Interview with Marcella Romagnoli Giacomelli

Title

Interview with Marcella Romagnoli Giacomelli

Description

L’intervistata è Marcella Romagnoli Giacomelli, nata a Pistoia nel 1927. Interviene la tata della famiglia. L’intervista è effettuata da Claudio Rosati a Pistoia, presso l’abitazione dell’informatrice, il 18 ottobre 1984. Dopo il primo bombardamento, Marcella Romagnoli Galardini prestò aiuto nel Pronto Soccorso insieme al fratello, somministrando cognac ai feriti; la madre era crocerossina e vissero sopra l’ospedale fino allo sfollamento, il 23 dicembre 1943. Il padre era nella divisione centrale. La mattina successiva al bombardamento partì per Lucca per recarsi dalla nonna e durante il tragitto verso la stazione vide la grande quantità di macerie nel centro città. Sfollarono a Villa San Simone, a Candeglia, ma quando questa fu requisita dai tedeschi, dovettero tornare in città per una decina di giorni e qui assistette alla loro ritirata. Dopo la Liberazione arrivarono i sudafricani in ospedale e Marcella collaborò come interprete. Ricorda infine quando questi ultimi obbligarono alcuni prigionieri italiani a spazzare la piazza dell’ospedale, vessandoli.

The interviewee is Marcella Romagnoli Giacomelli, born in Pistoia in 1927. Also present the domestic helper. The interview was conducted by Claudio Rosati on 18 October 1984 in Pistoia, in his home. After the first bombing, Marcella Romagnoli Galardini helped out at the emergency department by giving brandy to casualties. Her mother was a Red Cross nurse. Their quarters were above the hospital until the 23 December 1943, when they were evacuated. Father was in the central division. The morning after the bombing, she left from Lucca to visit grandma; while approaching the train station she saw plenty of debris in the city centre. Then they moved to Villa Simone, at Cadeglia: when the villa was commandeered by the German they went back to Pistoia for approximately 10 days, where they witnessed the Germans’ retreat. After the end of the war, the South African troops arrived at the hospital, with Marcella acting as interpreter. South Africans forced some Italian prisoners of war to sweep the hospital square, under duress.

