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                  <text>ISRPt. Eyewitnesses of the 1943-1944 Pistoia bombings</text>
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                  <text>12 interviste a testimoni dei bombardamenti alleati di Pistoia, realizzate da Claudio Rosati tra il 1983 e il 1984 con l'intento di comprendere e studiare gli effetti che le incursioni aeree hanno avuto sulla popolazione civile tra il 1943 e il 1944. Gli esiti della ricerca furono esposti al convegno internazionale di studi “Linea Gotica. Eserciti, popolazioni, partigiani” svoltosi a Pesaro il 27/28/29 settembre 1984 e pubblicati nella rivista Farestoria n. 1/1985, edita dall'Istituto storico della Resistenza di Pistoia. L’istituto, dove le cassette sono state in seguito depositate, ha gentilemente concesso all’IBCC di digitalizzarle e di pubblicarle in licenza. Le interviste conservano la struttura originale, che può essere diversa dal modo in cui le interviste dell’IBCC Digital Archive sono di solito realizzate. La digitalizzazione rispecchia fedelmente le caratteristiche delle registrazioni originali, con minimi interventi. In base agli accordi con il licenziatario, i sunti delle interviste sono dati in italiano ed inglese.&#13;
&#13;
12 oral history interviews with survivors of the Pistoia bombings, originally taped by Claudio Rosati between 1983 and 1984 with the aim to understand the fallout of the 1943-1944 operations on civilians. The findings were presented at the international symposium “Linea Gotica. Eserciti, popolazioni, partigiani” (Pesaro, 27/28/29 September 1984) and then published on 'Farestoria' n. 1/1985, published by the Istituto storico della Resistenza di Pistoia. The Istituto, where the tapes were later deposited, has kindly granted permission to the IBCC Digital Archive to digitise and publish them. Interviews published here retain their original format, which may differ from the way IBCC Digital Archive ones are normally conducted. The digitisation captures faithfully the characteristics of the original recordings with minimal editing only. According to the stipulations with the licensor, summaries are provided in Italian and English.</text>
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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              <text>CR: Bombardamento di Pistoia.&#13;
CD: Primo bombardamento di Pistoia, dev’esse’ stato di ottobre, forse il 26 –&#13;
CR: La notte tra il 20 e il 21 ottobre –&#13;
CD: Io me la ricordo bene, perché io e la mi’ mamma s’era state a Certaldo dove ci s’aveva un parente fattore e ci dava il grano. Pensa cosa si faceva: si partiva da Pistoia, i treni non funzionavano, si partiva da Pistoia, s’andava a Certaldo, che pe’ arrivarci ci volea le binde –&#13;
CR: Già da ora, anche ora andare a Certaldo –&#13;
CD: E pensa che cos’era in quel periodo. Si tornava – noi ci s’era fatti fare – ci s’aveva dei necessari da viaggio piccolini così, dove ci stava preciso una stagna d’olio che era una diecina di litri, questo nostro amic – fattore parente ci dava l’olio non al mercato nero, cioè aveva ordine – era un fattore degli Arrigoni degli Oddi e aveva l’ordine di dare tutto quello che c’era soprappiù a prezzo di calmiere, quindi ci dava questa valigina, era piccolina così, pesava, a me m’era allungato per fin le braccia e ci dava grano e questo – io ero tornata, s’era tornati stanchi morti [enfasi] verso le nove la sera, io m’ero buttata a letto, improvvisamente si sentì due suoni di sirena, ma purtroppo era capitato che queste sirene nelle notti precedenti sonassero quasi sempre e sempre a voto e noi si prendeva anche due volte per notte io e la mi’ mamma – il mio babbo no, perché lui non avea paura, ma io e la mi’ mamma s’era – la mi’ mamma era tanto paurosa, si prendeva la bicicletta e s’andava anche di notte dal Civinini per esempio e sempre a voto. Questa volta noi s’era talmente stanchi che non s’ebbe la forza di prendere la bicicletta e di scappare, tanto si disse ‘Sarà una stupidaggine anche quella’. Improvvisamente si sentì questo colpo di sirena, ci s’alzo però, perché la paura era tanta, io mi ricordo l’impressione d’aver aperto l’uscio, perché ci s’aveva una specie di rifugio che era lì in via Franchini –&#13;
AG: Perché dove stavi?&#13;
CD: Qui vicino, io stavo in via Gemignani. In via Franchini avean fatto un rifugio dove ora c’hanno fatto – c’è un palazzo, c’è un terreno abbandonato, c’hanno fatto un rifugio che era – sarà stato profondo quanto? Du’ metri e sopra c’era un po’ di terra, s’entrava da una parte e dall’altra e c’era delle panche, un c’andava mai nessuno perché tutti diceano ‘Si fa la morte del topo’. Questa volta [enfasi] io mi ricordo il babbo, che non aveva mai paura, deve aver aperto la finestra, perché a un certo punto ha detto ‘Maria, preparatevi e andiamo nel rifugio’ [enfasi] e poi mi son resa conto del perché, perché aprendo l’uscio i bengala – è stata una cosa folle, Pistoia – io, veder calare – che poi un si sapea, perché noi – se eran bombe, che roba era [enfasi], quindi, veder questo, insomma – noi alla meglio s’è avuto la forza d’arrivare a questo rifugio. La mi’ nonna, poera donna, che correa meno di noi, la prima bomba gli sbattè la porta e rimase in casa, noi ci si ritrovò nel rifugio e questa povera donna si trovò a casa e intanto avean cominciato perché furono due ondate, a me mi sembrò che durassero due o tre ore l’una, probabilmente saranno durate pochi minuti, ma mi ricordo una cosa, che erano talmente forti, si sentiva – che mi’ padre non era un acceso religioso, a un certo momento disse – s’era diverse persone, gli disse ‘E ora recitiamo l’atto di dolore, perché’ gli disse ‘questa è la fine della nostra vita’. Quindi andaron via, poi si tirò il fiato, mentre si tirava il fiato brumm ritornò con la seconda ondata.&#13;
CR: Ma fisicamente cosa si prova?&#13;
CD: Fisicamente una di quelle paure, ma talmente tremenda [enfasi] perché insomma si capisce che tu mori ecco, io ero convintissima di non sortirci viva di lì.&#13;
CR: E tutta la gente aveva questo atteggiamento?&#13;
CD: Tutta la gente perché non– e stranamente nessuno urlava. &#13;
CR: Non c’erano scene d’isteria [?] –&#13;
CD: La paura – dov’ero io s’era almeno una quindicina, ci si ammutolì tutti, questo pover’uomo disse ‘diciamo l’atto di dolore’ e io mi ricordo si disse l’atto di dolore.&#13;
AG: Tutti zitti.&#13;
CD: E tutti zitti, a tenere il fiato perché parea che tenendo il fiato si tenesse anche le bombe, quindi fu – ma poi effettivamente cascarono molto vicine perché – l’hai presente dunque Via G – dunque Via Mazzini è qui dietro –&#13;
AG: Via Gemignani è dove sta la Paola.&#13;
CD: E cascarono qui vicino, cascarono dal Morandi e poi un’altra cosa che mi ricordo io uscendo dal rifugio il puzzo delle vernici bruciate, perché era bruciato tutto il Morandi e poi tutto ‘sto fumo, tutto questo –&#13;
CR: Ma non ve l’aspettavate che Pistoia sarebbe stata bombardata?&#13;
CD: No, perché non ci s’aspettò [?].&#13;
CR: Non ci credeva [parlano contemporaneamente]&#13;
CD: Non ci si credeva perché – e poi ti dirò un’altra cosa, che nessuno di noi aveva idea del che fosse veramente un bombardamento, perché una cosa è senti’ dire ‘Hanno bombardato’, una cosa è averle sul capo, tant’è vero che io rimasi talmente terrorizzata che poi anche tutti gli altri bombardamenti – che poi ce ne furon diversi, io poi ebbi anche la bellezza la sventura di sfollare a Gello vicino a Piteccio e quello di Piteccio mi ricordo d’aver visto saltare il ponte e d’aver visto cascare le bombe, io mi ricordo  – ho l’immagine visiva di questi grappoli continui a quattro – ecco, ma non erano a grappolo, erano a quadrato, così, mi ricordo di averle viste e saltare il ponte di Piteccio, noi si stette a Gello e non lo buttavan mai giù, noi a pregare che buttassero giù questi ponti e non riuscivano a buttarli giù in punti modi perché – poi i mitragliamenti s’è avuto anche, perché lì nella zona di Gello ci mitragliarono.&#13;
CR: Ma cosa si pensava? Cioè, che bombardassero per terrorizzare la popolazione civile o che volevano prendere – ecco, cosa pensavate?&#13;
CD: Secondo noi – guarda, ti dirò anche che a un certo momento sì, ci facevano una paura da morire, ma insomma s’era talmente stufi della guerra che al limite s’accettava anche che bombardassero per veder se finiva questo martirio.&#13;
CR: Anche questa è un’altra tattica &#13;
CD: Io un lo so, certe sensazioni forse gli adulti li potranno aver avute, io avevo altro che sen – io [incomprensibile] mi padre che era un tipo stranissimo, a parte che lui era un uomo che – era conosciutissimo antifascista, perché lui aveva perso l’impiego, tutto e tipo non aveva paura di niente, però lui era sempre stato di quelli che quando la gente andò a dire ‘La guerra, viva la guerra’, lui disse ‘Ricordatevi che questa guerra dura – dura da farci morir tutti, vero’, lui aveva visto bene veramente, quindi io ho le sensazioni di ragazzina e veramente – prendi un’altra sensazione terribile [enfasi], io mi ricordo, fu una volta che s’era a Gello e sempre lì si cominciò – allora non si sentiva gli allarmi perché non c’era, non esisteva, però cominciarono a passar gli aeroplani, io mi ricordo per du’ ore – e mi domando ancora dove andassero, cominciarono a passare squadriglie, io forse il tempo [incomprensibile], però per una buona mezz’ora passarono fortezze volanti e andavano giù al sud, doe l’avranno buttate tutte le bombe? Saranno state centinaia, io ora mi viene in mente forse era lo sbarco a Anzio, non lo so, il terrore di queste fortezze volanti che ti casc – giravan sulla testa, tu dicevi ‘Sì, e se se ne stacca l’ultima squadriglia?’ come facevan quasi sempre, perché la prima volta fu un terribile bombardamento così. Le altre volte, i bombardamenti di Pistoia – noi si videro bene da Gello – furono a tappetto invece, perché qui loro cercavano proprio gli obiettivi, perché cercavan la San Giorgio e picchiaron tutto for che lì, però l’altre volte invece li facevano proprio a tappetto, cioè passava – si vedeva queste – in genere erano dodici aeroplani o ventiquattro trrrrrr passavano, brumm, mentre passavano scaricavano le bombe così a tappetto e riandavan via. In un certo senso era più – meno pauroso quello perché – qui insomma io mi ricordo che durò tanto il primo bombardamento di Pistoia, fu una –&#13;
CR: E nonostante tutto l’odio verso chi bombardava non c’era?&#13;
CD: Non c’era perché s’aspettavano e si seguiva e ci pareva che camminassero troppo piano perché si seguiva – tant’è vero che quando arrivarono furono accolti come liberatori, io me lo ricordo l’arrivo dei sudafricani per esempio a Vinacciano, arrivarono i sudafrican – la mi nonna [ride] che aveva i piedi piatti un l’aveva avvistati, era vecchia e grassa, arrivò nell’aia di quest’contadino dove s’er – ‘Arriva l’inglesi’ [enfasi] facea, correa poera donna e arrivò questo branco di sudafricani con tutti il che aveano. I mezzi [enfasi] era una cosa incre – io non ho mai visto uno spreco – ecco perché ti dio che gli uomini li rispettavano, perché loro buttavano il materiale, specialmente gli amer – gli inglesi no, avean miseria [ride], ma gli americani aveano il materiale, il mi’ babbo la chiamava [?] l’acqua del corallo [?] –&#13;
CR: Questa guerra l’aveva rovinati, cioè gli americani entraron molto dopo e poi [incomprensibile] –&#13;
CD: Sì, sì e poi non aveano la potenzialità [parlano contemporaneamente] economica degli americani, ma insomma [incomprensibile] un soldato ameriano avea dieci divise da cambiarsi, vero, cose incredibili. Se loro non aveano tutte le loro comodità, i bagni, la disinfezione venerea – perché poi voi non avete un’idea del che era Pistoia, vero, doe c’era – ogni tanto c’era il famoso venerean disisian [?] e doe andavano a disinfetta’, ma cose incredibili, certo, chi non ha vissuto il periodo del dopoguerra – era poi il senso della liberazione della paura e del fatto che non venia i bombardamenti, questa gioia di vivere che noi giovani s’aveva e che voi forse non avete mai provato –&#13;
CR: Sì, sì, no, è vero –&#13;
CD: Ecco, perché è stata una reazione talmente forte allo spavento alla paura – però io ti dirò, anche che io c’ho almeno – di tutti i miei amici ce n’è almeno dieci o quindici che son morti d’infarto dopo quarant’anni, vero, quindi vuol dir che –&#13;
AG: La paura –&#13;
CD: Vol di’ che qualcosa –&#13;
CR: La metti in relazione a –&#13;
CD: Ma io la metto si in relazione [enfasi] perché guarda ogni tanto li conto e dico ‘Ma come, è tutta gente che è morta appena passato quarant’anni’, perché insomma –&#13;
CR: È una cosa che rimane questa del ricordo dei bombardamenti? Segna?&#13;
CD: Io, no come – no no –&#13;
[parlano contemporaneamente] &#13;
CR: È tra i ricordi più vivi, o no?&#13;
CD: Per me è uno dei simboli della paura ecco.&#13;
CR: È ancora un simbolo della paura?&#13;
CD: Sì, perché tante volte – vedi, a me per esempio anche rivedere film quando vedo questi bombardamenti mi fa impressione, perché ora quando li vedo so quel che sono, prima quando si sentiva che bombardavan Genova, Londra, sì ‘Poerini, poerini’ ma insomma un tu hai mia un’idea del che vuol dire sentirti venir giù roba – e queste esplosioni spaventose, perché poi una bomba fa un rumore incredibile, vero, gli spostamenti d’aria e poi insomma tutti tu sai – tu lo sai doe cascano [enfasi], dici ‘Chi – perché non deve casca’ proprio sulla testa a me?’, è una specie di roulotte russa, vero, di roulotte russa capito, il che –&#13;
CR: La gente distingueva se erano americani o inglesi? [incomprensibile]&#13;
CD: No, inglesi non –&#13;
CR: C’era un po’ di esperienza sui bombardamenti?&#13;
CD: Dai tedeschi agli ameriani si riconoscevano e poi si riconosceva per esempio quelli da caccia e poi c’era il famoso Pippo, il famoso aeroplano, il nostro [incomprensibile] –&#13;
CR: Ecco, questo –&#13;
[parlano contemporaneamente]&#13;
CD: Tutti lo sanno, dunque questo era un aeroplano – dunque, noi si sfollò – quando cominciarono a bombardar Piteccio che non gli riuscia pigliarlo, noi non se ne potea più dalla paura perché s’era proprio dietro, mi’ madre che faceva la maestra, era stata Vinacciano, andò io e lei si ria– si andò a cerca’, perché un tu trovavi posto, andò dai suoi scolari, ci dettero una cameruccia e si riprese il ciuo, che lui da mi’ padre un si volea movere, gli si fermò sul ponte di Pontelungo, gli toccò aiutarlo i tedeschi perché c’avea un carro – c’aveano un carro armato dietro e questo ciuo non si moveva, sicché si sfollò a Vinacciano, ecco, moltissime sere passava questo aeroplano, probabilmente era un ricognitore, ma che ricognizione facea di notte? Si sentiva questo aeroplano solitario che passava proprio probabilmente su tutta Pistoia, perché l’hanno sentito tutti.&#13;
CR: E come venne fuori questo discorso di Pippo?&#13;
CD: Lo chiamavan Pippo, tutti si chiamava Pippo, l’origine non si sa –&#13;
[parlano contemporaneamente] &#13;
CR: La gente cosa pensava di questo aeroplano?&#13;
CD: Si pensava che il giorno dopo veniano a bombardare, perché questa era la paura, che il giorno dopo bombardavan da qualche parte. Perché per esempio, quando noi s’era a Vinacciano, successe anche un altro episodio strano: un aeroplano io penso fosse in avaria, perché proprio dietro al bosco dove si stava noi – intanto parea che le bombe ci rincorressero dietro – sganciò una bomba in un bosco dove non c’era nulla, probabilmente lui la sganciò proprio in un bosco perché sapeva di non far danno e fece un di que’ bui che dalla paura si disse ‘Oh qui che bombardano?’ perché un tu sapevi più doe andare, perché praticamente bombardavano un po’ a casaccio, vero –&#13;
AG: Tutti erano andati via da Pistoia.&#13;
CD: Pistoia era un – un cimitero, guarda, io un’impressione – ecco, un’altra delle impressioni più drammatiche che io ho della guerra è la sera del – c’era stato il bombardamento, nel giorno dopo tutti andarono a cercare un buco dove andare, la sera noi s’era sulla strada di Capostrada, verso la Forretta, noi s’era a Gello – si stava andando a Gello e s’aspettava il mi’ babbo che venisse per farli vedere do’ era sta casa, vedere l’esodo della gente [enfasi], la fila interminabile di sciaurati col carretto e la materassa con la pentola, chi c’avea il ciuo bon per lui [enfasi], perché allora non esistea la bicicletta –&#13;
AG: A piedi.&#13;
CD: Sulla – a piedi, perché sulla bicicletta i carichi di roba – i bambini, le famiglie, una fila interminabile di sfollati. Pistoia, la notte dopo il bombardamento, si vuotò completamente e mi ricordo un altro episodio, quando io e la mi’ mamma s’era la mattina a Bruzio e s’andò a Gello, perché lei era stata nominata a Gello, quindi si cercava il posto dove lei aveva la scuola e a cercare questo posto si passò dall’Ombrone perché un si potea passare dal Viale Malta, da Viale Adua, perché s’avea paura che – a un certo momento venne una Cicogna, ma era un aeroplano, strano, si chiamava “La Cicogna”, che non era fatto come gli altri, era un po’ come un vecchio aeroplano di ‘elli un po’ antichi, anche quello era un ricognitore probabilmente e la paura – randoloni – s’era sull’Ombrone dietro un ponticciolo [?] largo, che voi che facesse? Quello era proprio irrazionale, ma noi un si sapeva nulla di questi aeroplani, qual erano quelli che bombardavano e quelli che faceano le fotografie, per noi quando se ne vedea volare uno s’era tutti di fori, ma guarda Pistoia era un deserto –&#13;
AG: E tutti ospitavano in campagna.&#13;
CD: Ma facendosi profumatamente pagare, perché per i contadini fu una bella pacchia.&#13;
AG: Si facevano dare qualcosa –&#13;
CR: Non sono stati di solidarietà umana –&#13;
CD: Noi – ti dirò che io – noi si stava in una bella villettina, no, no, non c’era tanta solidarietà in questo senso, c’era –&#13;
[parlano contemporaneamente]&#13;
AG: Se c’avea un parente –&#13;
CD: I parenti [incomprensibile] ma noi s’andò in casa di contadini, noi si pagava dugento lire il mese per una bella villettina in Via Gemignani e dugento lire il mese si dettero a questi contadini per una ‘amera e un granaio. No, no, si faceano pagare i contadini, poi c’era un mercato nero floridissimo, vero, i contadini in quel periodo s’arricchiron quasi tutti, anche perché per esempio noi s’era costretti – siccome poi durante il periodo della guerra stipendi un ne pagarono più, si rimase tutti – io mi ricordo i miei avevano ritirato i pochi risparmi che avevano, avevan cinquemila lire, ma tu li finivi presto senza stipendio, si stette almeno tre o quattro mesi, poi il dramma fu che quando arrivarono a riprendere lo stipendio: mi’ madre prese trecento lire e una scatola di cera, tornaron da Prato terrorizzati perché avean pagato una scatola di cera cinquanta lire, costava quindi, quindi successe anche che ai contadini parecchi si pagava in natura. Io mi ricordo parecchi dei nostri bei lenzoli di lino furon dati in cambio di farina e roba del genere, perché un tu mangiavi se un c’era il mercato nero, perché con quello che ci davan di tessera per l’amor di Dio.&#13;
CR: E dei morti dei bombardamenti si seppe nulla?&#13;
CD: Terribile. Ce ne furono – io mi ricordo l’episodio lì di Via Provvidenza: in una casa di Via della Provvidenza ci cascò una bomba, ci moriron tutti e mi ricordo l’aveano sdraiati – io non li vidi perché a quei tempi ai ragazzi non li facevan vede’ queste cose, però ce lo raccontava il babbo.&#13;
CR: Questo nel primo bombardamento –&#13;
CD: Primo bombardamento, mi pare furono centoventisei i morti a Pistoia.&#13;
CR: Solo a Pistoia –&#13;
CD: Mi pare, sì, ora poi queste cifre sono certamente rilevabili e in Via della Provvidenza era morto, mi pare, nove persone e le avevano tutte allineate lì nella strada tutte così, sì, sì e ne morir – dopo ne morì pochi perché si scappò tutti, ma il primo bombardamento fu il frutto dell’a lupo a lupo. Siccome – anche noi s’era scappati pe’ tre mesi, tutte le notti da non ne pote’ più [enfasi]: due volte pe’ notte dalla paura [enfasi]. Quella notte, si vede, parecchi dissero – perché probabilmente le serate precedenti c’enno stati diversi allarmi e non era successo niente, a quel punto la gente disse ‘Ma insomma un verranno stasera’ e invece fu proprio la serata.&#13;
CR: Poi la gente credeva che a Pistoia non ci fossero obiettivi –&#13;
CD: Che non – ma un po’ si pensava però, la San Giorgio ci facea paura a tutti perché lo dicevano che la San Giorgio sarebbe stato un obiettivo, io un so poi in effetti quali loro ritenevano obiettivi qui, la San Giorgio o il nodo ferroviario –&#13;
CR: Il nodo ferroviario perché permetteva di andare al di là –&#13;
CD: Sì, e la cos – ecco, molto poi puntarono su quel famoso ponte di Piteccio, perché la direttissima probabilmente era saltata –&#13;
CR: Buttando giù quello si bloccava –&#13;
CD: Sì, però lo buttaron giù, finalmente dopo – la sera che noi si scappò a Vinacciano. Da Vinacciano si vide bombardare il ponte di Piteccio e buttarlo giù, ma buttaron giù solo un’arcata e i tedeschi nel capo a tre giorni l’aveano ribell’e riaccomodata, però non fu – un po’ lo – mitragliavano molto, ma non –&#13;
CR: Sì, il ponte di Piteccio è stata una storia – ma a Piteccio non c’era stato più nessuno? Eran andati tutti via?&#13;
CD: Roba pazzesca, ma noi si facea altro che scappare, noi si scappò tre o quattro volte.&#13;
CR: Perché ci insistettero tante volte, vero? Mi diceva –&#13;
CD: Tantissimo, io mi ricordo d’averne visti almeno tre o quattro di bombardamenti da Gello.&#13;
CR: Ah, li riusciva –&#13;
CD: Perché era messo in una posizione tale per cui – tu l’hai visto com’è fatto, bisognava proprio pigliarlo di filata, ecco perché poi dopo mandavano molti caccia, mitragliavano molto ma un ce la faceano, insomma, buttaron giù alla meglio quest’arcata ma poa roba vero, i ponti [incomprensibile] no [pausa] che altre notizie t’hanno dato di –&#13;
CR: Dei bombardamenti? Ma, in tanti comuni, ecco, c’è questo: molti – a parte non è che ne ho intervistati molti – non si aspettavano di Pistoia, ecco, questo discorso di Pistoia – cioè questa era – anche l’altra sera mi ricordo Giancarlo ci disse anche loro rimasero in casa –&#13;
AG: Loro rimasero in casa.&#13;
CR: Sì, anche loro erano rimasti in casa, non se l’aspettavano.&#13;
CD: Era piena di gente Pistoia, sì.&#13;
CR: Poi dopo qual era l’altro tratto comune che ora si diceva?&#13;
AG: Io non ne ho sentiti tanti.&#13;
CR: No ma comunque viene – ah, questo della preghiera, tutti, cioè questo –&#13;
CD: Ah si?&#13;
CR: Questo della preghiera, tutti. Mi diceva per esempio l’onorevole Bianchi – ho intervistato anche lui – che anche loro erano scappati oltre il cimitero, c’era un rifugio e loro appunto si facevan meraviglia dice ‘Io sa’ sono credente, faceva ridere’ dice ‘di gente che senza fargli offesa, insomma, forse non avevano mai visto una chiesa’ dice ‘tutti lì a –’&#13;
CD: E tutti abbracciati, è vero [enfasi].&#13;
CR: Praticamente Giancarlo ci diceva addirittura – lui si ricordava, ti ricordi quella – insomma, la lezione qual era? Gesù e Maria salva l’anima mia –&#13;
CD: Io mi ricordo l’atto di dolore, perché l’atto era classico del pentimento, capito, ‘Prima di mori’, dice, ‘pentiamoci dei peccati –’&#13;
CR: E poi anche l’altra cosa che viene fuori in tutti è che la guerra finisca, cioè non c’era il minimo ‘Buttin giù tutto, venga giù tutto’ –&#13;
CD: Sì, sì, non c’era senso di coso. L’odio era per i tedeschi, perché effettivamente loro ci terrorizzavano: io mi ricordo l’episodio di quando i tede – di quando ci fu il capovolgimento, io ero in Via della Madonna e Pistoia rimase deserta perché i soldati scapparon tutti. Tedeschi non c’erano, però stavano arrivando e mi ricordo il povero onorevole Philipson in bicicletta che passava per tutta la città e diceva ‘Ritiratevi, scappate, i tedeschi sono a Capostrada’ [enfasi] e infatti appena arrivarono ne cinciaron [?] cinque, vero. Cominciaron quei maledetti bando numero uno, bando numero due, che era, guarda, da pelle d’oca, vero, perché mi ricordo quando sentii di’ che avean fucilato quelli alla Fortezza, insomma, fu una cosa che fece impressione, perché quelli erano proprio degli innocenti, vero, li presero così e via e, ecco, loro ti facevan paura e a quel punto lì noi s’avea più paura dei tedeschi che dei bombardamenti, perché poi c’era le famose retate. Io mi trovai – quel poer’omo di mi’ padre avea sessant’anni, lo portaron via, se noi un si fosse avuto un amico, il povero avvocato Manni, che avea una bella villa in Bigiano e lì c’era andato un gruppo di SS – però sa’, anche loro cercavano di tenerseli boni questi e avean fatto un po’ d’amicizia con questo tenente Scher – capitano Schefer [?] che si conobbe anche noi. Se non era questo capitano che l’andava a rilevare lui personalmente, quel poer’omo l’avean portato in Germania come ci portaron tanti, avea sessant’anni vero, ce lo vennero a levar di camera, io me lo ricordo perché dormiva – si dormia tutti in questa –&#13;
CR: Incominciaron [?] a prendere tutti gli uomini, sì.&#13;
CD: Io mi ricordo – ma poi che successe per esempio a Vinacciano: io mi ricordo la fila della gente che avean preso da tutti i casolari – perché li beccaron tutti, poi dopo ci s’era – anche lì ci presero alla sprovvista, perché un si sapeva che facevan queste cose, dopo ci siamo organizzati perché poi c’era un servizio sulle colline di vigilanza, mi ricordo il grido era ‘Ugolina’, quando qualcuno vedea – avvistava un tedesco comincia a di’ ‘Ugolina’ [enfasi] e allora gli uomini si nascondevano, ma quella volta ci presero tutti così e mi ricordo che c’era uno che per far finta di – si buttò in terra e cominciò a farsi veni’ le convulsioni, o poeracci quegli altri gli toccò anche caricarlo sul carretto e tirarlo e insomma un lo lasciarono mica lì, se lo portaron dietro e gli misero – che spettacolo [enfasi] – li misero tutti nella palestra Marini, a vede’ tutte le poere donne – noi fori a cercar d’ave’ notizie, a dagli un po’ da mangiare, anche il mio babbo c’era lì – un po’ da mangiare, un avean nulla, capito, dormivano in terra, anche lui era un omo di sessant’anni, un avea mia –  vero, allora, insomma, quello era veramente uno spettacolo terribile, veramente s’è visto delle cose che nella gente non li riveda più, ma sai c’hanno assodato anche il carattere, vero, perché c’hanno abituato a tanti sacrifici, senza conta’ la fame che era –&#13;
CR: Nel dopoguerra, ecco, dei bombardamenti s’è continuato a parlarne, o no? O c’è stata una rimozione?&#13;
CD: No, secondo me c’è stata una rimozione, il fatto stesso che è avvenuta questa ricostruzione vuol di’ che la gente non ne volea più sentir parlare, volea volta’ pagina e ricominciare tutto, come ha fatto una poera Italia, ridotta, ciurmata [enfasi] in quella maniera dopo un po’ a rifiorire? Vuol di’ che la gente non l’ha più voluti ricordare e che s’era arricciata le maniche e ha detto ‘Seppelliamo i morti e via’. No, non c’è rimasto e anche – perché sembrerebbe strano, che po’ dopo quelli stessi che ce l’avean date legnate sode son stati quelli che c’hanno occupato e che hanno fraternizzato al massimo, perché nessuno di noi sentiva sentimento di odio.&#13;
CR: Quindi anche in casa non è che si sia raccontato? Ad esempio ai figlioli, raccontare l’esperienza?&#13;
CD: Ma io al mio sì, però sa’ a chi gli garba tanto sentir queste cose? Agli scolari, io quando raccontavo queste cose ai mi’ ragazzi d’Agliana stavano a sentire a bocca aperta. Tutta la fase della guerra è che noi, vedi, che s’è vissuta diciamo storicamente, non l’abbiamo mica molto chiara, io insomma – poi noi s’è vista sotto un’altra [incomprensibile] il fenomeno dei partigiani io l’ho vissuto in una maniera diversamente da come lo raccontano ora, io ho visto ben poco di partigiani qui a Pistoia e quel poco facean della [ride] – io mi ricordo, per esempio, io andavo a lezione dal professor Benedetti, ora io chiacchiero poi dopo – andavo a lezione dal professor Benedetti, noi s’era du’ ragazzini: s’era io e Ughetto Berti, du’ ciui che s’era bocciati e mi ricordo tutte le volte s’andava da questo professor Benedetti, dev’esse’ stato – era un antifascista e sicuramente era un partigiano, io ci trovavo sempre dentro il povero Silvano Fedi e Emiliano Panconesi che pissipissi, ‘Ma che stanno – loro son grandi, che ci vengano a fare?’ Invece probabilmente lì c’era un nucleo, perché io Silvano Fedi lo conoscevo molto bene, vero, ma proprio bene, l’hanno ammazzato vicino a Vinacciano, vicino a noi, s’era – me lo ricordo bene, però come forze di partigiani io mi ricordavo di Polverone [?] e di Abbo [?] che facean della confusione, ogni tanto – mi ricordo una volta avean trovato del grano i partigiani, allora ci misero noi ragazzine, devono [ridendo] aver sfruttato l’occasione perché allora bastava farsi rilasciare il certificato uno andava a posto e ci misero noi ragazzine. C’era, mi ricordo, il Petrucci, che anche lui dovea essere del movimento di liberazione e ci misero a pesa’ questa farina –&#13;
CR: Ma l’avvocato [?] Petrucci?&#13;
CD: Sì, sì, sì. &#13;
CR: È stato, sì.&#13;
CD: È stato, io me lo riordo, era lui un po’ – forse lui facea un po’ parte di Intellighenzia, ma non che ci fosse –&#13;
CR: Sì, era nell’Intellighenzia.&#13;
CD: Ma non che ci fosse dell’organizzazione, secondo me era di molto scompaginata, detto fra noi, perché poi tutte le cose fanno – poi in alt’Italia sarà stata – qui eran molto scompaginati, secondo me c’era qualche ragazzoto un po’, sai, fissato così, un po’ d’Intellighenzia che movea un po’ di fila ma molto vagamente, poi è venuta tutta fuori dopo insomma e poi c’ha messo a distribui’ questo grano. Mentre s’era lì ci vennero a – venne la notizia che in un bosco avean trovato uno impiccato e probabilmente era un partigiano, non s’è mai saputo chi l’avesse – se erano stati i tedeschi, perché d’intorno populava di tedeschi, vero.&#13;
CR: I tedeschi mi sembra strano perché di solito facevano in modo plateale.&#13;
CD: Lo facean molto plateale, sì.&#13;
CR: A Montale impiccarono tutti, ma nella piazza del paese, mettendo – ci fecero un bosco –&#13;
CD: Lo ritrovarono questo e quando fecero fuori Silvano Fedi me lo riordo bene, era proprio lì dietro dove si stava noi, sa’, io lo conoscevo bene, lo conoscevo da ragazza –&#13;
CR: Una morte [?] molto misteriosa. È rimasta una cosa abbastanza –&#13;
CD: Eh sì, per me è stata una fonte – è stata una grossa leggerezza secondo me da parte di loro, che loro hanno – hanno sfidato qualche cosa che non dovevano sfidare, stavan tirando un carretto con della roba sopra, vero, questi qui, lì c’è stato qualche – sì, non s’è mai saputo molto bene. &#13;
CR: [incomprensibile] molto misteriosa, sì.&#13;
CD: Il fatto che un bel ragazzo – un ragazzo in gamba come Silvano ci rimise le penne – questo m’è sempre dispiaciuto tanto, perché sarà che [incomprensibile] s’era giocato –&#13;
CR: Ma che tipo di ragazzo era? Come –&#13;
CD: Un donnaiolo incallito, gli garbava tanto –&#13;
AG: Perché era giovane.&#13;
CR: Era giovane.&#13;
CD: Bel ragazzo che era Silvano.&#13;
CR: Quanti anni aveva? Vent’anni?&#13;
CD: Avrà avuto vent’anni, spensierato di lanciano [?] e, insomma, era un ragazzo in gamba, però doveva essere forse lui – politicamente era impegnato e convinto, forse era un puro, io credo.&#13;
CR: Era di questo gruppetto del Liceo, era lui, Panconesi – &#13;
CD: Sì, Emiliano, poi chi c’era?&#13;
CR: Il Giovanelli [incomprensibile]&#13;
CD: Sì, Fabio Gio –&#13;
CR: Come si chiama? L’ingegnere Pier Giovanelli.&#13;
CD: Carlo?&#13;
CR: Carlo Giovanelli.&#13;
CD: Sì.&#13;
CR: Poi Fondi Fabio.&#13;
CD: Fabio Fondi. Io mi ricordo molto bene Emiliano, lo conoscevo molto bene Emiliano e poi ti dico, lui e quell’altro lo vedevo dal Benedetti, che non è mai venuto fuori il Benedetti, io non l’ho mai sentito rammentare, però era un uomo intelligentissimo [enfasi], professore di latino bravi – afflitto da una moglie cialtrona e da una trentina di figlioli che tu te li trovavi anche sotto le scarpe, poi si separò dalla moglie e andò a sta’ di casa – ti dirò dove, che io trovavo questo – questo gruppetto, in Via dell’Amore, l’hai presente dove c’è ora la Croce Verde?&#13;
CR: Sì.&#13;
CD: Ancora più avanti c’è – proprio all’angolo con la Via del T c’era uno stanbugioletto, c’era una specie di ingressuccio e uno studio dove lui ci dovea anche dormire, ecco, quando noi s’arrivava loro eran sempre lì nell’ingresso a fare questo conciliabolo e erano quindi – lì doveva nasce’ qualcosa probabilmente, ma io non credo nascesse poi tutto quello che hanno detto, perché c’era una grande disorganizzazione, ecco: noi per esempio non c’hanno aiutato niente loro, perché – anzi, in un certo modo ci facevano anche paura, perché erano questi ragazzi, tagliavano i capelli alle donne, insomma hanno fatto anche degli spregi.&#13;
CR: Ma quelle che avevano collaborato?&#13;
CD: Collaborato [enfasi], ma che voi collaborare? Anche noi si dovea collabora’ per forza, perché a un certo momento se tu l’avevi in casa –&#13;
CR: Anche a Pistoia ci son state queste forme –&#13;
CD: Sì, sì, sì, io c’ho avuto una mia amica, per esempio, che stava a Agliana e che l’hanno – lei diceva che era fascista, ma male – e collaborare – non aveva fatto male a nessuno, era fascista era, ma s’era un po’ tutti, guardi, io l’unica fotografia bellina che ho trovato è questa qui che è della mia mamma, questi – era a Vinacciano, guarda se è poco –.&#13;
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                <text>L’intervistata è Clara Dei, nata a Prato il 19 maggio 1927, insegnante elementare. Interviene l’amica Annalia Galardini. L’intervista è effettuata da Claudio Rosati a Pistoia, presso l’abitazione dell’informatrice, il 5 settembre 1983. La notte del primo bombardamento di Pistoia, Clara Dei scappò con la famiglia al rifugio di Via Franchini. Ricorda il timore per la vicinanza delle Officine San Giorgio, obiettivo militare. Sfollò a Gello, dove assistette a mitragliamenti e ai bombardamenti di Piteccio e Pistoia, e successivamente si spostò a Vinacciano affittando una camera da alcuni contadini: lì vi furono rastrellamenti e ricorda di aver visto l’arrivo dei sudafricani. Ricorda inoltre due aerei: “Pippo” e “La Cicogna”. Racconta poi della cattura del padre da parte dei tedeschi, che lo portarono alla palestra Marini; fu liberato grazie a un conoscente che era in buoni rapporti con un gruppo di ritenute SS in città. Infine, si sofferma sul periodo in cui andò a ripetizioni dal professore Aristide Benedetti; qui incontrava spesso Silvano Fedi ed Emiliano Panconesi e riteneva ci fosse un nucleo di partigiani. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&#13;
&lt;p&gt;Clara Dei, born in Prato on 19 May 1927, is a primary school teacher. Also present was her friend Annalia Galardini. Clara recalls the night of the first bombing on Pistoia and Clara Dei ran with her family to the Via Franchini shelter. She was concerned because of its close proximity to Officine San Giorgio, a military target. Clara was evacuated to Gello, where she witnessed the bombings and strafing of Piteccio and Pistoia. Then she moved to Vinacciano where she took lodging at the home of some peasants: Clara saw civilians being rounded up and witnessed the arrival of South African troops. She remembers two aircraft: Pippo and the Fieseler Fi 156 Storch. Her father was captured by the Germans who took him to the Marini gym: he was then set free, thanks to the intervention of an acquaintance who was on good terms with local SS. Finally, she describes &amp;nbsp;the time when she was privately tutored by Aristide Benedetti, who then lived at the intersection of Via dell’Amore and Via del T; there she had frequent catchups with Silvano Fedi and Emiliano Panconesi; it was widely believed that the place was the headquarters of a Resistance cell.&lt;/p&gt;</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                  <text>12 interviste a testimoni dei bombardamenti alleati di Pistoia, realizzate da Claudio Rosati tra il 1983 e il 1984 con l'intento di comprendere e studiare gli effetti che le incursioni aeree hanno avuto sulla popolazione civile tra il 1943 e il 1944. Gli esiti della ricerca furono esposti al convegno internazionale di studi “Linea Gotica. Eserciti, popolazioni, partigiani” svoltosi a Pesaro il 27/28/29 settembre 1984 e pubblicati nella rivista Farestoria n. 1/1985, edita dall'Istituto storico della Resistenza di Pistoia. L’istituto, dove le cassette sono state in seguito depositate, ha gentilemente concesso all’IBCC di digitalizzarle e di pubblicarle in licenza. Le interviste conservano la struttura originale, che può essere diversa dal modo in cui le interviste dell’IBCC Digital Archive sono di solito realizzate. La digitalizzazione rispecchia fedelmente le caratteristiche delle registrazioni originali, con minimi interventi. In base agli accordi con il licenziatario, i sunti delle interviste sono dati in italiano ed inglese.&#13;
&#13;
12 oral history interviews with survivors of the Pistoia bombings, originally taped by Claudio Rosati between 1983 and 1984 with the aim to understand the fallout of the 1943-1944 operations on civilians. The findings were presented at the international symposium “Linea Gotica. Eserciti, popolazioni, partigiani” (Pesaro, 27/28/29 September 1984) and then published on 'Farestoria' n. 1/1985, published by the Istituto storico della Resistenza di Pistoia. The Istituto, where the tapes were later deposited, has kindly granted permission to the IBCC Digital Archive to digitise and publish them. Interviews published here retain their original format, which may differ from the way IBCC Digital Archive ones are normally conducted. The digitisation captures faithfully the characteristics of the original recordings with minimal editing only. According to the stipulations with the licensor, summaries are provided in Italian and English.</text>
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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              <text>MG: A Brindisi venti giorni consecutivi, venti giorni, quando aprirono il secondo fronte bombardando incominciarono laggiù e poi avrò [?] avuto due bombardamenti avanti d’andare militare io, a Milano, sono stato nei rifugi a Milano, tum bum bum bum, anda’ a Milano a –&#13;
CR: Al primo bombardamento di Pistoia c’era? Quello –&#13;
MG: Sì.&#13;
CR: Nel ‘43, &#13;
MG: 24 ottobre mi pare.&#13;
CR: La notte tra il 24 e il 25 ottobre, all’undici e quindici venne –&#13;
RG [?]: Io stavo leggendo “Via col vento”, tranquillo e beato, anzi c’era Vannino [?] –&#13;
MG: E io e Aldo, tutt’e quattro in casa –&#13;
RG: Tutti –&#13;
MG: E il babbo e la mamma di là.&#13;
RG: Perché “Via col vento” –&#13;
MG: Ma Aldo c’era?&#13;
RG: No, eravamo io e Vannino nel lettone, Lello nel lettino, il babbo e la mamma di là e a un certo momento fu dato la sirena – l’allarme, il babbo viene a vede’, s’affaccia alla porta ‘Ragazzi c’è i bengala’, sapevamo dei bengala dalla – dalla radio, ‘Ma che bengala?’ ‘I bengala’. Mai accaduto niente, mai successo niente, comunque da lì a lì [incomprensibile] noi si confinava con le concerie, ci si mette tutti sotto il letto [incomprensibile] da lì a lì parte le bombe sulle concerie. &#13;
MG: Le concerie, sì.&#13;
[parlano contemporaneamente]&#13;
RG: T’immagini l’effetto dirompente, i vetri che si spezzano –&#13;
MG: Dirompente, i vetri che si spezzano, tum, tum, tum, ballare il terreno sotto il letto, lì –&#13;
RG: Allora, non è un fatto di coraggio o di non aver coraggio, io mi vedevo, tremavo come una foglia, proprio tremavo e da lì a lì mi vedevo di già laggiù, poi a un certo momento c’è un pochino di calma e allora si salta la gora, si va dalla parte di là, ci si porta dei cuscini per ripararsi dalle sghegge, dice Gino ‘io voglio andare –’.&#13;
[parlano contemporaneamente]  &#13;
RG: Un casottino, che la mattina dopo c’era un cratere, una bomba, proprio centrato. Aldo mi pare – no, Aldo non c’era, questo è successo prima, comunque io rimasi scioccato, cioè io capisco cos’era la paura, la paura della morte – cosa che invece non ho provato coi tedeschi, no, cioè, il fatto di dire tu sei di fronte a un evento – da un evento che prescinde dalla tua – dalla tua persona, perché le bombe eran le bombe, tant’è che m’è rimasto talmente la paura e la fifa che c’era famoso quell’apparecchio della notte che veniva a bombardare –&#13;
MG: Giovannino –&#13;
RG: Pippo Vannino, io appena sentivo sembravo una gazzella, partivo e dopo cinque minuti ero [incomprensibile]&#13;
MG: Lasciava babbo, mamma –&#13;
RG: Niente, niente, ero rimasto [incomprensibile] la mattina siamo andati a vedere gli effetti del bombardamento, io e Vannino siamo [incomprensibile] in Piazza Garibaldi nella caserma Umberto dove oggi [incomprensibile] tutto Dio bono anche lì raso al suolo [incomprensibile]. Se non che verso l’undici, l’undici e mezzo del giorno dopo, del 25 di ottobre, sirena, queste macerie che erano alte sette, otto o dieci metri l’ho scalate tutte di corsa perché con l’allarme nessuno ti controllava più,  sicché il rischio non era – cioè andare a scalare le macerie poteva esse’ [incomprensibile] però scalare le macerie – se viene i bombardamenti Dio bono ti prendano, a me m’interessava invece uscire [incomprensibile] in cinque minuti siamo arrivati a Valdibrana io e Vannino, cinque minuti, aveo vent’anni, ero sessantatré chili, t’immagini te?&#13;
MG: Tu c’avrai messo anche un quarto d’ora via –&#13;
RG: No [enfasi], siamo arrivati lì e mi sentii tranquillo e infatti è passato gli aerei, che poi ne passava di lì andando in crescendo: ducento, trecento, cinquecento, una volta se n’è visti delle migliaia [incomprensibile] e va bene, di lì poi siamo sfollati alle Case Nove. Dalle Case Nove siamo sfollati alle Case Vecchie. Ecco, per precisare il discorso della paura, no, quante volte mi son trovato a faccia a faccia con i mitra [incomprensibile] non lo so, sarà anche incosciente, perché quello è armato ma non mi creava problemi [incomprensibile] poi mi son ritrovato a andare spesso e volentieri su al Signorino e mi son beccato diversi bombardamenti quando venivano per buttar giù i ponti: le Svolte, il ponte di Piteccio eccetera eccetera, e lì mitragliamenti e via discorrendo. Mi ricordo una volta ero proprio al Signorino – hai visto [incomprensibile] e queste bombe [imita il suono della caduta della bomba] ‘Bah, mi vengano addosso’. &#13;
CR: Ecco ma allora cosa pensavate? Che volessero colpire la gente per terrorizzarla –&#13;
RG[?]: No, no, no –&#13;
CR: Oppure invece sapevate che cercavan degli obiettivi?&#13;
RG[?]: Il primo bombardamento su Pistoia ho detto che era un bombardamento terrorista, perché non è stato colpito obiettivi militari.&#13;
MG[?]: No, no, hanno anche centrato – mi pare – la stazione, mi pare la Breda, perché anche la Breda non è che sia rimasta intatta, no, è chiaro, tu capisci bene, a centinaia e centinaia di metri con la luce dei bengala la notte, come fai? Anche loro a un certo momento poi sai, un si stava mica lì tanto – ci sarà stata l’una cosa e l’altra cosa, certamente non è che a Pistoia o in Toscana ci fosse le contraeree e i caccia – diciamo così – nazionali come potevano trovare inizialmente in Germania, si capisce bene – sa’, la guerra è guerra, a un certo momento –&#13;
CR: Ma c’era risentimento verso chi bombardava?&#13;
MG: No, no.&#13;
CR: Ah, non c’era risentimento allora –&#13;
MG: No, no, perché faceva parte del gioco, della guerra eccetera eccetera. Semmai – cioè noi eravamo già stufi di questa guerra non sentita, eravamo stufi dei tedeschi, dei loro sistemi, dei loro metodi e poi si sapeva che ormai era una guerra perduta e non si faceva allora – ma tutto rientrava nel gioco perché è chiaro, per riuscire domani a liberare l’Italia bisognava lo scotto pagarlo. Comunque, il giorno dopo, il pomeriggio, nonostante l’esperienza brutta della mattina d’esse’ buttati lì, pronti per esse’ portati lì a spalare le macerie fissi al sole – perché poi la paura qual era? Non era tanto quella d’andare a spalare e essere a rischio bombardamenti eccetera eccetera, quanto quella d’essere messi sul treno merci e portati in Germania. Il pomeriggio siamo andati a vedere i morti alla Misericordia, gialli come [incomprensibile] e allora c’era questo senso – e poi ormai – diciamo così dopo tanti anni di guerra eravamo stanchi, c’era ormai questo desiderio di uscirne fuori a qualunque costo e poi a questo punto – a questo punto c’è l’ulteriore sfollamento, chiaramente da Pistoia poi si va a finire su alle Case Vecchie –&#13;
RG: Gli Imbarcati –&#13;
MG: Agli Imbarcati e poi si va a finire alle Case Vecchie – alle Case Vecchie e poi ecco qui è bene precisare una cosa, l’effetto – ecco, rispondo alla domanda di prima, se c’era questo –&#13;
CR: Risentimento.&#13;
MG: Risentimento, no perché quando abbiamo visto – prima sentito il rumore di queste jeep, di queste camionette che si arrampicavano su per la montagna, bussata la porta e vedere questi elmetti con quella rete mimetizzata sulla testa eccetera eccetera [incomprensibile] un altro particolare interessante, la sera – il giorno avanti rivedere i primi alleati bussare alla porta [incomprensibile].&#13;
RG: In cima a San Quirico, lassù.&#13;
MG: In cima a San Quirico e il pomeriggio –&#13;
RG: Piovigginoso.&#13;
MG: Piovoso, sta piovendo, tutt’a un tratto – e c’era chi – una squadra di noi, ma tutti ragazzi abbastanza giovani, dai venti ai trenta, trentacinqu’anni – un calcio alla porta [incomprensibile].&#13;
MG: Si sente un cal – una botta alla porta, si spalanca –&#13;
RG: Entra –&#13;
MG: Entra delle stanghe, uno, due, tre –&#13;
RG: Fino a tredici tedeschi che grondavan dall’acqua –&#13;
MG: Era il guastatore tedesco –&#13;
RG: Mitra –&#13;
MG: Le bombe a mano infilate negli stivaletti, il mitra in mano, ecco, qui ho piacere che sia detto tutto, se ero io italiano, per tutti i sentimenti italiani – io guastatore tedesco – che loro, a parte il fatto che era tutto sbagliato quello che stavano facendo, combattevano una guerra non giusta, però con la storia dei partigiani che l’avevan sempre alle calcagne che avresti fatto te? Tu apri una porta e tu vedi una quindicina di italiani lì, tu puoi pensare anche che fossero partigiani, sarebbe venuto istintivo subito [imita il suono degli spari] una raffica di mitra e tutti morti e invece [incomprensibile] che eran quelli che via via facevan saltare i ponti, ville, tutti i posti –&#13;
RG: Però una cosa, che alle calcagne loro c’avevano tanti cani [?]–&#13;
MG: Vabbè, anzi, a maggior ragione, perché per loro è una questione di vita o di morte, anche per loro, perché un eran mia ragazzi Dio bono di cent’anni, eran ragazzi giovani come noi –&#13;
RG: Allora avean da scappare, vollero sapere –&#13;
MG: Ci chiesero dov’era –&#13;
RG: La strada per Casina, la Casina che era il punto in cima al [incomprensibile]&#13;
MG: Hanno ringraziato, penso che abbiano ringraziato [incomprensibile]&#13;
[parlano contemporaneamente]&#13;
CR: Ma perché gli è voluto anda’ dietro?&#13;
MG: Per fa’ l’eroe, per ammazzarli sette o otto, che dici –&#13;
[interviene una delle due donne presenti, ma è incomprensibile]&#13;
MG: No, no, lui prese il suo fucilino da caccia e è voluto andare a rompe’ le scatole. Cioè, sono quegli atti gratuiti che non hanno – non è una cosa organizzata, una cosa combinata eccetera, poi mi rammento già ancora il giorno dopo un giovane, un giovane italiano, c’era un tedesco lì di quelli – come si chiamano?&#13;
RG: Mandati?&#13;
MG: Mandati, col mitra accanto, si stava riposando, tac, ha avuto l’atto proprio di prendergli il mitra e l’ha portato lì ai cosi, agli americani.&#13;
CR: Ecco, ma alla gente facevan paura i tedeschi?&#13;
MG: Io – ti dico un episodio, Guido cugino nostro, muratore, un giorno siamo a prendere lì a una fontanina dell’acqua fresca e c’è – la fontanina è – rimane un pochino sotto al livello del sentiero e ti vedo venire due tedeschi col mitra in mano e fo ‘Guido c’è i tedeschi’, lui avea il fiasco in mano, ecco, appena ho detto ‘Guido c’è i tedeschi’ la mano ha incominciato a [ride] – io sono rimasto indifferente. Ripeto, il rapporto, cioè il mio terrore – io avevo paura degli americani [?] i tedeschi, in quanto uomini fisici –&#13;
CR: Ecco, generalmente, tutta la gente che ho intervistato mi diceva ‘Sì, le bombe, però la bomba la prevedevi [?] ma la paura c’era per i tedeschi’.&#13;
[parlano contemporaneamente]&#13;
RG: Io al contrario, aveo paura anche delle bombe, però le bombe – io il terrore mio era di trovare i tedeschi che mi pigliassero, addirittura magari ti facessero fori, ma anche se un ti facean fori ti portassero in Germania [incomprensibile] te un tu l’ha’ valutata questa co – però era più pericoloso entrare nelle mani a un tedesco –&#13;
MG: Ma è un fatto umano perché dice ‘Anche se mi prendano poi ho sempre la possibilità di scappare, una bomba che ti centra – cioè io tutto quello – ecco di lì è nato poi la mia paura per [incomprensibile] tutto quello che è rumoroso, che sa di schianto, la deflagrazione proprio mi dà fastidio –&#13;
CR: Ma i bengala della prima notte dice furono una cosa impressionante, vero? I bengala che lanciarono la prima notte –&#13;
MG: Impressionante perché [incomprensibile].&#13;
CR: Comunque dopo il primo bombardamento non ne avete vissuti altri –&#13;
MG [?]: Come no?&#13;
CR: Siete sfollati –&#13;
RG [?]: Sì, siamo sfollati ma –&#13;
MG [?]: Sì, siamo sfollati ma insomma –&#13;
RG: No, io che venivo a lavorare dal Mandoli, mentre venivo in città e che sonava l’allarme mi sembrava –&#13;
CR: Anche quando eravate dal Mandoli?&#13;
MG: Porca ma – bah –&#13;
CR: Ma gli davate conto agli allarmi?&#13;
MG: Dio bono, quando ci fu questo bombardamento –&#13;
CR: Prima no?&#13;
RG: Prima no, prima no, sa’, uno, due, cinque, non succedeva niente –&#13;
MG: Un venian mai, allora – ma dopo, dopo dio bono come si camminava.&#13;
CR: Ma pensavate che sarebbe stata bombardata Pistoia, prima che succedesse?&#13;
RG: Mah, io pensavo quasi di no, perché una piccola città nun c’era grossi obiettivi militari come fabbriche, né concentramenti di militari eccetera, pensavo che limitassero alle grosse città e centri industriali.&#13;
CR: In fabbrica cosa si diceva?&#13;
RG: Quando c’era l’allarme si scappava via come lepri –&#13;
MG: Insomma comunque, secondo me – secondo me Claudio diciamo richiamarsi al 1944 ci si richiama al momento in cui il popolo  [incomprensibile] una guerra aperta, non sapevamo neppure allora come gli alleati si son dimostrati in una certa maniera e noi si pensava che fossero come i tedeschi, cioè dove passavano da vincitore era terra bruciata e invece si son comportati da amici, che poi c’è stata la storia delle bottiglie della grappa eccetera eccetera, hanno dato a piene mani, hanno regalato, hanno elargito, cioè è un discorso tipico di quei tipi di eserciti che hanno potenza, ricchezza, mezzi, benessere eccetera ecc –&#13;
RG: Comunque, Mario, furono agevolati anche insomma – o che fossero popolo o che –&#13;
MG: Certamente, hanno avuto un’accoglienza &#13;
RG: O chiamali partigiani anche, anche partigiani, insomma –&#13;
MG: Raffaello, secondo me loro hanno trovato una grossa accoglienza non perché erano inglesi, americani o sudafricani eccetera eccetera, perché è l’accoglienza tipica del popolo stanco, stufo della guerra che voleva finalmente ritrovare un po’ la pace, il senso della vita, il senso della famiglia, dell’umanità [incomprensibile] quando sono andati oltre Porretta, oltre Bologna eccetera eccetera, tutto bene, tutte feste, tutti divertimenti e tutte bande americane, tutto dio bono boogie woogie ecco, per fini’ il discorso, finita la paura, finito eh, si rincomincia da capo.&#13;
CR: Ma quindi c’erano gli americani e gli inglesi a Pistoia?&#13;
MG: E sudafricani, ma più che altro gli americani –&#13;
RG: Sudafricani e brasiliani anche –&#13;
MG: Però in preponderanza americani [incomprensibile] gli americani appena tre giorni di cannoneggiamenti partiva una pattuglia, andavano a vedere i risultati de’ cannoneggiamenti, dopo di che rientravano, era festa, tutti balli, tutti [incomprensibile].&#13;
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                <text>L’intervistato è Mario Galardini, nato a Castel di Casio (BO) il 15 agosto 1923, consulente del lavoro. Interviene il fratello Raffaello, sono presenti Lory Galardini e Annalia Galardini. L’intervista è effettuata da Claudio Rosati presso la sua abitazione a Pistoia, il 12 settembre 1984. Durante il primo bombardamento di Pistoia, Mario Galardini si trovava in casa con la famiglia e si riparò sotto il letto. Raffaello Galardini ricorda le devastazioni avvenute in città e il terrore provato durante il passaggio dell’aereo ricognitore “Pippo”. In seguito, sfollarono alle Case Nuove e successivamente alle Case Vecchie. Mario Galardini fu obbligato dai tedeschi a spalare le macerie nel centro città, con la paura di essere deportato in Germania. Una volta, a San Quirico, vide arrivare un gruppo di tedeschi in cerca di un luogo in cima alla montagna.&lt;br /&gt;Un passaggio di 35 secondi con inizio a 00:17:15 è stato espunto su esplicita richiesta dell'intervistato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&#13;
&lt;p&gt;Mario Galardini is an employment consultant, born at Castel di Casio (BO) on 15 August 1923. His brother, Raffaello, Lory Galardini and Annalia Galardini are also in the room. During the first bombing of Pistoia, Mario Galardini was at home with his family and took shelter under the bed. Raffaello remembers the havoc wreaked on the city and the terror caused by the reconnaissance aircraft Pippo. Then, they were evacuated to Case Nuove and eventually to Case Vecchie. Mario Galardini was forced by Germans to clear up rubble in the heart of the city, with the fear of being deported to Germany. One day, at San Quirico, he saw a group of Germans looking for a place on top of the mountain.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;A 35-second passage starting at 00:17:15 has been removed at the express request of the interviewee.&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                <text>Multiple testimonies with Pippo eyewitnesses in Northern Italy.&#13;
&#13;
- 02:21 Dorothy Francesca, born 1940, recalls night flights by an American aircraft called Pippo and retell a children’s nursery rhyme about it. &#13;
