, questo è successo prima, comunque io rimasi scioccato, cioè io capisco cos’era la paura, la paura della morte – cosa che invece non ho provato coi tedeschi, no, cioè, il fatto di dire tu sei di fronte a un evento – da un evento che prescinde dalla tua – dalla tua persona, perché le bombe eran le bombe, tant’è che m’è rimasto talmente la paura e la fifa che c’era famoso quell’apparecchio della notte che veniva a bombardare –
MG: Giovannino –
RG: Pippo Vannino, io appena sentivo sembravo una gazzella, partivo e dopo cinque minuti ero [incomprensibile]
MG: Lasciava babbo, mamma –
RG: Niente, niente, ero rimasto [incomprensibile] la mattina siamo andati a vedere gli effetti del bombardamento, io e Vannino siamo [incomprensibile] in Piazza Garibaldi nella caserma Umberto dove oggi [incomprensibile] tutto Dio bono anche lì raso al suolo [incomprensibile]. Se non che verso l’undici, l’undici e mezzo del giorno dopo, del 25 di ottobre, sirena, queste macerie che erano alte sette, otto o dieci metri l’ho scalate tutte di corsa perché con l’allarme nessuno ti controllava più, sicché il rischio non era – cioè andare a scalare le macerie poteva esse’ [incomprensibile] però scalare le macerie – se viene i bombardamenti Dio bono ti prendano, a me m’interessava invece uscire [incomprensibile] in cinque minuti siamo arrivati a Valdibrana io e Vannino, cinque minuti, aveo vent’anni, ero sessantatré chili, t’immagini te?
MG: Tu c’avrai messo anche un quarto d’ora via –
RG: No [enfasi], siamo arrivati lì e mi sentii tranquillo e infatti è passato gli aerei, che poi ne passava di lì andando in crescendo: ducento, trecento, cinquecento, una volta se n’è visti delle migliaia [incomprensibile] e va bene, di lì poi siamo sfollati alle Case Nove. Dalle Case Nove siamo sfollati alle Case Vecchie. Ecco, per precisare il discorso della paura, no, quante volte mi son trovato a faccia a faccia con i mitra [incomprensibile] non lo so, sarà anche incosciente, perché quello è armato ma non mi creava problemi [incomprensibile] poi mi son ritrovato a andare spesso e volentieri su al Signorino e mi son beccato diversi bombardamenti quando venivano per buttar giù i ponti: le Svolte, il ponte di Piteccio eccetera eccetera, e lì mitragliamenti e via discorrendo. Mi ricordo una volta ero proprio al Signorino – hai visto [incomprensibile] e queste bombe [imita il suono della caduta della bomba] ‘Bah, mi vengano addosso’.
CR: Ecco ma allora cosa pensavate? Che volessero colpire la gente per terrorizzarla –
RG[?]: No, no, no –
CR: Oppure invece sapevate che cercavan degli obiettivi?
RG[?]: Il primo bombardamento su Pistoia ho detto che era un bombardamento terrorista, perché non è stato colpito obiettivi militari.
MG[?]: No, no, hanno anche centrato – mi pare – la stazione, mi pare la Breda, perché anche la Breda non è che sia rimasta intatta, no, è chiaro, tu capisci bene, a centinaia e centinaia di metri con la luce dei bengala la notte, come fai? Anche loro a un certo momento poi sai, un si stava mica lì tanto – ci sarà stata l’una cosa e l’altra cosa, certamente non è che a Pistoia o in Toscana ci fosse le contraeree e i caccia – diciamo così – nazionali come potevano trovare inizialmente in Germania, si capisce bene – sa’, la guerra è guerra, a un certo momento –
CR: Ma c’era risentimento verso chi bombardava?
MG: No, no.