Creator

Date

1984-10-18

Temporal Coverage

Spatial Coverage

Coverage

Type

Format

00:37:36 audio recording

Publisher

IBCC Digital Archive

Rights

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Identifier

MB CR 7 B

Transcription

CR: Ecco, molto liberamente –
MRG: A distanza di tanti anni, insomma ora quanti anni sono?
CR: Sono quarantaquattro.
MRG: Quarantaquattro anni.
CR: No, quarant’anni.
MRG: Rimangono solo le cose che più ti hanno colpito, che ti hanno più emozionato, noi siamo stati a Pistoia per i primi due, tre bombardamenti, dopo siamo sfollati in Candeglia –
CR: È già tanto, mi scusi, perché chiaramente sono andati tutti via dopo il primo.
MRG: No, noi ne abbiamo presi sicuramente due o tre, cioè quanti ce ne furono prima di Natale?
CR: Allora, il primo è stato tra il 24 e il 25 ottobre, era nella notte, all’undici e un quarto, ho letto la relazione dell’allarme.
MRG: Infatti ero già in camicia da notte [ride]
CR: Non so tutte le date, ora non gliele so dire, son stati cinque su Pistoia.
MRG: Io – noi andammo via l’antivigilia o circa di Natale, dopo un secondo o un terzo bombardamento. Quella sera eravamo in casa io, mamma, mio fratello e la donna che se poi la volete anche interrogare c’è. Era quell’ora lì, io stavo andando a letto, ho avuto sempre l’abitudine di leggere a letto, sicché sono andata nello studio di papà dove c’era un po’ di biblioteca a prendere un libro, per andare lì dovevo passare davanti a un portafinestra che dato che era una serata tiepida, non era freddo, era lasciato aperto per arieggiare, così, naturalmente non accendevamo la luce [ride] –
CR: Era vietatissimo.
MRG: E vidi questa luce e sentivo questi colpi, non so, che potevano far pensare a de’ fochi d’artificio ecco, allora corsi sulla terrazza che avevamo sul tetto e vidi questa scena fantastica in un certo senso [ride] si tiravan [?] de’ fiori arancioni che illuminavano tutta la città, in un momento mi lasciaron quasi perplessa, quasi ammirata [ride] direi e mi ripresi subito e chiamai mamma e un mio fratello che non so se era già a letto e corremmo tutti in terrazza. Mamma si rese conto, ‘Via, via, via bisogna scendere’, ci vestimmo più presto che potevamo e siamo scesi. Scendemmo le scale che sono settantadue scalini, quando siamo arrivati in fondo – non so se ha presente com’è la scala –
CR: Sì.
MRG: Che non va diretta ma svolta verso quel retro della portineria che ora tengan le biciclette, le barelle eccetera, nel momento che imboccavamo l’ultima parte di scale dev’esse’ caduta la bomba che ha rovinato la scuola medica e la stanza mortuaria lì dell’ospedale, perché tutta questa vetrata si fracassò, questi vetri furono sbattuti da tutte le parti, sicché fummo fortunati perché se si passava in quel momento un so come sarebbe andata a finire [ride] perché diventavan tanti piccoli proiettili. Passato quel momento, attraversammo di corsa – di corsa siamo andati nella portineria e ci siamo messi sotto l’architrave fra la portineria e il pronto soccorso e c’è dei muri enormi. Tutti lì, s’era noi queste quattro persone lì e poi altra gente in qualche altro buchetto qua e là, mi ricordo un dottore che in ginocchio che diceva ‘Madonnina che sia l’ultima, Madonnina che sia l’ultima’ [ride] poi c’erano gli infermieri a fare i commenti, mio fratello so che diceva ‘Eccola, eccola, eccola, eccola, bum’ faceva tutto da sé così [ride] aveva quattordici anni, io ne avevo sedici e così continuò a ondate ma fitte una dopo l’altra, finché venne il silenzio, rimanemmo tutti fermi perché poteva essere un silenzio che preludeva a una – e invece rimase questo silenzio, rimase e [incomprensibile] mentre ci preparavamo per tornare in casa ‘Si torna’, ‘non si torna’ quando cominciarono ad arrivare i feriti, mamma che era crocerossina, avea già prestato