&#13;
02:26 - 08:35 Maria Onzata, born 1923, recalls the distinctive sound, terror and experiences of Pippo the aircraft which flew overhead on nights in 1944 and 1945. &#13;
&#13;
08:45 - 10:35 min Ermanno remembers his experiences of an aircraft, Pippo, which flew at night during the war and bombed where it saw lights on.   &#13;
&#13;
10:35 - 18:05 Maria Carolo was approximately 16 years old in 1943-45. She remembers incidents of aircraft Pippo bombing people she knew, during night flights near Montebello, Vicenza; and the destruction of Tesina bridge.&#13;
&#13;
18:10 - 27:10 Lucia Muraro, born 1917, remembers aircraft, Pippo, flying low at night and Germans who forced them to turn off a small light. She recalls Allies, not Pippo, bombed the Fontaniva bridge on the Brenta river and that Pippo never killed people.&#13;
 &#13;
27:11 - Irene, born 1914 remembers a nursery rhyme and experiences of an aircraft, Pippo, which she was afraid of. It flew slowly during the evening and at night.</text>
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                <text>- 4:31 Francesco Fabiasco recalls an aircraft, Pippo, dropping bombs, ‘explosive pens’, supplies and weapons on night flights, but did not witness it personally.&#13;
&#13;
4:31 to 6:32 Giovanna Dalla Pietra remembers aircraft, Pippo, flying during daylight only and taking photographs. Giovanna recalls that Pippo did not shoot and was not an enemy. It stopped flying when the war ended. &#13;
&#13;
6:32 - 12:57 Giuseppina Garda, born 1924, lived in Poianella and recalls experiences of aircraft, Pippo. She later admits having fabricated parts of these memories. &#13;
&#13;
12:58 - 19:27 Antonia Borella, born 1932, lived in Bressanvido, Vicenza. She remembers an aircraft, Pippo, which flew alone at night during the war with a distinctive engine sound. Antonia recalls other people who witnessed Pippo dropping small ‘butterfly’ bombs, one of which fatally injured her cousin.&#13;
&#13;
19:27 - 24:14 Franco Rastelli, a farmer born 1934 in Busseto, Parma recalls the distinctive sound of an aircraft, Pippo, which flew at night during the war. He describes people being afraid of Pippo – it dropped a bomb on a house in Busseto and killed a family. &#13;
&#13;
24:15 - Italo Covo, born 1925, lived in Bolzano Vicentino, Vicenza and recalls an aircraft, Pippo, which flew at night and brought clothing supplies. It had a distinctive engine sound and was regarded as unthreatening. &#13;
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                <text>Talnudge 'Red' Simpson, a corporal serving 416th Fighter Squadron, trained in Madison, Wisconsin as a radio operator. After attending radar school, he trained on the Anson in Algeria and later performed patrol operations in Grottaglie, Italy. He recalls distinctive engine sounds and experiences flying Beaufighters and Mosquitos. Talnudge performed intruder operations and ground target operations from Naples. He recalls being hit and shot down in San Benedetto, 22 April 1945, being captured and held prisoner until the end of war. Talnudge returned home to Louisiana, travelling via Fort Hamilton, New York, but served in Miami until 1946. Later, he joined the automobile parts and equipment business and was involved in the night fighter veteran association in 1976.</text>
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                <text>Interview with Giovanni Poletto and Fortunata Ferrara</text>
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                <text>Giovanni Poletto and Fortunata Ferrara lived in Sesto San Giovanni, Milan but hailed from Veneto. Giovanni, a motorist from Padua with aviation knowledge, remembers seeing low flying Pippo with distinctive engine sounds, at night after the armistice. Fortunata, from Venice, recalls watching the aircraft which had a distinctive taillight.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                  <text>Eight items. An oral history interview with Kenneth Munro (Royal Air Force) and seven photographs. He flew operations as a night fighter navigator with 456 Squadron flying Mosquitos. &#13;
&#13;
The collection was catalogued by Barry Hunter IBCC Digital Archive staff.&#13;
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                  <text>2016-05-23</text>
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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      <name>Transcribed audio recording</name>
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              <text>KM:  I was not in Bomber Command.  You know that of course.  &#13;
AP:  Well, you were, you were Mosquitoes.&#13;
KM:  Yeah.  Yeah.  &#13;
AP:  That’s close enough.&#13;
KM:  Night fighters, is it?  As Bob, he wasn’t, wasn’t the CO.  He was next door to him.  And the fellow Baz Howard, he came from Queensland and he, we were down at Bradwell Bay.  Down Essex.  Down there, and he said one day, we were all sitting down in the mess down there [coughs] and he said, I’m going up to see a friend up in Yorkshire.’ And Peter said, ‘Well, I’ll go with you in a Mosquito,’ and he said, ‘No.  I’ll do it on my own.’ And he went up there and saw his mate and came back and he got just about back to Bradwell Bay and one of the motors conked out.  And so just coming in and just landing it because they were putting all the things that went into the North Sea and taking them home and putting them in there and he, he went down and he said he couldn’t get in in a tight turn because one motor was gone.  So he went around again and about just as he got over the, what’s it called, the Black Sea I think it is, and all of a sudden the other one went as well and he just sailed along.  We could see him.  He hit the water bumped his head on his forehead here and sank in about five feet of water.  And we tried to get out because there was probably about sixty of us, probably a hundred guys from the [unclear] walk out to find him.  But it was quite a big current was going like that and we couldn’t get out ourselves.  Even if we turned the clocks off and walked and went out there but so he drowned in a Mosquito and just sank there.  So it was a great shame but he was a very nice fellow too.  But it just shows you.  If you didn’t have to do the right thing and you didn’t get in the first landing, went around again.  He should have just put it down.  &#13;
AP:  Regardless.  Yeah.  Absolutely.  Absolutely.  I’ll ask you about accidents and things later on I think.  So, we may as well if you’re, we may as well kick off the proper interview.&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  And it’s recording now.  I can see it jumping away there.  So what I normally do I start with a little, a little spiel at the beginning.  Just to sort of set the time and place.&#13;
KM:  Yeah.  &#13;
AP:  And then I dive in.  Ask a couple of questions.  We’ll just have a chat.&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  For an hour, two hours.  However long it takes.  &#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  Until you run out of stories.&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  Or one or the other of us begs for mercy.  Right.  So this interview for the International Bomber Command Centre is with Ken Munro who was a 456 Squadron Mosquito navigator during the Second World War.  The interview is taking place at Ken’s place in Doncaster in Melbourne.&#13;
KM:  Yeah.  Applewood it’s called.&#13;
AP:  Applewood it is called.  &#13;
KM:  Yeah.  Yeah. &#13;
AP:  That’s right.  It is the 22nd of April err I’ll try again it’s the 22nd of May.&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  2016.  My name’s Adam Purcell.  So Don, you’re not Don.  You’re Ken.  Sorry.&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  Ken, tell me something of your early life and what you were doing before the war.&#13;
KM:  I got a job in nineteen, on the 24th of January 1938 in a chartered accountant’s called Wright and Roberts.  Mr Wright died and it became MG Roberts.  A well-known chartered accountant.  And I stayed there until I got half way through the exams.  Sort of half of the heart of it done and I was going to join the air force then.  And he, Mr Roberts said why don’t you do your intermediate exam and then go?  So I said ok.  And by that time they didn’t want any more in the air force at that stage up in Russell Street and so I joined the Victorian Scottish.  You know, you’ve probably seen my photograph over there.  But I’ll show it to you later on but — so I was down there.  Mount Martha was a beautiful spot down there in summertime.  And after a while when the Yanks came in we had to go down to Back Beach at Ryde Down there.  So we packed up.  Went down there and we were there until about February I think it was.  And then the word came around we were going to Fremantle and join the general who got out of Malaya.  You know, when the Japs came.  He got back to Australia.  They didn’t like him doing that but he got there and we were to join up with him over there in the army at a place called Bushmead just out of Midland Junction there in Perth.  They came around and there was a big van said, “Would you like to join the air force?” So I said, ‘Yes.  I’d like to join the air force.’ So anyrate had to go, had to stay with the army.  Went to Moura which is halfway to Geraldton.  And at, finally they got in touch with me at Geraldton and said you can come down now to Busselton which is down near Bunbury.  Down there.  And so I was in the air force down there.  And I was there probably for about probably about four or five weeks.  I did a course down there.&#13;
AP:  So that was your Initial Training School was it?&#13;
KM:  Yeah.  Then —&#13;
AP:  Yeah.&#13;
KM:  We went up to Pearce.  You know, north of Perth.  And we were there on guard you know.  Still doing a job there.  And there was Ralph White of course.  Ralph White was the same thing.  He was in the Victorian Scottish and so we got out.  I came back to Somers in about [pause]  September I think and then I did a course down there.  Then Hubert Opperman, you know was our flight commander.  He was, he was a teacher really.  He was very good and he had another man called Ginger Markham, you know.  And he came on top of the exercise we had to do and I was about second I think and he said.  ‘We’re going to make you navigators.’ Which we didn’t want to be but [laughs]  we sort of did well at arithmetic and that sort of thing.  So anyrate, he said ‘Would you like to go to Canada?’ We both looked at one another.  He said, ‘Well, if you’re not quite sure go to bed and sleep on it and come and tell me tomorrow.’ So we came back and said we’d like to go.  So away we went and I went up to Bradwell, was it Bradwell Bay?  Brad Park?  Up there.&#13;
AP:  Bradfield Park in Sydney.&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  Yeah.  &#13;
KM:  In to Sydney.  And we were there.  There for probably about three weeks and we were going on the Queen Elizabeth.  And then somebody said there’s submarines outside there so they cancelled that and we had to stay back.  Went across on the [pause] starting to forget things now.  On an American very old steamer.  What was it called?  I’ve forgotten now.  Anyway, we started from Sydney on, in March I think and it took us twenty eight days to get across the Pacific to — we were going to go to Vancouver but halfway across all of a sudden they could hear the throbbing of the motors going.  Deathly quiet and the engines wouldn’t go and we were stuck there [laughs] about halfway across there.  And anyway, they got them fixed up in about a day and we carried on.  It took us twenty eight days to get us across the Pacific and they decided to go to San Francisco which, we had a day there.  Bought a lot of chocolate and that sort of thing.  People were very good there.  The Yanks met us with cars and drove us all around ‘Frisco.  And then we were only about a day and a half and then we got a train up to Vancouver which was marvellous.  Beautiful scenery.  And went to Vancouver and I think we stayed there a day or so and went out to Edmonton.  That’s where I did my course there.  So that was about all I think.&#13;
AP:  Alright.  Why did you want to be in the air force?&#13;
KM:  Well, my father was in the barracks at St Kilda Road there and he knew the man who was the civil aviator.  Sort of pilot you know.  And he got this German three engine one with one there, one in the front sort of thing and he said, ‘Would any of your sons like to have a flight?’ I was about thirteen or fourteen and I said, ‘Yeah.  I’d like to have a go at that.’ So a friend of mine who was, who was finally joined, [unclear] actually, he was a very clever bloke so he couldn’t join the forces because he was needed elsewhere.  So, anyway we had all around Melbourne and he came back and he said to my father, he offered me to go down to Cerberus down there in the Mornington Peninsula as a cadet.  I was about thirteen.  I said, ‘No thanks.  I don’t want to go to the Navy,’ so, ‘I want to go to the air force.’  So that was about how I got in the air force.  And I did a course at Edmonton.  I think it was about six months I think.  And I was made an officer off course.  And we went up to Halifax and got on the Aquitania and went to, to what’s that in the Clyde?  What’s the name of it again?  In the Clyde.  That’s where we landed in there.  I forget the name of the place but, and then had a train down to Brighton and that’s where we decided, want me to carry on?&#13;
AP:  Yeah.  Keep going.  &#13;
KM:  Yeah.  Well —&#13;
AP:  Keep going.  I’ll come back and fill in the gaps later on.  &#13;
KM:  Yeah.  Well.  We got there.  We got on the train.  A little, little kid by the train line as you went to slide out to get out and he said in his Scots, ‘Have you got any gum mister?’ [laughs] And we said, ‘No.  We haven’t got anything.’ So, anyway we went down to Brighton which was, we had a very nice hotel there.  Just on the corner where the boulevard goes all along.  Just around the corner down there.  Near the Grand.  You know, where Mrs Thatcher and they got — just away to the east from there.  But it was very nice.  We had a nice room there.  And Focke Wulfs used to come across and shoot them up a bit occasionally.  And at any raids that came we had to get down in to the, in to the bowels of the, of the hotel.  And one day I I couldn’t be bothered.   I thought I’d just stay in my room.  And this Wing Commander Swan I think his name was, a bit of a nasty sort of fellow he came around, found me and he said, ‘I’ll let you off this time but you’ll be on a charge next time.’ Yeah.  Anyway I went in to, in the, in the lounge one day and I sat down at a table like this.  A man was reading a paper next door and he said, ‘Have you just arrived?’ and I said, ‘Yes.  I just came in yesterday.’ And he said, in another two days he came and said, ‘I don’t know whether you know but I’m the posting officer from Brighton.’ And I said, ‘Oh.  I think I’m going to Bomber Command.’ He said, ‘Well, they’ll probably take about three weeks before you can do that.  But,’ he said, ‘There’s a new course.’ And I said, ‘Well, what is it?’ And he said, ‘Radar.’ I said, ‘I’ve never heard of it.’ He said, ‘Well, you have to do an exam.’ With another friend who came across so three other fellows came with me and we got, did the exam and got passed and so he said, ‘Well, you’re going up to Ouston which is up near Newcastle on Tyne.’  In there.  ‘You’re going to learn all about radar.’ So, so anyway we waited about a week and away we went.  And that’s when we, we — it was quite a nice station too.  It was about October then I think and there was snow all around up there.  And we started flying in Ansons you know.  They had all the gubbins in there.  And that’s how we learned how to operate radar and later on in [pause] first of all what did they call it?  Radial engines.  Oh God.  Bomber.  I’ll think of it later on.  But it wasn’t a Mosquito, it was in.  It was easier to sit back.  The pilot’s up the front and I used to sit back there.  Bomber —&#13;
AP:  Beaufighter perhaps.&#13;
KM:  Beaufighters.  Beaufighters.   I liked them.  What did they call them?  The creeping death, I think.  You know.  &#13;
AP:  Whispering.  Whispering death.&#13;
KM:  Whispering death.  Yeah.&#13;
AP:  It took all the [unclear] sort of thing.&#13;
KM:  They had plenty of power down below.  I used to just sit back.  There was a swivel chair.  I used to face the back like that and then they put the power on and away it goes, and whirr like that.  They were a very good aircraft.  And down low they were very good indeed.  But I did that for a while.  And, I can’t remember.  We had fellows that was going to do a camera thing, sort of thing and he got in one and went up and I was down the back and he, he did all sorts of things.  Turned this and turned this and went over and back again.  And I said, ‘How long are you going to be on this?’ And he said, ‘I won’t be that long.’ And I said, ‘Well, I’m going to be sick in a moment.’ [laughs] and, which I was.  And when I got down a WAAF came out and said, with a bucket and said, ‘You can clean it up yourself.’ [laughs] But so that was my and from then on we did mostly all sorts of things.  It came behind an aircraft and it dropped down below them so they looked up and fired a bullet sort of thing.  And then, then they had to do one, one coming straight to you and you had to go.  You could see them coming.  You had to do that left hand turn to come below.  And if you could go, catch him again and again shoot him down sort of thing.  So we learned all about that there.  As a matter of fact Keith Miller was up there.&#13;
AP:  Ah.&#13;
KM:  Yeah.  He was flying ones you know.  Doing what we were.  Trying to get behind him sort of thing but [pause] So, I think I was there ‘til about the beginning of February I think.  And then we went down to Bedfordshire.  At Cranfield.  And that’s where I met my wife down there.  And we did a lot of more work on, we used to get behind the [pause] I’m forgetting aircraft.  Wellington.  Yeah.  We used to get behind them and do the same thing, sort of thing.  And that went on for about in February ‘til late April I think.  And then I was going to go to Bomber Command as an escort.  And I had packed everything up and I was going to get the train down to London and go out to Coltishall.  Out in Norfolk.  And the signal came through from the air vice marshall from Australia — all people are going as night fighters.  Going to 456 down in, in Arundel.  Down south, And Arundel’s just near little, little Hampshire I think it was.  Near Worthing.  Down there.  And so here we had to come back and finally get a train down there and that’s how I arrived at Ford which was a marvellous station.  &#13;
AP:  Sorry.  Ford, did you say?&#13;
KM:  Ford.  F O R D.&#13;
AP:  Yeah.&#13;
KM:  But from Arundel we used to come down the road and over the railway line and a winding road down into the, into Ford which was a very good ‘drome, you know.  And I think I finished up in B flight.  B flight I think.  There were two in the squadron And, and that was about it I think then.  Do you want me to carry on?&#13;
AP:  Please carry on.  A whole story we want.&#13;
KM:  Well, I met a wing commander.  God, I forget things now.  Big fellow and of course I think I’ve got, no I lent Bob Cowper book to a friend.  Any rate the wing commander said, How do you do,’ and he told me what pilot I was going to be on and everything like that.  And he, he was a good pilot but wasn’t very popular because he thought everybody, thought, he thought everybody was not up to his standard you know.  So, but any rate I went down in the [unclear]   I think it was and we had to do quite a few exercises at night, you know.  And, and it was beautiful weather down at Ford down there because the summer was from, from June onwards.  Right all the way to Christmas time.  It was good weather down there so, so my first thing was to go up and shoot down the buzz bombs you know.  And one day we had to go to — there were searchlights.  S for Sugar and T for something else.  T for Tear or something like that.  And the ground control said to the wing commander, he said you need to go to — is it, what’s the name?  Tearing or something like that.  And he said to the wing commander you’ve got to go to tear west or something.  He said, ‘I’m tearing west,’ he said.  Which was a great big joke and he got the wrong thing altogether.  But we went to S for Sugar and stayed there.  And he could, he used to get up about, say about eight thousand feet you know.  Angels height you know and look towards the French coast and you could see them coming because the fire out the back of them used to light up.  And he said, ‘There’s one coming towards you.’ So up at eight thousand feet he said, ‘When it gets close enough you start to go down behind him.’ Like that.  ‘Get right behind him and just press the trigger you know.’  And we were just about to do it on one thing and a Canadian fellow in a, in a single engine aircraft got in front of us and shot it down himself and he was put on a bad books.  And the fellow was very cross about that but, but anyrate so we didn’t get any more from then.  But, but one fellow in 85 Squadron, they were on Ford with us as well and Cat’s Eyes Cunningham was in 85, and his name was Mellish.  And strangely enough I read in the paper one day and it had a thing about things in Great Britain.  Quite a size.  About that size in the paper and said he finished up a wing commander.  He was, I think he was flight lieutenant then but he shot down eight when he was up for three hours.  Eight of them.  God.  But he died probably about, oh about five years ago I think.  But —&#13;
AP:  Sorry.  When you were shooting down, when you were chasing the buzz bombs.&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  You were in a Mosquito at this point?  &#13;
KM:  Yeah.  In Mosquitoes.  Yeah.&#13;
AP:  And you were obviously talking to ground control.  &#13;
KM:  Yeah.  Yeah.&#13;
AP:  So they would, they would tell you that they could see one coming on the radar.&#13;
KM:  Coming.  Yeah.  That’s right.  Yeah.&#13;
AP:  And just sort of, did they give you like vectors towards it?  Or did they say it’s over —&#13;
KM:  Yeah.  Yeah.  We — I think [pause] my memory’s going but yeah it’s one’s coming.  Go to vector say to the right hand.  Like that usually.  So they, they would come down like that behind.  Yeah.  They go to a vector but it’s just forgotten.  It was to the right.  Usually to the right so we could do the left hand turn and come down.  So we enjoyed all that.  It was great so, and then what happened after that?  [pause] Oh, we went down to B Flight and we used to get — they had a — what did they call it?  On a slate or something.  And they would be first say about 8 o’clock at night for three hours.  And we’d go into France.  Go into Le Touquet.  There was a little inlet in there.  There’s as I say Beachy Head about there.  About here.  Le Touquet’s across there.  Used to go across and then go up to Lisle.  Again, a man on the ground used to tell you what to do sort of thing.  But did you know Fred Stevens at all?  He, funny he’s got a friend down here I was talking to last night.  He was one of the best pilots on 456 and the just natural to fly and, but my pilot was Karl McLennan.  He was a very experienced pilot who [pause] he was 3 Course out of Australia and he did a lot of, as a to teach pupils you know.  And finally came to, to Cranfield.  I remember I was reading the paper one day and he came in.  The bar was across there and he said, he looked around and he saw me with an Australian uniform on.  He said, ‘Oh g’day.  ‘G’day.’ He said, ‘Want to have a beer?’ I said, ‘I don’t drink.’ ‘Oh,’ he said, and after a while I was reading this and I thought I should do something and he said, ‘Are you sure you don’t want a drink?’ I said, ‘Oh ok.  I’ll come over and have one.’ So that was my first beer.  &#13;
AP:  [unclear]&#13;
KM:  So anyway, he said, ‘Are you going to crew up with anybody?’ I said, ‘No.’ He said, ‘What about me?’ and I said, ‘That’ll do me.’ He told me all about 3 Course.  And I said, ‘You’re much more experienced then I am,’ you know but at any rate he said, ‘No.  We’ll go together.’ So we did and he said, he talked to me, he said, he said, ‘Look, I’m what you’d call a live coward,’ he said, ‘So no fancy stuff.  I’ll do exactly what I’m supposed to do,’ you know.  Any rate he was a very good pilot you know.  So we did, we did some cross countrys’ over as I say, over to Wales and back to High Wycombe.  Up to Lincoln.  Up there.  And then back to, to Cranfield.  And then there when we went down to Ford just before D-Day we were — I had, they had to show me as a navigator on Mark 10 radar which was a different sort of thing.  So I had to go to Twinwood Farm which was a satellite of Cranfield for a month.  So I missed out on Normandy.  And [pause] but I learned all on how to work all the gubbins in a Mosquito.  The pilot got in first across there.  Quite small you know.  He was rather chubby because he drank a lot [laughs] Mac.  But, and I, I had the set there on a sort of a pulled out sort of thing and he sat there and I sat here.  I used to pull it out when he got in.  Pulled it out here and have it on the radio sort of thing which is with a dividing line down like that.  That’s left or right sort of thing.  And one for height sort of thing.  Across like that.  So it had a range of a hundred miles so if you, say you were coming back to England you just, and every aerodrome had a code you know.  Say BA and AB or something like.  And you wanted to go to that destination you knew what their code was and he just turned the aircraft around so it was dead in front of you like that.  Whatever height you wanted to do.  You either go up or down.  And just sit there.  And when you come to almost there you just knew exactly where you were and, and so when you got to say, Ford it was going beep beep beep and down you go.  And that was great you know.  Coming from say Germany there you just, just set it for where you want to go and a range a hundred miles so, you know —&#13;
AP:  So this is Gee?&#13;
KM:  Eh?&#13;
AP:  Is this the Gee system?&#13;
KM:  No.  We had the Gee later on.&#13;
AP:  Oh ok.&#13;
KM:  Yeah.  When we went for longer trips in Germany and you need that to — you had two.  Two maps as a matter of fact.  You had one that was going to certain distance about there.  Then you’d get the other one would go further on.  In fact one of our senior navigators he kept on using the first one and he [laughs] his pilot, Smithy said, ‘I don’t think we’re going the right way.’ And he said, ‘I’m in charge.  I’ll tell you where you’re going.’ Anyway, he was going to Germany and, Smithy we called him, he was a pilot, he said, ‘I can see lights down there,’ he said, ‘It looks like Switzerland.’ Oh he got a black mark for that [laughs] But but he had to use his second one but they were very good.  &#13;
AP:  So the — sorry the first radar you were telling me about.  That’s a navigational radar or an airborne like interception radar?&#13;
KM:  In the aircraft yeah.  Yeah.  &#13;
AP:  Yeah.  It’s in the aircraft but —&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  Sorry.  Was that for navigation or for finding fighters or something?&#13;
KM:  Yes.  Yes.  Yes, a blip would come up.&#13;
AP:  Yeah.&#13;
KM:  A blip.  Yeah.  We were one, not that far from Berlin.  We used to go over there until the petrol.  Had to watch out that we had enough petrol to get back again.  We used to circle the aerodrome.  And it was a bright moonlight night.  I remember that.  And we were going around like that and I said to Mac, ‘I think we’d better go home in a moment because, you know the petrol is getting down a bit.’ So, you know, I just spoke to him.  I just, like that, and I saw an aircraft about a hundred yards away sort of thing.   I said, ‘There’s a German right there,’ and I said, I said, ‘Lose height.  Left hand turn,’ which we used to do.  Lose height.  Went down like that. Ok. And then of course all of sudden they had the lights on the fellow.  All the lights went out you know.  And it came back and we couldn’t see too well then but we could see the runway and that sort of thing and it had all the, you know the, what do they call them?  Sort of the pens where the aircraft went into and we went up and down the runway shooting all those things that we could see.  We’re not quite sure whether we hit this aircraft.  But at any rate the next one to start firing back at us so we did another run too and did all what we could about what we could see on the ground.  And then we decided to go home after that because we were getting short on the petrol.  So that was a bit of an unfortunate thing but just seeing that bloke but he just appeared.  I can see him now just out there.  But anyrate we went home again and we used to do that sort of thing, you know.  Quite often.  Circle the aerodrome and see what’s coming.&#13;
AP:  So —&#13;
KM:  They were getting short on their for petrol.  The Germans.  You know.  And, but I’ll tell you about the last thing that we did.  Bob Cowper picked us to go with him down to a place call Linz on the Danube.  Way down.  Almost to Budapest sort of thing.  Down there.  And the river came down like that and it went down like that down south a bit.  About twelve miles down was an aerodrome and we were going to go.  And we had a squadron leader from the, the, what are they called?  It was all the big wigs down at Ford.  And it was going to drop a napalm bomb on the aerodrome down there.  Anyrate, he, it was a bright moonlight night and we went all the way.  We went to Juvencourt, just out of Paris and we got more petrol and carried on down to, to Linz down there.  And we had just arrived and I could see it in the moonlight.  We got there right on ETA.  I could see them in front of us.  And then we had to go to the right hand side, down south and go to the aerodrome.  Drop these bombs sort of thing.  And anyrate this squadron said, ‘I’ll lead down,’ you know.  And he went down then.  About half way down he put a flare out and we said, ‘Oh, you’ve put it in the wrong place.’ You know.  And all he could see was a farm, cows and everything else.  And we said, you’re only halfway down there so he went on down there and he said, he went round an aerodrome and he said, ‘I’ll take the in charge.  I’ll do the first run in now.’ And he went down then.  He went down because they were ready for him I think.  He said, ‘I’ve been hit already,’ he said, ‘I’m going home.’ So that was all he did all night.  So, we said we, we were going down so we went down once.  Did a left hand turn over the river there and came back again like that.  And just as we got around to go down again on the aerodrome some tracer bullets came right past my ear.  My hair went up like that.  And it just missed us actually.  And anyrate we, I mean say that that’s the river down there.  We went down like that we came back like that.  Came down.  Did another run in again and that’s when the tracer bullets came across there.  But we did it again and again they were ready for us again because somebody — I don’t know who did it, it must have been on the other side of the river there.  It’s quite high up there because I can remember it seemed to be coming down like that you know.  But anyrate, we did the same thing again you know, circled.  They were ready for us again.  But anyway came back and Bob Cowper said, ‘What a mess up that was,’ you know.  Bob Cowper was going to do everything and did nothing you know [laughs] But strangely enough Bob Cowper went down to Ford one day and he went down to the intelligence and saw what this fella said.  Said it was a great success.  Which was [laughs] we were very upset about that but so that was about it and then back to Bradwell Bay and on May the 8th, you know, the Germans decided they’d had enough.  And, and then on — Mac had been getting into the liquor all the time and he got, what do you call it?  Like jaundice.  Sort of thing.  Had to go to hospital.  And then they asked 456 and another Mosquito squadron to go to the Channel Islands where the Germans were going to fight on.  And so they went.  Three — two, two lots went down.  Went down to quite low and first said if you don’t we’ll give you, we’ll shoot the whole lot of you, you know.  So they finally decided.  So the war finally finished on the 9th of May.  So you know that was about it I think.  But so we went, we were supposed to come — the rumours said we were probably going up to Burma, you know, when we get back.  But we went back to Brighton again and stayed about a week I think.  We had a little car.  I’ve got a photograph of it over there as a matter of fact.  And we had to drive up to post this out in the east end of London and we had to go across — was it Dartmoor or something?  Where there’s a ferry used to go across and you go up the hill like that to this place where they had all, they got a whole new or old cars He came from nowhere.  He was a [unclear] actually.  We saw it.  We went up there and he said well go back to that fella and see what he’ll give us for the car, you know.  We bought it for thirty seven pound and went up there.  He came around and he went all through it like this looking.  And said, he said, ‘Eighty pound.’  So he said ok.  We said, ‘Can we have for it about a week because we’re going to Brighton.’  He said ok.  We came up here in a week’s time.  He came up and John Darling who was a great mate of mine he was, he was driving and he came across this thing.  This ferry or something.  And as he came up the hill that.  It was hard to get.  I think I said, ‘Put your foot down.’ He said, ‘I am,’ he said.  Going up the hill he said to me, ‘It’s just about gone.  The engine.’ So anywhere we got that, this [unclear] came around.  He went all over it.  He looked up, he said, ‘Well, there’s a mark on the ceiling.’ And he said, ‘No.  I won’t give you eighty.  I’ll give you seventy five.’ So we said ok.  We got our seventy five.  Rushed like mad and got on a bus and went back and went to the very posh hotel.  I can’t remember the name again.  I was trying to remember it this morning.  And we had a night there and spent the whole seventy five [laughs] Oh dear.  But so that was the end of our story really but —&#13;
AP:  So, I might go back and fill in a few gaps.  You mentioned a few little bits and pieces that I’ve sort of —&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  I’ve grabbed hold of there.&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  You said you met your wife at Cranfield.  Can you tell me that story?&#13;
KM:  Well, I went to Cranfield and that’s as I said where I met Margaret.  My wife.  And well, no we just, we just carried on with that was Cranfield.  I’m forgetting things now but [pause] it was, is it the second one that was at Ouston.  Number one.  It was, what would you call it?  The EFTS or something like that.  There was a name for it and then you did all that and then you went to the squadron.&#13;
AP:  Operational Training Unit perhaps.  &#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  OTU.  &#13;
KM:  The word.  That’s right.  &#13;
AP:  Yeah.&#13;
KM:  Yeah.  But Cranfield was a lovely station.   A peacetime station.  And, and we had a beautiful cricket ground there and we had married quarters, you know.  You used to go out two story ones and that’s how I met Margaret actually.  &#13;
AP:  Did you get married in the UK?  &#13;
KM:  No.  No.  She was still in the air force down in Benson near Oxford.  And she was still in the air force but we’d gone then from Liverpool back home again.  And no, she came out in September 1946.  Yeah.  And we were married on the 15th of, of November.  So we’ll be seventy years married in November.&#13;
AP:  Wow.  Wow.  So was she, she was in the WAAF?&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  What was she doing in the WAAF?&#13;
KM:  She was one of the managers of the, of the officer’s mess.&#13;
AP:  Ok.  Cool.&#13;
KM:  Margaret.  Yeah. &#13;
AP:  Yeah.  Margaret.  Cool.  &#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  Lovely.  You also mentioned something about when you, when you were young.  When you were thirteen, I think.&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  That triplane.&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  Or the tri motor thing.&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  Tell me about that.&#13;
KM:  Well, I don’t know why it came out here but this man was a very experienced pilot.  He was a civilian sort of chief sort of thing but, no I always sort of wanted to go into the air force but but that flight it was a lovely day.  Went all around the bay and that sort of thing, you know.  That’ll do me, you know so, but at that stage was in Russell Street they had the air force sort of recruitment place.  But they had enough at that stage and couldn’t take any more you know.  In fact another thing.  When I went on leave in England I think every six weeks you used to get a leave and that Lady Ryder’s Scheme that said do you want to go to the country or a town?  Do you want to play golf or, you know.  I said, ‘I want to go to Scotland and I want to play golf,’ and everything else.  So anyrate I got up to Aberdeen and I got a train out to a place called Stewartville and I think I’ve got a map there.  And I got out and we were with another fellow.  This one from Somers, you know who was a navigator with me and there was a horse and cart there and where we were going.  He took all the bags and he said, ‘I’ll drive you to the general’s place.’ He was the number one general in the UK at the beginning of the war.  A very nice old man he was.  And, anyrate, he had, I got it in my photographs in my album there.  So, we went there and he welcomed us in.  His wife and so forth.  At about 5 o’clock or about half past five, it was summertime and he said, ‘Come down and we’ll have something to eat.’ So we had some cookies as they do.  And we had to get them out of the cupboard sort of thing and I said to [unclear] ‘Is that all we get for dinner?’ You know [laughs] Never had —  what do you call it?   High tea.  That’s right.  High tea.  I went upstairs and I wrote a letter to my mother, “This is a very nice place and I’ve got to know a leading general but we don’t have much of a dinner here.” [laughs] And all of a sudden there was a gong went and down we went down.  We had jugged hare.  I can remember it to this day.  But he was a very nice bloke and he understood.  He said, ‘Look I’m old and you’re young.’ He said, ‘You want to play golf go to Peterhead.’ He said, ‘You can have a game there.’ So we got on our bikes.  And the wind we could hardly get past it.  It was just blowing like one thing and we got there and then we were allowed most of the golf clubs that people from abroad would be allowed to play you know.  So we got there and he came around and he said, ‘Yes.  Well, you can go around here.   he said this way we can go out here and I said, ‘I’m a left hand.’ ‘We haven’t got any left handed.’ Oh God [laughs] they’re like that, particularly in Scotland.  They didn’t like left handers so we went all the way there and did nothing.  So [laughs] but no, there was, in fact he had a brother I think it was.  Sir Charles Burnett, I think.  Down at Crathes Castle just on the way to Ballater out of Aberdeen.  You know, along the river there.  And a beautiful castle.  We had a lot of pleasure whilst we were there.  And he was the chief of the Gordon clan, you know.  And in fact part of the castle that he had was used as a hospital for people in from the war.  And we went down there.  We had lunch down there.  And he came [laughs] he had a, he bought a great big bulldog in one day and we were fooling around like this, ‘Come on here,’ and doing this.  And he could see the dog wasn’t too pleased about it and Bob like, it bit him on his wrist.  He wasn’t too pleased about that either but, but it was a lovely place.  They had gardens.  There was.  They had like a purple one.  A yellow one.  Green one.  Red one.  One, two, three, four going down the hill sort of thing.  It’s a lovely place.  We’ve been back there quite a few times.  Crathes Castle.  I’ll show you where it is.  Have you got a minute?&#13;
AP:  Yeah.  Yeah.  Absolutely.  I’ll give you a hand if you want.&#13;
KM:  Yeah.  [unclear]&#13;
AP:  Oh where am I going?  Ok.  I can go and get it if you want.&#13;
KM:  In the bottom drawer.  On the right hand side there.  No.  No.  No.  Back here.  Over here.  Right hand side on the bottom one.  There’s a map there.  &#13;
AP:  “Road Atlas of Great Britain.”&#13;
KM:  It’s, yeah, that’s right.  That’s it.  That’s it.  Yeah  [pause] probably need my bloody glasses.&#13;
AP:  Where are they?&#13;
KM:   There.  Right on [ pause ] &#13;
AP:  Here.  These ones?&#13;
KM:  No.  That’ll do.  Yeah.  &#13;
AP:  That’ll do.&#13;
KM:  I’ve got one.  Another one.  When I’m here it’s always over there so I’ve got two of them.  That story.  There’s Aberdeen.  We went up here to — I’d better get this one but there’s Peterhead there.  That’s about there this.  The [unclear] yeah.  Going out from there but what’s that?  ’83.  &#13;
[Pause.  Pages turning]&#13;
KM:  It’s been a marvellous book this one.  I’ve kept it all those years.  &#13;
[pause]&#13;
KM:  There.  &#13;
AP:  Ah yes.  &#13;
KM:  Aberdeen.  Went up in a train.   Up here I guess.  Stewartville.  There we are.  We went from there in a horse and cart.  About there.  That’s where he lived.  About there.  So, and then we got on our bike.  Went to Peterhead there but no, there isn’t a station there but no I know quite a bit about Scotland.  I’ve been about seven times now.&#13;
AP:  Lovely.  &#13;
KM:  I’ll show you where Ford is.   &#13;
[pause]&#13;
AP:  Oh yeah.  There’s Beachy Head there.  Yeah.&#13;
KM:  Yeah.  Beachy Head.  There’s a marvellous spot there.  And living about here I think  [pages turning] [unclear] See there’s Brighton and, and you see that’s a lady down there.  She was at, she lived at Carshalton which is up towards London and she was, we used to stay with her.  She had two hundred and fifty seven colonials.  Australian, Canadians and that sort of thing at her house during the war.  She was a marvellous lady, and anyrate at Carshalton Beeches two storey place.  And the buzz bombs used to come over and she was out putting clothes on the line, and had a big fig tree there near the clothes line and she could hear the buzz bomb brrrrrr like this and didn’t worry to peg the things out.  All of a sudden the sound finished.  So she went for her life towards her dugout down there with steps on it and just got to the top and bang it landed in the back yard and blew all the leaves off the tree.  And blew her down to her dugout down there.  And she was bruised and that sort of thing.  But it moved the house about a foot you know.  So they had to move out of that and went down to Seaford.  Down here.  But she was a marvellous woman because she took it all in her stride.  I would say [pause] Littlehampton.  [Pause.  Pages turning] Here’s Brighton.  Came down to Worthing.  Little Hampton.  Now there’s Arundel.  That’s where the big castle is.  Played the first game of cricket there.  Inside that thing is a cricket ground in there.  And we used to have dances in his dining room once every a month you know.  Because he knew, he knew the queen as a matter of fact.  He was a cousin or something.  But, but we used to ride down here.  We used to have a swim down there.  And but there were barbed wire along there as well but and our ground station was at Angmering, that’s right Angmering, that’s it.  About there.  That’s our ground station there and Ford was just, you just crossed the railway line there and just about there.  That’s where the aerodrome was.  There.  That’s it.&#13;
AP:  Oh yeah.  I can see it says Ford there.  Yeah.  &#13;
KM:  Yeah.  Yeah.  But, and then, and then we had [laughs] used to play cricket down at Middleton Sports Club.  There’s a cricket ground down there and 456 had a — I’ve got something about that over there.  I’ll show you my book later on but we beat them down there.  You probably don’t know about Charlie Kunz.  A marvellous pianist.  He was a Yank who came to Britain before the war and stayed on.  He used to have a programme on the BBC.  Playing the piano.  It was called, “The Hot and the Cold.” He used to play softly and then louder.  Softly and louder.  Very nice.  But he had a son who played in a team against us.  He was only about seventeen I think and the fellow that opened the bowling was the captain of the other side.  His name was, I’ve got it over there.  He played for England actually and a medium fast bowler and I opened up with another fellow and he got three wickets or something straightaway but I stayed on.  I made fifty.  And I dropped one a bit short note went bang.  Was almost six.  This young kid stuck his hand out and caught it.  He came in after the, after the match.  Very nice clubhouse there.  Two storey place with two squash courts there.  And he said, he came and he said, ‘Would you boys,’ Don Darling and myself, ‘Would you like to go and see my father?’ And I said, ‘Who’s your father?’ He said, ‘He’s a pianist.  He’s at the Hippodrome at Brighton.’ So he said, and he gave us the tickets and everything.  So we went to see and that’s the first time I heard beautiful piece.  Fairly old, you know.  It was getting a bit grey.  And at any rate the lead at the Hippodrome with Arthur Askey.  Do you remember Arthur Askey?  He was a comedian, you know.  Little fellow.  And he had a, he had on a stage.  He was in front of it.  Behind it I think a ladies toilet like that and he came on and he said, ‘I’ll now play for you, “By the waterfall,” you know [laughs] Oh dear.  That was a good night.  So anyrate we had we got quite friendly with his son and I went over there one day and I wrote a letter to him and he was back in London by that time.  But he got an OBE because he — I think he might be dead now I think because he wasn’t too well the last time I got a card from him, you know.  But yeah so that’s about the end of my story I think.&#13;
AP:  I’m sure there’s more in it.  What, what other things did you get up to while you were on leave in England?&#13;
KM:  Well, it all came back and said, ‘If you want to go to this places.  This is a beautiful spot,’ kind of thing.  So this fellow by the name Luke.  Luke I think.   He came from Tasmania.  He went, ‘Oh you ought to go.  He’s got four cars.  He’d got two squash courts, he said he’s got a cricket ground and he’s got a three storey house.’  I said, ‘Well we’ll go to that.’ I got one of my brothers to go there.  Mr [unclear] — he had a brewery in the east of London.  Mr — God, I’m forgetting names.  Old fellow with a moustache, you know.  And Mr [pause] he had a younger wife and he had gout and I said to him one day, ‘Do you mind if my brother,’ who was in the navy, ‘Comes up to see me?’ ‘Oh no.  that’s ok.  He can come up.’  So anyrate he came over and he stayed the night.  And he had a butler as well.  He used to come and say , ‘Your bath is ready, sir.’ You know [laughs]  I forget his name.   This was very posh this place.  His wife was very nice.  And one night we were having dinner one night and he used to sit at the top of the table there, I was here and she was over there and she said, ‘I’ll bring the grandchild in now to say goodnight to him.  He came and said goodnight to him and when she went out of the room he went down and he had a whicker sort of thing.  Almost to the table.  Opened it up and he had a gin or something with like this [ laughs] pushed it back before his wife came in.  But it was a lovely place.  I stayed there about a week, you know.  I don’t know whether you know about Bill Edrich .  He was the opening bat for the English Test Team.  Came out to Australia in 1946 I think.  And he was a flight lieutenant in the air force and his father was the manager of the estate where this Mr what was his name?  I can’t think of his name but anyway when he stayed at his estate he he had an aerodrome on one part of his estate.  A Yank aerodrome.  And across the road was a place called [unclear]  I think it was.  And the fella in there was, came from Lancashire and he was a sir something.  Sir Humphrey.  Sir Humphrey his name was and he owned quite a bit of Lancashire up there.  I think the, the Yorkshire ground was one, was on his land as a matter of fact and [laughs] we had, we had a pheasant shoot down at the one I was staying at.  And they had all the men in the estate going beating to the, to get the pheasant out you know.  Going around like that.  He had to get in turn.  He said, shoot when I, when you want them to fly.  Bang.  Knock one down.  At any rate we both knocked one down and Humphrey, you know, Sir Humphrey [unclear] and this this fella from Tasmania, ‘Come on Humphrey.  Come on.  Get one,’ you know.  Took him about five shots to get one.  We didn’t know he was Sir Humphrey.  Whatever.  And he was the one we stayed with.  His wife said, ‘I’d like to introduce Sir Humphrey.’ So we found out he was Sir Humphrey.  So, but yeah but that lady, Lady Ryder used to do it for everybody.  You could go down to to Devon or, I went down to to Predannack.  Right down at the end of England.  Right down.  Right down there.  In fact 456 were going to go down there but they didn’t go.  Somebody else took our place I think.  So that’s how they came to Ford actually.  From there.  That’s about all I think.&#13;
AP:  A couple more questions.  A couple more questions.  So you, we haven’t spoken that much about your operational side of things.  What you actually did as a navigator and a radar operator.  Did you have, in the — well first of all what sort of trips were you actually doing in the Mosquitoes?&#13;
KM:  Intruder trips.  We used to go usually quite often on a bright moonlight night you know and yeah, you’d go up and down their, what do you call their roads again.  Not the freeways.  Anyrate you could see them to go like that.  Two or three of our fellas used to see a train, you know.  You could see that when they opened it with the coke or something in there.  And they were sitting ducks.  They used to go down and knock them off.  We didn’t see any of those but Ron Lytton who lives, used to live out near Essendon and — how long have you been out there Adam?&#13;
AP:  Three years now.  &#13;
KM:  Oh no.  He’s probably dead about ten.  He was a, he was a plumber out there.  And his, his and he’s still alive actually Geoff Reeves was his pilot.  A very good pilot and he knocked over about two trains I think, you know.  But we used to do those things.  Anything we could see.  And the Arnhem.  You know the one bridge too far.  We were on that day.  It was foul night.   God it was blowing like mad, you know.  And we got on to there was one in front of us.  I could see one and I said to Mac, ‘Turn left,’ you know,’ And drop height,’ and everything like that.  And then as he went around and around and we were behind him going there there and there and he, Mac my pilot, he said, ‘I think he must be one of ours,’ he said because we could turn inside a JU88.  You know, get in beside him.  He said, what about it?  He said what was our call sign [pause] oh God I’ve forgotten that but he called out, ‘Is that one of our crowd?’ He said, ‘Yeah B,’ he said [laughs] and he said, ‘I’ve been chasing you,’ he said. ‘No.   You’ve got the wrong one.’  So, but, but on Arnhem the [pause] oh yeah.  We had a fellow called Woodhouse or we called him Woody as a matter of fact who was a leading ground controller.  And they ,they took him over and they were going to parachute him down and then and he had some, a glider or something there put down what he needed to contact us in the air.  So anyway he got down there but the Germans were waiting for him.  Grabbed him, you know.  So, so we never got any call about the Germans at all in the air.  But, but we went up to, to Arnhem.  Now, what happened there?  Oh that’s right.   As I say terrible weather.  So we were going along and got St Elmo’s Fire.  Have you heard about that?  All along the wings.  What’s going on here?  You know.  Anyway, we got out of that.  But anyroad we got off course and everything else.  We didn’t do much about that but after doing that chasing that bloke and this thing I didn’t know exactly where I was.  And going home to England Mac said, ‘Well, where are we now?’ I said, ‘Well, about the time we went home now I think.’ I said, ‘Just go to the west.  We’ll get to England someway.’ So in fact we got up to The Wash, you know.  And we were down at Ford you know.  In fact we started our flight at Manston which is down, down in Kent.  Down there.  It’s a very big aerodrome.  Three runways you know.  So big aircraft down that one.  The middle one was ok.  Anyone in trouble be on the right hand one.  But we got, when I got back we were at The Wash which was probably about a hundred miles up to the north.  And we turned down.  I said to Mac, ‘Turn down south again.’ We got down there and then the, the, what was it?  He couldn’t get the wheels down or something.  The hydraulics didn’t work.  So I had to get down and I had to pump it myself.  I finally got them out after about half an hour but so we landed back there.  So, but that was quite a night actually.  But I’ve seen that.  We’ve seen that film about one bridge too far.&#13;
AP:  I haven’t seen it but I am aware of it.  &#13;
KM:  It’s very good.  &#13;
AP:  [unclear] Yeah.&#13;