CR: Ah, non c’era risentimento allora –
MG: No, no, perché faceva parte del gioco, della guerra eccetera eccetera. Semmai – cioè noi eravamo già stufi di questa guerra non sentita, eravamo stufi dei tedeschi, dei loro sistemi, dei loro metodi e poi si sapeva che ormai era una guerra perduta e non si faceva allora – ma tutto rientrava nel gioco perché è chiaro, per riuscire domani a liberare l’Italia bisognava lo scotto pagarlo. Comunque, il giorno dopo, il pomeriggio, nonostante l’esperienza brutta della mattina d’esse’ buttati lì, pronti per esse’ portati lì a spalare le macerie fissi al sole – perché poi la paura qual era? Non era tanto quella d’andare a spalare e essere a rischio bombardamenti eccetera eccetera, quanto quella d’essere messi sul treno merci e portati in Germania. Il pomeriggio siamo andati a vedere i morti alla Misericordia, gialli come [incomprensibile] e allora c’era questo senso – e poi ormai – diciamo così dopo tanti anni di guerra eravamo stanchi, c’era ormai questo desiderio di uscirne fuori a qualunque costo e poi a questo punto – a questo punto c’è l’ulteriore sfollamento, chiaramente da Pistoia poi si va a finire su alle Case Vecchie –
RG: Gli Imbarcati –
MG: Agli Imbarcati e poi si va a finire alle Case Vecchie – alle Case Vecchie e poi ecco qui è bene precisare una cosa, l’effetto – ecco, rispondo alla domanda di prima, se c’era questo –
CR: Risentimento.
MG: Risentimento, no perché quando abbiamo visto – prima sentito il rumore di queste jeep, di queste camionette che si arrampicavano su per la montagna, bussata la porta e vedere questi elmetti con quella rete mimetizzata sulla testa eccetera eccetera [incomprensibile] un altro particolare interessante, la sera – il giorno avanti rivedere i primi alleati bussare alla porta [incomprensibile].
RG: In cima a San Quirico, lassù.
MG: In cima a San Quirico e il pomeriggio –
RG: Piovigginoso.
MG: Piovoso, sta piovendo, tutt’a un tratto – e c’era chi – una squadra di noi, ma tutti ragazzi abbastanza giovani, dai venti ai trenta, trentacinqu’anni – un calcio alla porta [incomprensibile].
MG: Si sente un cal – una botta alla porta, si spalanca –
RG: Entra –
MG: Entra delle stanghe, uno, due, tre –
RG: Fino a tredici tedeschi che grondavan dall’acqua –
MG: Era il guastatore tedesco –
RG: Mitra –
MG: Le bombe a mano infilate negli stivaletti, il mitra in mano, ecco, qui ho piacere che sia detto tutto, se ero io italiano, per tutti i sentimenti italiani – io guastatore tedesco – che loro, a parte il fatto che era tutto sbagliato quello che stavano facendo, combattevano una guerra non giusta, però con la storia dei partigiani che l’avevan sempre alle calcagne che avresti fatto te? Tu apri una porta e tu vedi una quindicina di italiani lì, tu puoi pensare anche che fossero partigiani, sarebbe venuto istintivo subito [imita il suono degli spari] una raffica di mitra e tutti morti e invece [incomprensibile] che eran quelli che via via facevan saltare i ponti, ville, tutti i posti –
RG: Però una cosa, che alle calcagne loro c’avevano tanti cani [?]–
MG: Vabbè, anzi, a maggior ragione, perché per loro è una questione di vita o di morte, anche per loro, perché un eran mia ragazzi Dio bono di cent’anni, eran ragazzi giovani come noi –
RG: Allora avean da scappare, vollero sapere –
MG: Ci chiesero dov’era –
RG: La strada per Casina, la Casina che era il punto in cima al [incomprensibile]
MG: Hanno ringraziato, penso che abbiano ringraziato [incomprensibile]
[parlano contemporaneamente]
CR: Ma perché gli è voluto anda’ dietro?
MG: Per fa’ l’eroe, per ammazzarli sette o otto, che dici –
[interviene una delle due donne presenti, ma è incomprensibile]
MG: No, no, lui prese il suo fucilino da caccia e è voluto andare a rompe’ le scatole. Cioè, sono quegli atti gratuiti che non hanno – non è una cosa organizzata, una cosa combinata eccetera, poi mi rammento già ancora il giorno dopo un giovane, un giovane italiano, c’era un tedesco lì di quelli – come si chiamano?
RG: Mandati?
MG: Mandati, col mitra accanto, si stava riposando, tac, ha avuto l’atto proprio di prendergli il mitra e l’ha portato lì ai cosi, agli americani.
CR: Ecco, ma alla gente facevan paura i tedeschi?
MG: Io – ti dico un episodio, Guido cugino nostro, muratore, un giorno siamo a prendere lì a una fontanina dell’acqua fresca e c’è – la fontanina è – rimane un pochino sotto al livello del sentiero e ti vedo venire due tedeschi col mitra in mano e fo ‘Guido c’è i tedeschi’, lui avea il fiasco in mano, ecco, appena ho detto ‘Guido c’è i tedeschi’ la mano ha incominciato a [ride] – io sono rimasto indifferente. Ripeto, il rapporto, cioè il mio terrore – io avevo paura degli americani [?] i tedeschi, in quanto uomini fisici –
CR: Ecco, generalmente, tutta la gente che ho intervistato mi diceva ‘Sì, le bombe, però la bomba la prevedevi [?] ma la paura c’era per i tedeschi’.