servizio per tutta [?] – gli ospedali militari, hai visto? Oltretutto [incomprensibile] col suo grembiulone da crocerossina e si mise a disposizione lì nel pronto soccorso, mio fratello andò a aiutare i barellati e io pure fui nel pronto soccorso, m’affidanno una bottiglia di cognac da dare a quelli che venivano, lì cominciò a arrivare – non lo so – ho un po’ di confusione in testa in quel momento perché ci sono state delle cose talmente tremende anche per una abituata a vivere in ospedale [incomprensibile] ricordo un vecchio in terra con una ferita dalla quale usciva addirittura materia cerebrale con un bimbetto abbracciato ‘Nonno, nonno, nonno’, ricordo una ragazzina con le mani così e il viso tutto sanguinante che urlava ‘Son diventata cieca, non ci vedo più’ e poi gente con teste che venivano bendate. Molti venivano naturalmente mandati su nelle sale operatorie e quelli erano proprio un minuto così e quelli che era possibile medicare lì venivano medicati e confortati da questo cognac, [ride] so che a un certo momento arrivò uno che versava sangue dalla bocca e voleva il cognac, allora io ero un po’ perplessa, cominciai a urlare ‘Ma glielo posso dare il cognac? Ma glielo posso dare il cognac?’ [enfasi] e che non è m’arrivano du’ schiaffi [ride] dice ‘Si calmi signorina [ride], si calmi signorina’ e io non ero – non ero agitata, forse non mi sembrava di essere agitata per lo meno, perché per tutto il tempo ho avuto l’impressione di rimanere abbastanza padrona di me e comunque avevo fatto quell’impressione a questo qui che perlomeno si era scaricato lui [?] [ride] e continuai lì a dare questo cognac. Arrivarono dei tedeschi che erano stati mitragliati, dei bimbetti, so che un infermiere disse ‘Ma ci pensate a diciassett’anni?’ e questo mi colpì perché pensai che aveva un anno solo più di me e che era lì sotto quei capi [?] così tremendi [ride] che hanno lasciato un così brutto ricordo e che furono medicati anche loro e la notte passò così, io non le posso dire quante altre persone sono entrate e uscite, che tipo di ferite avessero –
CR: Ho fatto una verifica ai registri dell’ospedale, allora, i morti furono centoquarantaquattro, duecentosessanta i feriti, questo nella relazione ufficiale, recuperati – cioè ho visto che c’era il registro di ingresso – quarantaquattro, molti probabilmente furono medicati e poi rimandati a casa –
MRG: Sì perché avean delle bende, molti fasciati coi bracci, nella testa, molte mi sembra alla testa [ride] ora non giurerei ma ho l’impressione di aver visto tante teste bendate e questi, questo durò fino verso le quattro, quattro e mezzo, cinque la mattina, da quel momento ci fu un po’ più di tranquillità, c’era gente – io ero sfinita, può immaginare, e uscii dal pronto soccorso e mi trovai in quella famosa stanza dove c’era la vetrata, al di là c’era un terrapieno, in questo terrapieno c’era tutta una stesa di cadaveri e la cosa che mi fece veramente impressione e che ricordo ancora con raccapriccio furono le panne [?], le piccole panne [?] dei quattro Zanzotto, eran tutti gli occhi sbarrati e la bocca piena di macerie, quella fu proprio una cosa che mi turba ancora se ci penso ecco. Dopo andammo su a casa e mamma decise di andare a Lucca dalla nonna, prendemmo delle valigie e a piedi ci siamo avviati verso la stazione trovando la città con tutti i suoi squarci, dovendo passare per strade diverse, non so, mi ricordo quando siamo state in Piazza Garibaldi – la Via Panciatichi non ci si passava, non so se per bombe, ma comunque c’eran tutti i fili elettrici caduti così e mamma dice – dice ‘Se poi sono staccati, non sono staccati’ dice ‘meglio non passare’ e passammo da una di quelle strade – non so se Via Carducci o quell’altra che è a fianco di – di San Giovanni Fuorcivitas, arrivammo in Piazza Garibaldi, dovevamo prendere Via Atto Vannucci, ci dissero che non potevamo passare neanche di lì, allora prendemmo dal coso dei Magi, come si chiama lì –