KM:  How did I get it?  I don’t know where I’ve got it.  It was over there.  It had all the well-known actors in that one.  Sean Connery’s in it and a lot of them.  It’s a very good film actually.  But I went to see it too as a matter of fact.  There’s a bridge over the, where the they stopped the Germans actually there.  But I went over to Normandy with a friend of mine.  A cousin of Margaret’s actually.  And they’ve got a sort of a museum there as well but there’s— have you ever been to Normandy?&#13;
AP:  I have.  &#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  I have yeah.  I spent a few years over there so —&#13;
KM:  We went together and was over.  And that was good too.  &#13;
AP:  But you said you missed Normandy because you were in a training programme.&#13;
KM:  Yeah [unclear] on that but — &#13;
AP:  What did, what did you think of the Mosquito?  &#13;
KM:  Beautiful.  Nothing wrong with it at all, you know.  I said that Don McLennan said the Halifax went, loaded up went to the left and then the right, you know.  This went straight down.   A very good pilot Mac.  Once we were going down I used to go, he would drop it down.  H would just go [unclear]  very good.  He was a good pilot Mac.  Poor old Mac.  He died probably about twenty years ago.  He had Parkinsons Disease you know.  I think it might have been all the beer he drank.&#13;
AP:  How did you find adjusting to civilian life after the war?&#13;
KM:  Eh?  &#13;
AP:  How did you find adjusting to civilian life after the war?&#13;
KM:  I didn’t mind it.  I I went into work.  I was still in uniform.  I didn’t have a suit.  And Malcolm Roberts said to me, ‘Do you want to come back to work?’ And I said, ‘Oh yes,’ you know.  And he gave me five pounds worth of salary [laughs] per week.  And so I went to a place in, in Flinders Lane.  He was one of our clients and I went in there and strangely enough he was the son of the chief there.  Wade.  You know.  Evan Wade.  And Terry Wade is over here in Doncaster.  He’s still alive as a matter of fact.  His wife’s dead unfortunately.  But anyway so I did work there and I went back and forth until about 1948.  Then I became a chartered accountant then.  I went to RMIT to finish my course and so after a while he said to me, ‘Do you want to come over and be the secretary up here?’ So I went home and said to my wife what about — I’m not quite sure about it but anyway decided to give it a go and I was there for twenty one years.  So, well worth it.  So was that about it?&#13;
AP:  Any, any final thoughts on your air force service?&#13;
KM:  Eh?&#13;
AP:  Any final thoughts on your air force service?&#13;
KM:  No.  No.&#13;
AP:  What you got out of it.&#13;
KM:  No.  I got the, I got the Legion of Honour over there.&#13;
AP:  Oh excellent.  &#13;
KM:  Yeah.  But that was, that came later on, you know.&#13;
AP:  Of course.&#13;
KM:  But it was mostly the intruder trips that are as I say we’ve got the lady up in Canberra and had them all put down where I went to and that sort of thing.  And then I was surprised to get it but I’ve got it over there as a matter of fact.  You see the one, the blue one there on the [unclear] &#13;
AP:  This one here.  &#13;
KM:  Pop it on there.  My sister did that for me.  Take the top one.  That one.  Yeah.&#13;
AP:  Oh yeah.  &#13;
KM:  That’s it.  &#13;
[pause]&#13;
KM:  Is that?  Is that —&#13;
AP:  Oh this is the presentation is it?&#13;
KM:  Yeah.&#13;
AP:  Yeah.  Ok.  &#13;
KM:   That’s [unclear]  &#13;
AP:  Yeah.  I see that.  &#13;
KM:  That’s the man who put them on.  He gave you a big hug [laughs]&#13;
AP:  Of course because he’s French.  I see Gerald there as well.&#13;
KM:  Yeah.  Yeah.   Gerald.  Funny.  He came in the same day as I.  His son came out of Norway for it.  &#13;
AP:  Fantastic.  &#13;
KM:  But yeah.  But — yeah.&#13;
AP:  Alright.  Well —&#13;
KM:  Well —&#13;
AP:  Well, I think we’re done.  Thank you very much.&#13;
KM:  Thanks Adam.  It’s very good of you to come all this way.&#13;
AP:  Oh it’s alright.  I love it.  &#13;
KM:  [unclear]&#13;
AP:  I really do.  I’ll just turn the recording off.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                <text>Ken was a 456 Squadron Mosquito navigator. He initially joined the Army’s Victorian Scottish regiment but changed to the Royal Air force. He was selected to be a navigator and sailed to Canada. Ken did a course at Edmonton and was made an officer. He then sailed back to Scotland and went down to Brighton. After undertaking a new course on radar, he went to RAF Ouston to learn how to operate it. He flew in Ansons and Beaufighters before going to Cranfield to fly Wellingtons. Ken met his wife there, a Women's Auxiliary Air Force who managed the officers’ mess. He was due to join Bomber Command but eventually became night fighters aircrew and joined 456 Squadron. Ken was stationed at RAF Ford.&#13;
Ken describes how he met his pilot. They initially shot down V-1s flying Mosquitoes. They went to northern France and did cross countries. Ken missed D-Day as he was training on Mark 10 radar at RAF Twinwood Farm. They did intruder raids. He describes going to Linz and their encounters with fighters. His squadron, along with another Mosquito squadron, were sent to the Channel Islands and was instrumental in the surrender German forces stationed there on 9th May 1945.&#13;
Ken was a recipient of Lady Ryder’s Dominion and Allied Services Hospitality Scheme and describes some of the hospitality and leisure pursuits he experienced.&#13;
After the war, Ken received the Legion of Honour. &#13;
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                <text>Luigi Cabrini describes his daily life in a rural community, stressing the labour-intensive nature of farming in wartime. He tells of Pippo bombing at night and reminisces about an interrupted schooling history in Pavia and Voghera, due to strafing, bombings and disrupted train services. Luigi talks about the difficult co-existence with feared German troops, stressing brutalities and violence, and reminisces about giving shelter to one British personnel, who became the lover of a farm hand.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                  <text>One oral history interview with an informant who recollects her wartime experiences in Cordenons.&#13;
&#13;
The collection was catalogued by IBCC Digital Archive staff.</text>
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              <text>MDB: Sono Marco Dalla Bona e sto per intervistare [omitted]. Siamo a Cordenons, è il 26 Novembre 2016. Grazie a [omitted] per aver permesso questa intervista. È inoltre presente all’intervista suo nipote Mario De Piero. La sua intervista registrata diventerà parte dell’archivio digitale dell’International Bomber Command Centre, gestito dall’Università di Lincoln e finanziato dall’Heritage Lottery Fund. Prima di cominciare, la prego di rispondere alle seguenti domande, in modo da essere certi che questa intervista venga registrata secondo i suoi desideri nonchè in accordo con le condizioni poste dai nostri finanziatori. È d’accordo che la sua intervista sia conservata in perpetuo come documento liberamente accessibile al pubblico da usarsi per mostre, attività di ricerca, istruzione, nonché come risorsa online?&#13;
SML: Eh sì ah, go ditto sì. Sì, bon.&#13;
MDB: Sia resa possibile, sia resa disponibile al pubblico mediante una licenza Creative Commons attribuzione non commerciale, indicata come CC-Y-NC il che significa che non potrà essere usata a scopi commerciali?&#13;
SML: Sì, bon, aiutame.&#13;
MDB: Sia attribuita a lei?&#13;
SML: No.&#13;
MDB: Eh, ovviamente questo comporta che la sua intervista sarà resa anonima da.&#13;
SML: Eh sì.&#13;
MDB: Acconsente a concedere all’università il copyright del suo contributo per l’impiego sotto qualsiasi forma ed è consapevole che ciò non preclude il suo diritto morale ad essere identificata come esecutrice ai sensi del copyright, design and patents act del 1988?&#13;
SML: Eh sì, anca lì gavemo dito, bon.&#13;
MDB: Acconsente di essere fotografata per il Bomber Command Digital Archive?&#13;
SML: No, no.&#13;
SML: Grazie. Possiamo cominciare. Allora mi racconti se, partiamo da cosa faceva prima della guerra? Da quando è nata?&#13;
SML: Prima della guerra, beh, son nata là zò de la zona industriale. La via della zona industriale era solo una casa lunga, come quella là, e due famiglie. La Via Chiavornicco nessun i la conosseva, nessun i la conosseva. I la conossu ades, dopo dela zona industriale. Facevo la contadina, andavo sui campi, sì, a terminare la scuola, la quinta elementare a undici anni e dopo cominciare ad andar sui campi. Anche dopo sposada, sono sposada e vegnuda qua, ho lavorà un do, tre anni e dopo sono andata in cotonificio, qua al Makò a lavorar. E gò lavorà per trent’anni lì finche son andada in pension. &#13;
MDB: Dei bombardamenti cosa si ricorda durante la guerra? Il ricordo più, più antico che ha riguardo ai bombardamenti.&#13;
SML: Me ricordo dai primi, allora le case non so se conosce le case Gardonio verso la Miduna [Meduna] la sentìu parlar? &#13;
MDB: Um hum.&#13;
SML: Ben, quelle ultime cinque case là a sinistra, iera tuti fradei del nonno perché la mamma la vegniva da quella famiglia là e la era na xia e la gaveva tanto radicio no pei campi. Mia mama la iutava a cior su un ses de radicio e chi lo porta in piaza a vender, son andada. I capita i altri che se ghe diseva i picchiatelli i caccia, ma i caccia chei andava a bombardar sul Meduna no se li vedeva arivar, te li vedevi, perché iera alti, i vegniva zò così, quando i fazeva questo scherso te sentivi che indava via e mitragliava. Mi iera sul camp, arriva de Via Solde de un ruscel de acqua che l’è ancora là e l’era tanti cespugli de acace però i aveva i sopi veci soto. Cossa io fat? Dai camp che re alt vai drio la riva a sconderme drio de un, ma allora go fà come le rane che le scolta, le pianta la testa e le lassa fuori il corpo. Alora mia, le pallottole per sora, varda, e l’era tutto e i mitragliava con la venti millimetri che le era cussì che mi fasevo i vaseti dei, da meter i fiori dopo. Ma go ciapà tanto de quela paura, ma tanta che no ve digo. La prima che go avù, dopo xè rivà i bombardamenti. Alora speti ades che me concentre qua, i vegniva su per sora dei noialtri là, i vegniva su a gruppi, sette, sette, sette il primo, sette, sette, sette gruppi formava quarantanove eh, sì quarantanove cosi. Allora ge n’era quarantanove qua che i ndava su, i se distacava de zinque minuti, iera queialtri quarantanove che i andava su. E quarantanove, i cominciava anca la mattina alle otto e mezza, i finiva a mezzogiorno che i ndava in Austria. Che se sentiva el terremoto anca qua, quel de l’Africa, quel de l’Austria. E dopo i tornava zò verso Casarsa. Casarsa, dopo un po’ de tempi, i ha mes la contraerea. E coi passava i zentrava da, i na’ ofeso un persona se ha vista fumar che sà brusar e dopo non lo so dove cl’è ndà, perché non è come ades, la television ch’i da tuti i particolari, se saveva per via de voci che l’era cascà. Bon anca lì. Alora i vien su e i va a bombardar a Casarsa una notte, el vardi qua, i balconi i faseva cussì dal lo spostamento de l’aria perché l’era la contraerea là. Bon, dopo i la cambiava, da un posto i l’ha messa quell’altra e avanti. Un giorno me trovo in latteria a aiutar a far formaio e vien su un de quei che andava su ma l’era passà le montagne, la girar e l’aveva il rumor dei motori perché l’era bimotori e il rumor dei motori non l’era quel sano, l’era un rumor malà, alora fora coi der mi e il casaro e quei de la latteria, e su, drio la linda se lo vedeva vegnir zo piano ma pian e se spostava e gà molà le bombe che era qua de sora ve digo che [unclear], le cascave qua avanti, lì del brun. Alora l’era le bombe che doveva portar lì in Germania e l’era quelle, se ge diseva dirompenti perché non le ndava soto, le, quando le tocca tera le scoppiava. E se ne cascade sul cortile de la famiglia qua che la gà copado un ragasso che l’aveva diciannove anni, l’era nome, eh, bon. E dopo lui aveva far su le case il disastro che la famiglia de dove che l’è cascade, l’è vegnuda a dormir qua dopo perché non era possibile andare lì. Anca lì gò ciapava paura de trovar e sgravons. Un’altra volta ie tornado in drio lo stes un ferito e me. Alora a la matina l’era sta tanta piova e se andava la xò de la zona industriale l’era un, tute quelle praterie là, l’era una buona parte della mia famiglia la xò e parenti, ma l’era tanta acqua perché il canale spandeva e veniva su le ninfe, su i busi dopo co vegniva piova l’era un canal. All’une, quasi sempre vegniva su i bombardieri l’una, quasi tuti i lunedì i rivava. Alora avevo da resentar la roba mi che c’avevo quatordesi, quindesi ani, quatordesi ani avevo, a resentar la roba, ho dito:’ ma vai in Miduna’ che la Miduna l’era più lontan, vai lì, vegno su col careto e el cesto dela biancheria che devo lavar, gnanca rivada sul cancel el, [clears throat] el torna indrio un aereo, ferio anche quel e l’ha mollà sette bombe sul crocevia Mario, lì della casa dei miei, cascade tute sul crocevia, tute, el vardi, su un tre metri quadri, tute le sette spolette, e le sette spolette le era cussì e le’veva una vide, le aveva una elica e una vite, tute sette lì l’è cascade. L’è passade per sora la casa, el vardi, i portoni de una stalla che non se aveva ben, chei faseva cussì, il demonio, passate ste sette bombe qua sora. La domenega iera sta piova e se gaveva i pantaloni de mio fradel che quel l’è encora al mondo, mi tuti cussì sula finestra, i ciappa il sol perché se andava via quella volta, se se bagnava, e alora i meteva, sera el balcon che se sugi le gambe de le, le aveva quattordici busi le gambe dale schegge, perché l’è cascade quante sarà, dosento e cinquanta metri, tresento da casa arrivar quà so dove che l’è, adesso presso po’ [unclear].&#13;
MDP: Sì, sì, sarà, quattrocento metri.&#13;
SML: Alora l’è cascà sette bombe, sei l’è scoppiade, e una no. Facio, quele scoppiade non era dirompenti de qua, l’era quelle che l’è andava soto, e che i veva, da bombardar non so dove mi per l’Austria, la Germania, non se sa dove. I resta una de scopiar, alora ciò andavi, finio, finio l’alarme perché i cessava l’alarme quando che l’era finio, il buso che l’endava soto quella che l’è scoppiada alle undese de sera. L’era fatto, gnance un buso, el segno che soto l’era qualcosa. L’è scopiada alle undese de note, quella bomba lì. L’ha fato un buso che l’era andada soto e tanto, che stava dentro sta casa quà. Ge digo un lavoron de sta bestia, de sta bomba. Anca lì go ciapà paura e dopo non son più andada a lava là perché me pareva sempre che li beve sule spalle da...&#13;
MDP: Sta qua non scoppiata era caduta nella, su quelli che andavano a lavare alla roggia&#13;
MDB: Sì, perché se andava in Miduna a lavar e dopo in continuo i caccia sul ponte della Meduna coi fioi cussì se capiva se no. Dopo go ciapà paura un’altra volta. L’era sempre un sabato, iera sta piova, i nostri omini, mio papà, me xio, Federico, Giorgio, ti non li ha conosè, sì, Federico, i andava dai xii Gardonio l’ultima casa della Miduna, era che l’era là il trasferimento co pioveva, co l’era la neve, noialtre femine sem a casa che a sabato se puliva i seci de rame, se puliva i cuciari che quela volta ieri i cuciari de oton non iera quei de aciaio de adesso, i quei dei oton i vegniva lustri come. Sentin su la strada un toc-toc drio la casa che la vien avanti che la portava al ponte del Meduna che l’è quella de adesso, un toc-toc de cavai, i feri dei cavai, l’era un caro fat a scalera con quattro cosacchi e quattro cavai. I cosacchi, qua non ghe iera tanti, ma verso, coso, Tolmezzo, i iera tanti cosacchi perché quela volta i ghe aveva promesso che se vinseva la Germania, il Friuli ge lo dava ai cosacchi, a quela gente lì. Era tre ansiani col colbacco, quella non me ricordo e un giovane, non l’aveva niente in testa, un bel fiol zovane. Alora i vien dentro, ciò xè tute femine lì, e se iera quattro, cinque, io non so quante femmine, iera e i domanda fien per i cavai. Allora mia cugina zovine, che l’aveva il marìo soto i inglesi e dopo de Roma, la fa per andar su per la scala, ma: ’no, no,’ el ga dito, ‘faccio io’, e andò su i russi. Adeso te toca darghe quel che i vol e no dir basta e invece i se accontentà de poca roba. Alora el zovane, prima che cominciar a portar fora el fien sul carro, el me fa a mi, me par ancora de veder sto dio qua, sto: ’tu, sposata?’, ‘no’ go dito, el se gira col fien per andar fora sula strada gaveva de andar fora che iera sconto o ciapà de corsa, son ndada là che iera i omini: ’vigni che è i cosacchi, vigni che è i cosacchi’, non podevo nianca respirar co son rivada, per i campi per andar là dai miei xii. I vien a casa de corsa, cosacchi non iè più, i iè dito i è andadi so verso e la zò se vedeva verso il ponte del Meduna allora me xio che era un cazador [unclear] e ghe fa la tira per dove che i va. Cari miei, dopo un po’ che iera andadi zò sentin mitraglia par quà, mitraglia par de là, non se sà se li ha avertidi, sia rivadi per combinazion i picchiatelli, i li ha copadi i cavai e anca omini, tuti sul guado che non ‘ndava il ponte quela volta perché l’era disagià, caminava su l’acqua chi’veva fato il cimento soto aposta, camion tuto, il meso che ‘ndava su verso Udine, i li ha copai tuti quattro, militari e anca i cavai. E alora noi altri mi xio sò par là, chissà se, xio Bebi, ti non te lo gà conosù, no, a l’era un cugin de mio papà, [unclear] assieme, bon, ciapà paura [unclear] non se sà sì sì perché l’era poca distanza in linea d’aria eh, anca lì gà ciapà tanta paura, mi gò ciapà paura anche par i cosacchi, perché i fioi non [unclear] con le femmine, sì quella volta. E dopo coi bombardamenti in continuo, in continuo, che il lunedì iera infallibili, quarantanove, un po’ piu grandi, un po’ piu’ picoli coi quarantanove, lontan, i luccicava co l’era el sol, in quarantanove fin che te li vedeva, e dopo i vegniva zò per Casarsa, e bombardà Casarsa, dopo, dove anca, quà a Pordenon, quà a Pordenon i ha bombardà, sì, verso la stazion, che l’era, e suo pare l’era Romanin amico de mio suocero qua, el diseva, vegniva su le nuvole bianche, guardà feminis quanta lana da filare che l’è lì a Pordenon, se vedeva, eh se vedeva le, le, quelle de picchiatelli anca co iera sette bombe e dopo l’era quel de note che non ne lassava dormir. Eh cossa ghe dixeva lì, el, [sighs] el meteva zò manifestini, el vegniva basso, el passava per sora le case che el feva quel rumor, meteva zò fasci de bigliettini, na volta la metto zò, ‘io sono Pippo, aviatore, no, Pippo, cose, di notte, di giorno lavoro e di notte faccio l’aviatore’, l’era, tute robe in rima chel’meteva zò, anca quel el faseva dano e se l’vedeva un lustro, lì che vedeva il lustro, l’meteva zò e noi eran qua a passar le grave [unclear] gà ciapà tanta paura. Dopo queli de notte anca non le andava veder, se andava sulla stalla perché quella volta là era là el posto. Una notte i vien, i bombarda el Ponte della Meduna e i meti zò i bengai prima, bengai iera dei tubi cussì de acciaio che’i feva il foco e i aveva el paracadute di pura seta che mi andava a veder per ciorli su e l’aveva zà ciorl su il moroso de na mia cugina, bon. E vara, l’era sul nostro cortile te podeva infilar un ago dal lustro, te vedeva le pallottole che le se incrociava ch’i bombardava come, perché il ponte del Meduna l’era su una casa lì dove che l’è el sotopassaggio, ades xè soto prima l’era da sora, appena del sotopassaggio l’è una casa non so cossa che l’era una volta che, e la stava una cugina nostra, e i aveva lì, su quel caseggiato lì, quaranta carabinieri e i faseva tre turni de guardia al Ponte del Meduna perché che’l non andassi i partigiani a farlo scopiar. I si è accort e li è andadi a bombardar là il ponte ma per fortuna non i ha fa danno per i militari. Ben, noialtri con quei altri il suo da far. De not l’era stà la piova sentin un caval che veniva su dal Ponte del Meduna e iei i partisani che col fusil i ciama me xio. Mi e me cugina, andavo a dormir con mia cugina mi, quela che gaveva il mario soto i inglesi. [unclear] ‘chiudete quella finestra altrimenti vi sparo’ mi ho riconoscu la vose des to individuo l’era un ciarlatan. Veniva zò me xio: ‘chi è quel lazaron che me clama per mi nom, el me punta el fusil in mies, fra le sfese del cancel’ ‘aprite’, i verzi, l’è un caro de roba, no i vestiti di carabinieri, ma tutta la, tutto quel che i veva, coverte, i aveva quaranta coverte da casermaggio pesanti, de lana, bele, nove, aveva quaranta de [unclear], alora i porta sù la stala, me papà e me xio, ‘va, va, faghe la tira’, paura, fatege dir cossà i fà, tira fora sula stala invece iera, par furlani e va aiutadi portassi il basco che queglialtri e uno lo butti, te me capisi che parlo cussì? sui pedai di Murans che si andar zò dove che io doveva de andar, aveva dei murari grossi cussì, e barba el dis, ‘so io de sentinella’, l’era un furlan, e arrestadi in quattro ore. Passo la roba, i vestiti, le biancherie, tutto, e i aveva una velocità [unclear] de cursa e una trovà un orologio el saveva che la iera in qualche parte ‘mi ho ves che’ e me a fa, sito, mi o dit niente, e dopo i continua a portar, i metter sui sacchi ste coverte, i le porta zò sul bosco, mi e me cugina a portarghe merenda, mezogiorno e cena per una settimana. Allora un giorno vai zò, go dito adesso [unclear] e dito, giovani, ho dito me de un do siole de quelle lì da farle, i aveva un tascapan de siole decorà ma de quele ma le iera cussì striche non ritagliade che o dito a un mio parente che me fa far un par de sandali. Sì sì, ga dito, ciapa, me le ha date, ho fato i sandali che ho portato anche quando son sposada coi sandali lì. Bon, e dopo i passav, i me ha dato una siarpa, di seta blu, che, e l’aveva delle mezelune sormontade, una meza bianca e una gialla, di seta, a mi che me piaseva cusir, far ste robe qua, me mete per far, el papà: ’scondighe la siarpa che i non si vie qualchedun dei carabinieri che la conossi’ e scondi la siarpa eh, non te pol tirarla fora. Al giorno dopo voio de andar a Pordenon, son andada pel ponte della Meduna e l’è el comandante al braso de una signorina sulla strada che il feva tutte le smorfie. Poi fai i lavori che non so cossa xè de far, torno a casa e ghe dighe, ‘savè che gò trovà el comandante con la signorina là, non li rivedo lì sul cancell!’ Ho dito, l’ho vista, ho dita, a spasso, ho dita, dalla parte là dei carabinieri, Eldis, non è mica mia moglie, neanche la mia fidanzata, Eldis è una partigiana come noi, e allora siamo andati a spasso per far vedere che lori iera do innamoradi, si andava a veder le voci. Perché sa tu dove che iera, [unclear]la vizin de dove xe deso il centro del Meduna che l’é quella casa vecia de contadini?&#13;
MDB: Um hum.&#13;
SML: Lì da quella casa lì una mattina ia trovà un carabinier in mutandine [emphasises] che i gaveva portà via tutto! Tutto i gaveva portà via! E insomma, gavea portado a magnar, dopo ghe domandar la siarpa e me l’ha data e ho portato a casa quella. Dopo cossà avevi che, ah, i veva un tascapan de prugne secche, ho dito, ‘cos fe’ voi de quella roba lì, dame a mi anche un po’’, i ge domanava a mia cugina, la me diseva: ’a ti te da e a mi non me da nui’ ma dopo quando sem a casa magnassi assieme. Ma anca lì gavemo avudo el nostro da far e dopo i è vegnudi a ciorli, a ciorl la roba. Un qua da Cordenons, pueret, el aveva el papà e do xii, no ansiani, iera i genitori, mandar un toset a disdoto anni col caval a ciorl la roba e menarghe su la roba in montagna che mio papà dopo il ghe ha dito suo padre :’ara che te ha gavudo un buon coraio mandar Toni Fantin’ quel era venuto a ciorl la roba per portarla in montagna e invece le armi chi aveva i carabinieri li aveva sui sa che portava la roba lì de noialtri e i andava su in montagna coi sacchi e le armi chi doveva portar via. Dopo anca tanta paura non solo di aerei di partigiani perché là sò i partigiani li ha fat, mi lo dighi a tuti, i partisiani sò per là i varà fat a po’ no. Allora, [sighs], me par de sofegarme quando che parle dei partigiani, &#13;
MDP: [unclear]&#13;
SML: I è scampadi, petta come se, non so, prima de rivar al ponte, a destra che l’è quel capannon iera accampadi lì e a sinistra che l’era i terreni de e una volta le iera la fornace lì e i aveva dove ch’i giocava sulla creda e dopo i aveva dei cumuli cussì che noialtri fensi le legne e, i va a accamparse lì, i vien a dormir sula nostra stalla, de note passava la pattuglia tedesca perché se la sentiva parlar, e noi altri si viveva lì. Lì aveva il deposito de, ‘eh doman andar a Pordenon a sequestrar tizio, caio’, allora me papà la mattina buon ora via de corsa a Pordenon, va là de quelli: ’ste attenti che i partigiani’. [sighs] Dopo el vien la disfatta, i ha le armi, i le sconde, ti non te sa là che stava la Maria Egidio, dentro la, l’era in autunno chi aveva taglià il sorgo da far le scove, era mietu cussì li sotte, ala domenica per i fioi, i trova le armi cominsia a sparar. L’ultima casa de Gardonio aveva una pompa artesiana che nissùn sa da dove che la vegniva, la buttava cussì, bassa, e l’era lì mi sia e una sfolata che suo fradel lavorava, l’era impiegato in cartiera, sbassarse perché le pallottole ghe passava per sora. Allora quei de Gardonio là iera andadi via ga dito portè via quelle armi ma non se sa dove che i le gha portade. I le ha portade lassù i diseva de Giovanni Pez del casell che vien zò l’acqua di sera, del Meduna che vien zò l’acqua del canal, vien el 18 di gennaio del ’45, sì, una cugina mia che la ga avù una fia, i me a dit, se andai, i me ga dito, ‘varda che la [unclear] a avù una bambina’, alora bon vegno sò a casa contenta a dirghe col sac de la farina sulla cosa. Co son sulla sponda del canal lì della cartiera, l’è il camion dei cosi, delle camice nere e mi, el comandante de Pordenon el se ciamava, bon, le me pensi, e lo conosù, e vai zò, man man che andava zò trovava sempre camice nere, arriva sul crocevia lì, che vien sò per la nostra strada quei altri che andava zò per, i miei parenti per andar in Meduna e l’è un me zio dalla parte de mio papà, li gà [unclear] iera cussì e ghe, l’era la neve intera, i ghe sparava una volta da una parte, una volta dall’altra le camice nere, che ha da dirne dove che iera i partigiani, dove che l’ha le armi quello el aveva tanta paura, nol saveva nè dei partigiani nè delle armi, ‘non so, mi non so’, il ghe diseva, ma i continuava. Allora mi mollo i carell drio la strada e via de corsa là dei miei, iera de Gardanio perché giera sta la piova e la neve, via de corsa. làla è la sfolata che la iera la morosa del dottor, ginecologo de Pordenon, che l’era quel rinomato, ’Anna, ah lei è il tenente Colombo’, Colombo se ciamava, tenente Colombo lassù del, che l’fa, cossa? Me ciapa la bicicletta che iera sol che le rode quel del moroso che vegniva a trovarla. La va sù e la ghe disi cossa fa tuti qua? Vergognite, va via de qua! Che per sta gente qua, son responsabile mi, le armi le iera, varda là che l’era, dove che l’era le armi. Adessi le portava via e non savessi dove. El fila e va via. Va là su de Giovanni Pes che disevo noialtri che l’era un cugino de mio suocero qua, l’era lui e suo fiol, che suo fiol l’era un partigian de quei che. Ma go ciapà tanta paura, col camion i andadi sù, le pale i veva, i saveva tutti, le camice nere, i ga dito, ades vegni qua, vedè de tirar su quei tre morti che ve sotterrà qua, l’era un tedesco e do italiani ma de quei, no de qua, no iera, i ha fatto tirar su i morti che iera soto e fati caricar, el dis, el fiol, el gaveva paura, [unclear], il giorno prima se vignudo me papà perché mio papà l’era el padrin de cresima, ah santa quanta paura che go ciapà ieri, pensè che mi meti sul camion con mi con lori, e xè andadi via coi tre morti le camice nere e dopo i rivadi qua che i vegnudi su i americani e stada tutta un’altra roba.&#13;
MDB: E durante gli allarmi come si sentiva quando suonavano le sirene?&#13;
SML: Ah, vara, non te saveva. Intanto se te iera per i campi te doveva vegnir a casa. Una volta se men trovà con una fila de bestie in mezzo ai campi, fortuna che l’era un fosso per scolar l’acqua perché la sò iera argilla e ghe voleva da scolar l’acqua. Andar sotto le piante, sotto le vide tutte ste bestie ma lori le vedeva lo stesso, ma li aveva altri obiettivi, per loro, i ndava sui obiettivi mirati dove che i saveva, diove che iera. Quando ge sonava l’allarme? Te prego che non. A me sorela, quella che l’è morta pel par che l’è do anni i ha fa perder un anno de scola perché non era possibile mandarla a scuola e de note sonava l’allarme e iera da menarla sull’ultima casa là dei nonni che l’era sto foss che lè ancora là, un fos cussì, allora i l’era midù, tutti travi unidi, e i aveva coverto un tocco de fosso, e sovra i aveva midù sacchi dei sabbia in modo che se cascava anche bombe piccole no, non le vegniva sempre sul fossal, ha portarla, sempre, la zò. Sul fienil vigniva tre, quattro de lori, il dottor Moro, quel, quel che l’è&#13;
[phone rings]&#13;
SML: Allora de note l’ha portà in fossal allora il vegniva il dottor Moro che l’era sul fienil che el vegniva zò a dormir tute le sere qua zò perché l’era sta rastrellamento anca, ai 23 de luglio, petta, i 8 settembre l’è sta la division che il re l’è partì lu e so fiole, ma iera a Napule e dopo l’è vegnù, el fronte l’è vegnu a Roma e dopo de Roma, Cassino. A Cassino l’è stat otto mesi che mi scoltava el bollettino de guerra, dovevo andare ogni sera a comprare el giornal della sera per me e papà. El leseva el bolletino de guerra metevimo tutti da parte tanti, dopo xè rivà mia sorella, ella ga buttà via tutto e la mia cognada. Mi scoltavo sempre el bollettino di guerra. El fronte l’era a Cassino che l’ia buttà zò el coso de Cassino, de San Benedetto, perché i pensava che dentro fossi stà tanti tedeschi inveze ge n’era pochi, iera un pochi de polacchi e basta, non l’era tanti militari, otto mesi l’è stati avanti indrio, finché dopo l’è vegnu che la Germania, el se gà ritirà i tedeschi, iera vegnudi su queglialtri. Dopo cosa gavevo de dire ancora?&#13;
MDP: Come ge sonava gli alarmi? Te stavi disendo?&#13;
MDB: Sì, quando suonavano, quando suonava gli alarmi, che vi nascondevate nei fossi.&#13;
SML: Ah, lì sì nei fossi finché non cessava. Perché i dava il cesso allarme anche de notte. Ma quella volta i n’era qualche gruppo che l’andava sempre su, sempre su. Il a bombardà anche il ponte del Meduna, sì, anca de note, anche a Pordenon i gà metù qualchedun quà de note, verso la stasion perché i tentava, ehm, i posti dove ch’i fermava le fugite, sì, e lì tante volte mi e me sorelle e far perder scola perché non era possibile mandare a scola, ella con la paura che l’aveva.&#13;
MDB: E i vostri genitori che cosa vi dicevano per, quando c’erano i bombardamenti?&#13;
SML: Cossa? Ste dentro, non ste andar fora. Eh, i bombardamenti, l’era, ma più de tuto non l’era, qual’è stato il danno de quei due offesi aerei, ma il resto l’era il passaggio che i ndava sù, de qua e tornava zò verso Casarsa. &#13;
MDB: E i picchiatelli, come mai li chiamavate così?&#13;
SML: Perché i picchiava. E i picchiatelli iera bianchi, contro il sole l’era una freccia che la brillava che iera tre, quattro alla volta, se vedeva quattro bombe coi picchiatelli, coi feva cussì mollava le bombe, se li vedeva a corona, le iera picade una drio l’altra.&#13;
MDB: Bene, io la ringrazio per questa intervista.&#13;
SML: De quel che go potuto dir, mi no. Date ho poche date.&#13;
MDB: Ah ben, le date non, diciamo che non solo quelle che importano, importano le sue impressioni. &#13;
SML: Vara, tanta paura, tanta. Son stato anche de quei che i è stadi offesi più de quei che dopo, dopo se gà ciapà l’abitudine chin dava su, l’era anca na abitudine vegnuda, noi faseva danno qua ma quei chi iera offesi, eh sì.&#13;
MDB: Bene.&#13;
SML: Iera offesi. Posso offrirghe?</text>
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                <text>The interviewee recalls wartime episodes in Cordenons and the Pordenone area. She mentions aircraft en route to Austrian targets contrasted by anti-aircraft fire, while she was taking shelter in a ditch, and remembers the bombings of Casarsa and the Meduna bridge. She recollects wartime episodes: bombs falling in a courtyard and killing a young boy; four Cossacks on a horse-driven cart asking for hay to feed the horses, and her worries about the men harassing women; Pippo flying at night and dropping leaflets; hiding men in the barn house during roundups; her uncle being questioned by fascist militia on partisan whereabouts and weapons depots; Carabinieri guarding the Meduna bridge; collecting the silk parachute of the flares.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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&#13;
The collection was catalogued by IBCC Digital Archive staff.</text>
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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              <text>AP: Sono Alessandro Pesaro e sto per intervistare il dottor Marco Pederelli. Siamo a Milano, è il 12 dicembre 2017. Grazie dottor Pederelli per aver acconsentito a questa intervista. &#13;
MP: Pederielli.&#13;
AP: MI perdoni. La sua intervista registrata diventerà parte dell’archivio digitale dell’International Bomber Command Centre, gestito dall’università di Lincoln e finanziato dall’Heritage Lottery Fund. Grazie per aver acconsentito a questa intervista. Mi parli per favore del suo ricordo più antico, dei fatti più remoti che riesce a ricordare. Potrebbe essere un ricordo legato alla sua famiglia, ai suoi genitori o alla sua prima casa.&#13;
MP: Beh, il ricordo più antico, sicuramente ricordo di quando mio padre ci portò a vivere di fianco all’aeroporto di Linate in una villa a Peschiera Borromeo. Perché mio padre era un ufficiale dell’aeronautica, tenente poi diventato capitano che aveva militato nell’aeronautica da quando aveva vent’anni e fece una ottima carriera essendo entrato come aviere. Per cui, quando io non ero ancora nato, siamo di origini emiliane, Cento, provincia di Ferrara, la patria del Guercino, del pittore Guercino e mio padre fece questa carriera molto buona e andò a seguire tutte le guerre, le guerre di conquista che fece l’Italia negli anni ’30 in sostanza. Dunque Abissinia, dunque Somalia, Eritrea, queste guerre dove lui era rispettivamente capitano, maggiore, sergente maggiore, piuttosto che maresciallo prima di diventare ufficiale. Io non ero ancora nato perché sono nato nel 1938. Questo è molto importante perché 1938 è l’anno in sostanza della dichiarazione di guerra dell’Italia agli stati, agli alleati in sostanza, no? E, e allora in quel momento lì effettivamente mio padre venne mandato prima a Padova poi, no prima addirittura a Palermo quando ancora non, non aveva, non era stata invasa la Sicilia dagli americani insomma per cui stemmo a Palermo, poi a Bologna, poi a Padova e alla fine proprio nel diciamo, nel 1941-42 appunto ci trasferimmo a Peschiera Borromeo, vicino all’aeroporto, all’aeroporto Forlanini, all’aeroporto di Linate. E mio padre dunque comandava questo gruppo che faceva, che comandava tutto l’aereoporto e aveva trenta, quaranta avieri che lavoravano per lui all’aeroporto eccetera. E io ero così piccolo da, addirittura mi ero, mi avevano fatto una divisa, una piccola divisa da aviere e allora il mio primo ricordo è una volta che io, arrivò mio papà, vestito da ufficiale e io cantavo una canzonaccia dei soldati. Allora lui mi fermò e mi disse: ‘Marco, non hai salutato il tuo comandante. Ricordati che tu, che io, prima di essere tuo papà, sono il tuo comandante’. Allora io mi misi a piangere disperatamente, corsi da mia mamma perché appunto avevo ricevuto il primo, la prima, il primo, diciamo sgridata da mio papà, in sostanza, ecco. Questo è il ricordo più vecchio che ho della guerra. Poi arrivò il, sostanzialmente l’8 settembre, no? L’8 settembre come tutti sanno ci fu la, il voltabandiera dell’Italia in sostanza, no? Per cui tutta la parte sud dell’Italia era già stata invasa dagli americani, c’era, c’era sostanzialmente l’ordine che diede Badoglio, personaggio disastroso per, addirittura avevano, gli inglesi e gli americani avevano coniato un termine: ‘to badogliate’. Non se lei lo sa, ‘to badogliate’ vuol dire tradire in sostanza per cui anche i nostri nemici, cioè gli anglo-americani non capivano come fosse possibile avendo una, avendo degli alleati tedeschi chiudere così, senza nessun accordo, col re che è scappato come lei sa in, a Brindisi e con tutto, con tutto il disfacimento totale dell’esercito italiano per quello che poteva valere, perché per un po’ di tempo sembrava che l’Italia avesse una, addirittura Churchill era abbastanza amico di Mussolini, aveva cercato disperatamente di evitare che entrasse in guerra, mi pare, qualche cosa di questo genere almeno. Per cui a quel punto lì quando arrivò l’8 settembre del 1943, 8 settembre ’43, noi dovemmo lasciare la villa di fianco al. Mio padre, diciamo che non scappò ma non volle più continuare in questa situazione perché i tedeschi da una parte gli dicevano: ‘Ma, se non vieni con noi, se non ti iscrivi alla Repubblica Sociale Italiana, noi ti portiamo in Germania, caro Pederielli’. Erano amici e io mi ricordo anche di pranzi dove sono andato a cena con gli ufficiali tedeschi, ero un bambino piccolissimo, vagamente mi ricordo. E così sostanzialmente ci trasferimmo in una cascina dove c’erano anche i topi sulle, che era vicino all’aereoporto e i tedeschi sapevano dove era mio papà e ogni settimana gli dicevano: ‘Allora, vieni o no?’. E finalmente mio padre disse: ‘Va bene, d’accordo, sono anch’io nella Repubblica Sociale Italiana ma tanto aereoplani  non ce ne sono più in sostanza. Non c’era più niente, lui non, l’Italia era completamente, negli anni, alla fine del ’43 l’Italia, anche le fabbriche del Nord Italia erano praticamente quasi finite insomma non. E continuavano i bombardamenti, bombardamenti degli alleati e sappiamo il famoso estate del ’43 dove Milano fu praticamente distrutta. Si salvò fortunosamente il meraviglioso Duomo di Milano ma tutto il centro di Milano che adesso è una delle cose più belle che si possano vedere, a Milano, in Italia sicuramente Milano è diventata la città più affascinante, più perfetta che esista, tutto funziona, a differenza di Roma, tutto è perfetto, la moda, l’alimentazione, sono, è una città strepitosa ormai Milano. E ecco e per cui praticamente questa situazione noi andammo. Dopo un po’, essendo mio padre entrato come ufficiale nella Repubblica Sociale Italiana, lui non voleva nessuna carica perché era troppo brutto il discorso di dire: ‘Ma tu stai dalla parte del giusto o dalla parte del sbagliato?’. Lui credeva di essere dalla parte del giusto perché aveva giurato per il re, aveva giurato per tutto, aveva fatto una carriera di vent’anni entrando a diciotto anni eccetera e invece quelli che venivano dal sud, per caso incontrava perché si poteva ancora passare la Linea Gotica così, gli dicevano: ‘Ah, ma tu sei dalla parte sbagliata’. Certo, loro erano dalla parte giusta perché erano, c’erano gli americani ma non perché loro avessero delle cose. Per cui sostanzialmente mio papà aveva abbandonato l’attività e si era dato all’insegnamento delle marconiste, quelle che dovevano, e aveva una sede dove c’è adesso la Malpensa, mi pare. E lui faceva questo lavorino insomma, andava in bicicletta a fare questa cosa con, questo glielo racconto perché poi le da anche un episodio, c’è un altro episodio, un altro piccolo episodio un po’ particolare. Sostanzialmente mio papà scelse di andare a vivere in una villetta a Gorla, che è una piccolissima, era una piccola frazione di Milano, che è su Viale Monza, sulla via che porta a Sesto San Giovanni, molto vicina alle fabbriche di Sesto San Giovanni che erano sostanzialmente tutte distrutte ormai, non. Diciamo che alla fine del ’43 la Pirelli, la Breda, la Fiat, la Isotta Fraschini erano ormai distrutte, non facevano più niente sostanzialmente, anche i tedeschi. Poi c’erano già i partigiani dentro alle fabbriche che facevano attentati o facevano delle, per cui non  funzionava più niente in sostanza. Allora cosa successe? Che noi andammo a vivere in questa piccola villa e io avevo cinque anni, esattamente cinque anni ma sapevo già leggere, scrivere, tutto. Allora mia mamma mi disse: ‘Ma, peccato che cominci, che vai a scuola, che ti insegnano a fare le aste, vai e cerchiamo di farti fare l’esame, entra in prima quando tu avresti dovuto, quando tu avrai sei anni, in sostanza, andrai in seconda.’ E questa fu la mia prima fortuna perché io andai, quando avevo, sono nato in luglio, quando avevo sei anni e tre mesi, andai, mi iscrissi alla scuola di Gorla. Mio padre venne a vedere com’era, anche questo me lo ricordo benissimo, il rifugio della scuola di Gorla era una cantina, una cantina puntellata che quando papà la vide disse: ‘Ma qui cade una bomba, muoiono tutti.’ Però non c’era altro da fare. E così arrivò appunto il 1944, poi è l’anno cruciale perché è lì che si fece poi la fine della guerra sostanzialmente per noi è il 25 aprile del ’45 in sostanza, quando anche questa parte d’Italia viene presa dagli americani e dai partigiani che poi diventano numerosissimi perché tutti abbandonano il fascismo eccetera eccetera e non esiste più il fascismo ma il 25 aprile fu la data del 1945, no? E allora, in pratica, passo a parlare di cosa successe quel giorno. Allora, quel giorno successe che questo piccolo bambino che non conosceva ancora i suoi compagni perché non avevo fatto la prima per cui dopo cinque, sei, sette giorni di scuola non conoscevo i miei compagni di classe, non li conoscevo ancora. E andai in questa scuola che era appunto circa cinquecento metri da casa mia,  da questa casa che avevamo affittato. Allora successe che i, andai a scuola regolarmente, accompagnato da mia mamma e verso le undici arrivò un’allarme, il piccolo allarme si diceva così quando era un piccolo allarme. Allora tutti i bambini vennero messi in fila per scendere nel rifugio e anche noi che eravamo in prima, che eravamo in seconda, le prime, le seconde, scendevamo per primi perché poi gli ultimi invece erano gli ultimi, anche la quarta e la quinta classe che erano i più grandi, magari qualcuno si è salvato, successo così. Però cosa successe? Che io scesi le scale, scesi le scale e quando fui davanti alla porta d’uscita, quando fui davanti alla porta d’uscita mi ricordai che mia mamma in un giorno bellissimo mi aveva dato un cappotto, un piccolo cappottino. Allora lasciai la mia classe, risalii le scale che la mia classe era la secondo piano, presi con una certa fatica il cappottino e ridiscesi le scale. Erano le undici e quindici. Undici e quindici scoppiò il grande allarme per cui tutti andarono in rifugio. E il bidello non faceva uscire, prima non faceva uscire nessuno ma quando arrivai io aveva aperto la porta e basta ormai erano tutti in rifugio i bambini. Io vidi la porta aperta e corsi fuori. Corsi fuori in questa strada, c’è una piccola strada con una cascina, era ancora molto, di fianco al fiume, il naviglio, che è un fiume che c’è, un piccolo fiumiciattolo e di corsa, io che non ero mai andato senza mia mamma, era sempre venuta a prendermi, l’ho, ho cominciato a correre verso casa che sapevo più o meno dov’era. Vidi chiaramente gli aerei e sentii dei rumori spaventosi, cominciavano a buttare le bombe, vidi, vidi proprio fisicamente le bombe che cadevano. Fisicamente le bombe, e rumori spaventosi che mi sono rimasti nella testa. Vidi chiaramente, vidi le bombe che cadevano, una cosa incredibile. E di corsa, di corsa, non è vero che cadevano da duemila, tremila metri, cadevano, erano molto basse queste bomba insomma [unclear]. E allora di corsa arrivai, dopo duecento metri di corsa davanti alla chiesa, c’era una chiesa lì, c’è ancora una chiesa e per fortuna davanti alla chiesa c’era un negozio di un droghiere, di un, una drogheria, un piccolo supermarket si direbbe oggi e il padrone mi conosceva, m’ha preso e dice: ‘Ma dove vai? Vieni, vieni, andiamo in rifugio, ti porto in rifugio.’ E allora, mentre mi diceva così, scoppiò una bomba davanti alla chiesa, sul sagrato della chiesa ma io ero già dentro all’edificio e finì del, finì nella cantina insomma dove avevano attrezzato una, un rifugio, piccolo rifugio. Che non cadde, non cadde niente e semplicemente questa bomba fece uno spostamento d’aria tremendo per cui quelli che erano rimasti in strada morirono, furono schiacciati dalle, dalla. E io mi salvai e quando finirono, perché subito a questo punto alle 11.45 finì tutto insomma, no? Una polvere immensa aveva coperto tutto questo quartiere che era un quartiere un po’ popolare con delle case, anche delle case popolari eccetera, caduto dappertutto, Viale Monza era completamente. Tant’è vero che mio padre, allora io arrivai, io uscii e cominciai a correre verso casa perché l’allarme era finito. E vedevo delle bombe, anche delle buche enormi perché c’erano anche molti campi in questa zona. E finalmente vidi mia mamma che in un, veniva, attraversava un prato per venirmi a prendere e così io, io l’abbracciai e andammo verso il rifugio che avevamo a casa nostra, che era un bel rifugio ben attrezzato. E lì cominciammo ad avere sentore che qualcosa di spaventoso poteva essere successo perché quella zona non era stata, circa cinquecento metri non era caduta qualche bomba in un prato, in un prato ma non. E allora cominciammo a vedere, ‘Ma sei tu e gli altri? Dove sono gli altri bambini?’ ‘Ah no, ma io sono uscito prima, sono uscito da solo’. ‘Ma come? E mio figlio, mia figlia dov’è?’ ‘Eh, sarà ancora a scuola, sarà andata in rifugio’. Dunque momento di, tragico perché i bambini morti sono duecento per cui erano, ogni casa aveva come minimo due o tre morti, due o tre. E allora, però non si sapeva niente. E nel mentre mio papà che aveva, che aveva il suo ufficio più o meno da queste parti mi pare, non so, un ufficio qualsiasi per dove facevano, addestravano le marconiste non era più all’aereoporto ma era. Aveva visto questa nuvola di fumo così e allora in bicicletta è andato, è arrivato fino in Viale Monza e l’hanno fermato, hanno detto: ‘Ma dove va? Dove va?’ E dice: ‘Vado a casa perché’. ‘Ma lasci stare perché sono cadute tante di quelle bombe su Gorla e su Precotto che la strada, l’altra zona vicino a Sesto San Giovanni, che è tutto distrutto’. ‘E i bambini, i bambini?’ ‘I bambini non sappiamo ancora ma non’. Allora lui arrivò dove c’è la piazza dove era tutto silenzio e lui non si rese conto, tutto saltando da un, da una maceria all’altra, silenzio. Allora arrivò, dopo un poco, in bicicletta arrivò nel rifugio: ‘E Checco, Marco, dov’è?’ ‘Ah, è qua, è qua.’ ‘Ma e gli altri?’ ‘Ah non so, saranno ancora’. ‘Ma’, dice, ‘Io  non credo che ci siano, saranno usciti prima’ perché c’era un silenzio meraviglioso dunque. Insomma dopo un poco cominciarono a dire: ‘Ma, no ma, i bambini sono sotto’. E allora lui si vestì così [unclear] e andarono anche lui a, andò anche a lui a cercare di aiutare a tirare fuori i bambini ma si resero conto che i bambini erano tutti morti praticamente. Perché la bomba, una bomba o due bombe, erano cadute esattamente nella tromba delle scale e avevano ucciso duecento, centonovanta bambini. Se ne erano salvati circa una ventina, che magari erano usciti prima, io l’unica persona che qualche volta vedo è un, qualche volta ho visto cercandolo, è un certo Francescatti che fu proprio travolto e si, un braccio, rimase col braccio sotto e si salvò per, per miracolo insomma, no? E anche un, ebbe anche un grosso problema agli occhi ma è ancora vivo e l’ho incontrato un giorno e ha fatto la sua vita normale eccetera eccetera. Per cui sostanzialmente questo è stato l’episodio clou del bombardamento. Poi queste cose sono vere nel senso che erano trentasei aerei americani che erano partiti da Foggia, dal sud, erano venuti su, avevano bombardato e poi. Le voci sono strane. Io ho letto da qualche parte che temevano di non avere più carburante per ritornare per cui quando sono arrivati qua, dopo poco hanno visto che non avevano più carburante e hanno buttato giù tutto dove capitava eccetera eccetera. Questa è la cosa più probabile. Ma anche qui c’è una frase di questo genere dove dice, ricevettero un ordine dal comando supremo di sganciare le bombe qualsiasi e questo falso nome di questo personaggio che non era lui perché, comunque il nome è Stew [o Steward?], qualcosa del genere, del comandante in capo si stupisce molto, dice: ‘Ma perché buttiamo le bombe giù adesso?’ Ma è un ordine del comando generale e buonanotte. Comunque lui era americano infatti qua si vede che è un, è un americano che vive nel New Jersey e che scrive alla sua bambina, dicendo: ‘Ah, andiamo a fare la guerra’, no, era per liberarsi, eccetera eccetera, c’è questa giustificazione che poi sostanzialmente è un po’ quello che diceva lei prima in sostanza, no? Per cui lo facevano di malavoglia, anche loro sembra ma insomma poi dopo lo facevano insomma quello che. Comunque erano trentasei aerei, tra cui fortezze volanti e così, e basta insomma. E poi qui io ad un certo punto dico centotrentasei, in realtà erano trentasei. E aerei che sono partiti da lì dove c’è adesso tutta, in quel libro che le dicevo, addirittura c’erano i nomi, cognomi di tutti, ma era irrilevante quanti fossero, sono. Partivano da Foggia, da un posto tra l’altro molto vicino alla famosa zona del santo Padre Pio [laughs], dove c’è Padre Pio da Pietralcina insomma, dove avevano costruito un aereoporto dove bombardavano tutto eccetera eccetera. Ecco, questo è un po’ l’episodio proprio della guerra che poi ricordo io è questa qua in sostanza. Che dopo io mi sono sentito sempre un miracolato e, miracolato ha condizionato molto la mia vita perché per esempio io quando perdo qualcosa non ho mai, non mi interessa assolutamente perché grazie al fatto che avevo dimenticato, quando dimentico molte cose, pazienza, non gli do mai nessuna importanza perché dico, se l’ho perso vuol dire che forse era meglio perderla che averla insomma, [laughs] no? Per cui questo aspetto. E poi, beh, poi praticamente io non avevo amici lì perché i bambini erano tutti morti quelli della zona e per cui ho fatto il liceo, ho fatto la scuola media più in centro, ho fatto il liceo scientifico dove ormai la cosa. Ma in questi anni, e questo è importante dirlo, non, queste ricorrenze per i primi vent’anni sono state molto limitate. Hanno fatto un bellissimo, non so se l’ha visto, hanno fatto un bellissimo monumento, sono state le famiglie più rilevanti, che si conoscevano, che erano di Gorla, che hanno voluto questo monumento. Hanno portato tutti i bambini in questo ossario che è dentro la chiesa, questi duecento bambini con i loro nomi eccetera eccetera e con le maestre e così. Però non se ne è parlato quasi più per un bel po’ di tempo perché, sì, Milano sì, ma insomma mica tanto, forse solo quelli che avevano parenti, avevano bambini, avevano ma è stata una cosa, insomma un po’ analoga alle foibe diciamo la verità. Perché in fondo c’era il Piano Marshall, in fondo c’erano gli americani. Dirò un ultimo, per darle un’idea, no? Quando arrivarono gli americani a un certo punto, io avevo visto, io, quando stavo a Peschiera Borromeo vidi i tedeschi che se ne andavano. I tedeschi con i loro carri armati che andavano via perché insomma arrivavano poi gli americani, arrivavano, cominciavano i partigiani. Ma poi vidi ancora di più quando arrivarono gli americani su Viale Monza. Quando arrivarono gli americani che successe nell’anno, un anno dopo, no? Il 25 aprile, dunque dopo pochi mesi da questa strage, le madri che avevano perso i figli lì a farsi dare la cioccolata, a prendere sigarette, a tenere, applaudire gli americani. Questo è una cosa che mi colpì in modo impressionante perché insomma voglio dire, avevano perso i figli, avevano perso tutto quello che avevano, non avevano più la casa, non avevano più niente. Però poi gli americani furono bravi perché il Piano Marshall perché, aiutarono il paese a, per cui non si poteva dire che erano stati loro sostanzialmente. Magari si diceva più volentieri che erano stati gli inglesi perché magari gli inglesi erano più antipatici, gli inglesi erano più, sembravano più antipatici infatti. Infatti, questo antipatia per l’Inghilterra, che io non ho mai avuto per la verità, però diciamo che negli anni cinquanta, sessanta, cinquanta forse, sì, negli anni cinquanta, era un, era rimasto un po’ nella testa degli italiani insomma, l’Inghilterra era considerata qualche cosa di, così, non c’era grande simpatia per l’Inghilterra. Poi invece, quando cominciarono, cominciò, bisogna imparare le lingue eccetera eccetera, addirittura io diedi uno, ero il direttore del centro relazioni universitarie con l’estero della Bocconi, accompagnavo su eserciti di ragazze che si dovevano laureare in lingue e che avevano bisogno della ragazza, dell’au pair piuttosto che e allora divenni, divenni un grande, ero un anglofono veramente, conoscevo bene l’inglese, miei amici, anche adesso li vedo, abbiamo un’associazione dei longevi dell’Università Bocconi che sono persone eccezionalissime, allegrissime, lì c’è il, uno che creò proprio un’agenzia di viaggi dentro alla Bocconi per favorire e io accompagnavo le persone su le ragazze, organizzavo i corsi d’inglese all’estero per cui divenni molto amico dell’Inghilterra, andai un’infinità di volte in Inghilterra in treno e. Per cui è cambiato molto l’atteggiamento vero l’Inghilterra. E invece lì, in quel periodo lì era un po’, s’incolpavano abbastanza gli inglesi di questa cosa, era più facile perché Dio stramaledica gli inglesi questa, queste frasi fatte, queste cose qua ecco. Questo è un po’ come si viveva questa, questo dopoguerra, ecco. E poi vabbe, poi dopo a questo punto l’Italia fu uno dei paesi che riuscirono meglio a superare con, all’ONU, abbiamo i nostri personaggi come De Gasperi eccetera che andò là e disse: ‘Io, io non ho altro da chiedere che chiedere scusa al mondo’, eccetera eccetera con il suo cappotto rivoltato senza, era uno dei personaggi che insomma cominciò e così. Per cui questo è un po’ la storia dei rapporti. Io non, non lo so, anche episodi di, ne ho anch’io episodio veramente drammatico per esempio di mio padre che il 25 aprile proprio prima di, prima che prendessero Mussolini e lo impiccassero eccetera eccetera i partigiani naturalmente diventarono, tutti erano partigiani, tutti erano comunisti, tutti erano. E un bel, e lui veniva dalla Malpensa e fecero un posto di blocco qui a Niguarda, c’è l’ospedale Niguarda. E a un certo punto mio papà era in bicicletta, si fermò e c’era un signore della sua età e dice: ‘Ma lei cosa fa?’. Erano tutti lì fermi ad aspettare. E c’era mio papà che aveva un soprabito, e vestito con la divisa. E lui diceva: ‘Io sono un medico. Sto aspettando di andare al mio turno. Un medico qui all’ospedale di Niguarda, proprio qua a cento metri, a mezzo chilometro da qua’. E lui dice: ‘No, no’, dice, ‘io sono un ufficiale dell’aeronautica’. ‘Lei è un ufficiale della nautica?’. ‘Eh, sì’. Perché lui non aveva ancora capito che era finito, che ormai, che erano nelle mani dei partigiani, di quelli che si dicevano tali. ‘Ma vada subito a cambiarsi, a tirarsi via la, i gradi e la divisa lì che c’è una, c’ha magari anche una rivoltella?’ ‘Ma sì, la portiamo sempre’. ‘Ma vada lì che c’è un casottino, tiri via tutto, si metta lì che ne hanno appena ammazzati due ufficiali qua della Repubblica Sociale Italiana’. E mio padre che in fondo non era, non è mai stato fascista, addirittura era un casino per lui perché essendo un ufficiale avrebbe dovuto essere fascista ma lui era sempre riuscito a non avere la tessera perché proprio non. Mio padre all’idea di togliersi i gradi, buttare la divisa in una casottina eccetera e la sua carta d’identità, la sua cosa, lo colpì in un modo veramente grande e a quel punto disse: ‘No, io, basta, non voglio più essere un ufficiale dell’aereonautica, non voglio più’. Poi lo richiamarono e lo misero a Treviso e lì c’era il dopo, dopo qualche mese insomma no? Ma lui nel mentre aveva cominciato una piccola attività a fare le radio eccetera così e un giorno mi portò anche a Treviso e disse: ‘Dai, vieni che ti faccio fare un giro su questo Spitfire’. C’aveva, c’erano gli Spitfire che dice: ‘l’aereo migliore che abbiamo qua’, era un aereo inglese come lei ben sa, e io dissi: ‘No, guarda, io ho paura [laughs]’ e mi fa: ‘Ma come? No, dai!’. Però lui stette lì ancora due anni ma poi non gli piaceva più proprio. Non c’era l’atmosfera più e dette le dimissioni, gli dettero una buona uscita e lui cominciò una vita, una vita di meditazione, una vita strana, una vita. Lui, lui divenne, vabbè, divenne un commerciante perché così doveva mantenere la famiglia eccetera, vendeva vetri, cristalli, specchi ma soprattuto divenne un teosofo, uno studioso delle religioni, e fece anche un libro che io ho pubblicato, Al di là del velo, che è un libro di Teosophical Society, della Annie Besant, si iscrisse a questa cosa e divenne un sostenitore di questa cosa, non c’è religione al di sopra della verità, insomma così. Un movimento nato proprio in Inghilterra mi pare.&#13;