[parlano contemporaneamente]
RG: Io al contrario, aveo paura anche delle bombe, però le bombe – io il terrore mio era di trovare i tedeschi che mi pigliassero, addirittura magari ti facessero fori, ma anche se un ti facean fori ti portassero in Germania [incomprensibile] te un tu l’ha’ valutata questa co – però era più pericoloso entrare nelle mani a un tedesco –
MG: Ma è un fatto umano perché dice ‘Anche se mi prendano poi ho sempre la possibilità di scappare, una bomba che ti centra – cioè io tutto quello – ecco di lì è nato poi la mia paura per [incomprensibile] tutto quello che è rumoroso, che sa di schianto, la deflagrazione proprio mi dà fastidio –
CR: Ma i bengala della prima notte dice furono una cosa impressionante, vero? I bengala che lanciarono la prima notte –
MG: Impressionante perché [incomprensibile].
CR: Comunque dopo il primo bombardamento non ne avete vissuti altri –
MG [?]: Come no?
CR: Siete sfollati –
RG [?]: Sì, siamo sfollati ma –
MG [?]: Sì, siamo sfollati ma insomma –
RG: No, io che venivo a lavorare dal Mandoli, mentre venivo in città e che sonava l’allarme mi sembrava –
CR: Anche quando eravate dal Mandoli?
MG: Porca ma – bah –
CR: Ma gli davate conto agli allarmi?
MG: Dio bono, quando ci fu questo bombardamento –
CR: Prima no?
RG: Prima no, prima no, sa’, uno, due, cinque, non succedeva niente –
MG: Un venian mai, allora – ma dopo, dopo dio bono come si camminava.
CR: Ma pensavate che sarebbe stata bombardata Pistoia, prima che succedesse?
RG: Mah, io pensavo quasi di no, perché una piccola città nun c’era grossi obiettivi militari come fabbriche, né concentramenti di militari eccetera, pensavo che limitassero alle grosse città e centri industriali.
CR: In fabbrica cosa si diceva?
RG: Quando c’era l’allarme si scappava via come lepri –
MG: Insomma comunque, secondo me – secondo me Claudio diciamo richiamarsi al 1944 ci si richiama al momento in cui il popolo [incomprensibile] una guerra aperta, non sapevamo neppure allora come gli alleati si son dimostrati in una certa maniera e noi si pensava che fossero come i tedeschi, cioè dove passavano da vincitore era terra bruciata e invece si son comportati da amici, che poi c’è stata la storia delle bottiglie della grappa eccetera eccetera, hanno dato a piene mani, hanno regalato, hanno elargito, cioè è un discorso tipico di quei tipi di eserciti che hanno potenza, ricchezza, mezzi, benessere eccetera ecc –
RG: Comunque, Mario, furono agevolati anche insomma – o che fossero popolo o che –
MG: Certamente, hanno avuto un’accoglienza
RG: O chiamali partigiani anche, anche partigiani, insomma –
MG: Raffaello, secondo me loro hanno trovato una grossa accoglienza non perché erano inglesi, americani o sudafricani eccetera eccetera, perché è l’accoglienza tipica del popolo stanco, stufo della guerra che voleva finalmente ritrovare un po’ la pace, il senso della vita, il senso della famiglia, dell’umanità [incomprensibile] quando sono andati oltre Porretta, oltre Bologna eccetera eccetera, tutto bene, tutte feste, tutti divertimenti e tutte bande americane, tutto dio bono boogie woogie ecco, per fini’ il discorso, finita la paura, finito eh, si rincomincia da capo.
CR: Ma quindi c’erano gli americani e gli inglesi a Pistoia?
MG: E sudafricani, ma più che altro gli americani –
RG: Sudafricani e brasiliani anche –
MG: Però in preponderanza americani [incomprensibile] gli americani appena tre giorni di cannoneggiamenti partiva una pattuglia, andavano a vedere i risultati de’ cannoneggiamenti, dopo di che rientravano, era festa, tutti balli, tutti [incomprensibile].

Citation

Claudio Rosati, “Interview with Mario Galardini,” IBCC Digital Archive, accessed June 24, 2024, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/38711.

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