CR: Sì, dove c’è quella volta –
MRG: La volta – ecco – dei Magi là dietro dove ora c’è la Standa, quella stradina che arrivava alla stazione dove c’era un treno e quel treno credo che ci mettesse dalle sei la mattina fino verso il tocco a arrivare a Lucca, perché ogni tanto c’eran dei braccianti che liberavan la ferrovia [incomprensibile] e a quel punto arrivammo a Lucca dalla mia nonna che di dette un po’ di desinare, sono andata a letto e ho dormito quindici ore di seguito [ride] proprio – io tutto il mio bombardamento è stato questo.
CR: Ecco, ve l’aspettavate che sareste stati bombardati, ci pensavate? In fondo eravamo in guerra –
MRG: No, no per – non lo so, per me la guerra fino a allora –
CR: Tutti dicono di no, gliel’ho chiesto perché tutti mi dicono – dice ‘non ci s’aspettava ecco’, almeno quelli che ho intervistato mi dicono che non –
MRG: La guerra per me fino a allora era stata soltanto la mancanza di papà, che papà fu richiamato nel ‘39, ha fatto tutta la guerra in Albania, in Grecia, in Jugoslavia, poi tornò, era con la divisione centrale. Con la divisione centrale tornò, poi fu mandato su in Friuli per riorganizzarsi e noi andammo lassù e ci siamo stati il più possibile durante tutte le feste estive eccetera, ci si stette un anno e mezzo o qualcosa di più e anzi fu un modo diverso di vivere. Sì, c’era la guerra, papà ci scriveva della guerra, fra l’altro s’è trovato grossi combattimenti e s’è sempre vantato di non aver messo a repentaglio la vita dei suoi uomini, in tutta la guerra lui ha avuto un morto, avendo fatto questa campagna di Grecia, di Jugoslavia e Albania e Tunisia, perché questo morto? Perché un compagno gli è rimasto il grilletto dentro uno sterpo gli è partito il colpo e quello davanti è morto e lui ha sempre cercato di – di guerreggiare con intelligenza, però l’ha sempre fatto con molto entusiasmo, con la parola “patria” che [incomprensibile] c’ha sempre fatto battere un po’ il cuore [ride] penso all’educazione che abbiamo avuto, perché come ti ho detto papà aveva un po’ quel tempismo risorgimentale che [ride] c’aveva un po’ inculcato, ecco io – il primo impatto con la guerra per me è stato quello, è stato quei morti che ho visto.
CR: E verso chi bombardava che sentimenti avevate? C’era un po’ risentimento oppure – verso chi in quel momento bombardava?
MRG: Nel momento che bombardavano non lo so, c’era la testa vota, dopo sì –
CR: C’era del risentimento?
MRG: C’era del risentimento, per conto mio – da parte mia –
CR: Ecco, da parte tua –
MRG: Da parte mia c’era del risentimento, io ricordo anche durante lo sfollamento quando continuavano poi i bombardamenti – appena finito il bombardamento correvo in bicicletta, bisognava che venissi a vedere che cos’era successo alla nostra città e mi c’amareggiavo tanto quando vedevo tutte quelle – tutte quelle macerie, tutte quelle cose sciupate, sgretolate, un lo so. Sì, per me c’era del risentimento, c’era tant’è vero che una volta che avemmo a desinare un certo – che era un compagno di università di papà – Pier [?], che era un lord inglese tra l’altro e – dopoguerra – lui si venne e si vantò di essere passato in Italia con gli aeroplani, gli dissi chiaro e tondo in maniera piuttosto secca che doveva avere almeno il buon gusto di stare zitto [ride] non apprezzavo assolutamente queste sue – questo che raccontava come una bravata, non era il posto adatto ecco.
CR: Secondo lei volevano colpire solo obiettivi militari o anche la popolazione civile, in modo così – diciamo anche un po’ per terrorizzare? Dice, colpivano gli obiettivi militari e sbagliavano oppure c’era l’intenzione di colpire così come veniva? Le sue impressioni –