AP: Vorrei riportarla per un istante a.&#13;
MP: Mi scusi, forse ho fatto delle divagazioni ma poi ho intagliato tutto quello che abbiamo detto non è che [unclear]&#13;
AP: Non si preoccupi. Si ricorda Pippo? Mi parli di Pippo, se ha qualche ricordo.&#13;
MP: Beh, Pippo era un incubo per noi eh, perché era questo aereo che tutte le notti non ci faceva dormire per un certo periodo di tempo però perché era un aereo che veniva qui, questo dicevano che veniva dall’Inghilterra, non lo so se venisse dall’Inghilterra. Fatto sta che era un aereo che faceva due cose sostanzialmente: una molto brutta perché buttava giù delle cose, dei bengala che magari incendiavano le case; oppure buttava giù delle, delle caramelle piuttosto che delle cose che i bambini poi quando le prendevano in mano scoppiava, cose del genere. Questo lo faceva così come divertissement. Ma soprattutto buttava giù una bomba, mi sembra proprio una e la buttava dove capitava in sostanza. Per cui, adesso magari ne buttava giù anche due o tre, non so, però sostanzialmente ne buttava giù uno o due bombe. Che cadevano dove cadevano. Allora la gente era un po’ terrorizzata insomma, perché quando arriva Pippo non puoi dormire, non puoi andare, devi andare in rifugio, non devi andare in rifugio, devi fare. E io stesso, mi sembra vagamente una volta che andassi, fossi andato giù in rifugio e per un pelo, ero con mio papà non so come mai, per un pelo non mi beccai una cosa, una scheggia, una scheggia che andò a piantarsi, evidentemente era un bengala, questi, no, uno spezzone, uno spezzone ma insomma. Comunque insomma era una cosa che dava molto, che era fatta apposta per terrorizzare un po’ la gente, ecco. Generalmente la gente se ne fregava perché però avevano un po’ paura insomma perché, però era questo, no? Pippo era questo. Su Milano veniva Pippo, forse su Milano, su grandi città era, non lo so ma questo era quello che. Poi c’era Radio Londra che si sentiva, Radio Londra e poi c’era ma insomma, che non bisognava sentire, vietato sentire, cose così, c’erano tutte queste cose qui che io ricordo vagamente insomma, no. Queste sono un po’ le, i miei ricordi che non sono niente di eccezionale ma che però sono, sono vere [laughs].&#13;
AP: C’è un’ultima cosa che vorrei approfondire. Lei mi ha parlato della sua laurea.&#13;
MP: Sì.&#13;
AP: In un periodo in cui le persone che si laureavano erano una minoranza, come si lega questo fatto all’essere un sopravvissuto di quel bombardamento e lei come si rapporta con i suoi compagni di scuola che sono rimasti sotto quel bombardamento? C’è un legame tra le due cose?&#13;
MP: No, perché non, no, perché è cambiato tutta la vita, a un certo punto. Io ho continuato ad abitare a Gorla per un bel po’ di tempo, facendo il liceo, che lo facevo in Corso Buenos Aires, liceo scientifico. E lì eran tutti ragazzi che abitavano intorno a Loreto per cui non, non c’era nessun, non è che io avessi un marchio particolare che sei sopravvissuto a Gorla eccetera. Poi la cosa si, cioè come tutti non ne parlavano anch’io non ne parlavo, andavo abbastanza, il 20 ottobre andavo a queste cerimonie dove a un certo punto cominciavano a farla un po’ più regolarmente. I primi tempi non se ne parlava quasi, soltanto proprio queste famiglie di Gorla che si sono unite e hanno fatto, e hanno creato questo bel monumento, e hanno. Ma sono proprio quelli che erano più di Gorla, proprio che erano, proprio erano come un paese lì, e allora loro erano più vicini a questa cosa ma non. Io sono andato a vivere sostanzialmente come, sì, abitavo lì ma non c’era nessuno che non, e poi dopo quando sono andato via da Gorla, mi sono iscritto alla Bocconi perché cioè mio padre lavorava in un ufficio vicino alla Bocconi e allora abbiamo preso la casa là insomma ma non, non ho più neanche, non c’ho neanch’io, ci pensavo solo il 20 ottobre in sostanza, ecco, non. &#13;
AP: C’è un’ultima cosa. Lei mi ha parlato di un fatto molto interessante. Le stesse madri che prima piangevano i figli scomparsi, poi hanno accolto festosamente gli americani che distribuivano sigarette e cioccolata.&#13;
MP: Sì, questo è sicuro.&#13;
AP: Vuole riflettere un po’ su questo? Cosa?&#13;
MP: Beh, è molto strano, cioè i miei genitori non erano, loro hanno vissuto un po’ di più, ecco, forse il discorso è un po’ questo. I miei genitori, facendo parte, mio padre della, di coloro che avevano combattuto veramente insomma, no, con, dalla parte dei tedeschi, e in quest’alleanza che, dell’Asse insomma per cui non, non hanno, non volevano assolutamente festeggiare questo arrivo degli americani, in sostanza. In sostanza lo, l’hanno, lo festeggiavano più quelli che erano i comunisti, che erano i, quelli che sono diventati subito partigiani, che sono diventati, per cui siccome lì è una zona molto, molto rossa perché Viale Monza, Sesto San Giovanni eccetera. Per cui i miei erano più, più agnostici, capivano che insomma alla fine questi hanno buttato giù le bombe, poche balle, insomma, no, per cui. Invece la gente più povera, più, che era diventata subito tutta fascista, tutta, scusa, tutta comunista, praticamente quelli lì, effettivamente credevano l’arrivo di questi liberatori, liberatori, erano tutti liberatori, per cui tutti erano diventati liberatori. Erano diventati liberatori i russi, erano diventati liberatori tutti e allora effettivamente c’era questa, come hanno fatto un po’ in Francia, no, che hanno abbracciato quelli che sono arrivati anche se avevano fatto parte della Repubblica di Vichy insomma, no, però erano. E allora questa la ragione per cui, quando c’è stato questo arrivo di tutti questi carri armati che venivano dal sud e sono passati per Viale Monza, questi qui erano pieni di cose che davano, da mangiare, di caramelle, di chewing-gum, di calze da donna, di tutte queste cose nuove, di Coca-Cola, piuttosto che. Evidentemente è un mondo nuovo che si apriva allora, allora c’era questa volontà di, di. Invece sono altre persone che non hanno più bevuto la Coca-Cola, non hanno mangiato il chewing-gum, proprio quasi per rifiuto di entrare subito in questa, poi sono entrati tutti naturalmente ma, cioè non erano molto popolari in sostanza questi americani, ecco diciamo. Gli inglesi non lo erano per natura perché non, venivano considerati un po’. Ma anche mio padre stesso, che pure è un uomo aperto eccetera, lui non è mai stato a Londra per esempio. Io due o tre volte, io andavo a Londra come, l’altra volta, ‘dai andiamo, ti porto, vieni’, allora [unclear], siamo andati con lui in due o tre paesi a fare dei viaggi, a Parigi, anche in Egitto eccetera, ma Londra lui diceva, ma no, Londra. Cioè, c’era sempre qualcosa di minimamente ostile insomma verso l’inglese ma non so, forse perché lui essendo, avendo visto l’inglese come nemico forse non, anche in Africa quelle cose lì. Eppure mio padre per esempio, deve anche lui la sua vita a una combinazione perché ha portato una volta un maresciallo, un Graziani, cosa del genere, sul suo aereo a Gibuti a incontrare il comandante inglese della Somalia britannica, prestando il suo aereo, cioè andando con il suo aereo e il suo aereo è stato sostituito da un altro che è andato a Addis Abeba, è stato circondato dalle truppe abissine e sono morti tutti e lui si è salvato. Per quello ha preso anche una medaglia d’argento perché è andato a trovare questi qui che erano stati come anche è successo a Kimbu che gli italiani sono stati come circondati dai, per cui. Mio padro ha avuto tre medaglie d’argento, in quei tempi lì, insomma lui evidentemente era uno che c’aveva creduto insomma no per cui insomma. Non credeva nel fascismo come le ho detto ma aveva creduto in questo stato che sostanzialmente, insomma non dimentichiamo che l’Italia nel ’33 ha attraversato l’oceano Atlantico ed era diventata la nazione più potente dal punto di vista aereo con non so quanti, cinquanta idrovolanti, una cosa del genere. Ho visto l’altro giorno alla televisione un episodio dove su tutta New York tappezzata di bandiere italiane con Italo Balbo, capo di questa grande spedizione di centocinquanta aerei, mio padre doveva andare poi dopo non so come mai non è andato ma, che hanno attraversato l’Atlantico con gli idrovolanti insomma no. Per cui insomma essere stato un ufficiale, un aviatore dal ’20, mio padre era del ’09, diciamo dal ’22, ’23 al ’40, è stato una cosa insomma, e di aver fatto una carriera molto prestigiosa insomma, partendo da zero è stato, non è andato all’accademia mio papà ma per cui insomma questa cosa l’ha molto. Per cui non aveva molta simpatia per gli inglesi, diciamo così [laughs] ecco.&#13;
AP: Le viene in mente qualcos’altro? Vuole aggiungere qualcosa o possiamo concludere qui?&#13;
MP: Ma io, se lei, io, abbiamo fatto una chiacchierata proprio, eh, non so cosa può tirarne fuori lei ma secondo me quello che può tirarne fuori è. Perché questo libro qui effettivamente va bene perché è un libro che è stato fatto con grande amore insomma anche se non, anche se non riporta esattamente le cose però un po’ i disegni fatti, un po’ le poesie messe, un po’ così questa, queste illustrazioni. La prima stesura era stata una stesura un po’, molto, molto brutale, io ho detto a Eugenio: ‘Ma no, qua non va bene insomma, far vedere i morti eccetera eccetera’. Invece effettivamente così è una favola, una favola triste e ma diciamo che è quello che si vuole avere. Perché non è, non è memoria, non è storia ma è memoria, questo è importante avere memoria, [unclear] non è storia perché questo, la storia è quella che si fa scientificamente eccetera, questa è una memoria per cui. Qui, anche questo sono io [laughs] e poi. No, no, va bene. Ecco.&#13;
AP: Mi sembra eccellente. Concluderei qui.&#13;
MP: Sì, direi che va bene così.&#13;
AP: Grazie per questa intervista.&#13;
MP: Sì, forse una cosa che potrebbe essere più sottolineata è che le famiglie che hanno avuto le perdite più gravi che si sono, si sono unite in una, in una specie di associazione dove, con la quale hanno raccolto fondi nel dopoguerra con il marmo, per comprare il marmo, per comprare tutto quello, per comprare il grande scultore che ha fatto un’opera molto bella è questo è un atto molto importante. Il primo sindaco di Milano che si chiamava Greppi è stato quello che sostanzialmente ha, ha sostenuto questo fatto di erigere questo monumento e non vendere quell’area lì molto grande che molti hanno detto: ‘Ah, adesso facciamo l’area, facciamo dei palazzi eccetera’, loro hanno detto: ‘No, qui sono morte duecento bambini e in questo rione sono morti trecento persone nelle varie case eccetera, facciamo un monumento di ricordo’. Ecco, sono stati un po’ loro che hanno. Perché proprio come le dicevo, sono quelle cose che in un certo periodo storico non era politically correct parlarne troppo, diciamo così, ecco, questo un po’ la. Forse questo vale la pena ecco. Perché lei potrebbe al limite avere una copia di quel documento lì, di quel monumento lì. Lei ce l’ha?&#13;
AP: Sì.&#13;
MP: Ah,  lei ce l’ha. Basta.&#13;
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                <text>Marco Pederielli describes his father’s career as a Regia Aeronautica officer, providing details of his service in North Africa. He describes his personal situation after the fall of the Fascist regime, when he, reluctantly, joined the Aeronautica Nazionale Repubblicana as a Morse code instructor. Marco chronicles the Milan bombing on 20 October 1944, describing aircraft approaching at a low altitude, bombs falling on Gorla, and the subsequent widespread destruction. He explains how he left the school early and so did not go into the shelter, where all his schoolmates perished. He mentions Pippo dropping small bombs at night which often maimed or killed children and describes scenes of mothers whose children were killed during the bombings. He recalls cheering American personnel at the end of the war, gratefully accepting small gifts, and stresses the difference in perception between the Americans and British personnel, the former being loved and hailed as saviours, and the latter being generally disliked. Marco recalls the difficult memory of the Gorla primary school bombing and how a monument was later built at a time when the air war was still a sensitive topic. He describes his father’s post-war career on Spitfires and his subsequent interest in Theosophy. He talks about his view on the legitimacy of bombing and reminisces how people of different political persuasions welcomed the Allies at the end of the war. Marco also reflects on how being at the receiving end of the bombing has changed his outlook on life.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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&#13;
The collection was catalogued by IBCC Digital Archive staff.</text>
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                <text>Rinaldo Sarani tells of the bombings of Pavia describing widespread damage at Borgo Ticino and people being extricated from rubble. He stresses the importance of bridges: Ponte della Ferrovia, Ponte Vecchio, Ponte dell’Impero, Ponte della Becca, and describes how inefficient anti-aircraft fire was, being mockingly dubbed “pensioner’s flak“. He reminisces about various wartime episodes: Pippo flying at night; the danger of minefields; partisan actions; killings; fascist militiamen brutalities; the Mongols (which were part of a German foreign division); makeshift shelters; and people being tortured in Broni. Rinaldo describes a bomb dump explosion and how people disassembled ordnance to salvage explosives used for fishing, often with tragic consequences. Hi elaborates on the Fascism and recollects a person being helped by Rachele Mussolini.</text>
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                  <text>Carlo Intropido</text>
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                  <text>C Intropido</text>
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                  <text>One oral history interview with Carluccio Intropido, who remembers his wartime experiences in Pavia.&#13;
&#13;
The collection was catalogued by IBCC Digital Archive staff.</text>
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                  <text>2017-01-25</text>
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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              <text>FA: Carlo vuole raccontarci la sua infanzia, gli avvenimenti.&#13;
CI: Volentieri, volentieri, son cose che mi sono capitate nella mia vita per cui non c’è niente da nascondere. Sono Carlo Intropido, sono nato da una famiglia contadina in un periodo di pace appena dopo i tre giorni della merla, nel freddo inverno del 1931 ed è per quello che son sempre pien di freddo. Il destino ha voluto di restare orfano prima di padre poi di madre, all’età di 10 e 11 anni. Sono stato parcheggiato in un istituto, vero? Molto accogliente, lì si lavorava, si studiava, e si imparava un’arte: era il 1941, proprio all’inizio della seconda guerra mondiale. I tempi erano quello che erano, si soffriva anche un po’ di fame, il cibo mancava però il lavoro c’era, e io mi sono sempre dato da fare, ho imparato l’arte del fare il falegname. E la vita d’istituto era tranquilla: di giorno si studiava, si lavorava, alla domenica si andava a far la gitarella. Quel giorno avevamo deciso di fare quattro salti da Pavia a Certosa, la famosa Certosa di Pavia, un gruppetto, una ventina di ragazzi, quasi tutti coetanei, avevamo su la nostra bella divisa, pantaloncini corti e maglione azzurro. Ci siamo incamminati, giunti all’inizio di via Brambilla, che è la strada che porta da Pavia a Milano, vero? Abbiamo notato quattro caccia americani, inglesi, ma oramai noi eravamo abituati perché tutti i giorni è la stessa cosa, tutti i giorni c’era una confusione di aerei, pochi o tanti, che sorvolavano Pavia e andavano a bombardare Milano, quindi per noi è una cosa quasi normale. Purtroppo, improvvisamente quello di testa, vero? Ha virato a sinistra, è sceso giù in picchiata, gli altri lo han seguito. Son passate proprio sopra di noi vero? E hanno sganciato le bombe, nel frattempo noi impauriti ci siamo scaraventati giù per la scarpata tra la strada e la ferrovia, proprio dove le bombe son cadute. Io personalmente ho visto le bombe a pochi metri dalla testa che scendevano e andavano a colpire la ferrovia, è stato un po’ di panico. Passati i primi, i primi quattro passaggi vero? Ci siamo quasi tutti immedesimati, abbiamo attraversato la strada, dall’altra parte della strada c’è il Navigliaccio, un corso d’acqua che da Milano arriva verso Pavia e va a finire nel Naviglio vero? Lì abbiamo traversato e non sappiamo come perché è, era un ponticello che attraversava il fiume, fiumicello a trasporto di un fosso, è una condotta d’acqua larga circa un metro e noi l’abbiamo attraversato tutti senza paura. Forse è la paura che c’ha c’ha dato il coraggio di fare questa azione. Ci siam ritrovati tutti insieme, dall’altra parte e abbiam deciso di proseguire la nostra, la nostra gitarella. Siamo andati oltre il, l’ospedale policlinico San Matteo che è lì vero? Siamo andati verso il campo della Madonnina dove c’era il campo sportivo di calcio, dove lo frequentavamo anche noi, tutti gli oratori di Pavia. Arrivata poi l’ora un po’ tarda, nel tornare il nostro assistente ha deciso di tornare sui nostri passi e vedere un po’ che cosa era successo. Siamo andati ancora sulla zona e con grande sorpresa abbiamo visto la scarpata dove noi eravamo precipitati per nasconderci era tempestata di spezzoni incendiari, ce n’era qualcuno ancora qualcuno ancora acceso proprio, tant’è vero che qualcuno l’abbiamo portato anche a casa, così tanto per ricordo. Fa niente se [unclear]? Abbiamo saputo, tornando a casa dopo, che un gruppo sempre del nostro istituto, ragazzi di età più avanzata della nostra hanno subito un mitragliamento, quasi al centro della città, nella zona dove c’era il consorzio agrario. Si vede che gli aerei in picchiata nello sganciare le bombe han fatto anche dei mitragliamenti, proprio i nostri amici han dovuto subire questa circostanza, nessuno si è fatto male, tutto è andato bene, per buona fortuna. Vedi adesso io ho perso la la memoria, fa niente beh la sosta dopo lo ricongiungi te, fa niente se faccio delle soste.&#13;
FA: Sì, va benissimo.&#13;
CI: Devo pensare, adesso dove sono arrivato io.&#13;
FA: Allora prima della pausa ci stava dicendo del mitragliamento.&#13;
CI: Nei giorni successivi, mentre stavamo in ricreazione in mezzo al cortile nel nostro istituto, in via Fratelli Cremona, abbiamo notato un nutrito stormo di aerei diretti verso Milano, era ormai un’abitudine, tutti i giorni passavano, quel giorno però capitò un caso strano: un aereo incominciò a fumare, proprio sopra il nostro cortile, ovviamente in alto dove si trovava. Questo aereo improvvisamente ha fatto una virata, si è girato e ha fatto ritorno da dove stava per arrivare, da dove stava arrivando. Improvvisamente il fuoco ha invaso l’aereo, oramai era quasi fuori dalla nostra vista, era sopra Tre Re circa diciamo, vero? Paesino appena fuori Pavia. Abbiam notato una cosa strana, mentre precipitava, dei paracaduti si allontanavano dall’aereo e scendevano, uno a destra e uno a sinistra, uno a destra e uno a sinistra. Abbiamo saputo dopo che questi paracadutisti sono stati protetti, raccolti dalla cittadinanza e poi accompagnati in Svizzera, hanno evitato di essere catturati dai tedeschi che occupavano in quel periodo l’Italia. Uno solo è stato catturato: combinazione è caduto in mezzo a un reticolato, si è ferito, quello è stato catturato. Qualche giorno dopo il nostro accompagnatore ha voluto portarci nella zona dove era caduto l’aereo, questo aereo era carico di bombe e prima di cadere a terra è scoppiato, son scoppiate tutte le bombe per cui ha invaso un’estensione enorme quindi c’erano sparsi oggetti frammenti. Abbiam notato un motore collocato su un gelso, chissà com’era finito sopra lì io non riesco a capirlo, vero? Comunque girando qualcuno di noi ha trovato degli oggetti interessanti, un mio amico ha trovato una cassettina metallica con dentro dei, dei prodotti sanitari, delle bende, dei cerotti, dell’alcool, e così via. Io personalmente ho trovato un cappellino militare, di quelli fatti in pelo in pelle col pelo, con l’aletta davanti, col copri orecchie che si poteva staccare e riattaccare al centro in alto, l’ho preso, me lo son nascosto e poi l’ho portato a casa. Questo cappellino ha fatto per me una storia perché quando sono andato a militare qualche anno dopo a 21 anni, la mia mansione era fare il motociclista e io tranquillamente toglievo il berrettino militare e mi mettevo su il mio bel berrettino di cuoio, di di pelo, era per me un po’ un hobby. [long pause] Non so più cosa dire dopo, perché non sono più fresco con la memoria, se mi metto lì a scrivere scrivo e via, ma così all’improvviso mi sfuggono le cose, vero? Militare, personalmente volevo ricordare, ah ecco, una, è acceso? Una cosa vorrei dire che mi è rimasta impressa, per me quei militari aeronautici inglesi o americani che erano, per me sono stati degli eroi, perché se sganciavano le bombe appena ha incominciato l’aereo a far fumo, purtroppo ci andava di mezzo mezza città e tutto il borgo Ticino, invece non hanno scoppiato le bombe ed è per quello che sono scoppiate prima di toccare terra l’aereo in picchiata, quindi per me sono stati degli eroi, forse l’han fatto di proposito, forse è stato nel panico, io non lo so, comunque sia hanno salvato mezza città con la loro azione eh così [long pause]. Ah ecco adesso qui incomincio l’altra, l’altra faccenda, non sono fresco oggi di di, casomai poi lo rifacciamo. Un’altra cosa vorrei dire, tanto per mettere le cose in chiaro: Pavia come altre città, salvo l’intervento di piccoli casi, non è stata liberata dai partigiani come si vorrebbe far credere, Pavia è stata liberata dai pavesi, cittadini pavesi, che son rimasto nell’anonimato, perché erano gente preparati nell’arte della guerra in quanto c’erano, c’era un tenente pilota che era un mio caro amico, vero? Pilota di caccia, che era, non era nei partigiani ma era uno sbandato lì nascosto in collegio dove aveva anche una radio trasmittente e trasmetteva con la RAF e mettendo in contatto i partigiani dell’Oltrepò pavese e del di altre zone collinarie e dei partigiani in giro per l’Alt’Italia. Questo qui, insieme a due cappellani militari, che conoscevo anche io perché erano nascosti nel nostro istituto, con l’appoggio della, della curia vescovile, hanno iniziato ad occupare la prefettura con il buon accordo del prefetto che allora non si chiamava prefetto, si chiamava, come si chiamava? Beh comunque era il personaggio che rappresentava la nazione, l’Italia insomma, allora c’erano ancora i fascisti praticamente, c’era ancora la repubblica, la repubblica di Mussolini, la Repubblica di Salò vero? Insieme ad altre persone che io non conosco hanno iniziato a liberare prima la prefettura e dopo gradualmente hanno armato 10 o 12 ferrovieri i quali avevano il benestare da circolare, avevano il permesso in quanto in servizio per la ferrovia sotto il comando tedesco quindi loro erano liberi di circolare mentre gli altri, tutti gli altri cittadini non potevano circolare, c’era il coprifuoco alle sette di sera tutti a casa, non c’era più nessuno che si muoveva da casa. Loro potevano, quindi sono stati arruolati sempre in buon accordo, vero? E hanno poco a poco disarmato tutte le altre caserme, dalle più piccole alle più grandi, è rimasto poi alla fine il castello. Il castello era un po’, c’erano i prigionieri, i partigiani, era un po’ il comando dei tedeschi, e lì è stata dura, però questi nostri bravi liberatori di Pavia competenti del mestiere c’han saputo fare, son riusciti a convincere una batteria antiaerea che si trovava in periferia di Pavia, nei pressi del ponte dell’Impero, han fatto credere che il castello era occupato dai partigiani, vero? E li hanno invitati con dei cannoncini antiaerei a bombardare il castello, quindi a bombardare direttamente i loro colleghi tedeschi, c’è stato un po’ di parapiglia. Nello stesso tempo son riusciti anche a deviare una colonna militare tedesca che era in fuga da Vercelli verso Pavia dove erano diretti forse per fare anche un concentramento, a deviarli dicendo che Pavia era già tutta occupata, tedeschi non ce n’erano più quindi quel battaglione ha cambiato direzione, non si sa dove sia andato. [pause] Allora, qualche giorno dopo la liberazione di Pavia, sono arrivati i partigiani, io ricordo mi trovavo sul piazzale del Ponte Vecchio di Pavia, lì proprio di fronte alla alla pasticceria eeeh.&#13;
FA: Pampanini.&#13;
CI: Pampanini, proprio di fronte alla pasticceria Pampanini, gelateria Pampanini vero? Dove esiste ancora tutt’oggi, vero? E ho notato un gruppetto di persone un po’ mal vestite, un po’ malconce ma armate fino ai denti. Si son messi in fila, il comandante ha dato l’ordine e son partiti verso il corso Vittorio Emanuele, così si chiamava, adesso è corso Strada Nuova. E sono entrati in Pavia come conquistatori, purtroppo la città era già stata liberata, Pavia è stata liberata senza nessun incidente, senza nessun morto, neanche un colpo di fucile, neanche i partigiani han dovuto sparare un colpo. Ovviamente dopo han fatto qualche piccola vendetta, qualcuno c’è andato di mezzo ma cose da poco diciamo e così si pensa che Pavia sia stata liberata dai partigiani, non è vero! Poi cos’è che dovrei dire? Cos’è dopo? Ah niente finisce qui.&#13;
FA: No una domanda Carlo, ha qualche ricordo dei, degli altri diciamo bombardamenti avvenuti sulla città, magari sulla zona del Borgo Ticino?&#13;
CI: Sì! Allora posso raccontare che quasi tutte le notti suonava l’allarme, è acceso? Quasi tutte le notti suonava l’allarme e c’era da precipitarsi in cantina, noi avevamo una cantina nella parte vecchia dell’istituto, era una vecchia cantina tutta puntellata, e ci trovavamo lì, vero? Fin quando suonava il via libera. In quelle circostanze, son capitate delle volte che i muri tremavano, noi eravamo ragazzi io avevo 14 anni, vero? E è capitato anche si sapere il giorno dopo che nei bombardamenti che han fatto per distruggerei i ponti a Pavia, che hanno dovuto continuare per sei o sette turni. Perché nel primo turno han buttato giù il ponte della ferrovia completamente, nel secondo è caduta un’arcata del Ponte dell’Impero, mentre invece il Ponte Vecchio non è mai stato centrato perché gli aerei seguivano la direzione del fiume ma non riuscendo a colpirlo han deciso di cambiare manovra, l’han preso per il traverso per cui le bombe hanno colpito anche le case prima e dopo il ponte distruggendo anche il ponte ovviamente, l’han distrutto completamente, quello è stato l’ultimo. In un altro bombardamento, una bomba sfuggita alla alla dalla zona destinata, caduta in mezzo a un bosco dove proprio si trovava un gruppo di rifugiati, nascosti in una tomba, in un tombone, vero? Due bombe son cadute, una a destra e una a sinistra di questo tombone, li han schiacciati dentro tutti come delle sardine, è stato un disastro. Questo fosso di chiamava “Acuanegra” per cui è ricordato come la tragedia della tomba dell’acqua negra, in Borgo Ticino.&#13;
FA: Carlo si ricorda che rumore faceva, che rumore faceva la sirena? &#13;
CI: Bah, che rumore faceva? Come si fa a riprodurre una eh una sirena? Non avrei, non ho una, per dar indicazione che ricorda il suono della sirena, cioè non c’è niente che lo ricorda perché le sirene non ce ne sono più come suonavano allora, non le ho più sentite dopo, non ho più avuto l’occasione dopo le sirene che usavano per i bombardamenti, preavvisi per i bombardamenti, non l’ho più sentita. &#13;
FA: Era, era diversa la sirena che segnalava l’arrivo dei bombardieri e quella che segnalava…&#13;
CI: No no era sempre la stessa.&#13;
FA: Sempre la stessa.&#13;
CI: Suonavano suonavano, quando suonava l’allarme vero? Era il segnale che arrivavano i bombardieri, quindi c’era da fare il fuggi fuggi, poi quando c’era la la, il passato pericolo, la sirena suonava ancora e si capiva che si poteva ritornare in piena libertà. &#13;
FA: E coi suoi, coi suoi compagni all’istituto cosa provavate, cosa, si ricorda qualcosa, cosa vi dicevate?&#13;
CI: Eh eravamo giovani e quando si è giovani le decisioni le si prendono un po’alla leggera, senza paura, non è che ero un coraggio, era una cosa naturale, e poi in quel periodo c’era la paura della guerra. La guerra anche non l’abbiamo passata al fronte è sempre guerra, certe cose eh si sopportano tranquillamente senza pensieri, poi quando si è giovani, si è spensierati non si pensano a quelle cose lì. Si pensa a divertirsi, giocare e stare bene in particolar modo in quel periodo noi pensavamo sempre a mangiare qualcosa, eravamo sempre pien di fame, i nostri pasti quasi quasi sempre si concludevano in un piatto di patate o di castagne secche cotte nell’acqua. C’è qualcos’altro che mi vuoi chiedere? Adesso lo sentiamo casomai lo rifacciamo.&#13;
FA: Eh prima della pausa Carlo, stavamo dicendo, si ricorda i nomi dei due cappellani militari che nominava prima? &#13;
CI: No no, erano segreti purtroppo, non mi ricordo, adesso è passato tanto tempo e non mi ricordo comunque sono sicuro che i nomi non li sapevo, sapevo solo quello del nostro ex-Artigianello, il tenente pilota, si chiamava Mario Cecchetti, vero? Ma dei cappellani non, non ho nessun ricordo dei nomi. Mi ricordo che uno era molto affabile, veniva a giocare anche a pallone insieme a noi, e ci ha anche raccontato che appena, appena c’è stata la disfatta lui è stato catturato un po’ dai fascisti ed è stato costretto a seguire come cappellano militare i fascisti che andavano a fare i rastrellamenti sulle montagne dei partigiani, ha raccontato che questi ragazzi, tutti ragazzi di 14-15 anni inconsapevoli di quello che facevano, non sapevano neanche usare le armi, non sapevano tirare la spoletta delle bombe a mano, non sapevano sparare il fucile e lui ha fatto da maestro un po’ a questi ragazzi a malincuore però ha dovuto farlo, la situazione era quella, appena ovviamente ha potuto è scappato ed è venuto a nascondersi lì agli Artigianelli. L’altro invece era un po’ più scorbutico, un tipo un po’ strano, un po’ stravagante, vero? Non diceva mai niente. Io mi ricordo che andavo a dire messa nei periodi che la chiesa era libera, andava a dire la sua messa e basta, e poi stava sempre nascosto. E poi ovviamente abbiam saputo che, ma solo noi l’abbiam saputo, questa è una storia che io penso che a Pavia non la si sappia neanche. La so io perché di prima persona vero? Ho potuto constatare le cose insomma, mi son capitate vicine, ho potuto parlare con questa gente che erano lì insomma.&#13;
FA: E vivevano con voi nell’istituto.&#13;
CI: Vivevano con noi, vivevano con noi, si erano nascosti lì da noi. &#13;
FA: E dove si nascondevano diciamo?&#13;
CI: Eh si nascondevano in nell’ala vecchia dell’istituto dove c’era un po’ di guardaroba, c’era un po’ di, quasi quasi era una zona un po’ isolata e non frequentata né dai ragazzi ma neanche dai superiori diciamo, lì tenevamo per esempio un mulino nascosto dove si macinava il grano che i contadini ci regalavano per la nostra sopravvivenza, avevamo un mulino che si macinava, si macinavano anche le castagne secche per far la farina, poi ci si arrangiava. E loro vivevano, c’era un piano terra, un primo piano, vivevano lì insomma ecco. E poi erano quelle cose che noi ragazzi non è che ci tenavamo a, non era il caso di andare a indagare come vivevano, cosa facevano, però erano lì con noi, noi eravamo protetti. Voglio dire una cosa: ero, tempo dei tedeschi, dell’occupazione tedesca, di fronte a noi c’era le scuole Carducci. Piano terra frequentavano ancora le scuole i ragazzi, al piano di sopra c’erano i mongoli, i mongoli erano prigionieri tedeschi ma li usavano per fare le, le sbandate nell’Oltrepò pavese a dare la caccia ai partigiani assieme ai fascisti, questi questi ragazzi vero? Erano anche loro prigionieri, dovevano fare quello che loro gli ordinavano, mi ricordo che aprivamo le finestre delle nostre camerate e loro ci lanciavano delle caramelle, gliele fornivano i tedeschi ovviamente come come pasto, in aggiunta al pasto erano delle bustine con dentro delle caramelle gommose, dieci o dodici caramelle con il cielo da una parte e dall’altra, trasparente delle delle come delle bustine diciamo e loro ce le lanciavano dentro le nostre finestre.  Una volta c’è un altro ricordo, è la storia di Pippo. Pippo era un piccolo aereo che tutte le sere immancabilmente sorvolava Pavia. Si poteva mettere l’orologio a posto, non sbagliava, non sbagliava di un minuto, vero? Appena vedeva una luce lui sganciava una bombetta, ne ha sganciata una anche invia Fratelli Cremona proprio sotto le nostre camerate. Ha fatto un cratere di un metro circa di diametro con una profondità di 15, 20 centimetri, lì c’era un ciottolato di di sassi, vero? Una cosa da poco, però sganciava queste bombette, forse erano bombette piccole, era un preavviso, noi non abbiamo mai saputo se era un servizio dei tedeschi o se era contro i tedeschi, non lo abbiamo mai saputo, veniva a controllare le luci, quando vedeva una luce sganciava la sua bombetta, veniva tutti i giorni, tutti i giorni, tutti i giorni. Lo chiamavamo Pippo [laughs]. &#13;
FA: Tutte, tutte le sere.&#13;
CI: Tutte le sere, tutte le sere. Aveva l’orario fisso [unclear]: arriva Pippo. Tac non sbagliava di un minuto.&#13;
FA: Quindi stavate al buio?&#13;
CI: Ah si eh sicuramente, e poi era l’orario del coprifuoco, nessuno si muoveva non c’era in giro nessuno e anche anche le luci, anche perché c’erano i sorvoli, i sorvoli degli anglo americani che andavano a bombardare Pavia, in quel periodo, quindi si cercava di tenere la città nascosta, di tenere le luci, senza luci, anche i lampioni della città erano spenti.&#13;
FA: Tutto spento.&#13;
CI: Malgrado tutto Pavia non è stata una città di bombardamenti, non so il perché, l’han bombardata esclusivamente per i ponti proprio alla fine alla fin fine, quando oramai la guerra per noi era quasi finita, gli americani stavano arrivando, erano già arrivati su verso il centro Italia per cui i tedeschi erano quasi in fuga e i ponti li han buttati giù per bloccare la fuga dei tedeschi praticamente. Ma oramai eravamo alla fine, alla fine del conflitto.&#13;
FA: Va bene, d’accordo, allora se non ha altro da aggiungere, la ringraziamo per l’intervista.&#13;
CI: Ma di quelle ce ne son tante, però cos’è che potrei dire, ricordi, ricordi. [pause] Ah volevo dire che di questi, di questi signori che hanno partecipato alla liberazione Pavia, son rimasti tutti nell’anonimato. Io sfido chiunque a dirmi un nome di chi ha liberato Pavia nessuno lo sa, perché eran tutti, eran tutti gente o militari, vero? O gente del clero che han preferito rimanere fuori dalla storia quindi si son resi tutti anonimi, non, nessuno lo sa chi erano, nessuno lo sa.&#13;
FA: D’accordo.&#13;
CI: Come come qualcuno è arrivato, io ho letto nel giornale, anche recente vero? Di qualcuno quando si parla della liberazione di Pavia, ho sentito qualcuno scrivere addirittura che i partigiani sono entrati con l’aiuto di un gruppo di finanzieri, forse si son sbagliati con ferrovieri perché le cose dette e ridette vengono magari anche confuse, io son sicuro che erano ferrovieri e non finanzieri ma però se ne dicono tante quindi accettiamo anche questa per buona. Un’altra storia ti posso raccontare, la storia di Mussolini, una mia storia anche quella, te la racconto? Allora mi trovavo assieme ad altri due amici a Rovescala. Allora si usava andare fuori città a mangiare pane e salame, oramai la guerra era finita da un po’ di anni, con questi miei amici siamo andati a mangiare pane e salame nell’osteria del Grison, in Rovescala, provincia di Pavia. Lì c’era un gruppetto che suonavano l’ocarina, sai cos’è l’ocarina?&#13;
FA: No.&#13;
CI: È una specie di flauto fatto in terracotta, ha un suono tutto particolare vero? Erano in quattro o cinque che suonavano l’ocarina, vero? E noi si mangiava e si parlava. Il discorso è caduto, non si sa come, sulla storia della fine di Mussolini e si diceva quello che ovviamente si sentiva in giro “L’han fermato a Dongo”, vero? Un gruppo di partigiani proprio dell’Oltrepò pavese hanno avuto l’incarico di andarlo a prendere, ed è vero che Mussolini l’han nascosto prima in una casa, poi in una seconda casa, lì sull’altura di Dongo e mentre parlavamo lì in osteria tranquillamente, stavamo discutendo di questa cosa, si avvicinò un signore di mezza età sulla quarantina, e ci dice: “Volete sapere la storia veramente com’è andata a finire? Ve la racconto io”. E noi siamo rimasti lì di stucco, vero? Ha incominciato fa “Io sono uno dei due che ha fatto la guardia a Mussolini nell’ultima notte. Allora Mussolini e la Petacci han chiesto, han chiesto alla, alla padrona di casa una coperta. Sono andati, la padrona di casa gli ha offerto la sua camera da letto, son andati a dormire e han cercato di chiudere la porta ma noi abbiamo avuto l’ordine di guardarli a vista, di tenerli, di controllarli a vista e ci abbiam detto “No no la porta rimane aperta”. Mussolini è stato così convincente con la sua abilità che ci ha convinto a tenerla chiusa, lui ha detto “Per la privacy, mia moglie…” e ci ha convinti tanto noi eravamo lì in una casetta isolata, vero? Abbiam lasciato chiuso e stavamo lì quasi quasi sonnecchiando a dir la verità. A un certo momento abbiam sentito un tonfo, abbiamo aperto la porta e lui non c’era più e c’era la finestra aperta. Ci siam precipitati fuori e l’abbiam visto che stava scendendo giù da una scarpata, ci abbiam dato l’ALT, due o tre volte, lui non ha risposto e ha continuato ad andare, abbiamo, uno di noi” e non ha detto né io, né l’altro, “Uno di noi” ha detto “Ha sparato un colpo di rivoltella non per colpirlo ma per fermarlo, purtroppo lui è caduto per terra, sono andati là e il colpo gli aveva preso proprio il collo, ovviamente c’è stato un subbuglio, anche gli altri partigiani che erano in zona sono arrivati lì, vero? E l’abbiamo portato su, era morto oramai, rantolava ancora ma oramai era era finito. L’abbiam portato su, abbiam fatto una fatica tremenda e dopo un po’ è arrivato un comandante partigiano, ci ha fatto giurare a tutti di non saper niente, ha portato via Mussolini, la Petacci e non sappiamo dove sono andati a finire. L’abbiam saputo dopo che li ha portati in una zona lì vicino e li ha fucilati. Ma non è vero, era già morto Mussolini, hanno ammazzato la Petacci, ma Mussolini era già morto. La rivoltella che ha ammazzato Mussolini, si trova parcheggiata a Casteggio, in una teca, ci si può informare e andare alla ricerca per vedere se è vero”. Questo è il racconto che ci ha fatto. Oh ovviamente poi è rimasto lì un po’ come per dire “Oh porco cane cosa ho fatto!?” ho detto una cosa che ero sotto giuramento e non devo, però non fa niente oramai non c’è più nessuno”. Perché questa storia ce l’ha raccontata eh tardivamente diciamo, non subito dopo, adesso non ricordo bene ma molto probabilmente tutti quelli che han partecipato forse non c’erano neanche più. E quindi ha detto “Mi raccomando ragazzi, dovete giurarmi che questa cosa non la raccontate a nessuno, e io ho rispettato il giuramento, non l’ho mai detto a nessuno. L’ho detto adesso ultimamente in questi ultimi anni perché oramai non c’è più nessuno di quelli, di quelli che hanno partecipato a quelle azioni lì non c’è nessuno, quindi non vado ad analizzare nessuno. Quindi lo posso raccontare: che sia vero, che sia non vero io la mano sul fuoco non ce la metto, però è quello che ho sentito raccontare.&#13;
FA: D’accordo.&#13;
CI: Dato che di storie sulla morte di Mussolini ne dicono tante, vero? Ma tante tante, quella vera non la si sa, nessuno la conosce, questa fa parte di una delle tante. &#13;
FA: Va bene, va bene, la ringraziamo Carlo. &#13;
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                <text>Carluccio Intropido recalls his early life as an orphan studying in Pavia at the Artigianelli, a boarding school providing technical training. He recalls that children used to watch aircraft enroute to Milan, until Pavia was bombed, due to the strategical value of its bridges. He recalls being caught in a bombing attack during a field trip, narrowly escaping death, and describes an aircraft on Pavia being hit and the aircrew baling out. One was injured and captured, while others were spirited away to Switzerland by local people. Carluccio describes school children being taken to the crash site and recalls an engine stuck atop a mulberry tree and debris scattered all around. He remembers people salvaging items, among them a first aid kit and a leather aircrew cap, the latter being used when the informant was later enlisted as an army despatch rider. He praises the aircrew as heroes, for refraining from dropping bombs on Pavia when the aircraft was hit. He recalls the liberation of the city, mentioning Mario Cecchetti - an insurgent manning a clandestine radio station - and two military chaplains hidden inside the school. He stresses how it was liberated in a non-violent way, mainly through ruse and persuasion, and downplays the role of partisans. Carluccio describes how people taking shelter in a ditch (Tomba dell’acqua negra) were crushed by nearby explosions. He highlights a light-hearted approach to war, describing hunger was more feared than the bombing and recalls anecdotes of the ‘Mongols’ billeted at the school, troops captured by the Germans and deployed for anti-partisan operations. Carluccio recalls “Pippo” and describes its regular passages as being so accurate that people could check the clock against it. He describes its role as a black-out checker, in the context of curfew regulations, but he was not sure if it was an Allied or Axis aircraft. He describes a post-war encounter with a person who claimed to know an alternative version of Mussolini’s death; he was killed during an escape attempt followed by a staged execution the day after.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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              <text>FA: Sono Filippo Andi e sto per intervistare Celestino Chiesa. Siamo a Pavia, è il 10 febbraio 2017. Ringraziamo il signor Celestino per aver permesso questa intervista. È inoltre presente la moglie. La sua intervista registrata diventerà parte dell’archivio digitale dell’International Bomber Command Centre, gestito dall’università di Lincoln e finanziato dall’Heritage Lottery Fund. L’università s’impegna a preservarla e tutelarla secondo i termini stabiliti nel partnership agreement con l’International Bomber Command Centre. Signor Celestino, vuole raccontarci la sua esperienza a Pavia in quegli anni?&#13;
CC: A Pavia sono arrivato nel ’38, prima sono nato in collina e poi purtroppo è morta la mamma, eravamo quattro fratellini piccoli, è venuta una zia, è stata là un po’ poi ci ha portato a Pavia tutti assieme. Poi nel ’39 purtroppo il primo fratello è annegato in Ticino, andato a prendere il bagno, è andato sotto, l’han trovato quattro giorni dopo in Po. E l’hanno, è stato fatto il funerale, e io m’han messo negli Artigianelli. Ero con mio fratello, mio fratello messo nei Colombini diciamo perché non lo so perché non, c’hann divisi, io sono stato entrato nel ’39. Il ’39 ho incominciato a fare la vita, in Istituto c’era tutto, c’erano le officine, c’era lo studio, c’era il divertimento, le gite, tutto! Si viveva indipendentemente dal mondo. Il mondo era tutto lì. Certo, c’era la fame perché era incominciata la guerra, mangiare non ce n’era, dar da mangiare a cento bambini una cosa difficilissima. Eh, riuscivano ma facendo un po’ di fatica si mangiava poco, pazienza. Abbiamo sopportato per cinque anni tutta la guerra. Sono uscito nel ’45, al 28 aprile compivo i diciotto anni, a diciotto anni si usciva dall’Istituto. L’esperienza è stata per me positiva, veramente perché ho imparato il mestiere metalmeccanico, fresatore ma un po’ di tutto, fresatore, tornitore, specificamente il fresatore. Ho lavorato alla Necchi, ho lavorato in altre officine. Sempre con, diciamo, molto ben gradito, mi venivano a cercare a casa perché valevamo molto. Ci dicevano: ‘Ma non ha altri artigianelli da mandare qui a lavorare? Perché sono tutti bravi ragazzi prima e poi bravi operai’. E io ho portato un ragazzo che ha fatto una bella figura perché era bravissimo, il Bonini, e lui, il Carluccio lo conosci, e lì, io sono diventato anche il capo officina lì, lì alla BCD  poi ho smesso perché non si riusciva a fare carriera, eravamo una famiglia un po’ pesante. E allora abbiamo preso un bar con la moglie, abbiamo gestito il Bar Castello di Pavia, in Piazza Emanuele Filiberto. Eh ci siamo stati sette anni mi pare. Poi, causa malattia tutti e due, abbiamo smesso. Insomma  io sono andato in pensione, ormai avevo raggiunto l’età delle pensioni perché ho lavorato ventitre anni nell’industria, ho fatto più di vent’anni nei bar e così, e sono arrivato circa a quarantaquattro anni di lavoro consecutivo, cambiando spesso, fatto un’officina per mio conto, una piccola officina che si lavorava ma non sono riuscito a sfondare e allora sono andato ancora a lavorare ma non facevo fatica a trovare lavoro. Mai.  E sono riuscito, non dico a far carriera però stavo bene. Comunque col bar abbiamo continuato l’attività e siamo arrivati alla fine che io sono andato in pensione e la vita, la mia vita consiste un pochino. Da giovane ho giocato tanti anni a pallacanestro, a basket tanti anni e con risultati molto, sono andato anche nel Pavia di serie A. Ho fatto una partita sola però ho avuto la soddisfazione di provare la serie A e poi abbiamo fatto il Palio dell’Oca e sono riuscito come capo del rione Centro a vincere due volte il palio, è una soddisfazione anche quella, e poi la vita ha continuato. Adesso dopo finita la pensione sono andato in un centro anziani e ho fatto, man messo segretario, e siamo andati avanti per circa vent’anni poi purtroppo l’età avanza, adesso sto per compiere i novant’anni. Ho smesso anche a quello lì ah, beh! Adesso mi riposo.&#13;
FA: Giusto così.&#13;
CC: Non so. Se serve  qualcos’altro non lo so.&#13;
FA: No, se vuole, può raccontarci gli anni di guerra, durante il periodo degli Artigianelli.&#13;
CC: Sì, gli anni di guerra nel ’44 più che altro perché prima no, prima abbiamo, non c’era né  bombardamenti, c’erano gli aerei ma non è che bombardavano Pavia. Milano sì, stando a scuola si sentiva, o dicevano, Milano hanno bombardato completamente dal ’43 poi è venuto l’8 settembre, è finito, è caduto il fascismo, e allora cadendo il fascismo hanno incominciato gli aerei a bombardare. Bombardavano tutti i ponti, tutte le strade principali, tutti i movimenti che vedevano, venivano giù, mitragliavano. Io ho preso quelle mitragliate lì. Ero, stavamo andando a vedere una partita di calcio, Pavia-Novara. Nel Novara giocava Piola, il grande Piola, e siamo andati volentieri ma siamo arrivati a Porta Milano ma abbiamo visto due aerei che arrivavano da circa Milano, zona diciamo Nord, e arrivare verso Pavia, a allora se bombardano, bombardano lo scalo merci perché ci sono dentro i treni tedeschi e difatti hanno lanciato due bombe nello scalo merci. E noi abbiamo visto gli aerei, siamo fuggiti un po’ da tutte le parti, un centinaio di bambini, di ragazzi, si figuri. Siamo andati un po’ da tutte le parti. Io che avevo un terrore degli areoplani, veramente avevo una paura matta, son corso verso il Naviglio, verso, da Porta Milano dove c’era il consorzio allora verso il Naviglio ma sono arrivati prima loro. Mi sono trovato per terra, la mitragliata m’ha preso a circa un metro ma s’è persa dal tetto, preso uno spavento che non finiva più, poi mi è passato, pazienza. Siamo andati avanti ma il terrore degli aereoplani l’ho sempre avuto. Non ho mai volato neanche adesso. &#13;
FS: Non hai ancora imparato a andare.&#13;
CC: È stato tremendo.&#13;
FA: Le è rimasto impresso.&#13;
CC: [laughs] Eh, i bombardamenti lì a Pavia, il ponte per una settimana per distruggere il ponte coperto non riuscivano a centrarlo. Colpivano da una parte o dall’altra, han preso una parte della città, la parte del borgo, dopo il ponte, han distrutto, ci sono stati parecchi morti, però il ponte non riuscivano a colpirlo o lo colpivano, frantumi, diciamo, pezzo di qui, pezzo di là, fin quando sono riusciti poi dopo una settimana sempre a mezzogiorno. Stavamo andando a mangiare quel poco che c’era, bombardamento, allora in cantina, come rifugio, andavamo in cantina così, era rifugio antiaereo, pensi che in qui, nel rifugio c’era tutta la segatura perché scaldava segatura quelle stufe grosse. Si metteva la segatura, riempiva e si scaldava con quello lì, e c’era tutta la segatura in cantina, noi eravamo sopra la segatura ma se s’incendia bruciavamo tutti, chi ci pensava? Beh comunque vada, è passata, passata e i bombardamenti, non, sì, si sentivano da lontano perché dal ponte a noi, gli Artigianelli c’era una distanza che, non, qualche scheggia è volata fino in cortile, le bombe erano talmente forti, eh. C’era un, uno, un nostro fratello lì, Borghesi, che stava scopando il cortile erano tutte delle schegge ma non l’han preso lui, no, è rimasto sano. È durata per otto giorni, una settimana intera, tutti bombardamenti, sempre a mezzogiorno e ci siamo salvati diciamo.&#13;
FS: [unclear] che venivano gli inglesi da noi a Pavia, chi erano? Gli aerei, gli aerei erano americani?&#13;
CC: Americani, americani.&#13;
FS: Americani.&#13;
CC: Americani, non lo so se, comunque se, mi dicevano che erano americani. A Pavia poi di notte c’era il Pippo, cosiddetto Pippo che lanciava giù una bomba dove c’erano le luci. ‘Spegnete tutte le luci!’ urlavano, perché se vedevano una luce lanciavano giù le bombe, le bombette piccole. Tant’è vero che mia zia che abitava in Piazza Petrarca ha preso quella bomba proprio la facciata del, adesso c’è il cosiddetto, l’Annunziata, la sala dell’Annunziata e ha preso una facciata, hanno mostrato il buco. Mia zia che abitava lì di fronte in Piazza Petrarca dallo scoppio è caduta dal letto [laughs]. Si è spaventata a morte anche lei, zia carissima perché era tanto brava quando avevo fame, andavo a trovare qualcosa da lei, c’era poco da mangiare. Io per fortuna ero ben voluto e alle volte mi mandavano col furgoncino a portare i panni a lavare in un posto lì vicino, San Paolo perché c’è il, come si chiama quel fiume lì, la Vernavola e lì c’era uno, no, a San Paolo che faceva da lavanderia, lavava tutti i panni e io lo portavo col furgoncino però avevo qualche soldino, fermavo tutti i panettieri e cercavo da mangiare. La fame era troppa. Ho pianto due o tre volte per la fame, senza farmi vedere, ma la fame era troppa. In tempo di guerra, la tessera su tutto, si staccava il tagliandino per andare a fare la spesa, la tessera con tutti i bollini. Tutto il mese, bollino e dopo, da mangiare c’era pochissimo. Poi lì fuori negli Artigianelli abbiamo, ho, mettevo, trovano subito il lavoro loro, man trovato in posto, ho incominciato ad andare a lavorare, e per divertirci, quel che  girava non c’era niente, allora cosa ho fatto? Abbiamo fatto una compagnia del teatro, messo in piedi una compagnia, andavamo in giro negli oratori, nelle parrocchie a fare le recite e ho conosciuto mia moglie. Venuto lì, conoscete le, eravamo là [unclear] a far la e passano loro in tre, tre ragazze, e dico, ma guardano ‘Ma perché non entrate? ‘Non abbiamo i soldi per entrare’, perché facevamo pagare il biglietto. Beh, venite dentro, ci sono ancora tre posti, ve li offro io. E sono entrati. Era bello, recitavamo bene e lei lì da cosa nasce cosa, ci siamo incontrati e dopo sessantasei anni sono ancora qui, assieme alla moglie [laughs]. Insomma, se posso.&#13;