MRG: No, io ho sempre pensato – io sono anche una ingenua – premesso – come carattere, io ho sempre pensato che anche in Pistoia cercassero qualche cosa – non lo so, c’era la San Giorgio, i nodi ferroviari, le Svolte, queste cose qui e che nell’esser lì eran bombe che cascavano un po’ – io non ho mai voluto – non sono mai riuscita a pensare finché non mi sono imbattuta nei lager tedeschi non sono mai riuscita a pensare a una –
CR: A una perfidia –
MRG: A una perfidia diciamo, proprio sinceramente [ride] sicché a quei giorni tant’è vero tutti cercavamo di stare lontano dalle zone dove si pensava potessero esserci degli interessi da parte dei bom–
CR: Tant’è vero l’altro giorno intervistavo un mio parente che sta lì in Via delle Pappe, Marraccini, dal ‘26 che c’è, dice ‘Ah, noi eravamo tranquilli perché accanto all’ospedale’ dice ‘chi bombarderà all’ospedale?’ e invece poi –
MRG: È la stessa cosa, sì anche noi, tant’è vero mamma un pochino aveva ritardato a occuparsi di uno sfollamento perché essendo sotto una croce rossa dipinta sul tetto chi è che bombarda l’ospedale? Magari anche quello ingenuamente perché in effetti tante volte quelle croci rosse son servite per – da ombrello a tante altre cose che non avrebbe dovuto essere, ecco, perché in effetti è successo anche questo, non so se qui a Pistoia in particolare, non certamente – non probabilmente all’epoca dei bombardamenti, ma dopo sì, all’epoca della Liberazione è servita.
CR: In quei momenti che cosa si prova? Se si sta lì a aspettar le bombe –
MRG: Ma io non lo so, mi era venuta addosso una tanta freddezza, come se fossi di ghiaccio, io non so se fosse paura o se fosse auto – [ride] come posso dire?
CR: Una difesa.
MRG: Sì, proprio un senso di vuoto assoluto e anche una grande – come posso dire? – una grande limpidità di mente nello stesso momento.
CR: Sì, sì, questo è interessante.
MRG: Io so che quando vedemmo – non erano ancora incominciate le bombe – insomma quando pensavamo alle bombe eccetera e io ero in camicia da notte mi sono vestita e mi sono messa tutto quello che avevo di meglio, perché dissi ‘Almeno –’ [ride] poi andai in salotto e misi sotto i mobili, sotto i tavoli, tutte le cose che mi piacevano: ninnoli o quadri o che, perché non volevo – se a volte non c’è proprio la bomba ma casca un travicello, una scheggia eccetera almeno salvo queste cose perché mi erano care, cose anche senza gran che valore. Ricordo avevamo un gruppo – avevano regalato a papà – di Rosenthal, che erano due gazzelle accucciate e era tutto candido e mi piaceva tanto, sicché una delle prime cose che salvai fu quello e quando ero giù – son cose buffe – quando ero giù lì sotto le bombe pensavo a queste gazzelle bianche come a qualche cosa al di fuori della vita, del mondo, non lo so, qualcosa a cui attaccarmi, non lo so [ride] anche quelle cose che sembrano sciocche –
CR: No, no, per carità, io ho letto una testimonianza, dice ‘Le bombe facevano più paura a pensarci che poi quando eravamo lì’, forse è vero.
MRG: Però c’è un fatto anche, che questo fa meno paura quando non sei sicura d’essere il bersaglio, non so se mi sono spiegata –
CR: Sì, sì, no, è giusto.
MRG: Perché – ora io salto un po’ di palo in frasca, faccio il confronto fra il bombardamento degli aeroplani e il cannoneggiamento della cosiddetta Linea Gotica che fu fatto su Pistoia e che a un certo punto – siccome sapevano che c’eran dentro dei partigiani, che c’eran dentro dei prigionieri di guerra eccetera – l’ospedale divenne proprio un tiro a segno e noi eravamo in ospedale e allora ci si preoccupava perché sapevi che eran per te, non è che dovessero andare in qua e là, sapevi che erano per te quelle lì e infatti ce ne venne tante. Quello è stata tutta un’altra cosa, che anche quella è stata molto particolare perché tutto il periodo dell’assedio di Pistoia l’ho passato pure in ospedale, anche quello fu una cosa un po’ strana.
CR: Casi di traumi psichici, diciamo a seguito delle bombe ne ha saputi? Qualcuno è rimasto particolarmente scioccato, impaurito?
MRG: Non che io ricordi, non che sappia io, non che sappia io. A me è successo una volta col secondo col – cioè col cannoneggiamento dopo la Libera – cioè all’epoca della Liberazione, che eravamo nelle cantine dell’ospedale e cascò una bomba qua in cima a un corridoio e mi sentii scaraventata, dopo di che detti un gran pianto [ride] detti un gran pianto, quello me lo ricordo no perché avessi sentito male, niente, proprio per bisogno di sfogarsi, anche perché era venti giorni che s’era in quelle condizioni, cannoneggiati in continuazione, in mezzo ai disagi, alla fame, al freddo che stava arrivando e con questa angoscia di questi tedeschi che passavano, passavano, noi si guardavano perché tornammo in – siccome la villa dov’eravamo sfollati – che era la Villa di San Simone e c’era venuto un comando tedesco, ci mandò via perché dovevano fare dei progetti, delle cose, io un so, cose strategiche non so di che genere, sicché noi tornammo a Pistoia e ci siamo stati per una settimana, dieci giorni, in un momento che la città era completamente vuota e nel momento in cui passava la disfatta tedesca che era una cosa tragica [enfasi], una cosa che ti metteva la voglia di piangere anche se tu eri contenta che se n’andassero via, perché questi carri che sfilavano a nottate e a giornate intere [enfasi] sotto proprio la Via delle Pappe, pieni di immobili splendidi, maltrattati, di casse piene di roba, di polli attaccati a destra e a sinistra, di soldati piuttosto laceri, con quell’aria feroce che a me mi hanno sempre dato quei caschi [ride].
CR: È un po’ un fatto storico tra due popoli –
MRG: [ride] Per me hanno sempre fatto un po’ di paura e quel marciare continuo trun, trun, trun, che è durato io dico due o tre, quattro giorni, non mi ricordo con precisione, è stato ecco uno shock veramente –
CR: Comunque facevano paura i tedeschi?
MRG: Facevano paura, facevano – le dirò che a me ha continuato a dar noia sentire – e ancora qualche volta se lo sento alla televisione – quel passo trun, trun, trun –
CR: Il passo dell’oca.
MRG: Ma non solo dell’oca, proprio il passo un po’ deciso di marcia che ti fa pensare a quello insomma e poi il fatto di questa grande potenza – perché c’è stato un momento che è stata una grande potenza – che finiva così, non perché era quella, proprio per qualche cosa che finiva così, ti dava proprio il senso –
CR: Della relatività di tutto.
MRG: Sì, son cose che da ragazzina non hai chiare nella testa, quasi quasi le realizzi dopo, lì per lì ti danno questo senso di tragedia, proprio un senso di tragedia che andava dietro a questi soldati che marciavano con questi carri pieni, c’erano anche delle donne. Non lo so, so che ebbi l’idea proprio di che cosa vuol dire perdere la guerra in quell’occasione e un’altra volta – quella è stata una cosa che veramente ebbi uno shock fortissimo – [pausa] subito dopo la Liberazione, quando arrivarono i sudafricani vennero anche in ospedale, tra l’altro io allora sapevo un po’ d’inglese, poi me lo son dimenticato, facevo un po’ da –
CR: Da interprete?