FA: No, una domanda, quando venivano, ha detto che venivano?&#13;
CC: I bombardamenti.&#13;
FA: Verso mezzogiorno ha detto&#13;
CC: Verso mezzogiorno. &#13;
FA: Ma suonava la sirena?&#13;
CC: Sì, suonava, la sirena suonava sempre quando c’erano gli aerei in giro. Poi facevano il primo segnale come per avvertire che stavano arrivando gli aerei poi alla fine un altro colpo di sirena per annunciare che non c’era più pericolo, andavano via. Suonava sempre la sirena, per l’allarme. &#13;
FA: Si, si.&#13;
CC: Anche lì naturalmente prima di venire, un’oretta prima circa, suonava l’allarme. C’era la sirena che c’è lì in piazza, dove c’è la, cos’è il palazzo del governo, cosiddetto qui a Pavia, lì c’era la sirena, su in alto e suonava forte, si sentiva tutta Pavia. &#13;
FA: A Palazzo Mezzabarba?&#13;
FS: No.&#13;
CC: No.&#13;
FS: Piazza Italia.&#13;
CC: Lì, dove c’è &#13;
FS: Piazza Italia.&#13;
CC: Piazza Italia.&#13;
FA: Ah, la provincia.&#13;
CC: Lì c’è quel palazzone lì.&#13;
FA: Ah. Ho capito.&#13;
CC: Ecco, là sopra c’era la sirena. Suonava fortissimo. Si sentiva in tutta la città.&#13;
FA: Ah, per tutta la città.&#13;
CC: Sì, sì.&#13;
FS: Anche io a quindici chilometri sentivo.&#13;
CC: E allora quando stavano arrivando suonava per avvertire che andate in rifugio non lo so, mettetevi in salvo perchè stanno arrivando. Non si sa se bombardano o no, nessuno lo sa, cosa fanno quelli lì, che arrivano gli aerei? Eh beh, lì, suonava sempre la sirena, anche quando sono venuti per il ponte. Avvertivano sempre. Poi bombardavano, disastro ma. Poi alla fine&#13;
FS: Hanno bombardato.&#13;
CC: Ma durava una mezz’ora, circa una mezz’ora di bombardamenti. Poi dopo, alla fine suonavano le sirene per dire che è tutto finito, potete, potete uscire, mettervi [unclear]&#13;
FS: Anche la scuola qui hanno bombardato.&#13;
CC: Sì, questa qui la Pascoli.&#13;
FS: Coi bambini.&#13;
CC: Sono, ma non, no, lì c’era un aereo che stava precipitando perché era in avaria e aveva tutte le bombe su. Per scaricarsi, è venuto, cercava di andar fuori città.&#13;
FS: In mezzo alla campagna.&#13;
CC: Non in mezzo, è arrivato qui vicino alle scuole ha lanciato giù le bombe. Le scuole qui del Pascoli, Via Colesino, siamo noi, han distrutto metà scuola, però non c’erano i bambini erano appena usciti. Per fortuna non c’è stato&#13;
FS: Però le case popolari,&#13;
CC: C’erano le case popolari sono state settantotto morti mi pare, lì nelle case popolari perché ha scaricato le bombe quasi, poi è precipitato m’han detto verso Calebona. Un’altra volta c’era abbiamo visto, eravamo in cortile, abbiamo visto un aereo che arrivava da est e volava, aveva una fiammella e girava, man mano che andava la fiammella diventava grande. È arrivato su, verso sud, verso Genova e si sono visti tutti i paracaduti, insomma si sono buttati tutti poi l’aereo è scoppiato, abbiamo visto da lontano, scoppiati i paracaduti. Si sono, sono scesi e tutti gli aviatori lì&#13;
FS: è sempre [unclear]&#13;
CC: Gli aerei, un aereo americano e si sono persi per i campi, li hanno aiutati a salvarsi, a nascondersi, e l’aereo è precipitato lì. Mi ricordo bene perché io stavo per correre già in rifugio perché avevo una paura, e allora stavo per correre in rifugio quando ho visto quella scena lì, mi sono fermato a guardare anch’io, tutti gli ombrellini, i paracaduti che [unclear], scendevano. Poi dopo un momento è scoppiato l’aereo, andato in frantumi, si capisce che era, stava incendiandosi, si sono buttati, si sono salvati, uno solo che è morto perché non aveva il paracadute, è precipitato a San Martino, Martino Siccomario, è morto quello lì. Gli altri si sono salvati perché li hanno aiutati tutti i contadini lì, cercato di metterli in salvo, di farli andare anche nell’Oltrepò, sono riusciti a salvarli. Non ne hanno preso uno.&#13;
FA: Lei è andato a vedere poi dove è caduto?&#13;
CC: Siamo andati a vedere tutti i resti, abbiamo trovato tante di quelle pallottole, rotoli di pallottole, pezzi di aereo, uno ha trovato una cuffia addirittura da mettere su. E s’è frantumato, è andato tutto a pezzi. E siamo andati, quello era di giovedì, la domenica siamo andati a fare la passeggiata, abbiamo visto tutto il disastro che c’era. L’è una roba da far paura, cose che succedono purtroppo.&#13;
FA: Dove siete andati a fare questa passeggiata? Dov’è che avete visto?&#13;
CC: A San Martino.&#13;
FA: Ah, di là.&#13;
CC: Oltre San Martino verso il Po. Siamo andati, perché l’aereo è caduto quasi vicino al Po, più avanti di San Martino, ma dalla parte interna però non sulla strada.&#13;
FA: Ho capito.&#13;
CC: E abbiamo trovato tanti resti. Uomini non ce n’erano perché si sono salvati, li hanno fatti fuggire tutti, cercato di salvarli. Allora c’era già la psicosi degli alleati, così i fascisti sono corsi ma non hanno trovato, non hanno fatto in tempo a trovare nessuno. È stato un attimo.&#13;
FA: E invece ha visto in che condizioni diciamo era il Borgo Ticino?&#13;
CC: Eh, Borgo Ticino, non solo, prima qui a Calcinara han preso perché bombardando il ponte han preso una parte di Calcinara prima, una parte di Porta Nuova, lì c’era la batteria di colombi (?) sul Naviglio l’han distrutto e perché non riuscivano a colpire bene. Dicono che il Ticino fa un curva venendo in città dalla, dalla.&#13;
FS: Ponte dell’Impero.&#13;
CC: Sì, più ancora, Ponte della Ferrovia. Il Ponte della Ferrovia in un primo bombardamento l’hanno distrutto in un attimo, subito in pieno, sono rimasti i piloni e basta. Poi, invece questo qui&#13;
FS: Ponte Vecchio.&#13;
CC: Il Ponte del, cosiddetto dell’Impero, perché l’han fatto far su  Mussolini, la prima arcata verso il borgo l’hanno centrato in pieno, è caduta e basta. Ponte interrotto, non venivano più. Però venivano col Ponte Coperto, non riuscivano a buttarlo giù. Dopo la settimana finalmente [unclear] a continuare a bombardare, han preso il Borgo anche lì, la parte del borgo dopo il ponte, han distrutto anche lì, ci sono stati morti anche lì. Un giorno sono andati anche più avanti del Borgo Ticino, verso&#13;
FS: Verso il Po.&#13;
CC: Canarazzo (?), no prima, e lì un aereo ha lanciato giù una bomba perché lì c’erano tutta la gente andava a nascondersi sotto un tunnel di un ponte. La bomba ha proprio centrato quel tunnel lì e  c’erano dentro un quaranta, cinquanta persone, tutte frantumate, oltre tutto c’era dentro un professore che veniva a insegnare nella nostra scuola degli Artigianelli, noi abbiamo fatto le medie agli Artigianelli poi abbiamo dato l’esame fuori come privatisti, io ho fatto quello, la terza media l’ho fatta dando fuori i [unclear], lì abbiamo fatto l’esame sono passato, ho preso la terza media. Altro non ho potuto andare avanti perché ci si fermava alla terza media, era fin troppo a quei tempi là, nel ’50, ’45.&#13;
FS: ’45.&#13;
CC: Nel ’43, nel ’42 ho il diploma di terza media, nel ’42.&#13;
FA: Ho capito. Si ricorda il suono della sirena?&#13;
CC: Il?&#13;
FA: Il suono della sirena.&#13;
CC: Fortissimo, non saprei come dirla, proprio come un urlo.&#13;
FS: Una tromba prolungata. &#13;
CC: Sembrava un urlo, [mimics the sound of the siren] che calava, proprio sembrava una cosa che calava, ma fortissimo e durava.&#13;
FS: Mi veniva la pelle d’oca.&#13;
CC: Trenta metri, trenta secondi il preallarme, poi&#13;
FS: L’allarme di più.&#13;
CC: L’allarme, e poi alla fine quando avevano finito risuonava ancora per dare il segnale che era tutto finito. Ricordo perfettamente quel, ma un rumore che assordava le orecchie perché faceva [mimics the sound of the siren]! Ma fortissimo.&#13;
FA: Molto fastidioso insomma.&#13;
CC: Fastidioso, molto. Però avvertivano di mettersi al riparo. Possibilmente. Il riparo, a Pavia rifugi non ce n’erano, le cantine, andavi in cantina era il rifugio. Mettevano dei pali per rinforzare un pochino ma se colpiva la bomba andava giù tutto [laughs]. &#13;
FS: Però non ha fatto tanti danni a&#13;
CC: Eh no, Calcinara, ha distrutto Calcinara e ce n’erano di gente lì. Proprio completamente rasa. Poi il Borgo Ticino lo stesso dopo il Ponte ha distrutto completamente un bel po’&#13;
FS: Il Carducci &#13;
CC: Fino a metà borgo&#13;
FS: Nino, racconta del Carducci, che c’erano tutti i soldati esteri.&#13;
CC: Ah? No, ah sì, ah sì perché noi essendo in Istituto eravamo in collegio, si viveva solo lì, la nostra vita era dentro lì sempre. Ci si alzava presto, si andava in chiesa a dire, sentire la messa, poi s’incominciava, si andava a fare colazione, poi si andava subito in officina a lavorare, subito. Poi, fino a mezzogiorno, si mangiava poi si andava ancora al lavoro, si faceva la ricreazione un’oretta poi si andava al lavoro. Fino alle quattro, alle quattro si andava sopra e a studiare c’era la scuola, prima un po’ di studio poi venivano i professori da fuori a insegnare per fare la terza media e arrivammo lì. Lì in Istituto c’era la Via Fratelli Cremona che confina con la scuola Carducci e a un certo punto, nel ’44, circa, hanno messo dentro, i tedeschi hanno messo dentro i mongoli, prigionieri russi, chi lo sa da dove venivano, prigionieri che hanno fatto in Russia. Li hanno messi lì e hanno messo tutto il filo spinato in mezzo alla via, tutta la via, tutto intorno al Carducci, per non farli fuggire. Poi li mandavano su, a fare i rastrellamenti nelle colline.&#13;
FS: Nelle colline.&#13;
CC: Quella gente lì. Gente di poca fede perché erano, hanno lottato per il nazismo ma non erano se andavano indietro poi li fucilavano, li fucilavano tutti. [Eh, se li. Noi eravamo dentro, loro avevano le pagnotte e noi eravamo là, ‘Ma dammi una pagnotta, abbiamo fame!’. Cercavano di tirargli ma non si poteva [laughs].&#13;
FS: Perché loro avevano.&#13;
CC: Perché noi  abbiamo tutti i finestroni, abbiamo tutti i finestroni che davano sulla Via Fratelli Carboni, stando su in alto, la scuola diciamo, scuola e dormitori. e vedere quella gente lì con le pagnotte, avevamo fame, facevamo i segni ma per noi era gente brava, non era cattiva. Mongoli non lo so, dicevano mongoli. &#13;
FA: Ma quindi li avete visti proprio bene loro, in faccia?&#13;
CC: Sì, sì, sì, eh, si parlava, cioè si cercava di dire qualcosa, non si capiva niente però.&#13;
FA: Erano scuri o erano, come carnagione?&#13;
CC: No, giallastri.&#13;
FA: Olivastri.&#13;
FS: Avevano tutti&#13;
CC: Olivastri.&#13;
FS: Avevano tutti una coda.&#13;
CC: No, no.&#13;
FS: No?&#13;
CC: Quelli no, quelli erano, quelli che erano giù a, con i mitraglieri per difendersi dagli aerei ma mai ciapà un aereoplano.&#13;
FA: Si ricorda dove erano le, queste difese antiaeree?&#13;
CC: Le, giù al Ticino, appena giù dal ponte c’erano le postazioni delle mitragliere. Per gli aerei, ma non, ma.&#13;
FA: E chi c’era dentro, italiani o tedeschi?&#13;
CC: No, no, no, non tedeschi, mandavano indiani più che altro.&#13;
FS: Ecco.&#13;
CC: Cioè gente che era con i tedeschi. Ma perché erano loro che prima siamo stati lì fino alla fine  della guerra perché nel ’45 quando è finita la guerra, ’45 era 25 aprile. Sono arrivati i partigiani a Pavia con diversi prigionieri tra i quali un nostro amico che era negli Artigianelli, è scappato, è andato nelle fiamme bianche, che chiamavano, sono paramilitari tedeschi, ragazzi, è andato su a fare i rastrellamenti. Poi l’han preso alla fine della guerra, l’han fucilato anche lui. Un certo Scolari, mi ricordo il nome. Un altro [unclear] l’hanno messo in castello prigioniero poi, era di Voghera, poi l’hanno mandato a casa sua. Non c’han fatto niente ma questo qui l’han preso a Stradella, vicino al cimitero li han messi là, sette, otto partigiani, li hanno fucilati. E c’era dentro quel nostro amico. Aveva diciassette, sedici, diciassette anni, poverino, mi ricordo, ricordo sempre, Scolari si chiamava.&#13;
FA: Scolari.&#13;
CC: [sighs] purtroppo.&#13;
FS: No, la guerra, speriamo che non avvenga più. Tremendo.&#13;
CC: Eh, la guerra, la guerra, è tremenda la guerra. [unclear] è venuta la liberazione, la festa. Tutti gli aerei [unclear], tutti gli aerei, sopra il 25 aprile quando hanno arrestato Mussolini, l’hanno ammazzato proprio il giorno che io compio gli anni. Il 28 aprile l’hanno fucilato a Dongo. Poi l’hanno portato a Milano, l’hanno appeso. Figura orrenda, da non dire perché è stata una bestialità quella, per mio conto. Non posso vedere quelle cose da nessuna parte. &#13;
FA: Certo.&#13;
CC: Io sono per il quieto vivere, per andar d’accordo con tutti, per avere l’armonia con tutti. Non l’odio, cosa vuol dire l’odio? Non vuol dire niente l’odio, assolutamente no. Vivere in pace con tutti. Come adesso, quello che succede. No, son cose da non dire. &#13;
FA: Certo. Avrei ancora una domanda.&#13;
CC: Sì.&#13;
FA: Si ricorda nel, quando andavate in rifugio, suonava la sirena, andavate in rifugio, come si confrontava con i suoi compagni?&#13;
CC: Ma no, eravamo, si giocava. Eravamo, andavamo giù quando suonava l’allarme, bisognava andare in rifugio. E tutti assieme in mezzo alla segatura, si giocava, sì, sì, si scherzava, si giocava, non avevamo paura, no, no, giù da basso non avevamo paura, ci sentivamo tranquilli, non lo so, niente.&#13;
FA: Niente.&#13;
CC: Mi ricordo una volta sola che siamo andati, meno male che siamo andati quando è suonata l’allarme perché? Perché c’era l’invasione delle cimici. Eravamo in camerata, le cimici si arrampicavano, venivano su, a metà si lanciavano giù addosso al letto quelle cimici rosse.&#13;
FS: [laughs] Poveri ragazzi.&#13;
CC: Eravamo molestati in un modo tremendo. Meno male che tu dici  ‘Suona l’allarme, andiamo in rifugio, queste bestie almeno non ci sono’. Poi cos’hanno fatto? Hanno chiuso e hanno mandato dentro il disinfettante, l’hanno chiuso, sigillato, messo dentro il gas per farli morire. Ma ce n’era un invasione, ma enorme, di una quantità, tutte le cimici. Ma si arrampicavano, s’arrampicavano sul muro, arrivavano su, a metà sul tetto e blump! Si lanciavano giù. Una roba incredibile, una roba da , davano fastidio perché mordevano, eh sì. Ma nel rifugio noi non avevamo niente, stavamo bene, si giocava, non avevamo neanche per la mente.&#13;
FA: Anche gli adulti erano tranquilli diciamo o loro più?&#13;
CC: Sì, ma gli adulti, no, no, tutti tranquilli, ma gli adulti al massimo eravamo noi, io avevo diciassette anni già, nel ’44, che hanno bombardato nel ’44 a settembre, sempre tutta una settimana di bombardamenti per il ponte, ma va&#13;
FA: Ma i padri, i preti venivano sotto anche loro?&#13;
CC: Sì, sì, tutti, tutti, i nostri assistenti insieme a noi perché dovevano curarli sti bambini. Perché noi avevamo in camerata, avevamo un assistente in ogni camerata. Camerate erano di circa venti alunni, penso una camerata, forse c’è sul libro, una camerata di venti ragazzi e c’era l’assistente che curava tutti i ragazzi. Perché lì si andava a dormire alle nove, nove e mezza, e poi al mattino si alzava alle sei e mezza, andavamo a lavarci, pulirci, fare la, e poi si faceva il letto, e dovevamo fare il letto, per forza di cose. Poi fatto tutto andavamo giù in chiesa, a dire la coroncina, poi c’era la messa. Poi si andava a fare colazione, la giornata era così, a far colazione, via colazione, si andava al lavoro nelle officine. La sera alle quattro c’era lo studio, si andava a mangiare, poi si giocava, un po’ di ricreazione. Ricreazione in cosa consisteva? Non si poteva giocare a pallone, a calcio, no, solo pallacanestro, pallavolo, c’era un coso per la pallavolo, o altri giochi, la palla avvelenata, che era tremenda, un gioco tremendo, pallina, ci si lanciava uno contro l’altro perché ci si stava negli angoli, poi magari correvo per evitare, tac! Una [unclear] oh ma faceva male. In principio avevo una paura tremenda poi ho imparato, ero il più svelto di tutti. &#13;
FS: Svelto.&#13;
CC: Poi un altro gioco i battenti, mettevano, si giocava una specie di staffetta coi battenti, bastoncini piatti e si mettevano un po’ qui &#13;
FS: [laughs]&#13;
perché si picchiava sul sedere &#13;
FS: [laughs]&#13;
e allora coi battenti te lo riparavi. [laughs]. Giaco, sempre addosso ai nostri assistenti, i più grandi, batti. Eh, che bello. E insomma. &#13;
FS: Questa è la sua gioventù.&#13;
Poi lì a, negli Artigianelli si stampava il Ticino, c’era la tipografia che era la più bella di Pavia, stampava il Ticino e noi piccolini, prima quando sono entrato &#13;
FS: [unclear]&#13;
s’andava, c’era una camerata e si piegava il Ticino, si piegava in quattro parti perché poi si faceva il pacco, si legava e veniva spedito alle parrocchie, tutta la diocesi, si preparava tutti i pacchi.&#13;
FA: Era il giornale della diocesi? Era il giornale della diocesi?&#13;
CC: Sì, c’è ancora adesso, c’è ancora adesso il Ticino. Lo vendono in edicola.&#13;
FS: E anche nelle parrocchie.&#13;
CC: Sì, anche nelle parrocchie. E lo consegnano ancora.&#13;
FS: Parrocchie e&#13;
CC: Ma adesso non lo so dove lo fanno. Forse, no lo fanno al Pinne, il Pinne fa questi libri, un nostro amico, qusto qui che ha fatto questi libri è Pisati&#13;
FA: L’ho conosciuto sì il Pisati.&#13;
FS: Pisati, l’ha conosciuto?&#13;
FA: Sì.&#13;
CC: Ha conosciuto il Pisati?&#13;
FA: Sì. &#13;
CC: È bravissimo. Pisati è un mio carissimo amico. &#13;
FA: Più giovane però. È più giovane.&#13;
CC: Sì, più giovane. Lui ha ancora la ditta, sono due o tre soci mi pare. Ma è bravo Pisati e io ho avuto bisogno tante volte dopo. Eravamo al bar e facevo stampare tutti i manifesti, tutto quello che avevo bisogno.&#13;
FA: Va bene.&#13;
CC: Questo qui, noi si fa il giornalino e l‘lntrepido  lo stampa.&#13;
FA: Sì, sì, sì.&#13;
CC: E il giornalino a gratis sempre. Le spese di una stretta di man. Bravissimo Pisati, ragazzo d’oro.&#13;
FA: Va bene. Allora la ringraziamo per questa intervista.</text>
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                <text>Celestino Chiesa remembers his wartime memories as a schoolboy in Pavia, attending the Artigianelli boarding school, including: food shortages; rationing; “Pippo” bombing at night; machine-gun nests along the Ticino river; a friend joining the Fascist militia; the bombing of Ponte Vecchio and Borgo Ticino. He stresses how the bombing of Pavia started after the 8 September 1943 armistice; he talks of when he was caught in strafing, and how the memory of the event still unsettles him. Celestino recalls an aircraft jettisoning its bomb load before crashing and how he visited the wreckage site later. He also recalls the constant high-pitched sound of the siren. He describes the time spent in the basement, sitting on a sawdust pile, playing with his friends, explaining how they were not afraid at all. He describes his mixed feelings about the public display of Mussolini’s body.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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&#13;
The collection was catalogued by IBCC Digital Archive staff.</text>
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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              <text>Sono Andi Filippo e sto per intervistare [omitted]. Siamo a Voghera, è il 29 agosto 2017. Ringraziamo il signor [omitted] per aver permesso questa intervista. La sua intervista registrata diventerà parte dell’archivio digitale dell’International Bomber Command Centre, gestito dall’università di Lincoln e finanziato dall’Heritage Lottery Fund. L’università s’impegna a preservarla e tutelarla secondo i termini stabiliti nel partnership agreement con l’International Bomber Command Centre. Signor Marchese, vuole raccontarci i suoi ricordi, le sue esperienze durante gli anni di guerra, sotto le bombe a Voghera?&#13;
GM: Dunque, io all’epoca, all’inizio della guerra avevo undici anni, undici anni però ero già sveglio  insomma eh. E la dichiarazione di guerra non è, ce, ce l’aspettavamo insomma, c’era, era attesa. Però i primi diciamo due anni, la leggevi sui giornali e basta la guerra, la leggevi, perché la cittadina come Voghera non è che fosse informata o, guarda poi leggevi i giornali (?). Dal ’43, dal 1943 invece è diventata un po’ pesante nel senso che Voghera, io avevo un diario avevo che non ho più ritrovato purtroppo nei traslocchi che ho fatto a Voghera c’erano state circa ottanta incursioni durante il periodo dal ’43 al ’45, ci sono state circa ottanta incursioni fra bombardieri grossi e cacciabombardieri, cacciabombardieri c’erano tutti i giorni, mitragliavano, qualunqua cosa si muovesse mitragliavano e i bombardieri bombardavano i ponti della ferrovia, pero’ di danni alla popolazione sono stati abbastanza relativi. Fino a che siamo arrivati a quel bombardamento che tutti dicono fosse stato terroristico del ’44. Nel mese di agosto del ’44, che effettivamente è stato pesante perché, a parte il fatto che diverse correnti di pensiero dicono che i morti siano arrivati a cinquecento addirittura e io, sono un po’ sopravvissuto a quello lì perché come ripeto un quarto d’ora prima ho fatto proprio il percorso dove sono cadute tutte le bombe e mi trovavo diretto a casa, erano le sette di sera, però era già tutto il giorno che ricognitori giravano in alto [unclear] tutto sopra la città e la gente diceva, ma come mai continuano a girare sti aerei qui sopra? Uno, si davano il cambio fino verso sera. Una giornata bellissima di agosto, un sole bello, e la gente, però la gente, sì, ci faceva caso ma faceva gli affari suoi faceva. Poi verso le, ecco io verso le sette io sono uscito dal lavoro, ho fatto il centro di Voghera, ho imboccato il Corso XXVII Marzo e come sono arrivato a metà Corso XXVII Marzo, a due passi da casa, è scoppiato il finimondo. Tutta la strada che avevo fatto dietro era bombe, bombe, crateri e bombe perché, dalla chiesa, dalla Via Emilia, Piazza Meardi dove hanno distrutto il Bar Ligure, è tutta una scena, tante case lì dove c’era la casa di riposo tra l’altro, c’era la casa di riposo, la casa per i poveri dove il comune distribuì i pasti e tutta la zona dietro, dove ci sono, adesso c’è il palazzo della SIP, su quello quadrato lì era raso al suolo proprio, Piazza Meardi tutta rasa al suolo, dove c’era il Bar, dove c’è adesso il Cafè Cervinia e compagnia bella. È durato una bella oretta la caserma dei, un pezzo della caserma, un pezzo di Corso Genova e io alla prima bomba che ho sentito scoppiare, sarà stata a cinquanta metri d’aria da me, perché è scoppiata in Via Pietro Giuria allora mi sono messo coricato per terra vicino e poi, e poi addio, il finimondo, bombe, bombe, bombe, bombe, finchè poi non si vedeva più niente, un odore acre di esplosivo che non riuscivi a respirare e un, che non si vedeva una persona a un metro di distanza dalla polvere, dalla e lì era di corsa sono arrivato in casa a cercare i miei cercare, effettivamente era ancora, era in casa mia mamma, mia sorella e mio papà che era a letto con, ammalato era, ammalato. Allora [ho detto?, unclear], ragazzi eran lì che ci siamo abbracciati e lo spostamento d’aria ci faceva girare da una parete all’altra ci faceva, lo spostamento d’aria delle bombe che cadevano. Poi, poi bum, è finita su, era la prima ondata perché poi è venuta una seconda ondata di bombardieri, B-12, hanno fatto posto, hanno sbagliato, fortunatamente la seconda andata hanno scaricato le bombe tutte oltre di là alla ferrovia, nei campi. Questi qui hanno, i primi dodici hanno, quelli lì, la seconda ondata o l’hanno fatta apposta o si sono sbagliati, non lo so, hanno sbagliato penso. Al di là della stazione, della ferrovia c’erano i campi c’erano e sono cadute tutte là perché altrimenti se cadevano anche quelle in citta’ era, era il finimondo. Ecco e lì abbiamo cominciato veramente ad avere paura insomma lì e allora lì e sai gira, esci, vai in casa, passata, cercare di vedere, di dare una mano a qualcuno ma era un problema perché c’era, non si poteva passare da nessuna parte, macerie dappertutto, macerie. La Croce Rossa che, la Croce Rossa [unclear] portati via a piedi no, con la barella con le ruote delle biciclette dopo [unclear] per cercare di dare una mano e compagnia bella ma come ripeto il disastro più grosso è stato lì Piazza Meardi che fece [unclear] i morti e lì si è andata avanti tutta la notte a scavare, scavare, scavare. &#13;
FA: A lavorare.&#13;
GM: E noi a casa, a riparare un po’ i danni perché, anche a casa nostra, i spostamenti e compagnia bella era, c’era di tutto in casa c’era perche’ poi tra l’altro due bombe mi sono cadute proprio in cortile,&#13;
FA: Ah!&#13;
GM: In cortile, dove la casa era in cortile c’era la cucina e il resto dell’appartamento era verso la strada, due bombe sono cadute proprio davanti alla cucina, la cucina era sparita, c’era di tutto in casa, ecco, e lì ci siamo tirati su le maniche e via, e siamo partiti, e siamo ripartiti.&#13;
FA: Eh certo.&#13;
GM: Pero’ poi è stato veramente un segnale che come sentivi poi un aereo, come sentivi, perché le sirene non suonavano neanche più perché arrivavano prima gli aerei delle sirene d’allarme. Come sentiva un aereo la gente terrorizzata scappava nelle cantine, nelle, dove poteva insomma, ecco.&#13;
FA: Dove trovava. Quindi lei durante quell’incursione lì dalla strada poi è rimasto in casa [unclear].&#13;
GM: Poi sono rimasto in caso finché è finita perche’ c’erano i miei e abitavamo al pianterreno e ci siamo abbracciati no, e lo spostamento ti faceva andare da una parete all’altra [unclear] poi figura quando sono cadute le due proprio davanti a, dietro, noi eravamo verso la strada, dietro lì al, dove c’è la cucina, figuriamoci&#13;
FA: Eh sì..&#13;
GM: Ci siamo ritrovati lunghi distesi per terra, immersi dal fumo, facevamo fatica a vederci, talmente era fumo, un odore che non si poteva neanche respirare [unclear] e beh, passato poi cominciato a dire [unclear] a vedere il disastro che è successo, io sono riuscito ad andare fuori ancora, a fare il pezzo di strada a vedere come, ho scusa ho toccato, a vedere c’erano già i soccorsi, a scavare nelle macerie, a scavare, a tirar fuori i cadaveri, tirar fuori gente ferita che si lamentava, siamo andati avanti tutta la notte ecco, tutta la notte.&#13;
FA: Lei ha aiutato?&#13;
GM: Eh, Un po’ ho aiutato, un po’, ero giovane, avevo quattordici anni oramai, quattodici, quindici anni [unclear] anche insieme a dei miei amici eh, insieme a amici che anche loro fuori andavano, davano una mano. Mi ricordo che lì verso Piazza Meardi adesso c’è una villa nuova che era stata ricostruita perché ci era caduta proprio una bomba, l’aveva distrutta e c’era il mio amico che era arrivato là per primo [unclear] mandato i soccorritori, aveva un due anni piu’ di me a scavare là che si sentivano lamenti lì sotto. E mi è rimasta impresso una cosa: che sono riusciti a tirare fuori quella persona lì e quella persona lì ha messo una mano nella schiena di quel mio amico lì che aveva una camicia bianca, ci è rimasta la mano sporca di sangue, è rimasta. Allora, poi lei lo mette insieme bene, eh?&#13;
FA: Prima della pausa stavamo dicendo appunto di quel ragazzo, suo amico che &#13;
GM: Ecco, la sera stessa che è stato lì a scavare, scavare in quella, quella via lì, ha tirato fuori una persona viva ma sa, capirà, e gli ha messo una mano qui per tirarlo fuori sulla schiena, gli è rimasta la mano sulla camicia sporca di sangue insomma perché era ferito e compagnia bella e quella è rimasta impressa nella mente perché non sono cose mica da ridere.&#13;
FA: Eh certo!&#13;
GM: Poi posso raccontarle un fatto mio personale perché un mio carissimo amico, che tra l’altro aveva la mia età, perché noi al mattino si usciva sempre presto? Per andare a cercare da mangiare, ecco, eravamo nel ’44, era inverno, penso ottobre, novembre, era tanta di quella neve, c’era tanta di quella neve per terra però un sole bellissimo e noi, eravamo usciti, abitavamo vicini, siamo usciti nel Corso XXVII Marzo e venivamo su. Sono arrivati i cacciabombardieri, cacciabombardieri che prendevano in filata il Corso XXVII Marzo e sparavano, e sparavano, e poi sparavano fino al ponte della ferrovia che va a Medassino, no?&#13;
FA: Sì.&#13;
GM: Ecco. Che poi c’era quello della [unclear] sul treno fermo, c’era col, un vagone cisterna pieno di vino, &#13;
FA: Ah!&#13;
GM: Eh! Comunque quello lì ecco, lì eravamo insieme, eravamo all’altezza, a metà Corso XXVII Marzo, dove c’è il Bar Bon Bon adesso, circa, che allora non c’era e noi eravamo rasente il muro, neve, bel sole limpido, insomma ci sono sti cacciabombardieri, allora, corri i caccia per terra, vicino al muro perché [unclear] e sparavano tutto lungo la strada. Quel mio amico lì si è spaventato. Di fronte c’era una portina aperta del condominio di quel palazzo lì e lui diceva: ‘andiamo di là, che c’è la portina, andiamo dentro, siamo riparati’, no, non muoverti, non vedi, non senti che arrivano, arrivano, arrivano?’ Non mi ha ascoltato, è partito in mezzo alla strada, l’han centrato in pieno, centrato in pieno, è rimasto là, è rimasto secco. Io non mi sono più mosso di lì, coricato per terra, ecco quello lì è il fatto che mi è rimasto più impresso di tutti, ecco.&#13;
FA: Certo.&#13;
GM: Perché? Perché oramai ci avevi fatto l’abitudine. I bombardieri c’erano tutti i giorni, lì sparavano dappertutto sparavano e noi? Il problema era quello di cercare di schivarli e loro, lì la superavi la paura perche’ avevi talmente tante cose da fare, corri, andare a cercare da mangiare, andare a cercare da scaldarti, andare a cercare, ecco il problema era quello lì.&#13;
FA: Ci si era abituati insomma.&#13;
GM: Oramai da cinque anni. Cinque anni è stata lunga, e poi quello che ha fatto più impressione è (vedere o vivere?) cinque anni al buio senza una luce fuori, all’ultimo giorno quando si sono riaccesi i lampioni e allora tutto, dopo cinque anni vedere accese le strade illuminate [unclear] e poi una cosa che rimane impressa perché appunto un giovane ci facevi anche l’abitudine eravamo anche un po’ incoscienti quando venivano i bombardieri che bombardavano i ponti, andavamo, scappavamo nei prati lì vicino perché era, e coricati per terra a guardare quando si aprivano quei portelloni, vedere le bombe scendere, ecco quello lì è stato uno spettacolo indimenticabile. Non te lo dimentichi più perché vedere sti portelli, perché erano abbastanza bassi e tutte ste bombe che cadevano, che cadevano ecco, allora lì [laughs].&#13;
FA: Sì.&#13;
GM: Ecco, sono impressioni che ti sono rimaste, ecco [unclear].&#13;
FA: Certo.&#13;
GM: Ecco. Adesso se ha qualche domanda, io non,&#13;
FA: Sì, certo.&#13;
GM: Non saprei più cosa dirle.&#13;
FA: Lei in casa avevate un rifugio antiaereo?&#13;
GM: No, le cantine.&#13;
FA: Le cantine.&#13;
GM: Le cantine. Cantine rimesse un po’ in ordine, no, dal comune, anzi, avevano, le cantine non erano più singole, avevano buttato giù le pareti e avevano fatto un corridoio lungo. Un corridoio lungo, poi l’hanno verniciato di bianco, compagnia bella, e quando suonava l’allarme, tutta la gente scendeva ma era diventato un corridoio lungo, sarà stato lungo come il palazzo ecco. Prima, anziché tante piccole cantine, un corridoio lungo,&#13;
FA: E certo.&#13;
GM: E diventava un, era diventato un rifugio era diventato, ecco.&#13;
FA: Per tutto il palazzo.&#13;
GM: Per tutto il palazzo.&#13;
FA: Certo. Si ricorda se c’era qualche rifugio pubblico, magari in centro?&#13;
GM: Rifugio pubblico, dunque, c’erano del, mi ricordo che, nei prati, e nei dintorni e in Piazza Meardi, sia dalla parte di qui che dalla parte di là della caserma, avevano scavato delle trincee a zig zag, delle trincee a zig zag dove la gente si rifugiava dentro, abbastanza profonde. Ti potevi rifugiare li dentro perché non erano diritte, che potevano essere prese in filata ma a zig zag che quanto meno ti riparava dalle schegge o&#13;
FA: Certo.&#13;
GM: Ecco, quelle me le ricordo bene. E ne avevano costruite abbastanza, in periferia ce ne erano tante, in periferia [unclear] e la gente scappava e si infilava lì dentro. Perché poi sai, erano tutte case vecchie, la cantina teneva per varie cantine, li mettevi una bomba sopra e allora tanta gente preferiva e come sentivano gli aeroplani, partivano o in bicicletta o a piedi e andare fuori, &#13;
FA: Andare fuori,&#13;
GM: Un po’ fuori che non era grosso così, c’erano i campi, i prati ecco, e si andava lì e si &#13;
FA: E si scappava [unclear]&#13;
GM: E si scappava e si stava fuori finché si poteva ecco.&#13;
FA: Ho capito. Una domanda un po’, diciamo un po’ personale. Secondo lei, e secondo quello che vedeva nella popolazione, insomma, &#13;
GM: Sì, sì, sì.&#13;
FA: Che sentimenti provavate nei confronti di chi vi bombardava?&#13;
GM: Mah, eh, dunque guardi [pauses] noi avevamo, il sentimento più brutto ce l’avevamo coi nostri governanti, di quell’epoca, che ci avevano portato in quella situazione lì. Che tu avevi fame, non c’era da mangiare, rischiavi la pelle tutti i giorni e il sentimento maggiore di rivalsa era quello. Tu pensavi che quelli facevano i loro mestieri. Però sul bombardamento sulla città pensavamo fossero dei criminali, eh, perché non era il caso, ecco, non era il caso. Se loro ti dicevano, pensavano o la propaganda ti diceva che si erano sbagliati, diceva, vabbe, questi non sono errori che si possono fare, ma bombardare proprio indiscriminatamente una città che faceva trenta, trentacinquemila abitanti, non c’era niente, non c’era, è stato un bombardamento terroristico che anche la gente si era abbastanza risentita.&#13;
FA: Risentita.&#13;
GM: Era abbastanza. Poi però ha prevalso il sentimento che eravamo a fine ’44, ancora qualche mese e poi la guerra era, finiva, noi sapevamo la notizia già dai partigiani e compagnia bella, che ah beh allora, vengano, se dobbiamo finirla vengano ancora anche, lo facciano ancora per un’altra volta che almeno basta.&#13;
FA: Sì.&#13;
GM: I liberatori, li chiamavamo i liberatori.&#13;
FA: Sì insomma, alla fine, diciamo, c’era più la voglia di,&#13;
GM: Bravo.&#13;
FA: Di essere liberati, che finisse la guerra&#13;
GM: Bravo, ecco, di farla finita, di farla finita perché oramai. Poi la propaganda sa, Radio Londra si sentiva tutto, Radio Londra era un appuntamento fisso, e sentivi insomma, ti raccontavano le cose, [unclear] bene o male, speriamo che arrivino in fretta, speriamo e difatti insomma poi cominciato i movimenti partigiani e compagnia bella. E allora anche per i fascisti, per i tedeschi non è che siano state rose e fiori, insomma.&#13;
FA: Era molto attiva qua su Voghera la Resistenza?&#13;
GM: [unclear] Tutto qui Oltrepò, era, ce n’era veramente perché, è stato, l’Oltrepò Pavese è stato il primo ad avere le bande partigiane, sono state nel ’43, e poi sai volevano, li conoscevi quei ragazzi che c’era la leva obbligatoria, la leva obbligatoria del maresciallo Graziani, da tredici anni a trentasette anni, eh. Chi non si presentava veniva fucilato. Sai, allora, nascosti sempre nascosti. &#13;
FA: Quindi o si era, o ci si presentava oppure si [unclear] andava in clandestinità&#13;
GM: Eh, non ti presentavi, è quello. La maggior parte non si erano presentati, tanti amici che avevano qualche anno in più, sono scappati subito su verso le montagne e poi sono stati su fino alla fine della guerra,&#13;
FA: Guerra. &#13;
GM: Che sono arrivati i soldati, sono arrivati gli americani, gli inglesi. I primi ad arrivare a Voghera mi sembra sono stati i brasiliani, brasiliani, sono stati i brasiliani, sono stati, dico bene?&#13;
FA: Sì.&#13;
GM: [unclear] Questo qui, è [unclear] stato un mio carissimo amico, aspetta, [unclear] dove è andato a finire che le vostre ricerche, sarà qui, eccolo qui, questo qui è il soldato brasiliano, uno dei primi che è arrivato a Voghera, questo qui. Mi ha dato l’indirizzo, mi ha persino scritto l’indirizzo dove abitava in Brasile, guardi. Ivan, Ivan. Mi portava a spasso poi con la jeep. E ci dava le sigarette da mangiare. Ci davano da mangiare, &#13;
FA: Eh, sì.&#13;
GM: Parlamoci chiaro, ci davano da mangiare. &#13;
FA: Quindi, poi c’e’ stato insomma un rapporto di, di amicizia.&#13;
GM: Perché, perché loro, sì, perché loro avevano i magazzini che noi siamo rimasti impressionati perché e guardavamo lì, figuriamoci. Vedere mangiare da loro, fare dei pentoloni di cioccolata che noi la cioccolata non avevamo mai sentito, figuriamoci, era [unclear] per quello che avanzavano, cioè ne distribuivano che ne avevano nei pentoloni, ne facevano di più apposta, c’eravamo noi in fila coi pentoloni a ritirare e portare a casa, ecco.&#13;
FA: Eh certo.&#13;
GM: Questo. Ecco questo è un particolare che [unclear] nella politica e nella politica ne abbiamo avuti perché i miei erano contrari, insomma io avevo un zio, beh un fratello di mia mamma, che era nel Comitato di Liberazione Nazionale a Tortona, perché mia mamma era [unclear] di Tortona, lei [unclear], e allora, le notizie le sapevamo tutte le notizie dei movimenti partigiani e compagnia bella.&#13;
FA: Certo.&#13;
GM: E poi, io sono stato, guardi questa, guardi bene questa cartolina e le date.&#13;
FA: 39.&#13;
GM: Ultimo avviso, perché si doveva essere tutti in divisa e io avevo finito, io, se non mi presentavo, perché non c’andavo mai, e mi han mandato l’ultimo avviso e se non mi presentavo non potevo più iscrivermi a scuola.&#13;
FA: A scuola.&#13;
GM: Non potevo più andare a scuola, capisce?&#13;
FA: Quindi lei non partecipava, diciamo, alle attivita’ dell’ [unclear]&#13;
GM: Eh no, perché mio padre era socialista quindi mio zio che era, figuriamoci, eravamo un pò, poi però abbiamo un vicino di casa che era un maggiore della milizia, un maggiore della milizia come vicino di casa che ci conosceva e allora sa, lo sapeva che non la pensavamo come lui, ma insomma &#13;
FA: Però non.&#13;
GM: No, no, no, ecco.&#13;
FA: E i bombardamenti dei ponti avvenivano di giorno?&#13;
GM: Di giorno, tutti di giorno. Tranne di notte che c’era il famoso Pippo. Pippo, quello tutte le notti era una cambiale, c’era sempre, fino al 25 aprile, l’ultimo giorno ha sganciato in Via San Francesco d’Assisi, che aveva visto qualcosa, aveva visto, degli spezzoni, e ha ammazzato una persona il 25 aprile proprio. C’era rimasta una persona che era [unclear]. Quasi tutte le sere girava tutta la notte. Se vedeva una luce, bombardava. E non c’era&#13;
FA: Quindi anche lui era ormai una presenza abituale.&#13;
GM: Quasi quasi era, oramai era della famiglia, [laughs] perché c’era sempre, c’era. Ecco, ecco se ha altre cose che, io non saprei cosa dire dell’altro adesso, perché son tanti gli aerei, &#13;
FA: Eh beh, certo.&#13;
GM: cose che la sera, quando si dove andare a, non so, a cercare con i ragazzi, amici, no, con dei carrettini, rischiando il coprifuoco, rischiando, perché c’era il coprifuoco, non si poteva andare. Io avevo uno zio che faceva il ferroviere e abitavamo vicino alla ferrovia no, [unclear] la ferrovia dietro, e lui guidava, faceva il macchinista e guidava sempre il treno Voghera-Genova coi tedeschi, ci fascisti e avevano i vagoni dove loro requisivano tutto, grano requisivano e quando era di servizio lui se lo diceva, lui, si, noi ci preparavamo vicino la scarpata della ferrovia rischiando la pelle perché e lui apriva un vagone, ci buttava giù un sacco, due sacchi di grano, quello che c’era sopra insomma e allora noi piano piano si raccoglieva, si portava a casa poi si divideva fra le famiglie, &#13;
FA: Certo.&#13;
GM: Se era grano poi ci mettevamo a pestare e farci la farina per farci il pane ecco queste così ma rischiavi la pelle oppure andare al di là, sotto il passaggio al di là della ferrovia a far legna da bruciare per scaldarti.&#13;
FA: Eh certo.&#13;
GM: E allora tutte le piante che c’erano, [laughs] tutte le notti ne partivano qualcuno. Queste sono, ecco, queste cose qui e tutto era per mangiare perché altrimenti [unclear] andare nei campi dove raccoglievano le patate, no, dopo quelle raccolte andare là, ne lasciavano sempre qualcuna indietro, eh.&#13;
FA: Eh certo.&#13;
GM: O spigolare come dicevano, no. &#13;
FA: Il granoturco.&#13;
GM: Il grano, il granoturco. Tutto quello che si trovava, si portava a casa. &#13;
FA: Sì, insomma, era&#13;
GM: Perché cinque anni sembrano pochi ma sono lunghi da passare. Ai primi, uno, due anni, poi c’avevi le tessere coi bollini, ragazzi. Una volta la settimana ti dicevano, per andare con il bollino numero, puoi ritirare un po’ di zucchero, un’altra settimana un po’ di sale, un’altra [unclear]&#13;
FA: Quello che c’era&#13;
GM: Quello che c’era insomma. Però è passato e siamo qui ancora adesso.&#13;
FA: Quindi insomma una vita così, un po’, con le bombe a fare da contorno ecco.&#13;
GM: Ma, contorno bombe e spaventi tanti.&#13;
FA: Eh certo.&#13;
GM: Perché spaventi tanti perché parliamoci chiaro, non solo le bombe, i rastrellamenti, i tedeschi, i tempi di guerra si sa come sono. Non sai mai come, &#13;
FA: Cosa succede.&#13;
GM: Tu vai fuori la mattina non sai mai se vai a casa la sera, non sai mai eh, perché lì i rastrellamenti o compagnia bella, o i bombardamenti perché come ripeto, i caccia c’erano tutti i giorni. I cacciabombadieri anche loro c’erano tutti i giorni. I bombardieri grossi no, quelli tre, quattro, dieci volte tranne, quella lì poi è stato il 23 agosto ma le altre volte andavano sui ponti e basta, andavano sui ponti e se ne andavano. E allora c’avevi quasi fatto l’abitudine, c’hai fatto l’abitudine.&#13;
FA: E il ponte, sono riusciti a buttarlo giù?&#13;
GM: Sì, sì, buttavano sempre giù, c’era, li rimettevano su di fortuna, li ribombardavano ma lì era ma tante volte ecco. Li han sempre buttati. Solo quei tre ponti che c’era la linea, Milano-Genova e Milano, Voghera-Genova, no, Voghera-Milano e Voghera-Piacenza, sono due linee diverse e dopo,  poi c’era il ponte della linea Voghera-Varzi e poi il ponte stradale. E quel ponte lì&#13;
FA: Sempre.&#13;
GM: Un giorno sì, un giorno no. Era, ecco lì, Voghera bombardavano sempre solo quello. Tranne quella volta lì. Oppure i cacciabombardieri, vabbe’ che loro vedevano un carretto, sparavano, scendevano, mitragliavano, se ne andavano, ecco.&#13;
FA: Ho capito.&#13;
GM: Ecco, la guerra, per noi qui a Voghera, è stata quella, logico, perché se poi andiamo nella Resistenza e compagnia bella ne abbiamo conosciuti tanti compresi (?) tanti amici che purtroppo non ci sono più. Ma insomma lì è un altro discorso, lì andiamo nella politica, allora lasciamo stare la politica, lasciamo stare. Va bene?&#13;
FA: Certo. Va bene. Grazie mille, la ringraziamo molto per questa intervista, per la sua testimonianza.&#13;
GM: Ci mancherebbe altro, guarda io, li ho detto, di balle non ne ho raccontate, le ho detto, se poi lei legge questo qui che avevo detto , lì [unclear] a Salerno, sono più o meno le stesse cose che le ho detto, ma sono, sono cose che non ti vanno più via dalla mente, ti segnano, non ti vanno più via dalla mente. Però arrivi adesso, ne parli con amici molto più giovani e non, cioè non si rendono conto di&#13;
FA: Della gravità&#13;
GM: Del, dei momenti che hai passato così, diciamo, beh, che uno che si alza al mattino, e noi eravamo una famiglia, due, padre, madre e quattro fratelli, due sorelle e due fratelli, poi mio fratello era nei partigiani perché lui era più vecchio di me. Primo pensiero, ragazzi, per andare a cercare per mangiare a mezzogiorno, eh. Passare cinque anni così non è facile, eh. &#13;
FA: Eh no.&#13;
GM: E allora sta idea(?), sono esperienze che ti formano, ti formano la vita.&#13;
FA: Certo. Va bene, grazie mille.</text>
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                <text>The interviewee recollects his wartime memories in Voghera and describes how bombings, strafing, and “Pippo” flying at night became part of everyday life and how the population tried to cope. He gives a vivid and detailed account of the August 1944 bombing, which was described by many as 'terrorist'. He tells how he barely managed to survive it and recollects the unreal contrast between the sunny weather and the widespread devastation. He mentions various episodes: helping extricate dead and wounded people from the rubble; draft dodgers and inter-connected cellars and dug-out trenches used as makeshift shelters. He describes the feeling of resentment and anger harboured towards the dictatorship and enduring the bombings while waiting for the end of the war and the arrival of the Allies. He also recalls the first time the street lights were turned on after five years of wartime blackout and tells of his uncle, a railwayman, pilfering grain. He tells of Brazilian soldiers handing out chocolate at end of the war.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                  <text>One oral history interview with an informant who recollects her wartime experiences in Voghera.&#13;
&#13;
The collection was catalogued by IBCC Digital Archive staff.</text>
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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              <text>FA: Eeeh, signora [omitted] vuole raccontarci cosa si ricorda dell’esperienze vissute durante gli ultimi due anni di guerra a Voghera?&#13;
GB: Sì, volentieri potrei raccontare qualcosa anche magari dei primi mitragliamenti che sono successi.&#13;
FA: Certo.&#13;
GB: Nel ’41, ero ancora piccolina avevo solamente sei anni, eeeh il primo, il primo mitragliamento su Voghera credo che sia stato fatto nel mese di maggio o giugno, mi trovavo in mezzo ai campi, perché i miei genitori erano agricoltori e praticamente sono arrivati questi caccia e mi hanno, praticamente ero vestita di rosso e allora per paura che mi, mi mi vedessero meglio perché essendo giorno a volo radente diciamo, eeeh mi hanno coperta, buttata in un fosso e coperta per far si che non, non colpissero insomma. Ecco ricordo che c’è stato la sventagliata va beh comunque, non è, per noi non è successo niente. Mentre invece nell’agosto del ’40 ricordo molto bene, sì va beh le incursioni aeree che sono succedute nel ’44 le ricordo tutte, però quella del 20, del 25 cos’è, il 25 di agosto, lo ricordo bene perché l’ho, l’ho visto dal, l’ho visto io con i miei occhi da un rifugio che era stato costruito in mezzo in, in nella campagna e quindi ero seduta all’esterno un po’ all’esterno, quindi ricordo molto bene le bombe che sono scese e che hanno colpito la la città. Il perché lo ricordo anche molto bene è perché la mia famiglia aveva una cascina dall’altra parte della città, io abitavo di qui verso la parte di via Verdi, adesso è inutile dirlo loro perché non conoscendo, comunque abitavo dalla parte di via Verdi la cascina invece l’avevamo oltre, verso già Torremenapace in quella zona. Allora i miei genitori con mio fratello erano andati a lavorare dalla parte di là, io invece ero a casa con mia cognata che era di La Spezia e ricordava molto bene ed era sempre molto terrorizzata quando sentiva l’allarme.&#13;
FA: Certo.&#13;
GB: Perché ricordava molto bene il bombardamento del mare subito a La Spezia. Quindi io ero lì in mezzo al al, ero lì in mezzo adesso non racconto chi era perché, non è non, lo registra? No allora no eh [laughs], perché c’eran le pesche e con l’allarme c’era una fabbrica di, un cappellificio e tutti gli operai uscivano e naturalmente scappavano in mezzo alle alle piante e rubavano le pesche. Allora io ho detto a mia cognata ‘Senti tu stai qui ma io vado a vedere perché così almeno mi vedono non portano via le pesche insomma eh!”.&#13;
FA: Certo.&#13;
GB: Cercavo di [laughs] va beh, ecco perché anche oltretutto ho assistito poi un po’ al bombardamento e mi, per concludere, nel senso che, eh l’allarme è stato dato ed era un allarme che praticamente c’erano diversi tipi di allarme che non ricordo quanto erano, perché se era uno solo non era proprio importante, forse non so se erano tre colpi forti per dire perché eran fatti, ancora oggi ricordo il rumore del degli aerei, dei bombardieri, io mi sveglio di notte, e c’è un aereo di quelli da da carico che volano leg, adagio, lenti e proprio quel whooo whooo mi mi, sto ancora male adesso, pensi quanti anni sono passati, eppure però, ho mi, ho ancora proprio il ricordo nitido di questi aerei che andavano, che passavano che andavano e poi dicevano che andavano a bombardare la Germania o altri posti. Comunque per tornare al, al ’44 ho visto proprio tutte le bombe scendere, ho visto proprio le bombe scendere, e eeeh siamo rimasti divisi come dico, e infatti i miei, i miei parenti i miei genitori e mio fratello erano preoccupatissimi perché avevano paura che avessero colpito la nostra parte noi altrettanto non, mentre invece poi abbiamo saputo che praticamente era il centro che era stato colpito, e i miei genitori sono poi arrivati a casa alle dieci, dieci e mezza di notte perché questo bombardamento è stato fatto verso le quattro del pomeriggio, adesso, più o meno.&#13;
FA: Quindi in pieno giorno.&#13;
GB: In pieno giorno, in pieno giorno, eeeh ed è di lì che abbiamo saputo appunto che c’erano stati 187 morti, eeeh tantissimi 200 e più feriti, ehm quindi insomma è stato per, un bombardamento proprio veramente disastroso diciamo. Che qui attorno c’erano stati altri bombardamenti anche a Pavia, aveva avuto un bombardamento ma, molto importante ma però con pochi morti, qui invece la gente era andata tutta in cantina, si erano rifugiati in cantina e quindi, poi c’è stata gente per esempio, conosco un signore che la mamma ha perso un occhio, eeeh non vede più da un occhio, poi gente che è rimasta invalida, che è rimasta invalida. Mi dispiace che sia mancato un signore da poco tempo, in cui praticamente aveva perso papà e mamma eeeh e lui, e lui insomma, quindi conoscevo tante persone dell’epoca che, adesso ormai purtroppo praticamente. Questa questa signora di, la mamma di questo signore praticamente adesso è un po’ fuori di testa e quindi praticamente magari non ricorda neanche bene o quello che dice poi.&#13;
FA: Certo, quindi un fatto che ha segnato la città insomma.&#13;
 GB: Sì ah insomma un fatto che ha segnato molto ma molto la città, perché veramente ha proprio distrutto quasi tutto, pensi che la qui la caserma la metà è stata è andata distrutta, mio marito che abitava qui a cento metri da qui praticamente si sono trovati, lo spostamento d’aria, un tedesco da qui è finito nel portone, dentro il portone ed è morto. Quindi, il bombardamento è stato importantissimo, ecco cioè molto devastante.&#13;
FA: Molto violento sì. &#13;
GB: Molto forte. È stato colpito anche l’ospedale e quindi non so, ecco è tutto quello che posso dire ecco, non è molto.&#13;
FA: Certo, ha memoria anche di bombardamenti seguenti a questo? Ce ne sono stati altri?&#13;
GB: No, ce ne sono stati qualcun’altri, si va beh ricordo nel, nel ’40, al 25 di aprile del ’45 quando il famoso Pippo, che di notte girava e se vedeva le luci lanciava il razzo, lanciava si, non è, non si dice razzo.&#13;
FA: Sì spezzoni.&#13;
GB: Gli spezzoni. Lanciava gli spezzoni, me lo ricordo perché è stato, anche questo io non, non l’ho vissuto per il fatto che era di notte ma mia mamma me l’ha sempre raccontato molto e tutto, è stata, ha colpito, la famiglia, una nostra famiglia amica e la gente finita, finita la guerra ha sentito Pippo sono andati sulla porta, loro per far festa, lui ha lanciato lo spezzone, è caduto sul cornicione di un palazzo e praticamente in una, cominciato, non mi viene la parola, il cemento armato, ha picchiato sul cemento armato del del muro, son partite le schegge e ne son morti cinque, e con sei o sette feriti, quindi praticamente, ma rimasti invalidi, eh! È morta la, una mamma che lei era terrorizzata dai bombardamenti e in questo bombardamento in cui io ho visto e che posso raccontare, lei col bambino valigia in mano da una parte e bambino per mano dall’altra, come sentiva l’allarme, dentro nel rifugio.&#13;
FA: Nel rifugio.&#13;
GB: Perché era terrorizzata, poveretta aveva ragione perché realmente poi c’è rimasta, perché quella notte lì è stata colpita da una scheggia alla giugulare e in un attimo se ne è andata. &#13;
FA: Prima ha parlato di di rifugi, avevate un, ha detto un rifugio in campagna?&#13;
GB: Sì ma era fatto nella terra viva eh. Era nel terreno vivo e poi c’era dentro tutte le balle di paglia in cui ci si sedeva sopra.&#13;
FA: Quindi sostanzialmente una buca.&#13;
GB: È una buca, una buca, sì.&#13;
FA: Che era una pratica comunque diffusa, ho sentito in.&#13;
GB: Sì, sì, anche noi l’avevamo, l’avevamo fatto anche noi perché dicevano che bisognava averlo però noi non ci siamo mai andati dentro, perché mio papà l’aveva fatto in un punto un po’ troppo umido e allora andar là dentro si stava proprio male male. Solo che tante volte invece, avevamo, anche questo me lo ricordo eeeh per esempio avevamo fatto, eeeh avevamo battuto il grano, il coso, c’erano tutte le balle di paglia, e le balle di paglia erano state messe in modo che facesse da rifugio, facesse da rifugio, quello lì mi ricordo che sono, che anche lì mi sono rifugiata una volta in seguito a un bombardamento, o a un mitragliamento ecco.&#13;
FA: Certo.&#13;
GB: Adesso, ma però per dire non mi ricordo né la data, né niente. Di questo ho proprio memoria perché è quello che mi ha impressionato più di tutti ecco diciamo. &#13;
FA: Quindi anche insomma, essendo, nonostante fosse una bambina, si ricorda le impressioni.&#13;
GB: Sì avevo nove anni, ‘che son del ’35 quindi avevo nove anni, e quindi lì, mi ricordo già un po’ di più anche insomma forse, poi, nel senso che la mia famiglia praticamente io avevo tre fratelli e tutti e tre i fratelli erano militari, erano in guerra ecco, due però avevano avuto la fortuna di rimanere qui in Italia, uno in Marina a La Spezia, che questa mia cognata e l’altro invece era nell’aviazione ma era nel, non come aviatore ma come aviatore, aviazione di terra, cioè.&#13;
FA: Personale militare di terra.&#13;
GB: Sì, personale di terra eeeh a Parabiago, quindi era vicino a casa, mentre invece l’altro mio fratello purtroppo no, purtroppo dopo aversi fatto, dopo essersi fatto l’Africa ha fatto, ah l’Africa in dal ‘40 al ’41 poi è tornato a casa perché aveva preso la scabbia e non l’han più rimandato in Africa quando è finita la convalescenza che è guarito, non l’han più mandato in Africa, ma è andato in Grecia, dalla Grecia poi praticamente stavano rientrando in Italia e invece di entrare in Italia è andato in con, nel ‘43 è andato a finire nel campo di concentramento e quindi dal 1939 è tornato a casa 1945 a settembre. Questo, ha avuto fortuna di tornare a casa.&#13;
FA: Certo.&#13;
GB: Tutto lì, però cioè eravamo anche un po’ diciamo sotto pressione come famiglia, i miei genitori erano sotto pressione perché praticamente con tutta la campagna da curare tutto, non avevano, se lo dovevano fare loro due.&#13;
FA: Certo.&#13;
GB: Perché non avevano nessuno.&#13;
FA: Certo.&#13;
GB: Han sequestrato i camion ci han messo i camion praticamente che non si potevano più adoperare, perché han tolto le ruote per far si che non lo adoperassero, li avevano messi, cioè erano dentro nei nei garage e praticamente avevano messo su sotto i, la la per tenerli su han fatto i muri le pile di mattoni e poi dopo c’han tolto i.&#13;
FA: Certo, quindi un, avrei un’ultima domanda, quindi insomma Voghera era abbastanza frequentata dalle incursioni aeree.&#13;
GB: Sì sì poi, no no ma perché, perchè avevamo anche praticamente come sa, a parte il fatto la caserma, che senz’altro era importante per dire, perché c’era tanti soldati, però le incursioni aeree ce ne sono state parecchie ecco ma per ricordare però perché era dovuto soprattutto al fatto del nodo ferroviario, perché come nodo ferroviario era molto importante, perché praticamente distruggere i due ponti voleva dire eliminare il contatto, in modo di poter cos, quindi niente, tutto lì. Io non ho solo ricordato questo perché è quello che ricordo di più che è anche quello che fa fatto più morti.&#13;
FA: Più danni certo.&#13;
GB: Più danni.&#13;
FA: Va bene allora la ringraziamo per questa intervista.&#13;
GB: Ma si immagini&#13;
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                <text>The interviewee reminisces about her wartime experiences in the Voghera countryside, at the time when her three brothers where enlisted and how difficult it was for her parents to run the farm. She remembers how she narrowly escaped an aircraft trying to machine gun her, by covering herself with a blanket and throwing herself into a ditch. She then describes the bombing on Voghera on 25 August 1944 and recalls how she was at home with her sister-in-law when the alarm sounded three times - the signal for imminent danger. She dashed outside, trying to stop people pilfering fruit at her parents' farm, as they routinely did during alarms. She recollects the aftermath of the attack, with hundreds of dead and injured people and stresses the fact that Voghera was a local railroad hub with a significant military presence, thus a legitimate target. She recalls a report  of five people dying on the last day of war, killed by a bomb dropped by “Pippo”. She describes shelters dug in the ground, by country people which were protected by hay bales and compares these makeshift solutions with proper shelters in urban areas. She stresses the fact that the bombing war has haunted her for the rest of her life and of still being scared by the droning sound of aircraft at night.&#13;
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                <text>Lidia Vendramin recalls her childhood in Sacile, including details on her primary schooling, family, and town life. She contrasts the public manifestations of joy the day the war was declared, with the shock and dismay of her parents, whose lives had been profoundly affected by the First World War. Lidia describes the first bombings aimed at the railway lines and the subsequent, more severe attacks which targeted the whole town. She reminisces about her life as an evacuee at Nave and provides an account of night bombings on Aviano and Treviso, describing target indicators, flares, and the muffled noise of distant explosions. She stresses her sense of hopelessness, and the difficulty to make sense of meaningless violence and wanton destruction. Lidia talks of how her parents tried protect their children from the horrors of war, and stressed how she had to piece together different bits of information to understand the events she had eye-witnessed. She mentions widespread solidarity among co-workers, who rushed to patch up a plant, and describes convoys packed with Jews and Italian prisoners of war enroute to Germany. She tells of various acts of kindness: women trying to pass food to the prisoners or collecting the notes they dropped on the railway tracks, hoping to send news home; railwaymen sabotaging trains. Lidia recalls some anecdotes connected about Pippo and the Resistance. She stressed how the droning sound of aircraft haunted her for years after the end of the war. Having been at the receiving end of the bombing war, it justifies her keen interest in the history of the second world war and human destructivity. She expresses sympathy for the victim of present day conflicts and elaborates on the present state of global politics and society.</text>
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              <text>FA: Sono Andi Filippo e sto per intervistare il signor Sandro Boiocchi. Siamo a Travacò Siccomario in provincia di Pavia, è il 25 febbraio 2017. Ringraziamo il signor Boiocchi per aver permesso questa intervista. La sua intervista registrata diventerà parte dell’archivio digitale dell’International Bomber Command Centre, gestito dall’università di Lincoln e finanziato dall’Heritage Lottery Fund. L’università s’impegna a preservarla e tutelarla secondo i termini stabiliti nel partnership agreement con l’International Bomber Command Centre. Signor Boiocchi, vuole ricordarci la sua esperienza, i suoi anni, qui a Travacò?&#13;
SB: Sì. Io sono nato nel 1941, ero bambino ma ricordo, ricordo perfettamente, ehm, i periodi che abbiamo attraversato durante la guerra e ricordo esattamente, [clears throat] esattamente come, ad esempio quella volta che, ehm, con mio padre, che mi teneva per mano. Ehm, dunque intanto noi qua siamo nel territorio di Travacò, che è il triangolo di confluenza fra il Pò e il Ticino. Nelle immediate confiniamo con il Borgo Ticino nella parte più bassa del Borgo che è il Borgo, cosiddetto Borgo Basso e con, e quindi con gli abitanti del Ticino che, ehm, per dire come sono le cose, i borghigiani si sentivano un po’ come, come un grosso paese cioè, ehm, è Pavia però il fiume ha definito la città dall’altra parte e questi erano legati alle nostre campagne, alle nostre amicizie eccetera eccetera. Quindi scoppia la guerra [coughs] e ci sono stati furiosi bombardamenti sul ponte del, sul vecchio ponte coperto e anche sull’altro ponte perché i ponti erano vie di comunicazione che, ehm, sicuramente per questioni strategiche dei vari, dei vari paesi in conflitto dovevano essere eliminiati e quindi rendere più difficile, ehm, lo svolgersi della vita normale o i passaggi di truppe, i passaggi di elementi eccetera. Ehm, quindi i borghigiani e molti si son visti crollare addosso le case, ci sono state tante vittime eccetera perché non è mica che le bombe a quel tempo fossero intelligenti come quelle di oggi, anche se di bombe intelligenti non ce ne sono perché lì è ignoranza e basta, non è intelligenza e chi distrugge non fa mai cose buone. Ehm, e quindi la popolazione del Borgo e praticamente scappava e si rifugiava nei paesi attorno e noi siamo stati il primo paese che ha avuto ma anche questa ricchezza, io la chiamo di tutta questa gente che scappava e tutte le nostre famiglie ospitavano questi sfollati che non sapevano neanche, ehm, dove andare. Ehm, quindi tanti facevano parte del gruppo partigiani di Travacò perché qua si era costituito un gruppo di resistenza al regime che era molto consistente, molto attivo. Ehm, e quindi, e quindi, vorrei dire anche che quel, nell’occasione, va beh lasciamo stare, andiamo con ordine. E quindi tantissimi ospitati da noi, ehm, si sono allontanati diciamo dai pericoli più gravi che avrebbero vissuto. Ehm, e poi riprenderò ancora questo problema, questo aspetto del, diciamo, di questi sfollati perché ci sono stati dei, cose che hanno determinato poi anche fatti importanti. Intanto, ehm, io ricordo perfettamente quando mio padre, ehm, mi ha portato con lui nella zona della confluenza, oggi è la zona dove, dove abbiamo costituito la grande foresta. Ehm, e ricordo anche il punto pressappoco dove è caduto un aereo, sembra che fosse un aereo tedesco, colpito dalla nostra contraerea perché al Vul, nell’Area Vul c’era la contraerea che cercava di colpire gli aerei che cercavano di bombardare il ponte e bombardare Pavia. E ricordo perfettamente perché ci siamo avvicinati a quell’aereo, e quell’aereo che era messo tutto sgangherato ormai e c’era sopra un pilota morto con la testa chinata e mio padre mi ha allontanato e così ecco questo è uno dei ricordi. Ricordo perfettamente quando hanno fatto saltare la, era l’inverno del ’43, quello è una roba che non posso dimenticare perché è scoppiata la polveriera, la santabarbara che c’era oltre il Ticino nel territorio di Pavia qua da noi&#13;
FA: Albaredo Arnaboldi se non sbaglio&#13;
SB: Scarpone&#13;
FA: Sì, ecco, esatto, sì, sì, sì.&#13;
SB: Nella zona di Scarpone, allora nonostante questa distanza io ricordo che la nostra casa allora io abitavo a frazione Boschi, là,&#13;
FA: Sì.&#13;
SB: A cinquanta metri dalla Marzia, dove c’è la trattoria. Ehm, siamo rimasti senza vetri, porte, son cadute anche le porte, le finestre, ehm, e quindi ricordo i miei nonni, ricordo mio padre eccetera che hanno dovuto tamponare con delle cose di emergenza perché c’era freddo, eravamo in casa e c’era anche forse ghiaccio, neve, roba del genere, ehm e quindi sono stati brutti momenti. &#13;
FA: Per lo spostamento d’aria?&#13;
SB: Per lo spostamento d’aria, per lo spostamento d’aria ma un boato esagerato eh, un boato esagerato. Cosa ha combinato dall’altra parte non lo so nelle zone più vicine, noi a questa distanza abbiamo notato questo. Ma ho vissuto anche gli ultimi momenti dei rastrellamenti che si facevano periodicamente perché noi, io ricordo, bambino con questi, ehm, tedeschi in divisa, allora io non sapevo chi erano, ma in divisa i tedeschi poi la divisa l’ho, più tardi ho potuto capire che li qualificava come tedeschi, accompagnati dai gerarchi fascisti del posto entravano nelle case e cercavano. Allora di mangiare non ce n’era, la farina non c’era, il riso non c’era, si viveva di espedienti, funzionava mi è stato detto poi un mercato nero di chi aveva possibilità però ma la gente comune non aveva niente, viveva delle risorse che c’erano,&#13;
FA: Del territorio.&#13;
SB: Che c’erano qua sul territorio, erano le verdure, erano la frutta, erano un po’ tutte queste cose. Ehm, e quindi questi rastrellamenti e ricordo perfettamente che sono entrati un gruppetto formati da tre tedeschi accompagnati da un paio di borghesi che questi erano sicuramente quelli, i nostri che collaboravano con gli occupanti tedeschi, ehm. E hanno fatto aprire tutti gli armadi, gli armadi, la madia del tavolo che una volta c’erano i tavoli&#13;
FA: Sì, sì, c’era [unclear]&#13;
SB: E c’era la tavola che si alzava e dentro lì si metteva il pane eccetera. Ehm, mia madre [pauses and starts crying], scusami, [pauses] ha avuto il coraggio di affrontarli anche [pauses] cacciandoli fuori perché [clears throat] in quella casa c’erano [pauses] bambini, io e i miei fratelli che avevamo niente da mangiare quindi cosa cercavano in questo nostre case? Non c’era niente, si viveva e basta ecco. Ehm, quelli ricordo che hanno abbassato la testa perché mia mamma gli ha detto: ‘Ma vergognatevi, cosa venite a fare qua? Ma non vedete in che condizioni siamo? Non vedete come viviamo? Non abbiamo niente! Quindi andate fuori, andate fuori dalle scatole!’ Ecco, una cosa così insomma. Beh questo lo ricordo perfettamente. E ricordo perfettamente che c’era in quel periodo un aereo che tutti noi lo chiamavamo Pippo, questo aereo che, come vedeva una luce, come vedeva, non so di notte anche eh, perché di notte quando noi lo sentivamo in lontananza quando arrivava e, e allora tutti a nascondersi. Qua noi, i rifugi soprattutto per noi erano le stalle che c’erano anche perché di riscaldamenti non ce n’erano, ehm, la vita anche fuori era pericolosa e quindi il fatto di raccogliere legna oppure erano momenti in cui arrivavano bombe da tutte le parti e quindi le stalle servivano anche per scaldarci perché ricordo che da bambini con i, con quelli più anziani, andavamo, ci trovavamo un po’ nelle stalle, un po’ di qua, un po’ di là perché con, con il bestiame c’era un clima, un clima che era tiepido insomma,&#13;
FA: Certo.&#13;
SB: E quindi ci sembrava anche. Ehm, e comunque gli ordini che c’erano tassativi anche da parte dei nostri genitori, dei nonni perché allora erano famiglie patriarcali eccetera: prima di tutto, quando veniva buio non bisognava accendere la luce; se c’era una necessità di accendere la luce solo per quel momento, tappando bene tutte le finestre eccetera perché altrimenti le luci erano visti dall’alto e lì c’era il rischio di avere bombardamenti. Ehm, dicevo prima che, poverini, quelli del borgo che sono sfollati da noi ma da noi sono arrivate bombe ad esempio, sono arrivate bombe che, che so, bombe impazzite, non lo so, non, oppure lasciate da un aereo che era stato colpito che sono cadute anche qua nel nostro territorio quindi, che però non sono esplose. Ce n’è una ad esempio, ehm, nella zona dell’agriturismo della Valbona che era caduta ed è scomparsa, sarà entrata in falda e non, anche le ricerche dopo non sono mai state, non hanno mai dato un frutto positivo. Ecco, quindi era una vita, una vita tremenda, sono stati momenti di paure e poi tutti hanno avuto un lutto in un senso o nell’altro, ad esempio, ehm, gente che si era nascosta, ehm, in, dove noi abbiamo i fossi sotto la strada ci sono le tubature e lì sono, sono scoppiate bombe vicine e abbiamo almeno un caso di due fratelli che si erano nascosti lì sotto e sono esplosi assieme alle bombe perché lo spostamento d’aria li ha disintegrati lì sotto il ponte. Ehm, quindi eh, quindi era una vita, una vita estremamente, noi non ci rendevamo conto perché i più piccini cosa facevano? Piangevano perché avevano fame. Piangevano perché sentivano sparare da tutte le parti, scendevano le bombe eccetera eccetera. Ecco noi abbiamo in quei momenti solidarizzato molto con i, gli sfollati che di fatto da qualche anno, ehm,  prima del ’45, fino al ’45 perché poi con la liberazione abbiamo, abbiamo, tutto si è sistemato eccetera. Ehm, ma per anni hanno partecipato alla nostra vita, noi abbiamo avuto tantissimi, erano sfollati nell’oratorio di Travacò, nell’oratorio di Travacò c’era un borghigiano, Schiappini, che poi noi abbiamo un suo scritto, ce lo ricordava lui questa roba. Avevamo un vecchio prete, Don Morone all’epoca, che era veramente un prete e viveva per gli altri, e siccome aveva, aveva le scarpe rotte e d’inverno girava con le dita dei piedi fuori dalle scarpe questi borghigiani hanno fatto una colletta e hanno dati i soldi a questo prete che era venuto a Pavia per comprarsi le scarpe. E se lo son visto poi ritornare ancora nonostante questo con i piedi fuori dalle scarpe e gli hanno chiesto: ‘Ma, prevosto, come mai? Gli abbiamo dato i soldi per comprare le scarpe?’ E lui fa: ‘Guarda, [crying] ho incontrato uno che stava peggio di me [crying] e quindi le ho comprate per quello, non l’ho fatto’. Questo per dire i momenti che erano e la gente che c’era in quel momento.&#13;
FA: Certo.&#13;
SB: Noi , di questi borghigiani c’era la famiglia Maggi che era la madre, no che era la, era nella famiglia di Borgo Basso, di Via Milazzo, di Borgo Ticino ed erano scappati qua, erano scappati qua per fuggire appunto dai bombardamenti ed erano presso una famiglia, una famiglia guida che a trenta metri da casa mia. Con i bombardamenti questa donna era, stava per partorire e con questi bombardamenti poi ha partorito ma ha perso il latte, ha perso il latte. Mia madre aveva avuto mio fratello proprio in quel momento e allora la famiglia che lo ospitava erano venuti da mia madre, da mia madre per vedere, siccome era una donna un po’ rigogliosa diciamo, un po’ formosa, e diciamo e aveva un seno molto abbondante, ehm, gli hanno chiesto se avesse allattato anche quell’altro bambino. Mia madre l’ha fatto, ha detto: ‘ Io ne allatto uno e allatto anche l’altro se mi viene il latte’, infatti così è stato. Quel bambino oggi è il reverendo Don Maggi del, parroco del duomo di Pavia, è stato rettore del collegio Borromeo eccetera, Ernestino Maggi con il quale siamo ancora in ottimi rapporti e che lui, e che lui, beh lui, ehm, aveva due anni meno di me, ricorda poco. Ehm, quindi quando cinquant’anni dopo abbiamo fatto, adesso ritorno un attimo a quello che dicevo prima, quando abbiamo fatto quella rimpatriata concordando con il presidente del comitato di quartiere Borgo che è il Vittorio Chierico che tra l’altro è uno storico appassionato e che quindi, ehm, ha raccolto tante memorie e anche fatto diversi testi su queste cose, ehm, abbiamo fatto una rimpatriata qua a Travacò. C’era anche monsignore Bordoni che è stato, era parroco di Pavia ed era il direttore del giornale il Ticino della diocesi di Pavia e che lui, ehm, ha vissuto in mezzo ai bombardmenti, in mezzo, dentro le macerie perché fra l’altro, ehm, ha ricordato anche lui a tutti noi il suo lavoro di parroco nel soccorrere i feriti eccetera eccetera. C’era don, la famiglia di don Ernestino, c’erano tutti i borghigiani e in quell’occasione lì c’erano anche, ehm, tutti i famigliari che ricordavano queste cose. È stata una bellissima giornata, noi l’abbiamo passata assieme a, per ricordare tutte le nostre vicende comuni e guarda caso comunque dicevo prima qualche borghigiano tipo Abbà, Amleto Abbà, che non c’è più neanche lui, era partigiano qua da noi, ce n’erano anche altri e, ehm ecco, e lì abbiamo intervistato, noi come amministrazione comunale, tramite anche l’assessore alla cultura eccetera, ehm, i partigiani presenti anche il gruppo di Travacò ehm e abbiamo, e abbiamo messo queste interviste in un opuscoletto edito dalla nostra biblioteca. Ecco, vorrei dire che comunque il primo sindaco dopo la Liberazione di fatto è stato Luigi Fregnani, uno dei partigiani borghigiani che era di Travacò quindi è stato il primo sindaco nominato dal CLN e poi con le prime elezioni che ci sono state successivamente dopo la Liberazione ehm. È importante aver ricordato questo perché poi c’è stato un seguito di fatto. Il seguito è stato che il, queste interviste che noi abbiamo fatto ma anche per avere dei ricordi pensando che le cose finissero lì insomma ecco ehm e pensando che questi ricordi potevano servire in futuro qualche cosa. Succede che questa intervista, cioè che questo opuscolo finisce in mano a un graduato dei carabinieri che stava lavorando attorno alla storia dei carabinieri a Pavia, nella zona eccetera. E ehm, e questo qua a un certo punto, ma sto parlando di un paio di anni fa, neanche, un anno e mezzo fa, ormai eravamo, siamo diventati amici per altre cose, eravamo già amici, mi chiama e mi dice: ‘Ma senti, ma voi avete fatto quell’opuscolo lì, avete, ma vi rendete conto che, sotto, io sto trovando cose che hanno tutti riferimenti a Travacò’. Allora, ehm, abbiamo di fatto, ehm, visto un po’ tutta la nostra storia, e abbiamo fatto ancora altre ricerche e stiamo per pubblicare un libro sulle cose che abbiamo scoperto. Allora, intanto abbiamo scoperto che Travacò era strategicamente importante per la lotta di liberazione per i, i movimenti e i passaggi sia di armi sia di partigiani da Milano verso l’Oltrepò, arrivavano a Pavia, traghettavano il Ticino, erano a Travacò ma erano anche pronti ad attraversare il Pò ed essere un collegamento con i partigiani dell’Oltrepò delle colline eccetera. Noi qua avevamo il maresciallo Corippo che era il maresciallo all’epoca di Borgo Ticino che e avevamo il maggiore Olinto Chiaffarelli che era il comandante della caserma dei carabinieri di Pavia che in quell’epoca, e questo è quello che abbiamo scoperto dopo, in quell’epoca erano, si sono messi in aspettativa perché quando il Mussolini ha creato la Repubblica di Salò, voleva anche che tutti i carabinieri e tutte le organizzazioni militari eccetera aderissero alla Repubblica di Salò. Questi carabinieri, quindi il nostro maresciallo e Olinto Chiaffarelli, allora era, mi pare che fosse colonello o maggiore, adesso non ricordo bene, che comandava la caserma di Pavia, si sono messi in aspettativa, hanno detto: ‘Noi non aderiamo alla, ehm, alla Repubblica di Salò perché abbiamo fatto un giuramento. Noi abbiamo giurato al re’, perché in quel momento il re si era separato dal Duce, dal governo, e lì è scoppiato il finimondo perché tutti erano allo sbando, erano allo sbando le nostre caserme, erano allo sbando tutti i carabinieri, polizia eccetera perché chi aderiva da una parte, chi aderiva dall’altra eccetera eccetera, loro hanno detto: ‘Noi abbiamo giurato al re, non aderiamo a quella parte e ci mettiamo in aspettativa e quindi ci togliamo’. Ecco, questi due, quindi il maresciallo Corippo e il comandante Chiaffarelli con le loro famiglie erano a Travacò. Allora noi abbiamo avuto, ecco l’intersecazione della storia nostra con i carabinieri, erano a Travacò il comandante Chiaffarelli con la famiglia era alla Cascina Orologio, cinquanta metri distanti dalla Marzia, lì c’è una grossa cascina verso l’argine e erano alloggiati lì con la famiglia e la, il Chiaffarelli alla Cascina Carnevala, è quella cascina se lei torna indietro per Pavia dalla zona della Battella,&#13;
FA: Sì?&#13;
SB: Che esce in borgo, vede una bella cascina dove c’è la curva a gomito,&#13;
FA: Sì?&#13;
SB: Ecco, quella è la cascina Carnevala e lì c’era ed era una cascina [laughs] del podestà fascista che c’era all’epoca. Però c’era la famiglia di Chiaffarelli lì. Noi tutte queste cose adesso poi le produciamo nel nostro libro che facciamo. Ehm, poi avevamo un altro carabiniere di Travacò che era Colombi e avevamo e c’era un altro carabiniere, che era Vittorio Caraffa, che era a Mezzano, era sfollato qua in un’altra famiglia. Allora, questi carabinieri di fatto, allora il comandante di Pavia Chiaffarelli era il comandante addirittura di tutta l’area Nord, verso Milano eccetera, della Resistenza. Il comandante Corippo era, era quello che aveva anche lui compiti direttivi, ehm, e, ed era in contatto con i nostri capi partigiani del luogo. Tant’è vero che i capi dei partigiani qua erano di fatto Corippo e Crepaldi e Crepaldi ehm, che era, ehm, un milanese che aveva fatto il militare a Pavia in quell’epoca, poi si era fatto la morosa a Travacò, poi si è sposato anche lui con una di Travacò eccetera. Ehm, quindi c’è tutta una storia allora noi abbiamo scoperto attraverso queste indagini poi con l’estensione dei carabinieri intanto il gruppo di, dei carabinieri di Travacò comandati da Corippo il giorno 26 aprile, ehm, il giorno 26 aprile stavano aspettando l’ordine per contrastare i tedeschi che comunque erano già in ritirata. C’era una colonna di tedeschi nella zona del vallone e bisognava, e bisognava che questi fossero accerchiati e accompagnati per la ritirata verso, verso il Brennero, non so da che parte, perché stavano lasciando comunque l’Italia però attenzione, stavano lasciando l’Italia ma con la rabbia dentro e quindi dove incontravano, incontravano qualcuno, sparavano eh quindi uccidevano ancora, anche durante la ritirata. È arrivato l’ordine di, ehm, e Corippo aveva dato l’ordine a, di tenersi pronti perché il 24 o il 25, no, o il 25 o il 26, ehm, avrebbero dovuto attraversare il Ticino e quindi contrastare questi tedeschi che erano in ritirata. Noi abbiamo avuto un morto lì perché il nostro gruppo ha partecipato a quella, c’è stato uno scontro con, con i tedeschi ed è morto il carabiniere Colombi di Travacò. Quindo Travacò ha dato anche lui un contributo di vite umane e anche per la liberazione. Ehm, ecco queste sono le cose che poi abbiamo scoperto dopo ma c’è ancora una cosa: allora, stranamente, stranamente, questo l’ho sempre sentito anche dagli stessi partigiani, i tedeschi che hanno occupato questo territorio erano, erano ehm, solidarizzavano con le nostre famiglie cioè non hanno mai, a parte un fatto che è succeso che poi lo dirò, ehm, non, ehm, c’era stato un ordine - questo l’abbiamo scoperto dopo - un ordine dall’alto, parlo per la lotta di liberazione naturalmente, che Travacò e il suo gruppo partigiani di Travacò non doveva disturbare i tedeschi, non doveva scontrarsi con i tedeschi, non dovevano creare condizioni di contrasto. Il perché non l’ha mai saputo nessuno, l’abbiamo scoperto noi. E l’ho scoperto dopo perché noi abbiamo scoperto che Travacò era il luogo dove c’era la maggiore quantità di armi per la lotta di liberazione perché nei boschi di Travacò, ehm, lasciarono giù con gli aerei le munizioni che il comandante Chiaffarelli tutte armi che catturavano ai tedeschi eccetera eccetera venivano calate qua e poi distribuite, distribuite nelle case, nelle stalle, nelle botole, ad esempio sotto il tavolo del comandante Corippo, sotto il tavolo, c’era una botola. Corippo aveva due bambine piccole, il maresciallo aveva due bambine piccole e in quella botola lì c’erano armi, c’erano una quantità di armi non indifferenti. La moglie di Corippo ha avuto il coraggio e la prontezza di sedere le bimbe sopra il tavolo, di mascherare un po’ perché se avessero visto quella botola lì si fucilavano subito le persone e quindi, ci sono stati rastrellamenti e anche sparatorie con le mitraglie dove c’è il fieno nelle cascine eccetera perché pensavano che diversi partigiani si nascondessero nelle cascine e questa è la verità. Noi avevamo ad esempio anche quattro inglesi qua, che venivano ospitati clandestinamente nelle famiglie, erano ricercati dai tedeschi e, ehm, e le famiglie facevano a turno a, di giorno nei boschi a portare, a portare il cibo a questi qua, di notte dormivano nelle case che le ospitavano. Allora questo ordine di strategia l’abbiamo poi capito il perché. Perché qua non, doveva succedere nessun conflitto perché questo luogo era sacro ai fini della resistenza e ai fini dei passaggi da qua all’Oltrepò, dall’Oltrepò. Il Luigi Fregnani che poi, il borghigiano che poi è diventato sindaco ci ha confermato che lui aveva il compito di traghettare da Pavia o di collaborare con i traghettatori che da Pavia venivano a Travacò e che da Travacò andavano nell’Oltrepò e viceversa, e viceversa. Quindi abbiamo potuto poi ricostruire le cose che, ehm, che abbiamo avuto il piacere di conoscere, compreso il fatto che due partigiani, molto vicini di casa, non sapevano uno con l’altro che tutte e due avevano armi perché allora, se fosse trapelata una notizia o qualcuno che si fosse sbilanciato, sbilanciato, avrebbe rischiato la vita, non solo sua ma anche di tutta la famiglia. Quindi lì c’era l’intelligenza militare dei carabinieri, che, ehm, avevano creato dei compartimenti stagni in modo più assoluto, uno non sapeva cosa faceva l’altro, arrivava un ordine e ognuno doveva muoversi secondo gli ordini che arrivavano. Quindi per dire che, ehm, questa roba ha funzionato e noi siamo riusciti a scoprire dopo che almeno una quindicina di siti, almeno una quindicina di siti appunto c’erano nascoste armi, qualcuno nella mangiatoia, qualcuno nella stalla, qualcuno nella botola nell’orto, qualcuno nel cascinale, qualcuno, eccetera eccetera e quindi Travacò era comunque una, sarebbe stato una polveriera ma, ehm, per rifornire gli altri in battaglia e non tanto, ehm, perché qua di battaglie non ne dovevano accadere da quello che abbiamo capito. Quindi, ehm, ecco queste sono state le, ehm, la vita vissuta da noi e dalla gente di quei momenti e ehm, e anche, ehm, e anche dai nostri, dai nostri compaesani e dai nostri borghigiani che hanno partecipato con noi a questa vita, non dico. Ah noi abbiamo avuto delle persone che addirittura, noi abbiamo avuto il medico condotto, il dottor Ruozzi tanto per citarne uno, che, ehm, che ha, ehm, che curava a rischio perché era anche stato portato via accusato di curare i partigiani eccetera e quello ha avuto il coraggio di dire ai tedeschi: ‘Io sono un medico e io faccio il medico, non chiedo, ehm, una fede politica per curare uno o l’altro, curo tutti quelli che vengono da me’. E quindi il dottor Ruozzi è stato anche lui uno, ehm, un eroe, così come è stato eroe il partigiano Lavina che, [laughs] quello faceva parte del nostro gruppo partigiani che appena c’è stato sentore che era imminente la liberazione, lui aveva lavorato un po’ di anni in Germania, sapeva parlare il tedesco, il tedeschi lo usavano un po’ anche come interprete però era un partigiano di quelli anche abbastanza tosti e con una mitraglia, una mitraglia che un essere umano non riusciva a portare, con la forza della disperazione, dicendo parole in tedesco ha fatto uscire tutto il comando tedesco che c’era qua da noi con le mani in alto, perché lui ha fatto credere, parlando in tedesco che c’era, ehm, che il comando era accerchiato, che dovevano arrendersi. Qunado hanno visto che, invece, era una persona sola e che poi sono arrivati anche gli altri partigiani, ormai era tardi, e quindi sono stati beffati anche loro in questo modo, non ci sono state sparatorie perché quelli si sono arresi e, ehm, e tutto è finito lì. Ecco, io altro non saprei cosa dire ma ci sono anche tanti altri episodi ma la roba verrebbe un po’ troppo lunga.&#13;
FA: Vorrei farle una domanda, un paio di domande. Voi da qua, dal vostro punto di vista, dei suoi ricordi, vedevate quello che succedeva giù al borgo quando, quando bombardavano?&#13;
SB: No, no, no. Noi, ehm, diciamo perché, la vita era praticamente bloccata. Uno non si azzardava ad andare in Borgo se non per necessità perché ad esempio in Borgo c’era il farmacista Ricotti, la farmacia Ricotti del Borgo era un po’, ehm, era la nostra farmacia, allora per le necessità sì però, ehm, e quindi ci venivi, no, e quindi toccavamo con mano che la gente che è venuta qua non aveva neanche più la casa in Borgo perché il Borgo, ehm, più vicino al Ponte, tutto attorno al Ponte, era tutto giù.&#13;
FA: Certo.&#13;
SB: E quindi, e quindi, non ci siamo resi conto, dopo ci siamo resi conto, quando c’è stata la Liberazione, allora abbiamo visto. Ci siamo trovati con, con una tristezza esagerata, con tutto da ricostruire, con tutto da fare, con tutto da organizzare e lì ci sono voluti anche gli anni ma però la vita ha ripreso il suo corso e, e tutto ha cominciato a funzionare, e, funzionare.&#13;
FA: Certo. Un’ultima cosa. Ehm, gli sfollati che arrivavano a Travacò, ehm, erano organizzati diciamo secondo un sistema assistenziale condotto da qualcuno oppure erano un flusso autonomo, diciamo casuale?&#13;
SB: No, no, no. Allora nelle nostre zone di sistemi assistenziali non ne esistevano perché tutta la popolazione aveva bisogno di essere assistita si può dire. Qua non c’era niente per nessuno, tutti erano in miseria, tutti avevano, eccetto qualcuno naturalmente, no? Ehm, quindi era un po’ un’assistenza fai da te, di solidarietà, erano, uno aiutava l’altro. Se un vicino di casa non, aveva un bisogno c’era, c’era sicuramente la famiglia che lo aiutava quindi era un’assistenza che funzionava così. Solo dopo con la ripresa, dopo la Liberazione, allora le prime amministrazioni si sono dovute occupare anche dei problemi di assistenza,&#13;
FA: Questo problema.&#13;
SB: Perché anche questo era uno degli aspetti principali insomma perché se no, non si sopravviveva eh.&#13;
FA: Sì, quindi non era, per dire, il comune di Pavia o l’esercito, i carabinieri che li mandavano. Si spostavano secondo la loro esigenza.&#13;
SB: No, no, no, no. E poi ricordo che hanno costituito il patronato e noi bambini a scuola avevamo il contributo del comune per acquistare i libri, i quaderni eccetera, c’erano. Ecco, si sono organizzati, sono state organizzate dopo le varie assistenze, le varie organizzazioni che poi si occupavano di seguire queste miserie perché in effetti era una miseria generale insomma.&#13;
FA: Va bene. La ringraziamo allora per questa intervista.&#13;
SB: Per quel che può servire, grazie a voi, anche se m’avete fatto un po’ ritornare nella mente cose che avevamo già cancellato.&#13;
FA: La ringraziamo.&#13;
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                <text>Sandro Boiocchi remembers wartime memories at Travacò, in the Pavia area and mentions various episodes: food shortages; the black market; fascist and German roundups; Pippo flying at night; bombing of bridges; giving shelter to evacuees. He explains how stables provided warm shelter but were also used as hidden storage for weapons. Sandro describes seeing an aircraft taken down in the woods, with a dead pilot still inside the cockpit. He also remembers the blowing up of an ammunition dump and the following blast wave, which shattered their windows and doors. He talks about the strict instructions issued by parents and relatives to black out the windows extremely well in order not to serve as a target for bombings at night, and tells of the occasion when his mother stood up to a group of Germans and fascists intending to search their house for food and how she told them off. Sandro recounts episodes of selfless generosity and moral integrity. He explains how, following a direct order from the partisan leaders, actions against the German troops were forbidden in the Travacò area, which was of strategic importance for the resistance and where huge amounts of weapons were stacked. He tells of Carabinieri opposing the Fascist regime, having pledged allegiance to the king, and how, in the absence of authority, the population resorted to informal mutual assistance networks.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
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                  <text>Annamaria De Manzano Vici</text>
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                  <text>One oral history interview with Annamaria De Manzano Vici who recollects her wartime experiences in Trieste and surrounding areas.&#13;
&#13;
The collection was catalogued by IBCC Digital Archive staff.</text>
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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              <text>PS: Signora Annamaria Vici mi può raccontare un po’ del suo nucleo familiare e del, dove innanzitutto dov’è nata, quando è nata e un po’ del suo nucleo familiare.&#13;
AV: Allora, sono nata a Trieste il 31 dicembre 1939, quindi in coincidenza perfettamente con l’inizio dela seconda guerra mondiale, l’ho vissuta tutta. Naturalmente dei primi anni eh non ho ricordi se, partiamo dal 1943 quando io avevo tre anni. Allora abitavo con la, con la mia mamma, la nonna, due zie, il mio fratellino più piccolo e una cugina di qualche anno più grande. Eravamo un bel numero di persone che vivevano tranquillamente assieme. Tutta questa tranquillità sparì, sempre di più, e creando un un’ombra che gravava su di noi e noi anche se bambini percepivamo benissimo. E i miei ricordi forse anche alcuni molto nitidi e precisi, con un’immagine chiara di quello che avevo vissuto ormai quasi tre quarti di secolo fa. Erano ricordi legati tutti a una situazione che era diventata pesante, pesante per la mancanza di cibo, pesante per le paure che provavamo ehm in per vari motivi, noi bambini in particolare al tempo del, del coprifuoco. Avevamo vissuto quelle sere con grande paura e timore perché addormentarsi da soli in una stanza buia non era certo cosa piacevole e facile da superare. C’era poi una costante atmosfera pesante di lunghe attese. Bisognava attendere per vari motivi, noi bimbi piccoli avevamo fame e ci lamentavamo più di una volta, e alle nostre domande di mangiare qualcosa ci veniva immancabile la risposta: ‘Dovete aspettare’ ‘Aspettare cosa?’. Aspettare l’ora di cena o l’ora di pranzo per mangiare una minestrina insipida che certamente non ci saziava del tutto. Bisognava spettare, aspettare con la mamma o con la zia nei negozi dove si andava con una tessera annonaria a prendere quel poco di cibo che si trovava. Dal ’43 in poi infatti i generi alimentari nei negozi eh anche se di prima necessità avevano, erano pochi, erano spariti e si faceva difficoltà enorme a trovare qualche cosa, anche avendo magari un po’ di soldi per comprarla, ma la roba non c’era. Fu così che, a poco più di tre anni feci la mia prima gita in Carso, una gita motivata proprio da questo, cioè dalla ricerca del cibo. Noi, come tante altre famiglie triestine, avevamo da prima della guerra e poi nei primi anni, il latte le uova fresche portate dalle contadine. Le carsoline scendevano dal Carso, venivano in città e passavano da una casa all’altra con i loro pesanti bidoni del latte e versando quello, con i contenitori che avevano, di alluminio di stagno e ci davano il litro, il mezzo litro quanto serviva: tutto era abbastanza facile e anche le uova fresche arrivavano buone da mangiare. Dopo i primi anni di guerra le contadine cessarono di venire in città, era troppo pericoloso e non rendeva e quindi eh e quindi mia zia un giorno pensò una mattina di prenderci per mano e di portarci fino a casa di questa contadina. Una salita faticosa più di un’ora per noi che eravamo piccoli, una, una strada che ci impegnava e ci costava molta, molta fatica. Finalmente insomma si raggiunse la casa di questa contadina, allora capii dall’insistenza e dalle preghiere di mia zia che forse ci aveva portato per impietosire questa contadina. Infatti dopo tante preghiere ci, tirò fuori insomma una bottiglia di latte, quattro uova, un pezzetto di burro. Eh beh e con quel prezioso fardello, dopo i ringraziamenti, dopo aver pagato noi ci incamminammo verso casa, la discesa era un po’ più facile e più, e anche un po’ più lieta, al pensiero del cibo che avevamo guadagnato in qualche modo. Ehm altri discorsi di attesa e di, sì, erano collegate ma più che altro di paure vissute al tempo del coprifuoco. Capitò che una un pomeriggio eeeh la mamma accompagnò una parente venuta in visita fino alla stazione e e poi con noi bambini eh ci ci riportava a casa. Lungo la strada evidentemente avevamo fatto qualche lagna, qualche lamentela qualche, che aveva fatto perdere un po’ di tempo a mia mamma. Quando ritornammo insomma era, quasi giunti a casa, mancavano poche decine di metri, un soldato tedesco che era all’angolo della strada ci bloccò e con il fucile puntato ci fece addossare al muro della, della casa e sentivo la mano di mia mamma che mi teneva, farsi tremante poi darmi una stretta che quasi mi faceva, mi faceva male. Io ero immobile come tante altre volte in una situazione di paura ‘Perché quel fucile puntato?’ Non capivo. La mamma cominciò a parlare in tedesco perché aveva fatto le prime, i primi otto anni di scuola, essendo nata nel 1908 le aveva fatte nelle scuole tedesche, quindi ricordava, sapeva insomma bene parlare il tedesco o per lo meno farsi capire. E il soldato ebbe la spiegazione del del nostro ritardo che poi non era che di qualche minuto per arrivare a casa. Mia madre gli indicò col dito la, il portone a poca distanza e di nuovo, girato il fucile ci fece cenno di andarcene. A casa sia io che mio fratello scoppiammo in pianto e chiedemmo perché quel fucile era puntato contro di noi, e la mamma ci spiegò che avevamo sbagliato a, ad andare oltre quello che era il nostro, la legge che imponeva di non trovarsi in strada se non con un permesso dopo il coprifuoco. Ci furono altri momenti di di paura. Un momento strano di paura e anche brevemente per qualche istante piacevole fu quando una sera, mia madre, io mi ritrovai dal letto, avvolta in una coperta tra le braccia di mia madre che correva per portarci nei rifugi. Era cominciato il periodo dei bombardamenti e c’era stato evidentemente l’allarme. Io mi ritrovai in strada nel buio e molto, molto perplessa guardai, guardai in alto e vidi per la prima volta un cielo stellato. Furono pochi istanti meravigliosi, poi, il respiro ansante di mia madre per la corsa, ehm il freddo del, della strada buia, tutto questo mi riportò la solita troppo frequente sensazione di paura. Le sirene dell’allarme suonavano sempre più spesso in realtà e noi avevamo ormai fatto abitudine a quelle corse verso il rifugio di via Irenio della Croce. Là in una galleria grande lunga umida scura terribile, piena di gente, di chi c’era qualche bimbo che piangeva, qualche persona che si lamentava, qualche gruppi di adulti che parlavano tra di loro, però il tempo era interminabile. Forse questo rimanere nei rifugi a volte era solo una una decina di minuti o una mezz’ora, a noi insomma sembrava un tempo infinito, non si. Ogni volta poi c’era la paura di non riuscire a tornar fuori da quella, da quel tunnel, da quella galleria e riprendere la via di casa. E fu così che proprio un giorno, e questa è una data che è diventata cosa molto dolorosa per la mia famiglia. Era il 10 giugno del ’44, i bombardamenti, il bombardamento che probabilmente eeh doveva colpire il tribunale dove erano ancora asserragliati i tedeschi e arrivò a colpire una casa di via Rismondo e la nostra che crollò con le pareti che davano sul cortile che ehm furono infrante e e anche i vetri delle finestre, erano fatti, la bomba li aveva fatti esplodere e quindi tutte queste schegge di vetro si erano conficcate nelle nei muri, nei mobili, molti dei quali erano stati scaraventati a terra. Questa fu la sorpresa dolorosa al ritorno di una di quelle corse al rifugio. La, fu fu un momento anche per noi bambini, per me in particolare che ricordavo di essere stata proprio lì in quella, in quella stanza solo pochi poche ore poche ore, e quindi avrei potuto, se non fossimo andati al al rifugio in tempo avrei potuto essere lì, colpita da queste schegge, finire veramente in maniera terribile, quasi come un San Sebastiano trafitto e forse per questo che qualche volta quando vedo il quadro di San Sebastiano sento un brivido particolare. Eeeh non bastò questa visione della della casa distrutta, si arrivò subito dopo un altro dolore più grande: la nonna che era sofferente di cuore ebbe un infarto e il medico e la croce rossa che era stata chiamata non arrivarono in tempo, mia nonna, noi fummo spettatori di questa, di questa ora in cui la nonna agonizzava sul letto e le figlie stavano vicine a, con, piangendo e anche loro in maniera inconsolabile. Noi bambini sì fummo spettatori di questa, di questa scena che ovviamente non, portiamo dentro di noi ancora con grandissimo dolore. E posso dire solo questo che la la distruzione della casa, la morte di mia nonna concluse definitivamente la mia infanzia, non, non ci sono, non sono riuscita forse più a risollevarmi da questo trauma che ho subito da bambina perché se io penso alla mia vita e alle cose anche piene di di gioia e di felicità che poi avrei avuto, tutto questo non mi è bastato a far sì che la mia, la mia weltanschauung, la mia visione del mondo non sia proprio pessimistica, ma di un pessimismo nero che spesso mi porta a delle, a delle crisi di depressione dalle quali esco con, con una certa fatica e e anche quello che sono io oggi, una pacifista forse anche in maniera estrema, io sono arrivata al ripudio della guerra, ma non solo della guerra di conquista, della guerra per la revanche, anche di ogni forma di guerra, anche la guerra di difesa, non la ammetto, non la capisco, non, e direi anche nella vita quotidiana, quando io vivo una sensazione di, di tensione, di forte tensione, di contrasto la vivo in maniera molto molto in una maniera che mi porta un grado di sofferenza notevole, non sopporto i conflitti, le polemiche e quando queste si fanno più dure io cerco sempre una via di fuga, un angolino, il mio silenzio, e da questo poi, con fatica esco fuori a riprendere la mia normalità tra virgolette. &#13;
PS: E ha forse dei, dei ricordi o dei vaghi ricordi di come quel periodo veniva vissuto a casa, se i suoi genitori ne parlavano, non ne parlavano?&#13;
AV: Guardi, dunque io vivevo solo, in questa specie di matriarcato, nonna, mamma, due zie e a noi bambini cercavano di farci apparire sempre tutto abbastanza abbastanza sereno, abbastanza buono, ci confortavano rinviando a un altro momento il la, la compagnia per i giochi, certo non avevano tempo per giocare con noi. La mamma lavorava, anche la zia, l’altra zia più giovane aveva l’impegno di accudire la nonna e a noi bambini e alle cose di casa, quindi io penso che nonostante tutte queste difficoltà e queste gravi situazioni che due due donne che lavoravano e dei bambini che chiedevano sempre qualcosa o comunque un aiuto o la presenza dei, del della mamma, la presenza e questo, e tutto questo mancava. Certo che gli adulti erano costretti a trovare la forza per loro, per risolvere i problemi e in più a fare un tentativo di aiutare anche noi bambini a vivere almeno in qualche momento una situazione di maggiore serenità, però questa era piuttosto rara.&#13;
PS: Che lavori facevano sua mamma e sua nonna?&#13;
AV: Ehm la nonna ormai era in casa e l’unico, l’unica sua occupazione era quella di badare qualche volta a noi, ehm mentre l’altra zia giovane faceva i lavori di casa, la mia mamma era impiegata e la sera spesso si portava a casa ancora il lavoro, del lavoro da fare, appunto sempre in questa necessità di danaro per comperare quelle cose che diventavano sempre più difficili da trovare. L’altra zia ehm lavorava alla SAMPT che era una società mineraria tedesca situata sulle rive a Trieste, e aveva anche uno stipendio piuttosto buono. Era lei che ogni tanto, non si sa come, riusciva a tornare a casa con una scatoletta di marmellata o con qualche biscotto per noi bambini: era una festa tutte le volte che arrivava, per noi sembrava molto più che San Nicolò, il Natale erano sorprese ci, ci davano qualche momento di di felicità e di insperata contentezza.&#13;
PS: Riguardo ai rifugi, andavate sempre nello stesso rifugio? Andavate in rifugi diversi? &#13;
AV: Eh dunque io abitavo in via Marconi proprio di fronte alla statua di Domenico Rossetti. La, nel giardino pubblico c’era una piccola casetta che poteva, così offrire, soprattutto nei momenti in cui il suono della sirena era diventato, insomma non si era riusciti ad uscire in tempo perché bisognava vestirsi, bisogna mettere le scarpe ai bambini e allora alle volte ci fermavamo in questa casetta ma non, del giardino pubblico, però non ci dava troppo affidamento quindi la corsa era quasi sempre fino al rifugio di via Ireneo della Croce.&#13;
PS: Le è mai capitato di vedere qualcosa, degli aerei o erano solo una presenza?&#13;
AV: No, eh mi mi è capitato di sentire qualche volta appunto in queste, in queste corse ai rifugi di sentire questo rombo degli aerei in lontananza e di e ovviamente, al in concomitanza con questo rombo le mamme, zie ci costringevano ad affrettare il passo oppure ci prendevano addirittura in braccio per far prima, e correre in questo posto in cui ci sentivamo relativamente sicuri. Mi avevi chiesto? Aveva chiesto? Degli aerei, se? Posso dire solo questo che, finita la guerra, quando ci fu primo, una prima serata a Trieste con i fuochi d’artificio, io che avevo allora cinque anni ormai eeeh, invece di sentire una festa sentii una cosa, una cosa orribile e cominciai a tirare la mamma per ritornare a casa come, come dovessimo proprio cercare in fretta qualche, qualche posto dove nasconderci in tempo. Non volevo vedere i fuochi d’artificio soprattutto non volevo sentire quel, quegli scoppi.&#13;
PS: Certo.&#13;
AV: Sempre periodo della, fine della guerra Trieste c’è stato, dopo per gli altri città d’Italia il, la fine della guerra era arrivata alla fine di aprile, noi invece avevamo avuto il periodo del, dell’arrivo dell’esercito cosiddetto dei ‘Titini’. Io questi soldati molto, molto male vestiti con divise che erano abbastanza, si vede, consunte strappate, venivano, li ho visti venire, scendere giù per via Cesare Battisti, e cantare e cantare urlando oppure urlando ‘Trst je nas!’ o cantare ‘[unclear]’. Io anche quella volta era forse tra le prime, sentire queste strane, queste strane parole avevo chiesto subito ‘Ma cosa dicono? Cosa cosa stanno urlando?’ ‘Eeeh’ e mia mamma ha detto ‘Eh dicono che Trieste è loro’ ‘Ma è loro?’ ‘Eeeh’ non, mia mamma non mi diede più nessuna risposta e, e come al solito si cercò solo di arrivare più velocemente possibile a casa. Furono, quei trenta giorni furono giorni duri per la città. Noi naturalmente da bambini eh per fortuna non non capivamo tutto non eravamo consapevoli dei pericoli o dei rischi in più che si potevano ancora correre una volta finita la guerra.&#13;
PS: E adesso e come, come vede quel periodo della guerra, come vede i bombardamenti? Cosa?&#13;
AV: Eh. Sono, sono purtroppo sentiti come causa di tante, di tante distruzione, causa di sofferenze, di macerie, che non sono solo quelle macerie materiali ma sono anche cicatrici indelebili, proprio queste ferite probabilmente, così dure da rimarginarsi diventano per alcuni motivo di desiderare un’altra guerra per far giustizia, le guerre non portano giustizia e i bombardamenti portano solo rovine.&#13;
PS: Che cosa pensa di chi li conduceva quei bombardamenti, quindi degli americani e degli inglesi.&#13;
AV: Purtroppo non vi viene di far differenza tra chi pilotava l’aereo del paese che sarebbe poi stato vincitore o di chi era invece il pilota di di aerei che sarebbero stati abbattuti o avrebbero fatto soltanto eeeh così un, una portata enorme di distruzione ma senza senza raggiungere un possibile fine. Non, penso che, che se son riusciti a fare questo sono riusciti a essere convinti che lo facevano per il bene del proprio paese. Io questo non posso, non posso pensarlo e quindi vedo questi uomini come, forse dei robot che sono stati loro stessi pilotati da altri, da altre forze e per portare in fondo qualche cosa che è servito solo a lasciare disperazione, dolore e ricordi brutti alla gente. [pause] Penso che molti di questi piloti si saranno sentiti degli eroi ma io penso in realtà che le bombe non possono far altro che creare una, una dolorosa situazione per, più che materiale, come dicevo anche poco fa è una distruzione spirituale. Questa finirà soltanto quando forse, nel mio pessimismo non mi è dato di pensare, qualcuno diventerà l’eroe della pace e non sarà più, non si penserà più come potatore di beni, di bene, di salvezza attraverso un periodo più o meno lungo di guerra.&#13;
PS: Va bene mi scusi se faccio ancora un salto indietro. Lei ha mai sentito parlare di Pippo? &#13;
AV: Si con questo nome era designato un, un pilota di un aereo che spesso era venuto, aveva sorvolato il cielo di Trieste e molte delle macerie, e anche di, di luoghi vicinissimi alla mia casa, per esempio via Rismondo, per esempio via Rossetti dove venne abbattuta una chiesa credo sia stata proprio opera di questo Pippo, che un po’, ben noto e ancora più temuto.&#13;
PS: Non si ricorda se di questo se ne era parlato anche a casa? &#13;
AV: Eh no, per la verità davanti a noi bambini, ecco questa attenzione forse delle, della mamma delle zie era quella di tenerci fuori da questo. Solo quando eravamo noi a porre le domande cercavano una qualche risposta che fosse possibile per un bambino e che fosse una risposta che acquietasse il bambino. Quindi abbiamo, insomma ho sentito molto poco parlare di guerra e poi anche con le non, con le zie con la mamma non, quando siamo diventati ragazzi o anche durante il periodo della giovinezza noi non abbiamo voluto ricordare queste cose, era, è stato tutto quanto sepolto per lungo tempo nel, in famiglia, si è, forse come anche io ho detto che tendo a chiudermi nel mio silenzio forse la stessa cosa è finita con l’essere quella che sembrava la soluzione più, più giusta, non pensare più a quelle, a quelle orribili cose che comunque venivano fuori da sole in certe circostanze, o per rivedere certi luoghi o per sentire di altra gente che pativa la fame allora sì, si tornava col pensiero alla guerra, ma come così tendenza a commentare quegli anni a commentare quei fatti, fu, non ci fu, in realtà forse proprio perché eravamo un gruppo di di donne e non di uomini, e anche gli uomini ritornati dalla guerra, mio zio più, più giovane che aveva conosciuto il campo di concentramento sì tendeva a ricordare delle cose però non ‘Vi risparmio’ diceva ‘di raccontare tutto quello che ho patito’. Solo un giorno quando difese un un altro che era nel campo di concentramento, chi lo, chi controllava quell’ambiente lo diffidò dal, dall’aiutarlo, dal sottrarlo alla punizione che gli stavano dando e gli dissero ‘Per questa volta, visto che ti chiami Fisher finiamo così ma stai bene attento che uguale sorte sarebbe per te la prossima volta’. Ecco, sì. Mi si è richiamato alla mente il fatto che di vicende di guerra vissute dagli uomini furono solo queste insomma, non non poco gravi perché credo che i due anni di campo di concentramento che avevano fatto ritornare questo zio neanche trentenne a casa più simile a uno spettro che non a un uomo, eh beh sono appunto ricordi, ricordi pesanti e giustamente anche lui non voleva riviverle. E poi raccontare alle donne dei fatti di guerra non si, non si ottiene troppa, troppo applauso, non si tengono applausi, si ottengono solo inviti a tacere ‘Basta! Basta!’ per la donna è anche troppo quello che ha dovuto, ha dovuto soffrire, la lontananza di chi avrebbe potuto proteggerle il marito, il padre, il fratello e quindi anche in questo senso la guerra certo non fa un buon lavoro né per chi la vive direttamente né per chi la subisce.&#13;
PS: Ehm solo ancora una o due domande dopo concludiamo, si ricorda dove era internato suo zio? &#13;
AV: Eh non ricordo esattamente. So che erano, faceva parte di un gruppo di soldati che erano stati bloccati dopo il ’43, dopo naturalmente l’armistizio per quello che fu l’armistizio dell’8 settembre, ehm furono bloccati in Croazia e dalla Croazia furono portati credo in Germania ma no ricordo esattamente il nome del di quel luogo. Certo non fu uno di quei luoghi come i centri di importanti noti no storicamente come tipo Dachau e simili. Era probabilmente una località vicina al luogo dove dove erano stati bloccati e fatti prigionieri.&#13;
PS: Va bene guardi io la ringrazio tanto del suo tempo anche a nome del Bomber Command, del progetto, e posso spegnere il registratore.&#13;
AV: Va bene. &#13;
PS: Grazie.</text>