MRG: Da interprete, così, e mi chiamavano sempre quando venivano questi sudafricani. Poi un giorno mi chiamarono perché era venuto un sudafricano e volevano una cosa – fatto sta che rimasi sotto le logge dell’ospedale, in quel momento arrivarono un gruppo – sarà stato un plotone, non so come si chiamano – di questi sudafricani che portavano dei prigionieri italiani – evidentemente fascisti o cose del genere – ai quali dettero delle ramazze e li misero a spazzare Piazza dell’ospedale, con tutto il popolo d’intorno che applaudiva, gli dava contro eccetera, a un certo punto questi sudafricani cominciarono a diventare brutali: spinte, storie, forse eccitati anche dal popolo che dava contro eccetera e ci fu uno di questi – mi piace chiamarli sciagurati [ride] perché in quei momenti non si possano che chiamare così, che poi forse erano anche – non li conoscevo, ma può darsi fossero anche meno indispensabili di tanti altri – uno di questi sciagurati che cascò in terra e questo sudafricano gli arrivò un calcio in bocca, io vidi uscire denti, sangue e lì cominciai a urlare ‘Vigliacchi, assassini’ e mi portarono via, mi portarono via, ma io non ne facevo una questione di persona [enfasi] –
CR: Di dignità umana.
MRG: Ecco.
CR: Quando tu l’hai fatto prigioniero basta.
MRG: Proprio poi ecco anche un’altra cosa, già m’avrebbe dato noia anche fatto da un italiano a un italiano, ma poi a pensare che noi lasciassimo fare a un sudafricano queste cose a un nostro [ride] – può essere anche questo un po’ il tipo di vocazione che ho avuto insomma –
CR: No, no, ma invece è comprensibile, penso sia nella guerra –
[parlano contemporaneamente]
MRG: Mi portarono via e dice ‘tu ti comprometti’ [ride] perché io andavo – se un mi reggevano andavo là e prendevo a calci il sudafricano perché ero proprio partita in quarta e mi tennero, mi portarono via e continuavo a scalciare e a inveire a voler andare là e poi m’arrivò il solito schiaffo e si vede io me li merito ogni tanto [ride] e allora mi calmai.
CR: Ci son queste [incomprensibile].
MGM: Veramente, fu una cosa che mi dette una profonda noia e che la sento ancora e quando ci penso e quando penso che può succedere di nuovo per tante ragioni – e le ragioni non mancano – mi – non so, non so ecco se –
CR: Un po’ quello che c’è di drammatico nella storia è questo, io fo un po’ la metafora della banda. La banda sona in tutte le occasioni e la banda sona sempre per i vincitori [ride] anche i vinti hanno ovviamente una loro dignità e invece purtroppo la banda sona sempre per i vincitori –
[parlano contemporaneamente]
MGM: Sono state fatte delle cose orribili, siamo d’accordo, tutto quello che vi pare, ma santo cielo, lì per lì vedere un uomo e vederne un altro che gli fa queste cose esula da ogni cosa, è una cosa proprio che m’è rimasta dentro.
CR: No, no, lo capisco.
MGM: [ride] Ora io l’ho detta perché ha detto che le interessava ugualmente anche se non si trattava del bombardamento vero e proprio di Pistoia e il cannoneggiamento dell’ospedale s’era giù nelle cantine insieme a un sacco di gente di tutti i generi, compreso le signorine delle ville accanto [ride].
CR: Già, c’avetate –
MGM: C’avevamo qualche [?] cinese, che fra l’altro conoscevo quelle normali perché erano tutte clienti di papà, perché papà aveva fatto uno studio sulla tubercolosi nelle case di piacere insomma e la possibilità che c’era di contrarla da parte dei clienti diciamo, tant’è vero che io al mio matrimonio c’avevo tutte le tenutaie [incomprensibile] che mi buttavano il riso [ride] dato che poi mi sono sposata a San Lorenzo, sicché era proprio la zona
CR: A Santa Maria del letto?
MGM: Sì, a Santa Maria del letto, io stavo in ospedale –
CR: Era la sua parrocchia diciamo, la sua chiesa.
MGM: Sì, sì, io sono arrivata in chiesa attraverso le cantine dell’ospedale perché mi sembrava tanto buffo prendere la macchina per andare [ride] da Piazza del Ceppo fino a Piazza San Lorenzo.
CR: Aveva un percorso interno.
MGM: Sì, allora s’è fatto tutto attraverso le cantine e mi sono andata a sposare lì, comunque –
CR: Bene, invece m’ha detto delle cose interessanti insomma, anche perché mi mancava questa testimonianza sull’ospedale ecco, non avevo –
MGM: Se vuole sentire anche –
[incomprensibile]
CR: Sì, mi racconti che cosa faceva, dov’era.
Tata: C’eravamo in casa io e la signora Albertina, tutt’e due.