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                <text>Annamaria De Manzano Vici recalls her wartime childhood in Trieste and describes the struggle of her all female family, coping with fear, hunger, and difficulties in finding food supplies. She remembers the run to the public shelter and the terror felt after a bombing that destroyed her house and caused her grandmother to die from a  heart attack. She gives a brief account of a few war episodes: a soldier she met after the beginning of the curfew; the return of an uncle after a period of imprisonment in a work camp; Tito’s men invading the city after the end of the war. Annamaria highlights her deep commitment to pacifism as the only way to deal with human conflicts. She considers Allied pilots to be ‘robots’ driven by someone else’s will.</text>
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                <text>Piero Fiorot reminisces about his pre-war life in Sacile: schooling; fascist paramilitary training and indoctrination; curfews; rationing; and doing business in a tightly controlled, closed economic system. He contrasts the relatively tranquil life during the first stage of the war, with the chaos following the fall of the Fascist regime and the brutality of the subsequent German occupation. Peiro recalss wartime anecdotes, such as dropping of propaganda flyers; clandestine listening of British broadcasts; evacuee’s life; German mop ups and killings; anti-aircraft fire; and damage caused by jettisoned bombs. He describes the tense atmosphere inside a shelter with people weeping and praying, and contrasts it with his care-free attitude. Peiro stresses the strategic importance of the city, owing to its railway station and the nearby railway bridges. He describes the 1944 Sacile bombings and provides details on the 5 November 1944 attack in which a bomb nearly hit the private shelter of the Balliana family and many children lost their lives. He describes the funerals and the sight of his schoolmates in white coffins. He is critical of the Resistance accused to provoke avoidable reprisal and mentions some victims of German brutality, such as Raimondo Lacchin and Marco Meneghini. He describes Pippo dropping supplies and small antipersonnel mines. He mentions his friendly relationship with Heinrich and Peter Paul, two Luftwaffe pilots based at the nearby Aviano airfield, who supported him in many instances, and describes a fortuitous reunion with the latter. Piero details&amp;nbsp; the early post-war years and elaborates on the legitimacy of bombing. He recalls how British forces were generally hated and talks of his difficulty to reconcile the bombings with the idea of being liberated.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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&#13;
The collection was catalogued by IBCC Digital Archive staff.</text>
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              <text>ZG: Prova? Funziona? Sì. Allora, l’intervista è condotta per l’International Bomber Command Centre. L’intervistatore è Zeno Gaiaschi, l’intervistato è Giuseppe Pirovano. Nella stanza è presente, in qualità dell’assistente di Zeno, Simone Biffi dell’Associazione Lapsus. L’intervista ha luogo in Via Gian Rinaldo Carli al numero 34 a Milano il giorno 12 Novembre 2017. Ok, possiamo iniziare. Allora inizio con delle domande di riscaldamento. Qual è il ricordo più lontano che ha, più remoto di tutti?&#13;
GP: Diciamo, ma qualche ricordo già prima della guerra. Quindi io sono del ’31 per cui ho dei ricordi verso gli anni ’39-’40. Quegli anni lì ricordo benissimo. L’aspetto che mi è rimasto in testa è la situazione qui di Affori ma sicuramente rispecchia la situazione generale dove il Fascismo teneva in iscacco se possiamo dire, la popolazione. Esempio. Allora c’eran solo le osterie e mio padre andava all’osteria qualche volta, non sempre. Era anche lui uno che gli piaceva bere il solito bicchiere di vino coi compagni, con gli amici, e ogni tanto mi portava, anzi ero io che gli correvo dietro, avevo otto, nove anni quindi, dieci anni. E mi ricordo la situazione, mi è rimasto impresso alcune cose. Per esempio, mi ricordo che sulle pareti dell’osteria dove c’era il, dove si batteva, dove batteva la spalla della sedia c’eran tutte le parole d’ordine: ‘Qui non si parla di politica’, ‘Viva il Duce’ e tutte queste parole d’ordine che potete immaginare quali erano. Ma questo è il meno. Ricordo benissimo che c’erano due, due esseri, due signori che giravano il rione vestiti proprio con la tuta da fascista, camicia nera, pantaloni, in bicicletta, sempre loro due, uno si chiamava Marinverni, l’altro Cavallini, e con la pistola sempre addosso. Facevano il giro delle osterie e ogni, alzavano la voce, la gente stava in silenzio, loro facevano il cosidetto bauscia, disevano a Milan, e quindi in alcuni casi hanno provato anche a sparare in alto, tanto per intimorire la gente. Questi erano proprio i manovali, me li ricordo bene, mi sono rimasti in mente anche i nomi. Poi naturalmente c’erano quelli vestiti bene, quelli che erano alla sede del Fascio qui ad Affori e che loro si facevano solo vedere nei luoghi delle parate quando c’era qualche manifestazione nel rione. Ecco questo, sono i ricordi più lontani, di prima della guerra.&#13;
ZG: Ma lei si ricorda perché questa camicie nere intimorivano? Quali erano le motivazioni? C’erano delle cause scatenanti?&#13;
GP: Non saprei dire la motivazione. Sicuramente evitavano, volevano evitare, diciamo, che qualcuno si comportasse da antifascista, questo per loro era una cosa che non poteva esistere, per cui controllavano, vedevano se c’era qualcuno di questo tipo. Naturalmente c’erano, ma però non posso dire che alloro lo sapevo, li avevo conosciuti nel, nel dopoguerra chiaramente, negli anni ’45-’46, c’erano gli antifascisti e c’erano ma non si muovevano, non si. Qualcuno di questi venivano anche portati in prigione quando c’era le visite dei gerarchi fascisti, di Mussolini in particolare qualche volta che era arrivato a Milano, però loro non li conoscevo, ma penso che lo scopo principale era quello di tenere sotto controllo la situazione insomma.&#13;
ZG: Senta, che lavoro facevano i suoi genitori?&#13;
GP: Mio padre era un operaio, lavorava alla Ceretti e Tanfani, una ditta molto importante. Era una ditta ausiliaria si diceva allora, cioè ausiliaria nel senso che producevano cose che servivano per la guerra e quindi. Non le armi ma le strutture sono le gru, gli impianti funiviari, gli impianti che potevano servire per l’esercito, quindi lavorava in uno di quei. Mia madre era casalinga. Eravamo tre fratelli, due fratelli e una sorella.&#13;
ZG: Si ricorda un po’ della vita prima della guerra, in famiglia, a casa?&#13;
GP: Mah, prima della guerra ricordo che mio padre lavorava dieci ore al giorno e comunque, riusciva comunque a mantenere la famiglia ecco. Mia madre non ha mai lavorato da sposata e non saprei dire precisamente perché. L’età era poca e quindi eravamo, non eravamo in grado di capire per bene le cose. Però posso dire che riuscivamo a vivere, naturalmente con sacrifici perché il mangiare era quello che era, non è che eravamo. E ricordo in particolare che i giorni di Natale, mentre alcuni bambini avevano la fortuna di avere una famiglia un po’ benestante, meglio di noi, noi non avevamo niente insomma, c’erano i soliti pacchetto di mandarino con la noce con quelle poche cose di frutta. Ecco, quello che ricordo è un po’ questo. Facevamo fatica, vivevamo con fatica, ma vivevamo. &#13;
ZG: Lei e i suoi fratelli giocavate?&#13;
GP: Sì, sì, giocavamo, giocavamo. Mi ricordo che io ero il maggiore facevo, costruivo i monopattini, andavo da, c’era uno stracciaio vicino a casa dove abitavamo, noi abitavamo qui in, qui vicino insomma, un centinaio di metri. E andavo a comperare, ce li regalava praticamente, soldi noi non ne avevamo, le ruote a sfere che raccogliendo i rottami che questo signore c’era dentro anche queste cose qui, noi lo sapevamo e andavamo là e facevo il carrello, il carrellotto con il legno, la, col manubrio, bulloni per fare da perno, la ruota a sfera più grossa che riuscivamo a trovare e facevamo il carrellotto che ci spingevamo in giro oppure il monopattino, con due ruote a scorta. Per dire uno dei giochi, poi giochevamo tante altre cose  siam bambini, giocavamo, giocavamo, questo.&#13;
ZG: Ehm, lei si ricorda qualche altro gioco in particolare?&#13;
GP: Giocavamo, ci allora, ci mettevamo carponi uno dietro l’altro e saltavamo sulla schiena. Chi saltava più, due persone, tre persone. Giocavamo alla, noi lo chiamavamo il Pirlo, pezzo di legno così che mettevamo per terra, picchiavamo sulla punta e il legno andava lontano, quindi chi andava più lontano vinceva. E così insomma questi più o meno erano i giochi che facevamo.&#13;
ZG: Senta, si ricorda di quando è scoppiata la guerra?&#13;
GP: Sì. Scoppiata la guerra, mi ricordo vagamente del discorso di Mussolini, stranamente. Però stranamente era, tutte le radio parlavano di questo. E mi ricordo vagamente, vagamente col senno di poi, l’ho sentito attraverso i tele, i giornali eccetera ma allora ricordo vagamente per dire la verità. Non è che potessi capire il significato, perché insomma io avevo, nel ’40, 10 giugno del ’40 avevo nove anni, capite che un ragazzo non, però ricordo ma poi. Diciamo quello che posso dire è come ho vissuto io la guerra, ecco questo.&#13;
ZG: Ecco sì, voglio fare giusto una domanda prima che era, gli adulti gli parlarono della guerra? I suoi genitori o famigliari a lei vicini, amici dei genitori?&#13;
GP: Beh, mio padre un po’, mio padre, mio padre parlava un po’ qualche volta però non si sbottonava. Mio padre non era un politico ma era un antifascista, questo sicuramente, questo, lo posso testimoniare. Politico no perché poi anche lui era un operaio nel senso che non aveva, scuole, sì, fatto le elementari ma non aveva cultura politica. Ma era un antifascista e ogni tanto qualche cosa me lo [sic] diceva. Era un tipo che ogni tanto mi ricordo che prendeva in giro qualche fascista della prima ora, con dell’ironia non con della, diciamo discussioni politiche, si guardava bene perché non avrebbe potuto. Però mi ricordo che c’era uno che aveva fatto la Marcia su Roma, abitava vicino a noi e mai poi era un uomo anziano, non è che fosse, non era un uomo cattivo ma era un fascista. Mi ricordo, eravamo forse nel ’41 quando, quando venivamo, eravamo in Africa ed eravamo sconfitti e allora mi ricordo precisamente, una volta visto fuori in strada e gli diceva: ‘Ohè, Scaiett’, si chiamava Scaietti, ‘Scaiett, andem ben, eh!’. Faceva così, il segno della vanga. Vangava per dire che andavamo indietro. Lo prendeva in giro, per dire. Era comunque un tipo abbastanza, le conosceva le cose, e qualche volta si azzardava anche con gli amici a parlare, ma molto, molto poco, non è che era un antifascista combattente, no, non lo era. E naturalmente poi ho saputo che in fabbrica c’era l’organizzazione clandestina ma questo l’ho saputo dopo e quindi.&#13;
ZG: Dopo torneremo anche su questo. Quindi lei non si ricorda nulla in particolare proprio di come suo padre invece parlava a lei della guerra e del fascismo?&#13;
GP: No, ma, no, soltanto qualche volta, quello che succedeva, lo diceva in casa ecco. Ma no, devo dire di no. Per dire la verità.&#13;
ZG: Eh per caso avevate parenti al fronte?&#13;
GP: Al fronte c’erano i miei cugini, i miei cugini sì. Figli della sorella di mio padre e sono, due son tornati tutti e due, sì e altri cugini, altri cugini non me ne ricordo, che erano al fronte.&#13;
ZG: Ok. Senta invece, si ricorda dei bombardamenti?&#13;
GP: Eh beh certo. Eh lì vorrei parlare un po’. Allora partiamo dal primo bombardamento avvenuto a Milano il 24 Ottobre del ’42, primo bombardamento a Milano. Premetto che a Milano era già stato fatto un bombardamento nel ’40 appena scoppiata la guerra, me lo ricordo bene perché mio padre con la bicicletta, noi abitavamo ad Affori, abitiamo tutt’ora ad Affori, siamo andati a vedere i bombardamenti, per dire incoscienti e incapaci di giudicare, penso che era normale. Allora con la bicicletta, io con la mia bicicletta, mio fratello con la sua biciclettina siamo andati in Via Thaon di Revel, sapete dov’è? Piazzale Maciachini, avanti, lì c’è la Chiesa della Fontana. Il bombardamento è avvenuto con qualche bomba incendiaria che ha toccato la chiesa e la casa di fronte. Siamo andati subito quando l’abbiamo saputo, mio padre c’ha portato, e abbiamo visto di cosa si trattava. Proprio due spezzoni erano apparecchi, erano i francesi, perché noi abbiamo dichiarato guerra ai francesi e quindi quelli si sono vendicati subito ma ridicolmente insomma. Era un bombardamento ridicolo eh. Incendiarie hanno rotto una soffitta, un pezzo di, vabbè, comunque, questo è [unclear], però non è più stato fatto nessun bombardamento. Il primo a Milano è avvenuto il 24 Ottobre ’42. Io ero in quel momento nel cortile di casa mia, in una stanzetta del cortile con cinque, sei amici ragazzi, sentiamo sto casino, sto bombard, sto rumore, sparare e il rumore degli aerei. Usciamo e siamo rimasti lì, era le cinque della sera, quindi iniziava il tramonto. Si vedevano tutti i traccianti della antiaerea, qui nella, c’era l’antiaerea piazzata, là nella Cava Lucchini, vicino proprio a noi, le mitragliatrici e si vedevano gli apparecchi che passavano, che urlavano, erano gli aerei, apparecchi inglesi naturalmente perché i primi bombardamenti sono stati fatti dagli inglesi ’42-’43. Gli americani non c’erano ancora e quindi, vedevamo chiaramente mollare le bombe, magari appena dopo perché appena dopo magari alla Bovisa sugli scali ferroviari eccetera nei dintorni. Noi ad Affori non siamo stati colpiti. E quindi questo è stato il primo bombardamento che ho visto coi miei occhi gli apparecchi che mollavano le bombe. Ricordo il rumore degli apparecchi che poi dopo li ho risentiti in qualche documentario ma li ricordo bene. Allora il giorno seguente, uno o due giorni, mio padre ha caricato la famiglia, ci ha portati fuori Milano, sfollati diciamo, eravamo i primi sfollati, perché poi Milano ha avuto molti sfollati proprio a causa dei bombardamenti. Allora il discorso è questo, noi con la famiglia eravamo sfollati in provincia di Brescia, in campagna, e lui lavorava tutti i giorni da solo a casa, ecco. Veniva tutte le domeniche, quasi tutti i sabati e la domenica a trovarci, prendeva il treno, veniva a trovarci. Però era il ’42, la guerra è finita nel ’45, e io saltuariamente venivo a casa con lui, ’43, ’44 quindi in permanenza non ero a Milano però venivo a casa con lui ogni tanto. E quando ero a casa non sono riuscito a dormire una notte perché c’eran sempre i bombardamenti, c’eran sempre gli allarmi. Su casa nostra non abbiamo avuto i bombardamenti ma le case circostanti, i rioni, Milano insomma è stata distrutta, lo sapete meglio di me. Quindi io ho vissuto nei rifugi qualche, alla notte ed era un dramma veramente: il terrore, la paura. Chi andava nei rifugi era, in genere le donne, ma tutti insomma, mio padre nei rifugi non c’è mai andato perché lui diceva: ‘Mi la fin del rat la fu no!’, la fine del topo non la voglio fare. E allora, quando io ero qui qualche volta mi è capitato di andare nei rifugi perché se era di giorno, o comunque un orario che mio padre era a lavorare e io ero solo, e quindi andavo nei rifugi non potevo, ma quando c’era mio padre lui mi prendeva come al primo allarme mi metteva sulla canna della bicicletta e correvamo fuori perché qui ad Affori adesso è costruito molto ma allora era campagna perché era l’ultimo rione della città e quindi avevamo molta campagna e mi portava nei fossi, nella campagna per evitare i bombardamenti. Ma diciamo che ho vissuto i bombardamenti nei rifugi quando venivano qui. E mio padre, dicevo, veniva ogni tanto, ogni tanto, ogni settimana, al massimo ogni quindici giorni veniva a trovarci. Il giorno del 10 settembre ’44 era un giorno che tornava a Milano della visita che aveva fatto a noi e quando tornava a Milano il treno arrivava generalmente dopo le dieci di sera, c’era il coprifuoco alle dieci di sera, quindi cosa succedeva? Lui dormiva alla stazione centrale, al mattino alle sei prendeva la bicicletta e andava a Bovisa a lavorare, Bovisa è qui vicino. La sera del 10 settembre il treno è, è arrivato in orario, ha fatto in tempo a prendere la bicicletta e andare a casa. È andato a casa, diciamo è salito in casa per disfare la valigia, le bombe cadevano. Nel cortile distrutta la casa. Cosa succedeva? Le bombe cadevano e quindi lui è sceso perché non poteva stare lì perché andavano giù, sentiva le case che andavano giù e anche la nostra dove abitavamo cominciava a crollare. Allora molta gente nel, che scendeva nel cortile perché era un gruppo di case, allora molta gente andava nel rifugio ma il rifugio era la solita cantina che costruivano dove si metteva il vino, si metteva, quindi non era un rifugio, era una cantina. E quindi mio padre faceva la parte delle persone che scappavano, oltretutto non era in grado di contenere tutte le persone, molta gente scappava. Mio padre è scappato con un gruppo di dieci persone. Fatto venti metri, è arrivato a un bivio, scappavano, cercavano di andare in un rifugio più sicuro, loro pensavano. Ha fatto venti metri, erano un gruppo di dodici persone, tredici persone, una bomba è caduta nel centro. Quindi strage completa. Mio padre è rimasto sotto i bombardamenti in quell’occasione lì. E, scusate, &#13;
ZG: Se vuole interrompiamo.&#13;
GP: [starts crying] cosa succede, c’erano i miei amici, un ragazzo col collo tagliato, mio padre combinazione non aveva niente ma lo spostamento d’aria gli ha spaccato il cuore. E però una parte di persone si è fermato nell’androne, nell’androne della casa si sono salvati, in cantina si sono salvati e quelli che sono usciti sono morti tutti. Tenete conto che la mia casa, la casa dove abitavo, era ai, dietro la chiesa, in linea d’aria trenta, quaranta metri, perché proprio era sull’angolo del giardino del parroco. A sinistra c’era la scuola elementare dove io ho frequentato la prima, la seconda e la terza. Alla mia destra, quella via, c’era l’asilo infantile con cinque suore. Ebbene, hanno distrutto l’asilo, distrutto la scuola, distrutta metà la casa dove abitavo. Hanno danneggiato la chiesa, per dire quel gruppo di queste case. Poi più avanti hanno distrutto dei caseggiati completi, la Cur di Restei, la chiamavamo e tante altre cose lì in giro ma poi anche tanti altri. Quindi questo è il 10 settembre ’44. Mio padre è morto e noi siamo rimasti là in campagna dove mia madre è stata assunta, in combinazione c’era una ditta di tabacchi, raccoglievano il tabacco, lavoravano il tabacco, mia madre è stata assunta lì e siamo riusciti per tirare avanti con lo stipendio di mia madre. Quindi siamo stati lì fin dopo, fino il ’45 e mi ricordo l’ultimo episodio che voglio dire. Il 25 aprile del ’45, ero ancora lì naturalmente, e io seguivo un po’ gli ultimi avvenimenti, ormai avevo quattordici anni capivo un po’ di più insomma. E son corso sul, sono andato sulla strada principale Asola-Brescia perché in quei momenti lì i tedeschi cominciavano a scappare. Ora sono corso là con i miei amici grandi, giovanotti che ricordo si preparavano già qualche giorno prima, armeggiare, trovavano qualche arma, qualche cosa del genere. Sono andato lì per trovarli, insomma io volevo esserci. Sono arrivato là, non ho trovato nessuno in quel momento lì al mattino presto. Però mi sono trovato di fronte un gruppo di tedeschi, quindici, circa quindici tedeschi, potevano essere quattordici o sedici, ma era più o meno un gruppo così, un gruppo di tedeschi in bicicletta armati di tutto punto, bombe a mano e mitra, in bicicletta con sacche pesanti. E ormai ero lì, non sapevo più cosa fare e ho detto: ‘Ma sono un ragazzo, forse non mi dicono niente’. Invece il capo lì: ‘Komma her, komma her’, mi ha messo in mezzo per attraversare il paese. L’intenzione era quella naturalmente di avere l’ostaggio in centro in modo che, avevano paura dei partigiani per cui se c’era qualcuno e attraversiam, per attarversare il paese. Naturalmente io il paese lo conoscevo come le mie tasche, e poi avevo quattordici anni quindi, e intanto che andavamo non so se per incoscienza o non sentivo paura, non è che avessi paura, stavo pensando come facevo a scappare. E infatti prima di uscire dal paese conoscevo bene come fare avevo visto, avevo pensato e quindi con un salto sono uscito dai ranghi. Immaginatevi questa gente qui, stanca, affamata, carica come era, non mi ha neanche visto insomma. Sono scappato e quelli se ne sono andati. Sono stati fermati dai partigiani in paese dopo. Io sono tornato là e ho trovato finalmente i ragazzi che si sono messi là, mi hanno messo assieme a uno con la mitragliatrice, io dovevo metterci su le cartuccie, le scatole e comunque eravamo lì a fermare i tedeschi. Diciamo che la giornata è passata così. Lì fermavano i tedeschi, li mettevano nella scuola poi dopo sarebbero stati mandati non lo so e, eh glielo ripeto ero là. E se venivano le macchine era più pericoloso dicevano se veniva qualche macchina. Allora c’era un incrocio rispetto alla provinciale, veniva una macchina dalla provincia di, era da Castel Goffredo provincia di Mantova, e io ero su quella strada lì dietro l’angolo con questo qui. Sento la macchina, sentiamo la macchina, guardo e tra le fronde della siepe avanti centocinquanta metri vedo un elmetto che non è tedesco quello non è un tedesco, non sono tedeschi allora metto la mano sulla mitragliatrice prima che quello mi, [unclear] tedesco, e arriva la camionetta degli americani. Era il primo americano che vedevo e così abbiamo visto sta camionetta, è arrivato lì, ha fatto quattro chiacchiere, sai quei classici, quattro persone, due di dietro sdraiati con le, che poi s’è visto nei giornali che c’hanno fatto vedere ma li era, mi ricordo classico, quattro parole che noi non capivamo niente e con la cicca americana e se ne sono andati subito. Ecco, questa è la mia giornata del 25 aprile ‘45. E poi naturalmente c’è tutta una storia del dopoguerra molto importante ma che non c’entra con.&#13;
ZG: Senta, io le volevo fare qualche domanda per tornare un attimo su qualche passaggio. La prima era, nel ’42 lei ha detto che c’è stato il bombardamento, quello degli inglesi.&#13;
GP: Sì.&#13;
ZG: Il primo che ha assistito. Ha detto che aveva sentito le bombe ma non ha parlato della sirena antiaerea. In quell’occasione lì, era suonato o non era suonato?&#13;
GP: No, assolutamente no. Le ripeto, noi siamo usciti perché abbiamo sentito rumore ma il, l’allarme aereo non era suonato. Nel modo più assoluto. Poi, voglio dire, l’allarme aereo raramente suonava. Non c’era, non c’era organizzazione. Gli unici un po’ organizzati erano la cosidetta UNPA, erano dei civili incaricati in ogni caseggiato per essere, diciamo era come un, come si dice, quelli che abbiamo adesso, la protezione civile ecco, faceva un po’ di queste cose qui. Allora c’era quello del caseggiato più anziano, più bravo, faceva questo lavoro qui. Tutta roba diciamo, organizzata e no, insomma. Allora se c’era qualcuno di buona volontà, se sentiva l’aereo, suonava, perché c’era la tromba, la sirena che faceva a mano, faceva andare a mano. Ma raramente suonava prima dei bombardamenti. Sì, il primo bombardamento assolutamente non suonava. Poi in seguito, mi dicevano i miei amici, perché ci sono quelli che erano qui tutti i giorni, qualche volta suonava ma di rado. In genere arrivavano gli apparecchi e bombardavano. Mio padre, quella volta lì lo stesso, arrivato gli apparecchi, bombardavano e son scappati, ma. Allarme niente, non c’era organizzazione!&#13;
ZG: Il rifugio in cui lei scappava di solito, era la cantina di casa sua?&#13;
GP: Sì, sono andato anche in altri rifugi. Per esempio, c’era un rifugio fatto, sempre qui, in un posto dove c’era un prato fra le case, era un rifugio che avevano fatto, scavato due metri, se dico due metri potevano essere due e cinquanta, forse anche tre, non lo so, no si passava appena appena, due metri, coperto da tavole, dico tavole. Sopra le tavole la terra che avevano scavato l’han messa su sopra, quindi rifugio per modo di dire. Andava bene se c’era qualche scheggia in giro perché bombardavano ma era una cosa inutile, assolutamente, non era rifugio. E per il resto erano cantine. Non c’erano rifugi, in zona parlo eh, perché poi in altri posti avevano fatto anche dei rifugi. Ma a Affori assolutamente non ce n’erano. &#13;
ZG: Come passava il tempo nel rifugio, se lo ricorda?&#13;
GP: Seduti, c’erano le donnine che pregavano, c’erano i bambini che piangevano, e io mi ricordo che, ero pieno di paura e quando ero in rifugio, ero solo naturalmente, mio padre non c’era. Ero, tremavo e pieno di paura, poi sa in quell’ambiente lì, donne che gridano, che urlano, i bambini che urlano, e così, è una tragedia insomma. Non era una cosa molto bella. &#13;
ZG: Senta, oltre alle preghiere, ogni tanto magari avevate altri metodi per passare il tempo, tipo qualcuno cantava magari o?&#13;
GP: No, no, no, io non ricordo. Beh la preghiera dico perché qualcuna che c’era, che faceva la preghiera, non è che, che fosse collettivo il fatto. Qualcuna si metteva a pregare, le donne anziane, me lo ricordo ma, no, anche perché nel rifugio non è che ci stavamo tanto. Cioè i bombardamenti potevano durare mezz’ora, l’allarme diciamo poteva durare mezz’ora, al massimo un’ora ma generalmente finiva molto prima insomma ecco. Che gli apparecchi non potevano star su le ore, bombardavano e se ne andavano. Magari si ripeteva ma non molto a lungo. Nei rifugi stavamo poco tempo, mezz’ora.&#13;
ZG: E senta invece dov’è che è sfollato, quando suo padre l’ha portato via?&#13;
GP: Sul confine fra Brescia e Mantova, in campagna, se posso [unclear] anche il paese Acquafredda si chiama, Acquafredda, c’è ancora eh!&#13;
ZG: E come mai vi ha portato là esattamente?&#13;
GP: Perché c’erano i genitori di mia madre, con un fratello di mia madre. E quindi abitavamo tutti assieme nella casa dove abitavano questi. Il, loro non erano contadini, mio nonno era una falegname e mio zio faceva l’operatore delle macchine, le trebbiatrici, le macchine che usavano per la terra, le aggiustava, le, insomma faceva quel lavoro lì.&#13;
ZG: E da quelle parti bombardamenti non ce ne sono mai stati?&#13;
GP: No, assolutamente, in campagna no, abbiamo vissuto bene.&#13;
ZG: Perché ogni tanto tornava a Milano con suo padre?&#13;
GP: Eh, perché ogni tanto, io, papà, vengo anche io a Milano oppure era lui ma non è che son tornato, forse due o tre volte a, tre volte a Milano. Però, ragazzi! Erano tragedie tutte le volte. Era una tragedia perché era sempre in giro. Mi son trovato in quel rifugio lì che le dicevo, mi son trovato scalzo. Quindi era, ’43 forse, o primavera ’44, insomma era terrore, scappavamo, eran momenti brutti insomma, non, una cosa che, da non augurarsi guardi.&#13;
ZG: Senta invece, un’altra cosa che volevo chiedere era, con la scuola, lei quando ha sfollato per la prima volta, stava già frequentando la scuola media?&#13;
GP: No, allora, io ho frequentato la scuola che hanno abbattuto lì quando hanno bombardato mio padre, è morto mio padre, ho fatto prima, seconda e terza, la quarta sono andato a farla nelle scuole nuove, sempre qui ad Affori. Allora la quarta, io sono stato bocciato, sono stato bocciato perché non ho risposto alle domande di religione. La mia maestra, maestra Giacchero, era una fascista di quelle terribili, clerico-fascista, e io non ho risposto a domande di religione perché avevo fatto, avevo tranciato i miei rapporti con la chiesa quando mi hanno fatto fare il chierichetto. Mi hanno fatto fare il chierichetto, parliamo forse nove, dieci anni, allora c’erano chierichetti così piccoli e mi ricordo che a un battesimo un signore ha tirato fuori i soldi, ha dato i soldi al prete, ha detto: ‘Questi qui sono i suoi, questi qui sono per il batte, e questi qui per i chierichetti’. Il prete ha messo in tasca i soldi e non ha dato niente, né a me né a nessun altro, ha tenuto tutti i soldi dei chierichetti. Da quel giorno lì, per me, sono andato a casa ho detto: ‘Mamma, io in chiesa non ci vado più’, ‘Perché?’ ‘Perché mi ha rubato i soldi’ mi ricordo. [unclear] ‘Ma no, ma’, basta, e io ho chiuso. Quindi per me la chiesa non esiste, non esiste da quel giorno là insomma. Poi tutto va bene, tutto [unclear], per me non è un problema, è un problema [unclear], ma. Quindi sono stato bocciato in quarta, ho rifatto la quarta qui e [mobile phone rings] scusatemi.&#13;
ZG: Interrompo, non si preoccupi.&#13;
PG: Sì?&#13;
ZG: Allora, dopo la pausa riprendiamo l’intervista.&#13;
PG: Ecco, ehm, quindi ho rifatto la quarta. Il mio maestro era un centurione, un ex-centurione della milizia. Allora e io ero il caposquadra per dire che sono stato bocciato non perché ero un asino, anche se non ero una gran scienza per dire ma io sapevo le mie cose.Sono bocciato proprio perché non ho risposto alle domande di religione e il mio maestro dopo qualche giorno mi ha fatto caposquadra. Era un centurione della milizia e lui voleva avere una squadra organizzatissima. Aveva fatto sette persone, sette ragazzi capisquadra, io ero caposquadra ma ne aveva fatte altri sei che ognuno aveva dato un compito ma soprattutto in palestra ci portava. Eravamo organizzati in un modo eccellente. Io avevo la mia squadra che comandavo a bacchetta: ‘Avanti marsch, destra, sinist, obliqua sinist’. Ero bravo, era il maestro che mi aveva insegnato. E quell’anno lì, doveva essere il ’41 o il ’42, ’41 sicuro o fine ’40, poi facciamo i conti e magari, sì ’42, ’41, ’42 sono andato via, e abbiamo fatto un raduno, hanno fatto un raduno all’arena di Milano di quattrocento classi elementari, la quarta e la quinta, per fare gli esercizi ginnici. Far vedere che erano i giovani, i Balilla che, come eran bravi i Balilla eccetera. E io ho portato la mia classe, siamo stati bravi, eravamo sicuramente fra i primi perché i nostri ci tenevano. Poi per c’han fatto uscire dall’arena. Uscendo dall’arena c’erano dei tavoloni, son stati cinque o sei tavoloni, non lo so perché eravamo in tanti. Ogni tavolone c’era un gerarca dietro lì, un fascistone e io ero il caposquadra, dovevo andare a rispondere, a rispondere alle domande che queste persone mi facevano. Sono arrivato là con la mia squadra: ’Avanti marsch, destra, sinistra, tac!’ ‘Senti’, mi dice, ‘chi ha dichiarato guerra? L’Italia all’Inghilterra o l’Inghilterra alla Germania?’. Sono rimasto un po’. Non lo sapevo, non lo sapevo anche se, che magari era stato detto però non quel momento, non lo sapevo. Però pensavo ragazzi la guerra è una cosa brutta, non siamo noi italiani che la vogliamo, nella mia mente, e ho detto, no è stata l’Inghilterra. ‘Bravo asino! Vai via con la tua classe!’. Questo per dire [laughs] come eravamo in quei tempi là. E poi naturalmente io ho passato la quarta, sono andato in quinta, nel ’42 già avevo perso un anno, nel ’42 a settembre, a ottobre siamo scappati. Perciò ho ripreso la quinta là in campagna, ho fatto la quinta là. Dopodiché là non c’erano più le scuole. Per fare la, per andare a scuola bisognava fare tredici chilometri fino a, un paese importante, paese grosso, ma allora come facevo? In casa c’era una sola bicicletta, a parte il fatto che fare tredici chilometri in bicicletta, col Pippo che ogni tanto sparava addirittura sui cavalli e carretti che c’erano sulla strada, hai mai sentito, avete sentito parlare del Pippo? Ma poi c’era una bicicletta, l’usava mio zio per andare a lavorare. Quindi io, finita la quarta, la quinta elementare, non ho più fatto la scuola. Anzi, devo dire che, allora per andare alle scuole medie bisognava fare, come si, gli esami di stato. E sono riuscito a fare gli esami di stato con la mia maestra - che voleva che li facessi - e con altre sei ragazze, la figlia del sindaco, del podestà, allora del podestà, la figlia del suo secondo era il caseario, aveva il caseificio, la figlia del fabbro e altre tre ragazze dei tre più grossi fittavoli del paese. Allora io ero quello che aveva, che mi vestivo con i pantaloni neri di tela stracciati con le pezze sul sedere e loro erano le figlie, erano le sei ragazze dei ricchi del paese. Allora sono riuscito ad andare, a fare gli esami di stato in quel paese e, non mi viene in mente va bene il paese, con cavallo e carrozza, cavallo e la carrozza con queste ragazze. Siamo, eravamo bene istruiti, siam passati tutti e però io non ho più potuto far scuola. Questo è quanto, questa è la mia scuola che ho fatto. Naturalmente poi ho avuto nel dopoguerra la fortuna di fare altro tipo di scuola e via ma così, scuola era questa, la mia scuola.&#13;
ZG: Senta, a proposito della maestra che diceva, quella qua a Milano. Allora innanzitutto prima un’altra domanda: la chiesa in cui lei faceva il chierichetto, è quella che poi è stata bombardata?&#13;
GP: Sì. La chiesa qui ad Affori è stata danneggiata, diciamo la parte posteriore sì.&#13;
ZG: E invece diceva che la sua maestra delle elementari qua a Milano era terribile. Mi sa spiegare il perché? Si ricorda qualche episodio?&#13;
GP: No, era semplicemente cattiva. Quando io le dico che era una fascista ed era fascio-clericale perché, metta assieme queste due cose, si può immaginare che cosa ne viene fuori. Io poi nel dopoguerra mi ricordo che, mi ricordo, c’era un amico che abitava qui anche lui che ha, con questa maestra che la conoscevo bene, aveva qualche anno più di me, e mi, ‘Eh, la Giacchero!’ ne abbiamo parlato ‘La Giacchero’, fa ‘volevamo andare a prenderla a casa, ma poi mi hanno sconsigliato, l’abbiamo lasciata perdere’. Per dire che era proprio una signora che si distingueva dalle altre per essere così cattiva e fascista insomma. Ecco questo. Non tutte erano così naturalmente ma quella, combinazione, l’ho avuta io. È andata così.&#13;
ZG: Invece, cambiando discorso, lei si ricorda dei tedeschi? A parte per quell’episodio del 25 aprile?&#13;
GP: Sì, sì, mi ricordo dei tedeschi. Mi ricordo dei tedeschi perché i tedeschi avevano occupato l’Alta Italia tutti i paesi, non soltanto dei presidi. Tutti i paesi piccoli e grandi erano presidiati. Noi avevamo lì, abitava vicino a dove abitavo io, nello stesso cortile avevamo un, era un sottoufficiale, era un sottoufficiale o ufficiale non di grande grado comunque abitava lì, quel tedesco lì. Poi c’erano altri, c’è un capitano, c’era dei piccoli presidi insomma in altre parti del paese ma io mi ricordo c’era questo capitano che aveva sequestrato un cavallo bello, che correva a cavallo nel viale del paese, per dire un ricordo perché questo. C’erano tedeschi c’erano anche lì. Dappertutto.&#13;
ZG: Che impressione le facevano?&#13;
GP: Boh, niente, diciamo che, mi ricordo che mio fratello è andato a rubargli la marmellata in un, c’era in questo caseggiato c’era un magazzino che mio nonno faceva il falegname. Quando sono arrivati i tedeschi han sequestrato tutto, mio nonno non ha fatto più il falegname e loro mettevano lì le vettovaglie e mio fratello con un altro ragazzo sono andati a rubargli le scatole di marmellata eccetera. Si vede che si sono accorti che c’erano, non lo so, e, e questo qui si è accorto e ci ha dato tante scudisciate che [laughs] insomma ecco. Però come persona non era corretta, non, con noi non ha mai detto niente, mai fatto niente. Ci tenevano a stare tranquilli, stavano bene lì quel paese.&#13;
ZG: Senta, tornando a quel episodio del 25 aprile, lei aveva già avuto contatti con dei partigiani?&#13;
GP: No. Chiariamo bene. I contatti che avevo io erano con gli imboscati, che era diverso. Nel senso che, in quel paese lì i partigiani non c’erano, non avevano niente a che vedere, erano nei paesi più grandi erano verso le colline, verso le montagne. Ma però c’erano gli imboscati voglio dire il. Nel ’43, l’8 settembre, l’esercito si sfasciava e ricordo che molti venivano nelle case, ricordo benissimo venivano anche là, si toglievano le divise e cercavano qualche giacca, qualche pantalone per far vedere che non erano militari, per sfuggire alla Decima MAS che già cominciava a sentirsi. E non i partigiani, solo gli imboscati, cioè coloro che avevano la possibilità di imboscarsi nelle soffitte, nelle campagne, eccetera, ecco. Però c’era qualcuno, c’era qualcuno che si preparava, che non era, era sì un imboscato, non è andato con i partigiani, non è andato con la Decima MAS, con la RSI italiana, i repubblichini, ma che però erano imboscati. Però qualcuno si preparava in quel 25 aprile e siccome io li conoscevo tutti, conoscevo morte, conoscevo morte, vite e miracoli del paese e quindi li conoscevo e sapevo che andavano a provare i mitra, mi ricordo che preparavano le armi per l’eventuale, ma questo gli ultimi giorni ecco, conoscevo questi imboscati diciamo. Partigiani veri e propri li ho conosciuti dopo ma non lì.&#13;
ZG: E quando queste persone qua si preparavano con le armi lei ha assistiteva?&#13;
GP: Sì, una volta mi ricordo che ero andato assieme e sparavano alle piante per vedere l’effetto che facevano insomma, per vedere le armi se andavano bene. C’avevano un mitra, c’avevano delle pistole, quel gruppo lì insomma che conoscevo io. &#13;
ZG: E poi il 25 aprile insomma andando là ha incontrato questo gruppo di partigiani.&#13;
GP: Questi gruppi di imboscati, c’erano uno, no, c’erano due forse partigiani che passavano, che davano un po’, che mi davano l’impressione che erano partigiani. Gli altri li conoscevo, erano gli imboscati che c’erano lì, si erano svegliati al momento opportuno. C’era forse una o due persone, una c’era sicuramente che si [unclear] era però il gruppo era quello lì.&#13;
ZG: Quindi furono questi imboscati che si erano appostati con la mitragliatrice all’incrocio.&#13;
GP: Sì, sì, sì.&#13;
ZG: Allora direi che con le domande sulla guerra ho finito. Le volevo chiedere a finita la guerra, lei si ricorda cosa è successo dopo? Siete tornati a Milano, insomma mi racconti un po’.&#13;
GP: Ho scritto un libro io.&#13;
ZG: Ah.&#13;
GP: Beh, molto interessante perché eravamo, diciamo qualcuno era fortunato che era riuscito a fare le scuole medie e andare avanti chi era rimasto a Milano ma la massa era come me, quinta elementare, senza lavoro però la cosa interessante è che il lavoro si trovava subito, c’era molto lavoro, c’era da ricostruire, e quindi sia mio fratello che io e che i miei amici abbiamo trovato da lavoro lì. Ma io vu fa l’elettricista, io vado a fare il meccanico, no, io faccio il panettiere, poi ci, assieme parlavamo e dicevamo: ‘Io vorrei fare questo, vorrei fare quello’. E c’era veramente la possibilità e ci siamo tutti impegnati a lavorare. Abbiamo lavorato da questo punto di vista. E qui io pensavo, speravo di andare a lavorare nella Ceretti e Tanfani, dove c’era mio padre. Il direttore del quale di questa ditta, aveva promesso a mia madre nel ’45 che mi avrebbe assunto appena poteva, ma al momento non poteva e non l’ha fatto. Faccio una parentesi. Questo direttore è stato messo al muro dai tedeschi con i compagni della ditta negli scioperi del ’44, negli scioperi del ’44 perché voi sapete nel ’43 e nel ’44 degli scioperi delle fabbriche di Milano, in particolare Sesto San Giovanni e la Bovisa, dove c’erano tante fabbriche e lì c’erano un gruppo, gli operai erano organizzati, fatto sciopero sono entrati i tedeschi e li hanno messi al muro e non hanno sparato, non gli hanno fatto niente, li hanno obbligato a riprendere il lavoro perché era una ditta ausiliaria, facevano dei lavori che interessavano ai tedeschi e quindi questo signore qui è rimasto direttore d’officina anche dopo la guerra e alla fine prima di essere, di andare via è riuscito ad assumermi, nel ’48 mi ha assunto. Questa persona. E io lì ho potuto capire, sentire tutti gli operai, capire cosa, come hanno vissuto, cosa hanno fatto nel periodo di guerra. E perché allora avevo, nel ’48 avevo diciassette anni ero, e avevo già gli speroni io, eran già due anni che lavoravo e quindi conoscevo già le difficoltà della vita. E quindi poi lì subito a vent’anni ero in commissione interna, facevo commissione interna, quindi conosco bene la vita della fabbrica, prima perché tutti gli amici mi conoscevano perché mio padre ogni tanto mi portava al dopolavoro e allora c’era il dopolavoro. Mi portava là che andavano a giocare alle bocce e poi a Natale c’erano i regali che allora era così durante il tempo del fascio. E tutti gli uomini anziani, gli operai mi conoscevano e quindi ho potuto entrare e conoscere bene le cose. Poi, c’è molto del dopoguerra ma.&#13;
ZG: Senta la scuola invece poi è riuscito ad andare avanti quindi?&#13;
GP: Sì, ho avuto la fortuna. Dunque intanto la scuola non potevo più nel senso che non avevo fatto le medie, non c’era ancora perché poi i sindacati sono riusciti a imporre la possibilità di fare le scuole medie a chi non le aveva fatte ma io avevo [sic] già troppo avanti. Allora quando sono entrato in Ceretti, la Ceretti aveva le scuole interne. Ho fatto matematica, meccanica e disegno, io poi ero appassionato del disegno, lo facevo prima di andare ancora lì. Ho fatto questi anni qui, questi due, e questo mi ha permesso di studiare perché poi ero uno che, mi piaceva, sapevo, ci capivo. Mi ricordo che il direttore gli diceva agli insegnanti che, gli insegnanti erano tutti gli ingegnieri della ditta, ma perché, perché non, deve andare a scuola questo qui, rimandatelo a scuola, come per dire, perché vedeva che capivo e insomma perchè non va  non so, perché non va, ma io avevo la testa dall’altra parte, la testa dall’altra parte dal punto di vista sindacale-politico, per cui non ero, volevo fare quello e non andare a scuola, anche perché alla scuola non potevo andare. Quelle lì l’ho fatta perché mi interessava professionalmente. Vi dirò che ho fatto la vita politica, la vita sindacale fino a ventisei anni, poco eh, dieci anni, a ventisette, a ventisei anni mi sono sposato. Dopodiché ho capito una cosa, che non ero nelle condizioni di fare né il sindacalista né il politico perché la cultura era quella che era per cui, meno male, che ho voluto imparare la mia professione perché sarei stato un cattivo politico e un cattivo sindacalista, questo proprio convinto. Invece ho litigato all’interno della mia azienda per poter avere il mio posto di lavoro, perché allora ero martellato dall’azienda perché volevano disfarmi, disfarsi. Una serie di circostanze che forse è inutile, non interessa a nessuno però diciamo che mi hanno mandato fuori dall’azienda in un’altra azienda di proprietà della Redaelli di Rogoredo. Ho fatto un’esperienza notevole anche là. Dopodiché ho cominciato a lavorare all’esterno della ditta per l’azienda. Alla fine vi dirò che ho fatto il montatore, il capo montatore, il capocantiere, nel ’69 sono andato in ufficio come ispettore di montaggio. Io ho girato il mondo, per dire. America latina, America, Venezuela, andato in parecchi altri posti, son stato in Iran, son stato in Pakistan, son stato in quasi tutta l’Europa nel, e ho cominciato a ventisette anni, ho fatto il primo lavoro da capocantiere, avevo dieci montatori e nel ’59, ventotto anni, e ottanta operai in Sicilia. Ho fatto una teleferica di diciotto chilometri come capo montatore, avevo tutti i montatori della Ceretti, tutti esperti, tutta gente anziana, esperta e io ero, avevo fatto, avevo dieci anni di lavoro alle spalle, avevo fatto anche l’Iran sempre con i capi montatori, avevo fatto la mia esperienza, ma l’ispettore, il capo dell’ufficio montaggi, quando m’ha chiamato per andare in Sicilia per fare quel lavoro lì, ho detto: ’Va bene, vado, chi è che è il capo là?’, ‘No il capo lo fa lei’, ‘No, guardi, il capo lo fa lei’. ‘Sì perché lei’, m’ha detto, ‘io sono sicuro che con la sua savoir-faire volevo dire, il suo modo di fare, riesce a controllare la situazione perché vede, se mando Minisini, se mando Bersani, se mando, son tutti capi, uno che la vuol sapere più lunga degli altri e in effetti era tutta gente esperta. Però lei può metterse, metterli d’accordo, percé se mando uno di questi a fare il capo è una lite unica. Li conosco tutti, mi creda’. ‘Guardi, se lo dice lei’, e in effetti è andata così. Partendo da lì ho fatto presto a far carriera soprattutto perché avevo una cultura tecnica, nel senso che conoscevo il disegno, un po’ di matematica, la meccanica perché se ho fatto l’esperienza, e quindi è stato facile per me far carriera. Facile [laughs], non facile, ma ho potuto farla. E così sono riuscito a fare i miei quarant’anni e poi ho fatto sei anni di consulente dell’azienda. Ecco, questo è stato un po’ la mia carriera.&#13;
ZG: Ok, fantastico. Senta,&#13;
GP: Beh, forse questo pezzo non vi interesserà, ma insomma, tanto per.&#13;
ZG: No, no, no, teniamo tutto, non si preoccupi. Le faccio le ultime due domande. Lei all’epoca, all’epoca della guerra, cosa pensava di chi la bombardava, di chi bombardava?&#13;
GP: Le dirò: io sono stato molte volte, mi hanno chiamato nei rifugi a parlare dei bombardamenti e della guerra e i ragazzi diciamo della terza media, o la terza media in genere o la quinta, i ragazzi di diciotto anni, devo dire che è molto faticoso, molto faticoso perché non riescono a esprimersi, non parlano, non chiedono, fanno fatica, però qualche volta qualche domanda intelligente veniva fuori. Mi ricordo che uno ha chiesto: ‘Ma insomma, lei cosa ne pensa degli americani? In fondo hanno ammazzato suo padre, fatto bombardamenti, hanno ammazzato suo padre, quindi come la pensa da questo punto di vista?’. Cosa ho risposto? Dico: ’Sentite, è finita la guerra, ci siamo liberati, io ho avuto la sensazione che ci siamo liberati veramente da un giogo, ci siamo liberati dal fascismo, e io credo che sia stato inevitabile questo sacrificio che abbiamo fatto. Cosa posso fare? Cosa posso mettermi a odiare gli americani? Tutto sommato, gli americani sono anche morti per venirci a liberare. I soldati americani stavano bene in America ma sono venuti qui e ci hanno aiutato a liberarci. È vero, hanno fatto anche dei danni ma alla fine cosa possiamo dire? Cosa possiamo fare?  Abbiamo di fronte un altro periodo e non con il giogo sulle spalle’. &#13;
ZG: Bene. Per me, se lei non ha altro da dire, finiamo qua. Grazie.</text>
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                <text>Giuseppe Pirovano describes his wartime memories as schoolboy at Affori, a Milan neighbourhood, and daily life in fascist youth organisations, with regimented schooling and political rallies. He talks about children’s games and pastimes, such as assembling a kick scooter from scrap, and recalls fascist militiamen intimidating and jailing dissenters. He remembers conscription dodgers and factory strikes. He gives an account of the bombing on 24 October 1942, which caused limited damage and describes the much more intense bombing of 10 September 1944, along with a graphic account of its aftermath, mentioning the death of his father and widespread damage. Giuseppe describes different shelter types, describing their inadequacies. He tells of his experience as an evacuee in the Brescia countryside while his father was employed by a manufacturing firm. He recalls “Pippo” strafing. He also gives an account of his experience as trade union activist, describing his post-war career as a mechanical engineer. He mentions his involvement in the memorialisation of the bombing war, reflects on the morality of bombing, and stresses how he feels grateful for the sacrifice of those who died.</text>
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              <text>EP: L’intervista è condotta per l’International Bomber Command Centre. L’intervistatrice è Erica Picco. L’intervistata è la signora Enrica Mariani. Nella stanza sono presenti Zeno Gaiaschi, Emilio Mariani e Roberto Sanvito. Ehm, ci troviamo in [omitted] a Milano. Oggi è il 9 dicembre 2017 e sono le 15.30. Va bene, possiamo cominciare. Allora, signora Enrica, ehm, io vorrei cominciare da prima della guerra e vorrei chiederle come era composta la sua famiglia, se aveva fratelli, sorelle, dove vivevate e qual’è il suo ricordo più distante, prima della guerra, che cosa si ricorda, come era la vita?&#13;
EM: Sì, difatti, mi ricordo perché mio papà, diciamo, lavorava in una fabbrica dove facevano, come si chiama? Le cose per i militari insomma, ecco. E, e allora, diciamo, allora c’era il Duce e volevano fare la tessera dei fascisti insomma. E invece mio papà non l’ha fatta. Non l’ha fatta e allora loro l’hanno lasciato a casa e allora dato che noi avevamo, mia mamma faceva la portiera in Via Pietro Borsieri 12 e allora c’era il ragioniere della casa che veniva lì e ormai li conosceva e allora c’ha trovato un posto al, dove, al Verziere. Al Verziere perché così almeno lui essendo di notte faceva la ronda, essendo che non era fuori e così almeno nessuno diciamo [unclear]. Viene che una serata insomma mia mamma aveva tre figli allora, cioè io, mio fratello, quello che c’è morto e questo qui che c’è adesso, Emilio, ecco. E diciamo questo qui era appena nato perché era del, è del ’38, dunque perciò. E allora c’ha detto mia mamma: ‘Te porta di sopra i bambini’, perché avevamo le camere da letto di sopra, ‘te porta di sopra i bambini che tanto manca due minuti alle dieci, credo che non dicano niente se io chiudo la porta, il portonÈ, perché allora facevano dalla mattina alle sette al pome, alla sera alle dieci. Viene che c’è una, dei signori lì della, dei fascisti, che fanno la ronda, perché una volta c’era in giro la sua ronda, la ronda di loro insomma. E allora vedono mio papà a chiudere e allora c’hann detto: ‘Ma lei perché chiude? Non, lei è il portiere?’ Lui c’ha detto: ‘No, io sono il marito, però mia moglie c’ha i tre bambini, è andata di sopra’. Insomma, lì c’hanno puntato la rivoltella e l’hanno portato di sopra. Sono andati su perché avevamo le camere da letto al primo piano, che si entrava anche dal primo piano e mia mamma allattava mio fratello, questo qui l’ultimo. E allora ci è venuta la febbre, ci è venuto un po’ di cosa, sa io, va bene, ero piccola ma però insomma, avevo otto, otto anni, nove però ero già svezzata [laughs] perché ecco, e allora e così. Dopo l’hanno portata, portato di sopra allora visto che mia mamma conosceva della gente lì nella porta che erano dei graduati dentro al, a quel, al fascista, al fascismo e allora [unclear] sono andati giù e li hanno richiamato quelli lì. Han richiamato quelli lì e allora insomma è andato un po’ più a posto insomma così ma oramai mia mamma aveva, si era spaventata e ci era andato indietro il latte. Dopo questo qui dovevamo prendere [unclear] poi dopo c’è arrivata la guerra dunque quella la, quella la, la cosa lì come si chiama, le cose lì che hanno mandato fuori insomma i cedolini delle cose così no eh ma bisognava aspettare che mandavano fuori la roba nei negozi. Insomma è che, che ne ho fatte tante di corse ma non ho mai preso niente [laughs]. Dopo la mia mamma così, dopo mio papà nel ’39 l’hann chiamato su a militare, l’hann chiamato a militare ma lui dato che la, il militare l’aveva fatto anche quando aveva diciassette anni in Libia, ma era nella Croce Rossa. Nella Croce Rossa e allora c’è stato un coso insomma che mio papà non aveva dentro più i denti perché con il calcio del fucile hanno buttato fuori tutta la roba e allora insomma. Lì viene che allora dopo è venuto a casa e dopo si è sposato con mia mamma insomma così però nel ’39 l’hann chiamato su lo stesso che già aveva trentanove anni. E allora l’hann chiamato su lo stesso, era nella Croce Rossa che la Croce Rossa allora era al Castello Sforzesco. E poi c’avevano fatto un tesserino che c’era scritto proprio che lui, alla sera, se lo prendevano in giro, doveva andare in servizio, insomma così. Dopo insomma così, e dopo invece mio fratello quel, il secondo, non questo, il secondo, che a furia di andare, portarlo giù in, ehm, in cantina, con il freddo, una cosa, quell’altra, insomma è che c’è venuto una cosa al polmone. E insomma nel ’41 è andato. Nel ’41 è morto, allora mia mamma, sa insomma i dispiaceri perché, ehm, allora mio papà invece dopo si è ammalato lui e l’hanno portato al Niguarda. Al Niguarda perché a Baggio, dove c’era la cosa dei soldati, dei militari, doveva arrivare quelli della Russia, che erano mezzi. E allora lui praticamente era in un, in un posto insomma civile perché allora una volta il Niguarda era civile, non era come Baggio che c’erano tutti i militari. Beh insomma andato così, comunque non ha preso niente e amen. E allora io, quando c’è morto mio papà nel ’42 avevo dieci anni, è morto al 19 di marzo e allora la mia mamma ha dovuto venir via dalla portineria. Ha dovuto venir via e allora la, i miei zii insomma mi fanno: ‘Senti, adesso devi andare a fare qualche cosa’. E difatti sono, è venuta una mia zia in, lì a scuola e c’ha detto: ‘Guardi’, dice, ‘che mia nipote, c’è morto suo papà’. E difatti m’hann fatto il libretto di andare a lavorare e difatti sono andata a lavorare sotto i bombardamenti, sotto la, insomma tutto e allora abbiamo portato via mio fratello, mio nonno è venuto giù [clears throat]. Portato via mio fratello questo qui perché bombardavano sempre e allora io, anche se ero in giro, cercavo di scappare dentro nei negozi e così [laughs], ma lui altrimenti restava a casa da solo. E allora insomma l’abbiamo mandato via. [unclear], oh, faceva di quelle fatiche, che dovevo sempre andare o da sua sorella di mia mamma che abitava dopo Pavia o dalla, da mio nonno che era su a Bizzarone, provincia di Como, ecco, proprio sul confine della Svizzera, era lì. E allora con lui e il bambino e poi anche c’è andato su anche una mia cugina, era insomma e sono stati là e così. Oh, ma ne ho fatte di cose. E poi c’era dei ragazzi, io dico ragazzi perché difatti erano giovani, perché altrimenti li prendevano e li mandavano in Germania. E allora cosa fa? Li portavo fuori la da mio nonno e andavamo sulla linea della Svizzera e rompavamo la, come si chiama, la rete e poi li facevamo passare. Dato che noi oramai sapevamo gli orari che passavano, che c’erano i tedeschi. C’erano i tedeschi e passavano e, però dato che se vedevano noialtri bambini, ragazzi insomma così, non dicevano niente anzi, si fermavano: ‘cosa fate qui?’, insomma quel poco che dicevano. Ma eravamo lì che si tremava [laughs] perché adesso qui se si accorgono che li abbiamo mandati di là dopo. E insomma fatto un po’ di tutto, ecco, e tutto per prendere qualche cosa, per tirare avanti perché la fame è brutta eh. E non e che.&#13;
EP: Assolutamente.&#13;