CR: E come se n’accorse lei che bombardavano?
Tata: Ci se n’accorse dai cosi sopra la testa, poi si sentette un colpo che picchiò sulla stanza mortuaria, la stanza mortuaria e dove facevano l’autopsia prima, lì –
MGM: La scuola medica.
Tata: Sì, e lì che ci buttò all’aria il salotto da pranzo, si ricorda? Dietro la finestra che portò via un monte di cosa.
MGM: Vetri.
Tata: Vetri e i primi mattoni proprio sotto la cosa della finestra.
CR: Ma lei se lo aspettava che avrebbero bombardato o no?
Tata: Io e la signora Albertina ci s’aspettava, ‘Che ci faranno [incomprensibile], che ci faranno?’, poi quando si sentirono –
CR: No ma nei mesi prima diciamo pensavate che avrebbero bombardato?
Tata: Nei mesi prima la signora tante volte lo pensava, tante volte lo pensava, poi scriveva al papà, scriveva, che allora era in Albania mi pare, era in Albania e scriveva insomma di stare attento, di badare a –
MGM: No era in Algeria.
Tata: Ah, in Algeria era.
CR: Ve lo diceva nelle lettere di stare attenti? C’era questo pericolo dei bombardamenti.
MGM: Io le dico la verità, ho di là una cassetta di lettere di papà, ho cominciato a leggerle, c’ho fatto già tre o quattro pianti –
[parlano contemporaneamente]
MGM: Perché vede non è tanto quello che scrive, è tutto un’atmosfera così diversa da quella di oggi, un modo di pensare, di sentire così diverso che mi dà una profonda nostalgia e non le sopporto e credo che sia interessantissimo leggerle, perché ci sono tutte le descrizioni delle battaglie in Albania, tutto quel che succedeva, lui anche giù in Algeria è rimasto l’ultimo, Mario Romagnoli difende ultimo l’ultimi resti, lembi o qualcosa del genere, sicché dopo di lui riunì tutte – sotto il suo comando furono riuniti tutti i resti delle armate italiane in Algeria. Lui s’è difeso fino all’ultimo, tant’è vero che è riuscito ad ottenere il saluto delle armi, è riuscito ad ottenere che tutti gli uomini fossero trasportati su camionette e non fatti marciare come molti che c’avevan lasciato addirittura la vita e prese la bandiera e la divise fra tutti gli ufficiali, fece un discorso dicendo che non è vero chi rimane prigioniero, chi è vinto, non sia lo stesso uno che ha fatto tutto il proprio dovere, non dovete sentirvi avviliti da questo perché io non posso che assicurarvi che avete fatto tutto quello che era umanamente possibile di fare e poi aprì e passò con tutti questi resti incolonnati davanti ai soldati americani che stavano sull’attenti e salutato e poi furono messi su tutte queste camionette e da lì nei campi di concentramento e in un secondo tempo mandati in America, questa è stata la fine della guerra di mio padre.
CR: Ma lei aveva paura durante i bombardamenti? Cosa provava?
Tata: Ma sai io mi facevo coraggio, la signora Albertina diceva ‘Se tu voi tornare a casa, se tu voi tornare a Montagnana tornaci pure’, ‘No, no’ dio io ‘no, no, sto con lei, sto con lei’ e insomma questi ragazzi [incomprensibile] piccinini l’ho trovati, sai, mi incominciavo a affezionare alla casa e non la volsi – non la volsi lasciare ecco, sarebbe stato quando incominciarono a rovina’ qui, i dissesti qui.
MGM: Qui intende quando ci sono stati i dissesti statici in questa casa.
CR: Ah già, per il discorso dello slittamento di Pistoia?
Tata: Sì, sì, sì.
MGM: Stiamo pagando ancora il mutuo [ride] se’ entrato in un discorso di nulla, lo sa c’eran delle crepe ci si metteva la mano dentro?
CR: Acciderba, una lesione tale –
MGM: Una lesione tale, questi faccia conto ci fosse passato un aratro nel mezzo.
CR: Acciderba.
Tata: [ride] [incomprensibile].

Citation

Claudio Rosati, “Interview with Marcella Romagnoli Giacomelli,” IBCC Digital Archive, accessed February 7, 2023, https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/collections/document/38710.

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