EM: Ecco e [unclear] allora sono andati, e poi io dopo sono andata a, in un, una mia zia mi ha detto: ‘Guarda’, dice, ‘che c’è una sartoria, Neglia, che aveva [unclear], c’è ancora qui a Milano, che cerca le, una ragazza insomma così, se vuoi andare?, eh sì, [unclear] perché [unclear] e allora sono andata lì da loro. E lui aveva il fratello che era capitano dei, ah Madonna, come se ciama quel lì, di quelli che andavano in montagna, come si dice? Che scappavano in montagna, orca&#13;
EP: I partigiani?&#13;
EM: Ecco, sì, eh, non mi veniva. Eh, cosa vuole, l’età, ottantasei sono eh. E, e così difatti, era un capitano di loro. Però lui, io andavo là al mattino prima delle otto, eh, allora picchiavo la claire e lui sapeva che ero io. Allora si alzava, quando era qui a Milano si alzava e poi andava  insomma così e allora noi io dopo andavo dentro io e tiravo su la claire e insomma aprivo i negozi. Ma viene che suo fratello mi dice: ‘Guarda, vai a casa mia’, che era arrivato lì, ‘che c’è una cosa da portare qui’. Però non mi aveva mica detto cosa c’era dentro. E allora lui abitava in piazza, lì vicino Piazza del Duomo che adesso la vietta lì me non la ricordo più. E vicino a Piazza del Duomo allora andavo, dunque da Via Plinius [Via Plinio], qui in Corso Buenos Aires, andare là bisognava fare quasi tutto a piedi perché i tram, poi tutte le volte che io dovevo prendere il tram suonava l’allarme, ecco allora a pie [blows her nose] scusi ma.&#13;
EP: Ci mancherebbe.&#13;
EM: A piedi, e allora vado là e sua moglie m’ha dato sta, in mano una cosa lunga così. Mi fa: ‘Guarda che c’è dentro di fare gli abiti’ ma sì, difatti c’era dentro, era tutto coperta di stoffa. Quando sono arrivata in negozio lui la desfa, la sfatta e poi fa così e lo apre, il coso che c’è dentro, il bastone. Non c’erano mica dentro i soldi [laughs] che se qualcuno sapeva, guardi, quante volte sono andata a finire che se mi beccavano non so dove andavo a finire eh. Perché loro, quella gente lì, non c’interessava se io avevo dieci anni, o se ne avevo quindici, o se ne avevo, perché loro eh, mandavano tutti dove là in Germania. E la, così e allora, beh, le cose sono andate così. Ma viene che, dopo, tornando indietro ancora quando mio papà è morto, c’era mio nonno, no, ci fa mia mamma: ‘Eh cosa vuoi’, dice, ‘tutti abbiamo la casa’, come per dire, ognuno c’ha la sua casa, ognuno c’ha i suoi interessi. E allora c’ho detto: ‘Va benÈ, io ho sentito, anche se avevo undici anni, dieci anni, non mi scappava niente, come non mi scappa niente adesso, e così. E allora sono. Poi viene che finisce così insomma la guerra è finita, quello che è e io ero abbastanza stanca di [unclear] perché ormai la guerra è finita nel ’45 dunque io avevo quasi quindici anni. E allora ho smesso di andare lì da Neglia perché ho detto qui a fare la sarta, a dire la verità, stare lì tutto il giorno non mi andava. E difatti sono andata alla, in una ditta che facevano le cartoline, i cosi per i sposi però insomma sono andata dentro lì e sono stata dentro mica male. Però la mia, insomma ho dovuto farne di tutti i colori, guardi, con mia zia, la sorella di mia mamma è stata operata d’un fibroma che era nel ’44. ’44 e lì mia mamma quando andava a trovarla, diceva il dottore: ‘Eh’, fa, ‘cosa vuolÈ, dice, ‘signora, sua sorella andrà fuori quattro anni (?)’. Mia mamma ha capito, ha preso la suora [laughs] meno male che c’erano lì dei parenti e l’hanno tenuta perché aveva una forza che non era tanto grande ma. E così e poi allora l’ha portata a casa. Allora io non ho potuto più andare a lavorare perché dovevo farci da infermiera, perché mia mamma, lei se vedeva una cosa guai sveniva. Perché lei se poi vedeva un dottore, con su il camice bianco, basta, era fatta. E allora insomma siamo, ho fatto l’infermiera e amen. Dopo sono andata ancora a lavorare dentro nella ditta che ero prima perché sapevano come lavoravo e tutto. E poi dopo quando, dopo mi sono sposata a vent’anni, vent’uno ho avuto mio figlio, ecco, però ne ho fatte.&#13;
EP: Una bella vita intensa.&#13;
EM: Sì. Ecco. Perché mio marito era un partigiano.&#13;
EP: Ah.&#13;
EM: Partigiano. E allora cosa faceva? Andava a che, a mettere i, come si chiama le, mettere su i fogli lì.&#13;
EP: I manifesti.&#13;
EM: Ecco, i manifesti, tutte quelle cose lì e sempre lo prendevano e allora la sottoscritta doveva andare là, pagare per farlo venir fuori. Sono andata avanti un pochino così, dopo mi sono stancata, ho detto, no, adesso vado con mia madre e porto dietro il figlio, come dì, ti te se arrangi, ‘e te t’arrangi’ perché un bel momentino ero stufa di lavorare sempre per dare la cosa agli altri e io ero sempre indietro, ecco. Perché dovevo, andavo a lavorare con le ciabatte e un grembiule nero, sempre, festa, giorno di lavoro io ero così perché per forza dovevo pagare quello che mi. Eh, cosa vuole, andando in giro a fare, diciamo le figure, io no e allora.&#13;
EP: Allora, io andrei un po’, ehm&#13;
EM: Sì.&#13;
EP: A chiederle alcune cose che lei ha tirato fuori finora, che mi sembrano molto interessanti. Ehm, prima tra tutte, un po’ la storia di papà, del suo papà. Come è successo il fatto? Quando è successo che, appunto, è venuto a mancare? Un po’, se può raccontarmi un po’ come è successa questa cosa. &#13;
EM: Sì, è successa che lui, dato che dormivano giù nella, nelle caverne lì, dei castelli, e c’era molta umidità e così e poi non mangiava troppo perché eravamo noi altri e se cercavano se aveva qualcosa di lasciarlo in casa. E così ha preso la, aspetta, come si chiama, la polmonite doppia e allora ha continuato così e insomma in, quattro settimane, quattro settimane è andato. Tanto poco che adesso, io compio gli anni al 16, al 19 è morto lui. Tornando al [unclear], al 15 c’è morto un fratello di mia mamma, lì nella porta, che andava, è andato su a trovare con mio fratello, a trovare la bambina che era su anche lei con mio fratello, là da mio nonno e è andato sotto il treno. Nel venire a casa è andato sotto il treno, lì alla Camerlata in, ecco. È andato sotto il treno perché lui, dato che era con la bicicletta e non se la sentiva così tardi di venire a Milano con la bicicletta, e allora è andato giù e c’ha detto al capo: ‘Guardi’, dice, ‘io, m’avete messo su la bicicletta perché domani mattina ce l’ho bisogno per andare a lavorarÈ. E lui, c’ha detto, sì, sì, in quella che dice ‘sì, sì’ fa così, il treno lì della Nord si chiudono i portelli, il basello si chiude. Caspita! E lì è andato sotto. Ecco, vede, ecco così e allora insomma uno per un perché, un altro per un’altro, hann preso tutti le cose lì nei polmoni. Eh, l’unica diciamo sono io e mio fratello. &#13;
EP: E a proposito di suo fratello Emilio, lui si è salvato perché è stato portato via.&#13;
EM: Sì, perché lo abbiamo portato via.&#13;
EP: Può raccontarmi un po’ come era la vita, appunto, di chi era sfollato? Come si organizzava?&#13;
EM: Quando era sfollato, allora mia mamma lei non, non andava fuori perché aveva il difetto che era nata senza, la cosa lì nella bocca, senza, come si chiama quello lì, il palato. E allora hanno cercato di mettercelo tante volte ma non sono mai riusciti. E allora dato che non parlava molto bene e allora ero sempre io quella che, che andava in giro perché lei non, se no dovevo esserci assieme perché lei se li domandava qualche cosa, noi oramai eravamo abituati a sentirla e allora capivo quello che voleva ma gli altri no. E allora insomma siamo andati, sono sempre diciamo corsa io, per questo, per quello lì, per quello là e via [laughs]. È stata qui fino a 82 anni. Pensi che quando ci è morto mio papà, si è, le si è staccato un embolo e l’aveva proprio qui, si vedeva, eh, proprio la goccia dell’embolo. Il professore che adesso si chiama Granata e adesso non c’è più perché era già un po’ anziano prima, c’aveva detto che doveva stare qui ancora sei mesi. È stata qui fino all’88 [laughs], guardi lei, dal ’42 all’88.&#13;
EP: In barba alla morte.&#13;
EM: Ecco, e c’era il suo, lì nella porta c’era un dottore che son venuti grandi assieme. E allora c’ha detto, ‘vedi’, che si chiamava Angela mia mamma, c’ha detto: ‘Vedi Angela, te sei fortunata che c’hai qui una ragazza che fa tutto lei’. E fa, ‘Pensa tÈ, fa, e io così c’ho detto: ‘Fermi dottore, lei mia mamma ci sono io ma dietro di me non c’è più nessuno [laughs] e allora io mi devo arrangiarÈ. &#13;
EP: Ehm, e quindi quando c’è stato da portare via suo fratello Emilio se ne è occupata lei di fatto.&#13;
EM: Sì, sì, portato su io, sì, sì, con la. E poi andavo su ogni tanto a trovarlo e dovevo fare Milano-Malnate. Malnate andare giù e prendere la tradotta, perché una volta c’erano le tradotte, non c’era la, la tradotta che andava su a Bizzarone, però si fermava prima, un paesino prima, a Uggiate. Da Uggiate a sù, là da mio nonno dovevo farla sempre a piedi [laughs]. Tante volte avevo la valigia con dentro quello che mia mamma ci mandava perché là non c’era niente e allora lei lavorava a Zaini e allora, il cioccolato insomma e il suo principale le diceva perché la conosceva, ci diceva: ‘Guarda, fa così, quando tiri su la roba per fare, per pulire i cosi dici, lascia lì qualche cosa e tiri su’, e difatti portava a casa i pezzi così di [laughs], fatti su dentro nel sacco. Ecco se non aveva quello lì non so se, forse forse se mi veniva anche a noialtri il male ai polmoni. &#13;
EP: Ehm, un’altra storia di quelle che ha raccontato, mi sembra un po’ interessante da approfondire. La storia del capitano partigiano, questo capitano partigiano che viveva di fatto clandestinamente.&#13;
EM: Sì, sì. Sì. &#13;
EP: Come l’ha conosciuto? L’ha conosciuto appunto nell’attività?&#13;
EM: Era il fratello di Neglia, sì, il fratello minore.&#13;
EP: E lei sapeva un po’ di cosa si occupava, cosa facevano con gli altri partigiani?&#13;
EM: No, lui, no, lui, così. Era solo che di notte, perché, guarda, tante volte avevano da discutere no tra loro perché insomma bisognava anche, mettersi d’accordo, perché sulle montagne qui in giro ce ne erano tanti, non è perché, e poi noi altri adesso così che io poi che ero sempre in giro. Guardi che la c’è la, come si chiama? Aspetta, ci sono i scelbini, noi dicevamo i scelbini a quelli dei, della camicia nera, guardi che ci sono i scelbini, di lì, di là, perché essendo in giro li vedevo eh, eh ma lo sa che andavano anche nelle case eh. Così anche noi lì al 12 in Borsieri che abitavamo lì, oh venivano lì a, dicevano sempre: ‘Signora, ma c’è il tale dei tali? Adesso, c’è quello lì, c’è quello là?’ Noi dicevamo sempre: ‘No, non l’abbiamo mica visto, ma poi era militarÈ. Noi facevamo sempre finta di non sapere niente. Invece erano cose che, invece erano lì. Sa che tanti, abbiamo tirato indietro le, i cosi lì come si chiamano, i, [sighs] quello lì dei vestiti.&#13;
EP: Gli armadi, le credenze.&#13;
EM: Ecco, gli armadi, perché noi là avevamo le cose, ah, come si chiamano? Che andavano d’un altra, cose bugiarde, no? Ecco, si chiamavano le cose bugiarde perché allora così tiravamo indietro l’armadio, li nascondevamo di dietro, eh, però con una cosa che loro stavano alti perché se quelli là guardavano sotto [laughs], li vedevano. Insomma, guardi, siamo andati in tanti di quei rischi che non so come faccio a essere qui ancora. Adesso non perché ma ne ho passate eh! E poi c’avevo detto dopo un, c’era venuto giù mia zia, sorella di mia mamma, di parte di Pavia, e loro erano sfollati là ma allora, mio zio, mia zia così con la, con mia cugina, erano sfollati lì, avevano la casa, fatto bene diciamo ma è bene che ogni tanto venivano giù, no? Per, così. E allora io ci dico: ‘Zia, guarda, adesso te devi andare a casa, stai attenta che se viene su il Pippo’ – perché c’era un aeroplano che – ‘che suonano l’allarme, non andare giù dal treno’. Sai dove ci sono le cose così, quelli lì sono, è ferro. Te vai sotto a quelle cose, alla, ai sedili, ai sedili vai sotto lì perché lì non passa la. Sì, sì, sì, sì, poi invece quando è stata lì dopo Pavia, è suonata l’allarme, ha visto gli altri accorrere, corre anche lei e difatti c’è andato dentro la pallottola di qui, è venuto fuori di là. Ma a me, dico la verità, non è mai capitato niente perché io stavo lì e dicevo, tanto se scappo, quelli là mitragliano. Eh è inutile che io vado a farmi mitragliare, per che cosa? Mi buttavo sotto, allora ero magra, ero [unclear]. &#13;
EP: E si ricorda un bombardamento particolare?&#13;
EM: Ah sì, nel ’43. Nel ’43 noi abbiamo dovuto perché è venuto giù gli spezzoni incendiari, no, lì al Borsieri. Allora ci hanno fatti andare fuori dall’altra parte perché avevamo i picconi, le cose così, perché c’erano le case vicine, ma combinazione la, insomma era [unclear], che come, mhm. Insomma fuori dal 12 siamo andati con i picconi così, e abbiamo fatto neh e siamo andati al 14, ecco, perché altrimenti non si poteva, non si poteva venire fuori di qui. Perché i piccoli, incendiari, andato giù fino al secondo piano. E allora c’era tutto un, il fumo [unclear] perché nella casa c’è il mobilio, c’è e hann bruciato tutto e allora. E quante volte che chiudevo la porta, ‘mamma, vai’ e allora con la bottiglia dell’acqua, perché non si sapeva quanto tempo si stava giù, la bottiglia dell’acqua e il pane che se avevamo avanzato perché non sapevamo quando arrivavamo su [laughs]. Ecco, e allora, insomma così. E quando io stavo chiudendo l’uscio, proprio spezzone incendiario, proprio, mi è venuto proprio quasi a filo, tra me, tra me e l’altra signora che è la mia vicina di casa, ecco proprio lì è andato giù. Meno male, perché se mi viene sulla testa, non ero mica qui a raccontarlo. &#13;
EP: E nel quartiere Isola avevate un rifugio o c’erano i rifugi dentro i condomini?&#13;
EM: Dentro i condomini, sì, sì, come adesso. Adesso ci sono le. E noialtri, lì al Borsieri, al 12, sono venuti fuori i tedeschi a guardare, prima che succedeva, proprio il casino, ecco, perché il casino proprio è incominciato nel ’42, eh, quasi ’43 insomma, perché allora sì, venivano su, suonava l’allarme, erano già lì che mitragliavano qui alla, alla Bicocca [laughs]. Adesso non è per, e allora, , io tante volte se era di giorno, non mi muovevo neanche di casa, andavo lì sotto a quegli usci lì, cose, ecco. &#13;
EP: E negli spazi in cui andavate a rifugiarvi in condominio, c’erano un po’ tutte le persone del palazzo.&#13;
EM: Sì, sì, sì. Tutte.&#13;
EP: Che cosa succedeva dentro? C’era.&#13;
EM: Eh beh, sa, c‘era un signore che aveva la chitarra, no, e allora per farci stare lì, noialtri ragazzi insomma e così, e suonava e poi si cantava, no, tanto per [unclear] che ogni tanto si sentiva [mimics the noise of a low-flying aircfraft] da qui ci si spostava di là perché era la, la [unclear]&#13;
EP: L’urto proprio.&#13;
EM: Sì, l’urto del, perché lì in Via Pietro Borsieri sono venute giù tante eh perché con la scusa che c’era la, la Brera [Breda], c’era la ferrovia e allora cercavano, cercavano ma hanno preso solo le case, non hanno né loro, quelle lì che facevano le, i motori per gli apparecchi e tutto, quelli lì non l’hanno presa. Ma hanno preso le case.&#13;
EP: E si ricorda qualche canzone che cantavate nei rifugi? C’erano delle canzoni particolari o non so?&#13;
EM: No, tutte cose che se mi sentivano, mi portavano dentro [laughs] &#13;
EP: [laughs]&#13;
EM: Perché era, adesso aspetti eh, [pauses] cantava: ‘la donna del DucÈ, in milanese però, ‘la donna del Duce, la fa una piruletta, e sotto c’era scritto, che era una bestia’. [laughs] Se mi sentivano, mi portavano via [laughs]. Ma lui con la chitarra ma dopo, dato che di sopra c’era uno che era nella Unpa, proprio che guardava quelli che quando non c’era gli apparecchi, quello veniva in giro, guardava che se vedeva la luce, noi sulle, la, le finestre avevamo le doppie, ehm, come si chiama? Le doppie cose così, no, nere, per non far vedere la luce e poi il straccio nero di sopra alla cosa, eh! Insomma [laughs] tutto per non far vedere perché se andavamo fuori e poi fare in fretta perché loro, uno dentro in casa che tirava subito la tenda, e insomma. Guardi, ne abbiamo fatte di tutti i colori.&#13;
EP: Beh, sicuramente il quartiere dove stava lei era un quartiere particolarmente vivace. &#13;
EM: Sì, sì, sì, sì, oh, eccome, eccome anche. Pensare che prima che, quell’anno lì che c’è venuta la guerra, no, ma c’era la ottobre, a ottobre non si sapeva ancora quello che c’era. Sì, sapevamo che c’era la guerra però. E allora era lì, era il giorno della festa della fontana, Santa Maria alla Fontana, ecco, perché noi era la nostra chiesa. E allora l’ultima volta che ho, che così, è venuto in giro, sai, venivano in giro i carrelli con su il, ah come si chiama, che hanno fatto vedere anche un po’ di tempo fa. Sul carrellino c’era una cosa che&#13;
EP: Una manovella che [unclear]&#13;
EM: Una manovella e dopo suonava dentro il, perché era fatto tutto di chiodi, no, però c’era&#13;
EP: La musica.&#13;
EM: La musica, insomma ecco, e allora prendevamo sotto il portone eh, si ballava, [laughs] eh, cosa &#13;
Volevo fare?&#13;
EP: [laughs] È giusto.&#13;
EM: E d’altronde non si faceva mica niente di male. Adesso invece non vanno in nessun posto. Vanno lì nelle cose però non sanno nè ballare nè divertirsi, noi invece con la stupidata ci divertivamo [laughs].&#13;
EP: Ehm, e mi dica un po’ signora Enrica, lei ha fatto le scuole sempre lì, in Isola?&#13;
EM: Sì, sì, sì.&#13;
EP: E come era la scuola lì?&#13;
EM: Ah, la scuola lì è sempre stata una scuola abbastanza buona insomma, ecco perché anche adesso la Rosa Govone ci sono tutte le, diciamo dalla prima fino alla terza media. Mio figlio l’ha fatta lì anche lui.&#13;
EP: E lei ha finito tutte le scuole lì?&#13;
EM: No, gioia, io ho finito che avevo dieci anni, basta. Dovevo mangiare e guardare i signorini lì, eh! Poi dopo [unclear] solo mia mamma non si aveva la, diciamo, i soldi o quello che è di andare, come tanti che stavano bene, si sono, sono sfollati di qua, di là e sono arrivati solo quando, eh, troppo bella! Noi invece con la roba, ‘ci sono le uova là’, si va bene allora [makes the noise of steps] via, quando si arrivava lì sulla roba, basta, dieci, dodici e poi dopo non c’era più niente.&#13;
EP: Ehm, lei si ricorda quando è stato dato l’annuncio che si entrava in guerra?&#13;
EM: Sì, è nel ‘39.&#13;
EP: E lei dov’era? Si ricorda un po’ la situazione com’era?&#13;
EM: Sì, sì, la situazione era che tutti dicevano che era la fine del mondo. Ci sono stati dei, [clears throat] come si chiama, dei conti qui a Milano che sono andati a finire a niente perché hanno venduto tutto e poi sono stati fregati perché la fine del mondo non è mica venuta [laughs]. Sì, a quelli che sono stati sotto i bombardamenti. Beh, quelli lì per forza, come quando è finita, prima di finire la guerra che qui a Gorla, alla, seicento e rotti bambini sono stati sotto. Mi ricordo eh, perché mi viene su ancora la pelle d’oca adesso [laughs]. Eh sì! &#13;
EP: [sighs] Ehm, quando appunto è stato dato l’annuncio, di, che si entrava in guerra, &#13;
EM: Ah sì.&#13;
EP: Come ne parlavano gli adulti? Appunto, c’era questa cosa che lei diceva un po’ la fine del mondo. &#13;
EM: No, ma ognuno.&#13;
EP: Ma voi ragazzini, ragazzi, bambini, cosa vi dicevano, cosa vi spiegavano?&#13;
EM: No, no, niente.&#13;
EP: Niente.&#13;
EM: La, le nostre, i nostri genitori, lei non sono come quelli di adesso. Non dicevano niente. Se sappiamo qualche cosa è perché si sentiva. Perché avevamo le orecchie che [laughs], come si dice, ecco. Ma altrimenti loro non dicevano mica niente, dicevano solo: ‘No, te fuori alla sera dopo l’orario non ci vai!’. Ma il mio papà tante volte mi diceva: ‘No, eh!’. ‘Senti’, cioè mia mamma gli diceva, ‘se vuoi prendere le sigarette mandala adesso che sono le sei, non alle otto’. Perché insomma non c’era in giro nessuno, però, e allora dovevo andarci a prendere le sigarette, facevo in fretta [laughs], perché. No, no, i genitori, i nostri genitori non dicevano mica niente. Noi non, adesso io che sono la prima, sono venuta a saperlo dopo, adesso faccio per dire che una persona doveva avere il bambino quello che è, ma non per lei eh! Ah, perché se no mi tirava dietro anche qualche cosa eh, non si poteva parlare come fanno adesso. Adesso ci sono le bambine lì di sei, sette anni, ‘ah, mia mamma è incinta, ah, mia mamma deve averÈ, oh! Adesso non è per, ma non si può a quell’età lì, adesso, eh! Io momenti che mi sono fatto il fidanzato, che avevo diciotto anni, a momenti momenti mi curava ancora [unclear], teste qui in casa, te va lì come, stava lì sul portone, sulla porta di casa, ecco. Chiacchierava con la gente ma ogni tanto veniva dentro a vedere perché non si poteva stare come adesso che vanno in campagna assieme, no? [laughs] C’erano tutte le regole.&#13;
EP: Eh, era diverso.&#13;
EM: E con le regole siamo andati anche abbastanza bene. Adesso non perché, perché adesso è proprio, eh, troppo adesso. &#13;
EP: Vorrei ritornare ancora un momento indietro e chiederle cosa, cosa succedeva al confine con la Svizzera. Lei prima raccontava che aprivate dei varchi nelle reti.&#13;
EM: Sì, sì, dei varchi nelle reti. Dopo lì mio nonno abitava proprio vicino alla, dove c’erano dentro i tedeschi, la, la, come si chiama? Che adesso, che adesso per esempio c’è dentro la Finanza insomma ecco, con la perché adesso ormai non c’è più. C’è dentro la Finanza, di sopra ci sono tutti i letti, tutte le insomma, è proprio una casa insomma, come se fosse. E allora dato che io, oramai con mio nonno così, eravamo proprio lì, si può dire a portone a portone, allora quando passavano con i cani, no, noialtri ragazzi, ‘ah, che bello, Tom, Tim’, insomma si chiamavano e allora loro venivano lì con il cane, insomma non c’hann mai fatto niente. Però se vedevano un adulto, allora [mimics a growling watchdog] ringhiavano, perché era, invece noi no. Dopo lì mio nonno era con una sua, era in casa di una sua parente, una sua cugina. E allora diciamo quella cugina lì aveva dei figli, delle figlie, e [unclear], andava, li lavavano, li stiravano le camice, eh sì tanto anche per prendere qualche cosa. Allora quando ci vedevano giù non, noi facevamo anche a posta, io, mio cugino, insomma così, eravamo quasi tutte della stessa età, e allora si, ‘Ohi, questo, Tom, Tim’, loro stavano lì a chiacchierare, intanto, magari avanti venti passi ma dato che lì è tutto un bosco, avanti venti passi c’era magari mio zio con mio nonno che facevano quel mestiere lì, ecco, allora noi facevamo le spie, ecco [laughs], facevamo le spie, se lo sapevano non so la passavamo liscia, eh! [laughs]&#13;
EP: Ehm, e lei cosa ne pensava da bambina dei tedeschi? Le facevano paura o [unclear]?&#13;
EM: Sì, sì, anche i ragazzi della mia età, eh, ragazzi proprio, che li davano, facevano i piccoli italiani. E difatti io, mio papà è venuto là una volta perché io facevo la, quando facevo la terza, no, mio  papà c’era ancora. È venuto lì perché c’avevo una maestra che era una fascistona e insomma, a me mi lasciava sempre indietro perché io non sono mai andata vestita di piccola italiana. Prima di tutto, mio papà non voleva, perché non aveva lui la tessera del [laughs], secondo è che non avevamo i soldi abbastanza perché eravamo in tre, eh insomma, mia mamma quando faceva la portiera prendeva centosessanta lire al mese. Adesso prendono i milioni e non ne hanno abbastanza ancora [laughs]. E dovevano stare lì dalle sette del mattino fino alle dieci di sera. Adesso fanno otto ore sì e no, oh, pare che facciano tutto loro. Mia mamma aveva tre scale là da fare e senza i ballatoi e tutto. Oh, non è, però insomma, ce la siamo cavata. Anche se io, se mi veniva in, ho cercato ma non li trovo, delle fotografie di quando avevo quell’età lì, no, [unclear] avevo i calamai fino a qui eh, altri quella di.&#13;
EP: Ehm, in quartiere Isola sempre, tornando a Via Borsieri, ehm, c’erano i tedeschi? C’erano i fascisti? Giravano i fascisti?&#13;
EM: Tutti fascisti.&#13;
EP: Tutti fascisti. C’era uno che si chiamava, era. C’era quell’altro che si chiamava, che aveva la sorella e quello lì non mi ricordo più come si chiamava. Li hanno uccisi tutti quando è finita la guerra, lì sulla, la cosa della, lì c’è in Via Sebenico, c’è la chiesa, ecco, e prima c’è un lavatorio. Lì sono pochi anni che hanno messo tutto a posto, perché prima c’erano dentro tutte le mitragliate di quelli che hanno ucciso. E sempre all’orario che venivo a casa io dal lavoro. Io già stare in fondo, perché allora venivo giù, col tram. Il tram faceva solo, qui in Via Plinius, la Via Plinius così, qui prendevo il tram, veniva giù in Via, qual’è che Via l’è quella via, Via, Via, Via, eh, non mi ricordo, che viene la stazione, basta, dopo non venivano di qui. Basta, girava tutto di là e andava a metà strada, a metà Viale Zara, dunque io ero tutto fuori, eh, ho detto: ‘Piuttosto di fare di là, faccio di qua e arrivo subito in casa’. Allora sempre a piedi, sempre, se avrei qui cinque centesimi, cinque centesimi, di tutta la strada che ho fatto, sarei millionaria. &#13;
EP: [laughs] E il 25 aprile se lo ricorda?&#13;
EM: Eh, sì, perché venivo a casa dal lavoro e sono arrivata lì alla stazione centrale perché il fratello di Neglia aveva avvisato, ‘Manda a casa tutti, perché interveniamo’, insomma così. E allora, ma quella che abitava più distante ero io perché da Via Plinius venire qui in Borsiere è un bel pezzo. Insomma, sono venuta via di là alle dieci. Sa a che ora sono arrivata a casa? Che è tutta strada diritta? Ma non ho potuto fare la strada diritta perché quando sono stata lì in Via, arca miseria, insomma lì in Duca d’Aosta, no, che la [unclear], qui c’è, ehm, petta come si chiamava quello lì, l’albergo che c’è lì così, proprio di fronte, di fianco alla stazione centrale, lì c’è un albergone grande. Questi sparavano su, quelli là sparavano giù, eh, e non ho potuto passare perché mi è venuto incontro un ragazzo che abitava lì verso Borsieri in Casteglia e mi fa: ’Signorina, dove sta andando lei?’. E vu dì: ‘Io dovrei passare e andare a casa, abito in Borsieri’. ‘Orca miseria’, fa, ‘allora’, fa, ‘tagliamo dentro di là’. E siamo andati fuori, dove c’è la, come si chiama quella là, quella zona lì. Arca miseria, quasi Porta Nuova, abbiamo girato dall’altra parte, insomma, e siamo andati lì. Arriviamo lì a Porta Nuova, non si può passare, perché lì c’erano le scuole, ci sono, sono ancora le scuole, e c’erano i, le camice nere, che prendevano tutti i ragazzi, così, e li portavano dentro perché insomma si vede insomma che avevano paura, non so di che cosa comunque. Allora lì c’era, dove c’è la finanza adesso, in quella via lì, ecco. Allora lì di dietro c’era giù la casa e allora cosa abbiamo fatto?  Cammina cammina, e ci siamo arrampicati su sulla casa e siamo andati giù in Corso Como. Arriviamo lì in Corso Como, allora c’era il passaggio che la ferrovia, no, il coso lì e un po’ il ponte che andava giù in Corso Como. Arriviamo lì, eh, e chi, dalla Borsieri, dal fondo della Borsieri, sparavano dentro e questi qui sparavano fuori perché c’era lì la, quelli lì della, perché lì prima, una volta, lì di dietro insomma, c’era la Finanza perché arrivava roba di così, era tutto lì insomma, era smistamento ecco. E allora ma c’erano lì i tedeschi e allora, quello là sparavano fuori, questi qui sparavano dentro. E allora stavamo lì, no, a pensarci su, adesso qui, se facciamo tutto il giro da Carlo Farini e così, ma dopo là in Postrengo [Pastrengo], come si fa a passare? E allora in quella è arrivato due signori, no, un po’ abbastanza, e allora c’hann detto: ‘Ohè, anche noi abitiamo di là del pontÈ. Sì, va bene, allora tutti in quattro, prima uno e poi quando non si sentiva più a sparare, passava quell’altro perché c’erano le cose fatte dei muretti così, così, così insomma per le bombe, per la, perché se mitragliavano lei li correva in giro a quei muretti lì e insomma si cercava di. E difatti sono arrivata a casa alle otto di sera. [laughs]&#13;
EP: [laughs] Una lunga giornata. &#13;
EM: Una lunga giornata. Sono venuta via di là alle dieci del mattino. Mia mamma che non, era lì che continuava ad andare avanti indietro, non sapeva più cosa, cosa averne in tasca, ti te se, te non sai più cosa ce n’hai in tasca ma io che sono stata lì. &#13;
EP: Prima di andare verso la nostra conclusione, volevo chiederle, come mai chiamavate le camicie nere scelbini?&#13;
EM: Eh perché, ehm, come si chiama, portavano come un fazzoletto, come una cosa, che, e poi avevano su il coso del fascio, che la roba proprio, perché la, loro la. Allora disevano, uhè, ghe scelbini, perché se ghe disevo, miscimis, [laughs] capiven. Invece a dire scelbini [laughs], noi sapevamo che erano loro.&#13;
EP: E adesso le faccio due ultime domande che riguardano proprio chi bombardava. All’epoca, lei che era una ragazza, insomma una ragazzina, insomma&#13;
EM: Sì, una ragazzina, ma [unclear]&#13;
EP: Sì, che cosa pensava di chi bombardava, di chi buttava giù le bombe?&#13;
EM: Eh, si pensava appunto di dover dire: ‘Ma caspita’, vu dì, se vengon, ma si diceva, se vengono dall’America e così, e passavano sopra la Svizzera, eh, per venire qui. Perché io, quando dormivo al letto, con mia mamma, ecco, io, prima che loro suonavano l’allarme, io ero già su eh, li sentivo, io. Se c’è una cosa, io, avere la testa sul cuscino, io la sento. Ancora adesso, eh. Vede, tante volte mio fratello mi dice: ‘Ma come fai a sentire?’ Eh, la sento! Arriva la, tante volte sento che svegliano. Arriva la croce rossa, ma come fai a sapere? Eppur, mi alzo, dopo si sente. È una cosa che subito sento.&#13;
EP: E a distanza di tanti anni, che cosa pensa adesso?&#13;
EM: Eh, penso che, che era meglio che non facevano niente perché di cose, e poi ancora adesso, quando apro la televisione che sento certe cose, guardi, adesso non perché ma adesso non fanno più quelli che facevano prima, però sono lì eh! Sono lì! Perché prima, quando in tempo di guerra, i giovani se li prendevano che avevano venti, ventuno anni, no, così e la mandavano a Villa, spetta come si chiamava, a Villa d’Este, sa dov’è la Villa d’Este qui a Milano? Vicino al, mamma mia, che memoria che [unclear], ce l’ho ma non sono più capace di, a Musocco, ecco. Musocco, sulla destra, eh, andando così a metà strada di Musocco c’era una, una caserma, una casa, lì, quello che è, e allora una volta di lì passava un fossetto, un fosso insomma, e lì dicevano la Villa d’Este perché ogni tanto trovavano qualcuno e lo buttavano fuori dalla finestra, dentro nell’acqua perché, tutto perché? Perché volevano, ma non tutti sapevamo che, perché sai sentivano per televisione, per radio, no? La radio bisognava sentirla ma nascosti, lì tutti con le orecchie così perché se mi vedevano, mi sentivano, guai! Venivano in casa, distruggevano tutto, eh. Altroché, bisognava stare attenti come si faceva. Se una persona guardava due volte, mettiamo, uno di loro, il fucile veniva giù dalla spalla e facevano quello che dovevano fare. Altroché.&#13;
EP: Va bene. Io la ringrazio moltissimo signora Enrica perché possiamo interrompere adesso.&#13;
EM: Sì, sì.</text>
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                <text>Enrica Mariani recollects her wartime experiences in Milan: her brother dying of bronchitis after spending too much time in the shelter and her father working in an armaments factory; the aggressive fascist militiamen and the long hours she spent in the shelter listening to a man playing the guitar and singing songs mocking the regime. She recalls her partisan husband, who was repeatedly jailed for spreading subversive propaganda material. She describes the 1943 bombings when she narrowly escaped an incendiary. Following her father’s death, she remembers working, at a very young age, as a seamstress, and her mother leaving her job as a doorman. She talks of the social divide among evacuees: the better off were afraid to lose their wealth while working class people had a fatalistic, resigned attitude toward war. She discusses helping people fleeing to Switzerland by breaching the border fence, to avoid detention as military internees in Germany and describes draft dodgers living in hideouts. She recalls how she was able to sense incoming aircraft well before the alarm sounded.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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              <text>Daniele Celli: Oggi 14 marzo 2016, parliamo con Muratori Gino, classe 1929. Prima domanda che ti faccio.&#13;
Gino Muratori: Nato a Bellariva.&#13;
DC: Nato a Bellariva. Prima domanda che ti faccio è questa. Com’era composto il tuo nucleo famigliare quando c’è stato il primo bombardamento di Rimini. Quanti eravate in casa?&#13;
GM: Noi in casa eravamo mia nonna, mio nonno.&#13;
DC: Nonna materna?&#13;
GM: Materna.&#13;
DC: Materna. &#13;
GM: Nonna. &#13;
DC: E si chiama, te lo ricordi il nome, cognome e la classe, se ti viene in mente?&#13;
GM: Ostia, mio nonno dunque, è morto nel ’51 a 94 anni.&#13;
DC: E aveva 94 anni. Lui si chiamava?&#13;
GM: [clears throat] Gaspare.&#13;
DC: E di cognome?&#13;
GM: Angelini.&#13;
DC: Angelini. &#13;
GM: Angelini.&#13;
DC: Eh, sposato, eh, la sua moglie?&#13;
GM: La nonna si chiamava della Rosa che era parente qui dei della Rosa di Bellaviva.&#13;
DC: Di Bellaviva.&#13;
GM: E si chiamava Angela. &#13;
DC: E lei più o meno a che ora [unclear]?&#13;
GM: Dunque lei è morta a San Marino nel ’44.&#13;
DC: Ah lei è morta per il passaggio del fronte, tua nonna?&#13;
GM: Sì, è morta per il passaggio del fronte però di malattia perché lei.&#13;
DC: Tifo?&#13;
GM: No, lei, è venuto che, lei non ha voluto venir via da Rimini perché mia nonna, il primo bombardamento che ci han fatto, che han fatto a Rimini è morta una figlia sotto i bombardamenti.&#13;
DC: Ostia!&#13;
GM: Capito, una [clears throat] una figlia e una nipotina, hai capito.&#13;
DC: Lei stava di già ancora a San Martino quando c’è stato la guerra?&#13;
GM: No, no, no, mia nonna stava qui.&#13;
DC: Ah giusto, era nel nucleo con te.&#13;
GM: Erano già venuti giù loro da San Martino.&#13;
DC: Erano già venuti giù.&#13;
GM: Mia nonna dopo è stata tanti anni qui a Bellariva. Mia nonna aveva sette figlie, sette figlie femmine. Una stava a Riccione, una a Viserba e una&#13;
DC: No, quello, io voglio sapere quello del tuo nucleo famigliare.&#13;
GM: Il mio nucleo, c’era mio babbo che è stato anche in Germania, lui.&#13;
DC: Classe, il tuo babbo? Nome e classe.&#13;
GM: Mio babbo era del ’93.&#13;
DC: Del ’93.&#13;
GM: ’93.&#13;
DC: E si chiamava il tuo babbo?&#13;
GM: Ubaldo.&#13;
DC: Ubaldo. Sposato con?&#13;
GM: Con mia mamma Eucillia.&#13;
DC: Di soprannome, di cognome?&#13;
GM: Di cognome Angelini.&#13;
DC: Ah, Angelini, giusto. Angelini.&#13;
GM: Era una Angelini lei.&#13;
DC: E i figli? C’eri te e quanti?&#13;
GM: Io, Franco e Luciano.&#13;
DC: Franco di che classe era?&#13;
GM: Franco è del ’40, ’41 credo.&#13;
DC: E Luciano?&#13;
GM: Luciano è del ’26. E’ il più grande Luciano.&#13;
DC: Luciano è il più grande di tutti.&#13;
GM: E’ il più grande di tutti.&#13;
DC: Dimmi esattamente dove abitavate.&#13;
GM: Noi abitavamo in Via Pesaro&#13;
DC: Quindi?&#13;
GM: Numero 1, dove c’è la piscina dell’Oceanic.&#13;
DC: Sì.&#13;
GM: Lì c’era la casa dove eravamo noi.&#13;
DC: Via Pesaro 1. E quando c’è stato il primo bombardamento dicevi che la tua nonna&#13;
GM: Quando c’è stato il primo bombardamento mia nonna abitava Bellariva e io ero per un pelo che ci sono scappato, ero andato a rinnovare l’abbonamento, che io avevo un, lavoravo allora a Rimini facevo il meccanico dentista, no?&#13;
DC: Ostia!&#13;
GM: Pensa te [unclear]&#13;
DC: Con chi? Ti ricordi?&#13;
GM: Ah, con.&#13;
DC: Il dottor?&#13;
GM: Con Lazzarotto.&#13;
DC: Lazzarotto. E dove aveva il suo ambulatorio?&#13;
GM: Aveva l’ambulatorio giù per il corso. Avevo poi Marcello Drudi, lo conosci Marcello Drudi?&#13;
DC: Marcello...&#13;
GM: Drudi.&#13;
DC: Che fa il dentista &#13;
GM: Faceva il meccanico dentista.&#13;
DC: Sì.&#13;
GM: Dopo lui è andato a lavorare con il fratello del Lazzarotto che ha imparato il mestiere lì. E me son de fè fabbri da questo.&#13;
DC: [laughs] Le vabbe’ se continui ti lì&#13;
GM: [unclear] &#13;
DC: Oddio però anche un fabbro insomma.&#13;
GM: Sì. Dopo.&#13;
DC: Se entrava nel giro buono [unclear] stava bene. Era tutto un altro lavoro.&#13;
GM: E’ stato [unclear] Io dopo ho lavorato tanti anni da Fochi però dopo avevo tentato la scalata ma.&#13;
DC: [laughs]&#13;
GM: L’era sempre che la zente non aveva mai il soldo, paghè, l’era un casen te capì?&#13;
DC: Te mi, M’hai detto prima che durante il primo bombardamento, tua nonna ha perso due familiari?&#13;
GM: No, mia nonna sì, ha perso una figlia che era sposata, che aveva un albergo in via Cormons.&#13;
DC: Come si chiamava tua zia?&#13;
GM: [clears throat] Mia zia si chiamava Aldina.&#13;
DC: Angelini Aldina.&#13;
GM: Aldina.&#13;
DC: Angelini Aldina.&#13;
GM: E la bambina si chiamava Anna. Siccome aveva sposato lei un Corbelli, sposata con un Corbelli.&#13;
DC: Quanti anni poteva avere quella bambina?&#13;
GM: Avrà avuto, [unclear] Dio Bono! &#13;
DC: Più o meno.&#13;
GM: Avrà avuto cinque anni. Avrà avuto cinque anni.&#13;
DC: Quindi loro abitavano in Via Cormons.&#13;
GM: Loro avevano la pensione Primavera in Via Cormons. Che è andata giù in pieno con una bomba, hai capito? Erano&#13;
DC: Primo bombardamento su quella zona.&#13;
GM: Perché lì è stato un trucco. Diciamo che han dato l’allarme e io con l’allarme ero proprio vicino alla Villa Rosa.&#13;
DC: Proprio sul, la via del filobus.&#13;
GM: La via del filobus.&#13;
DC: All’angolo quasi con Piazzale Kennedy.&#13;
GM: Dove è venuto giù il ponte dell’Ausa che han colpito. [clears throat] Io ero andato a rinnovare l’abbonamento perché era il giorno dei santi in [unclear]&#13;
DC: Il primo Novembre.&#13;
GM: La vedi qua che vedo oggi [unclear]&#13;
DC: [unclear]&#13;
GM: Quando ho rinnovato sto abbonamento e difatti vado là, era chiuso. Allora il filobus non c’era, mi sono incamminato a piedi e lì nel Viale Montegazza c’era una mia cugina che abitava e c’era suo figlio che era un ragazzino più piccolo di me che è andato, era lì vicino il Bar Ceschi, che adesso è i Duchi, peta che è il ristorente Chi Burdlaz.&#13;
DC: Sì.&#13;
GM: E’ lì che c’è. Lì tiravano, lui aveva una fionda che tirava i [unclear]&#13;
DC: [laughs] &#13;
GM:E allora abbiamo chiacchierato un po’ così e poi io mi sono incamminato e ho detto: ‘Andrei per trovare mia zia’, hai capito,&#13;
DC: Sono qui vicino.&#13;
GM: In Via Cormons, no, e appunto là c’è l’allarme adesso quando c’è il cessato allarme appena e difatti c’era un bus fermo vicino la Villa Rosa. Da il cessato allarme e m’incammino per il bus, il bus parte e arrivo a Bellariva.&#13;
DC: Fai in tempo di arrivare a Bellariva.&#13;
GM: Faccio in tempo a Bellariva che han dato, c’era l’allarme ancora e difatti.&#13;
DC: E quindi ha suonato due volte la mattina.&#13;
GM: Due volte. Han dato il cessato allarme e nel tragitto da Villa Rosa a Bellariva&#13;
DC: Altro allarme&#13;
GM: C’è stato un cessato allarme però il, quello che guidava con la sciampugnetta, hai capito, &#13;
DC: Certo.&#13;
GM: l’altro dritto, e io son venuto a casa. Quando son venuto a Bellariva avevano già sganciato le bombe lì a [unclear]&#13;
DC: Lì il rumore del bombardamento non l’hai avvertito.&#13;
GM: Io non l’ho sentito, s’è sentito, quando sono sceso si è visto solo sto fumo nero che veniva &#13;
DC: Dalla città. Dalla zona marina centro.&#13;
GM: Dalla zona marina centro. Ho detto, puttana madonna, l’è bumbardè, ah, ie bumbardè, bumbardè, [unclear] dicevano, no. E così è stato, allora.&#13;
DC: Sei tornato a vedere dopo lì?&#13;
GM: No, no, no, e dopo è tornato il mio babbo, è tornato a vedere, perché mia nonna fa: ‘Ma Dio bono, [unclear] bombardè la dàs marina centro’.&#13;
DC: Andè veder che bordello.&#13;
GM: E difatti la pensione è andata giù completo, lei con l’allarme era già, è uscita e poi è [unclear], ha fatto in tempo ad entrare in casa.&#13;
DC: Tracchete.&#13;
GM: Andè zò da cegerme adoss. &#13;
DC: E’ morta altra gente lì? E la pensione, c’era della gente dentro o erano tutti [unclear]?&#13;
GM: No, nella pensione c’era, è rimasta sotto solo lei e gli altri figli si sono salvati che c’era, è rimasta una scalinata in quella pensione che andava nella sala e c’erano come dei gradini, si vede che era di cemento e c’era come un tunnel, come un sottoscala. &#13;
DC: Si sono infilati lì sotto?&#13;
GM: E s’infila lì sotto&#13;
DC: [swears]&#13;
GM: Tre delle figlie e lì [unclear] hai capito e quello è stato un disastro perché hanno fatto nel primo acchito lì, hanno preso proprio la scia della Villa Rosa che hanno buttato giù il Ponte dell’Ausa e poi hanno colpito lì nella Via Fiume, nella Via Trieste.&#13;
DC: Sono arrivati fino laggiù al gasometro.&#13;
GM: Sì, il gasometro.&#13;
DC: Anzi, con le bombe Via Gambalunga.&#13;
GM: Sì, l’hanno compito il gasometro in pieno [unclear], quella volta, sì.&#13;
DC: Ho parlato con una signora che stava di casa vicino al gasometro. Ha detto: ‘Noi eravamo andati alla messa dai Paolotti in città. Mentre torniamo’, dice, ‘siamo arrivati davanti al duomo, suona l’allarme, siamo corsi nel palazzo [unclear] che c’era un rifugio antiaereo’.&#13;
GM: Sì.&#13;
DC: E si sono messi lì sotto. Dice: ‘Abbiamo sentito le vibrazioni del bombardamento’, perchè loro lì erano vicini. Ha detto: ‘Il mio babbo a me e a mio nonno ci ha lasciati da un collega di lavoro’, che era in ferrovia lui.&#13;
GM: Sì, sì.&#13;
DC: E lui è andato a vedere giù. Dice: ‘Io da quel giorno lì non sono più tornata a casa. Siamo andati da un’altra parte’.&#13;
GM: Ah sì sì.&#13;
DC: ‘Mia mamma era rimasta a casa a prepararci da mangiare, è rimasta sotto le macerie.’&#13;
GM: E dopo il secondo bombardamento.&#13;
DC: Il 26 di novembre.&#13;
GM: Di novembre, allora poi è successo che, c’era la miseria qui no, allora si cercava di prendere qualche soldo. Da Milano, quando c’è stato il primo bombardamento là nel [unclear].&#13;
DC: Sono venuti un sacco di sfollati.&#13;
GM: Sono venuti un sacco di sfollati a Rimini. E allora...&#13;
DC: C’era gente anche qui a Bellariva che era venuta sfollata o erano in città, a Marina centro?&#13;
GM: Marina centro fino lì Via Pascoli c’erano tutti&#13;
DC: Erano tutti concentrati là.&#13;
GM: C’erano tutti quegli alberghi, quei due, perchè si contavano con le dita gli alberghi &#13;
DC: Sì non&#13;
GM: C’era l’Internazionale che era lì vicino, prima di Piazza Tripoli, era prima di Piazza Tripoli che avevano messo su lì una grande, dei grandi uffici di Milano e allora c’erano molti impiegati che lavoravano là. Avevano preso tutto loro l’albergo.&#13;
DC: Si era trasferita la ditta praticamente.&#13;
GM: Sì. Allora noi cosa abbiamo fatto? Io, Feruzzi e Zamagni andavamo alla fermata del filobus di Marina centro che scendeva la gente perché sull’Ausa non poteva passare la linea. Era interrotta.&#13;
DC: Era interrotta, perché c’era il ponte rotto.&#13;
GM: E noi con un velocino, andavamo a prendere le valigie.&#13;
DC: Facevate il trasbordo.&#13;
GM: Facevamo il trasbordo fino a Piazza Tripoli.&#13;
DC: E lì facevate [unclear]&#13;
GM: E da lì partiva l’altro bus che andava fino a Riccione e allora prendevamo &#13;
DC: [unclear]&#13;
GM: Dieci centesimi, venti centesimi, capito? [laughs] Un pomeriggio andavamo giù perché uno [unclear] era un [unclear] con delle ruote alte lì. Facevamo da cavallo e due salivano, hai capito? Un po’ per uno. Quando siamo a Piazza Tripoli vediamo le strisce in alto. Dio bono, gli apparecchi! Prendi ‘sta via.&#13;
DC: Non aveva suonato l’allarme quella volta?&#13;
GM: Non l’abbiamo sentito noi quel giorno lì, non l’abbiam sentito, abbiamo visto sti apparecchi, facevano tutto quel fumo dietro. ‘Gli apparecchi, dio bono, via, via, via!’ Giù in marina.&#13;
DC: Venivano dal mare? Te lo ricordi?&#13;
GM: No, venivano da monte.&#13;
DC: Da monte. &#13;
GM: Da monte.&#13;
DC: Quindi il secondo eh?&#13;
GM: Quel giorno lì, Il secondo bombardamento che noi andavamo verso &#13;
DC: Verso Riccione in quel momento&#13;
GM: Verso marina centro.&#13;
DC: Verso marina centro. &#13;
GM: Gli apparecchi, [unclear] zù in marene, la stanga pron e via, lascia [unclear] giù sotto la mura del lungomare.&#13;
DC: Del lungomare.&#13;
GM: Difatti, dio bono, venivan zù lì, [makes a booming noise] e cadono un sacco di bombe in acqua anche, no?&#13;
DC: Addirittura sono arrivati in mare quel giorno?&#13;
GM: Le bombe sono cadute anche in mare, allora noi tagliamo sulla spiaggia [unclear] andon zò verso Bellariva per mareina, però lì al direzione dei Angeli Frua, [unclear] l’Hotel Belvedere che è vecchio che è rimasto lì. &#13;
[dog barking]&#13;
DC: Tutto decrepito, quello che è ancora tutto messo male?&#13;
GM: Adesso come una volta.&#13;
DC: Sì.&#13;
GM: Però funziona ancora, funzionante, hai capito?&#13;
[Dog barking. Female voice: sta zitta.]&#13;
GM: Lì c’erano, sulla spiaggia c’erano i tedeschi con la contraerea, hai capito?&#13;
DC: Contraerea secondo te erano quelli...&#13;
GM: Che sparavano agli aerei.&#13;
DC: Ma canna o singola o quelle mitragliatrici...&#13;
GM: No c’erano le mitragliatrici a quattro canne, quattro canne.&#13;
Ui: Quelle da quattro canne, ho capito.&#13;
GM: E c’erano i reticolati fino ad un certo punto prima di arrivare nel mare, no, prima di arrivare sulla spiaggia. E allora c’erano i tedeschi [mimics angry screaming] te capì?&#13;
DC: Vi facevano andare via?&#13;
GM: Ci facevano segno, no? E noi quando hanno fatto segno ha detto: ‘Ma dai, tagliamo verso la ferrovia, andiamo giù per la ferrovia’.&#13;
DC: Guai.&#13;
GM: Guai. &#13;
DC: La ferrovia era&#13;
GM: Siamo andati giù in direzione [dog barking] della pensione, aspetta, lì c’è l’Audi, sai dov’è l’Hotel Audi. Vicino&#13;
DC: No adesso comunque, comunque dopo si ripiglia.&#13;
GM: L’Hotel Plata hai capito che adesso l’hanno chiuso perché era tutto scasinato lì.&#13;
DC: Quindi voi da lì avete preso...&#13;
GM: Abbiamo preso verso la ferrovia e la direzione, poco in là ci sono le officine.&#13;
[dog barking] &#13;
DC: Porca miseria, [laughs]&#13;
GM: E’ apparsa una formazione [speaks dialect], erano anche bassi, no, lì, bombardamenti [unclear] hanno fatto. Si me e Giorgio e [unclear]&#13;
DC: Giorgio chi, quello del distributore?&#13;
GM: Giorgio, no, era Giorgio Feruzzi, che adesso è morto lui.&#13;
Ui: Non ce l’ho presente. &#13;
GM: Quattro, cinque anni fa, dieci anni fa.&#13;
DC: Quindi siete andati in &#13;
GM: Era un mio collega, era un mio amico&#13;
DC: Coetaneo.&#13;
GM: Coetaneo, di, della stessa classe eravamo.&#13;
DC: Siete andati vicinissimi al ponte.&#13;
GM: Siamo andati lì, proprio lì [speaks dialect] finì, Dio bono. Allora dopo è passato sto bombardamento e siamo andati giù direttamente giù per la ferrovia e siamo arrivati a Bellariva, hai capito. &#13;
DC: L’antiaerea gli ha sparato a quegli aereoplani, secondo te ?&#13;
GM: Sì sì sparavano.&#13;
DC: Sparavano.&#13;
GM: Sì, sparavano, sì sì. E allora&#13;
DC: Erano aerei con quattro motori che c’avete guardato o no, erano alti?&#13;
GM: Non erano tanto, si vedevano, non erano quattro motori.&#13;
DC: Perché la prima volta mi hai detto che facevano le strisce.&#13;
GM: Sì, facevano le strisce.&#13;
DC: Perché dopo poi c’è stato un bombardamento anche il giorno dopo, il giorno successivo, grosso anche quello.&#13;
GM: Sì.&#13;
DC: In Novembre ce ne sono stati tre.&#13;
GM: Tre. C’è quell ch’è ste gross.&#13;
DC: Il terzo è stato grosso grosso.&#13;
GM: Ecco dopo lì, da quel bombardamento lì, sono andato a lavorare alla Todt, alla famosa Todt.&#13;
DC: Dov’era la sede della, dov’è che ti sei iscritto?&#13;
GM: La sede della Todt, niente come quando, di toi uperaio la Todt allora.&#13;
DC: Sì, ma dove sei andato te materialmente a[unclear]?&#13;
GM: Alla Maddalena, allora c’era la colonia Maddalena. &#13;
Ui: Colonia Maddalena, ah, a Marebello.&#13;
GM: Marebello, lì dalle colonie.&#13;
DC: Lì era la sede della Todt. &#13;
GM: Lì c’era, lì c’era, erano tutti i campi da grano quelli, no. C’era la colonia poi erano tutti i campi da grano, una casina in fondo. Si contavano con le dita le case lì. E c’erano tutti i camion [unclear] perché Maddalena era il centro dove facevano i cassettoni per le, per armare, il cemento armato, hai capito.&#13;
DC: I getti di calcestruzzo.&#13;
GM: Lì c’erano tutti i falegnami e la manodopera come noi, la mattina ci prendevano, prendevano&#13;
DC: Quindi quello era il punto di ritrovo e da lì vi portavano dove.&#13;
GM: Quello il punto di ritrovo. Tutte le mattine noi andavamo giù, lì facevano l’appello, hai capito, ti chiamavano, e poi salivi, si saliva sui camion che c’erano tutti autisti della&#13;
DC: Camion tedeschi o?&#13;
GM: Camion tedeschi.&#13;
DC: Tedeschi.&#13;
GM: Erano camion tedeschi che erano, gli autisti erano prigionieri&#13;
DC: Ucraini.&#13;
GM: Ucraini, erano tutti ucraini. &#13;
Ui: Polacchi, robe così.&#13;
GM: [unclear] Non erano armati nè niente. Avevano una divisa nera così e facevano, e ci portavano là.&#13;
DC: Eravate in molti a lavorare lì alla Maddalena?&#13;
GM: Eravamo in parecchi. La mattina andavamo giù perché dopo da là c’erano tre, quattro fortini che erano tirati giù dopo la guerra.&#13;
DC: Dove?&#13;
GM: Per togliere il ferro.&#13;
Ui: Dove ’là’?&#13;
Gm: Dopo il ponte, sai dov’è il Carlini che fann le barche?&#13;
Ui: Sì.&#13;
GM: Ecco, là.&#13;
DC: Là c’erano quei quattro fortini con i cannoni dentro? &#13;
GM: Eh, quelli lì.&#13;
DC: Quelli che guardavano il mare? &#13;
GM: Noi facevamo quelli.&#13;
DC: Quelli, lavoravi in quelli? Ma lo sai che c’ha lavorato anche il mio suocero?&#13;
GM: Ah sì?&#13;
DC: Lui era di Viserba Monte.&#13;
GM: [unclear] lì lavoravano parecchi.&#13;
DC: Senti cosa mi ha raccontato lui, non so se questo lo puoi, c’era gente che lavorava che veniva anche da fuori. Lui m’ha detto:’Io lavoravo con uno di Bergamo, che aveva un bambino con lui’. Il figlio, perché si vede che non sapeva dove lasciarlo.&#13;
GM: Però dopo, la sede, si vede che c’erano dopo altri punti di riferimento per questa organizzazione.&#13;
DC: D’incontro. Lui mi sa che faceva dalla corderia.&#13;
GM: Ah dalla corderia, ho capito.&#13;
DC: Che era un altro coso grosso che usavano i tedeschi.&#13;
GM: Noi partivamo da là, dalla Maddalena e quando c’era l’allarme ci portavano a Viserba Monte. Ci caricavano, davano l’allarme, si andava in campagna perché non potevano.&#13;
DC: Quanti mesi hai lavorato con loro secondo te?&#13;
GM: Due mesi.&#13;
DC: Quindi sei arrivato?&#13;
Gm: Sì, a Dicembre, così mi sembra. &#13;
DC: Perché se hai detto dopo il bombardamento di fine novembre.&#13;
GM: Dicembre, gennaio.&#13;
DC: C’hai lavorato dicembre e gennaio probabilmente.&#13;
GM: Due mesi ho lavorato.&#13;
DC: Se, te hai lavorato sempre a quei fortini là a Rivabella.&#13;
GM: Sì, noi facevamo la calce praticamente ecco perché dopo tutto il legno venivano giù coi camion tutte ste cose già pronte, queste.&#13;
DC: Perché quelli erano grossi, quei fortini lì a Rivabella.&#13;
GM: [unclear] Erano grossi, sì, sì, erano grossi.&#13;
DC: Ho visto delle fotografie.&#13;
GM: Ce n’era uno anche qui.&#13;
DC: Hanno messo prima i cannoni dentro e poi gli hanno fatto il calcestruzzo, te ti ricordi? &#13;
GM: Quando hanno messo i cannoni io non.&#13;
DC: Te non c’eri.&#13;
GM: Io non c’ero più.&#13;
DC: Quindi prima [unclear]. Li hanno messi dentro dopo.&#13;
GM: Sì, dopo, dopo, li hanno messi dentro.&#13;
DC: Qui vicino&#13;
GM: Qui ce n’era uno più grosso, eh.&#13;
DC: Dove? Spiegami un po’, che mi interessa molto.&#13;
GM: Qui.&#13;
DC: Toh.&#13;
GM: Era ne, qui, sai dov’è il gas?&#13;
Ui: Sì.&#13;
Gm: Qui, c’è quella stradina che viene che c’è il divieto, lì, la prima strada.&#13;
Ui: Guarda, così guarda. Questa, allora questa è la ferrovia. Via Chiabrera.&#13;
GM: Chiabrera.&#13;
DC: Qui ci sono gli uffici del gas.&#13;
Gm: Del gas. Qui c’è&#13;
DC: E qui adesso c’è la rotonda.&#13;
GM: Sì.&#13;
DC: Dimmi un po’ dov’era?&#13;
GM: Qui c’ è la prima, la prima strada.&#13;
Ui: Sì.&#13;
Gm: Qui. Poi dopo, c’è la prima col semaforo, la seconda col semaforo.&#13;
DC: Sì.&#13;
Gm: La prima strada qui e il bunker era qui.&#13;
Ui: Ed era grosso quanto, secondo te?&#13;
Gm: Ah, era grosso.&#13;
DC: Una stazza così?&#13;
GM: Eh, anche più grande.&#13;
DC: Quindi questo era un bunker.&#13;
GM: L’hann buttato giù lì proprio quando sono venuto giù io.&#13;
DC: Questo è il gas.&#13;
GM: Qui &#13;
DC: Bunker.&#13;
GM: Quando sono venuto giù io dalla parte verso Riccione, l’hanno forato con due cannonate. C’erano proprio i &#13;
DC: I buchi.&#13;
GM: I buchi delle cannonate.&#13;
DC: Ma questo qui secondo te, doveva tenere un cannone o era più?&#13;
GM: Ma quello lì penso io che tenessero mitraglitrici credo.&#13;
Ui: Qui lungo la ferrovia, allora, [unclear] quello della frutta cinquanta metri più in qua attaccata alla ferrovia, un metro &#13;
GM: [unclear]&#13;
DC: Sì, c’è un fortino piccolo.&#13;
GM: Eh.&#13;
DC: Sono andato a fargli la fotografia.&#13;
GM: Sottoterra vai anche lì eh.&#13;
DC: Questo qui.&#13;
GM: Quello è profondo.&#13;
DC: Ha, il, la botola sopra.&#13;
GM: Sì, la botola sopra che c’era una mitraglia penso io.&#13;
DC: Secondo, o era una riservetta, dico, sì, secondo me lì sopra ci doveva stare la mitraglia.&#13;
GM: Lì c’era questa piatta, questa cosa tonda che si vede che c’era una mitragliera&#13;
DC: Da fronteggiare.&#13;
GM: A quarantacinque gradi, vai a capire, a novanta gradi, e in più c’era una casamatta dentro. Casematte erano tutte quelle tonde di ferro che erano&#13;
DC: A cupoletta così.&#13;
GM: Erano tonde, tonde, proprio tonde. E avevano una porta di otto, nove centimetri. Che noi, quando io lavoravo da [unclear] dopo la guerra.&#13;
DC: Andavate a recuperare la roba.&#13;
GM: Abbiamo tagliato ste porte per fare il tasso per raddrizzare il ferro, per battere il ferro&#13;
DC: Per lavorare &#13;
GM: Hai capito?&#13;
DC: [laughs] Quella era roba bona.&#13;
GM: Ce n’era una anche vicino il [unclear] dove c’era, dove finiva la mura del De Orchi.&#13;
DC: C’era un fortino lato mare?&#13;
GM: C’era una casamatta di ferro così.&#13;
DC: Allora questa è la De Orchi. &#13;
GM: Eh. Di dietro.&#13;
DC: De Orchi. Questo qui è il mare.&#13;
GM: Sì.&#13;
DC: Dov’è che era sto fortino?&#13;
GM: Questo è il mare, il fortino è, dunque questo è la De Orchi, qui, qui. Era qui.&#13;
DC: Questa era uno di quelli piccolini, cupoletta.&#13;
GM: Tutto ferro, tutto ferro.&#13;
DC: Ah, solo ferro.&#13;
GM: Solo ferro.&#13;
DC: Ah , ostia!, interessante. C’è una fotografia nei libri della guerra lì dei [unclear]? Bunker.&#13;
GM: Quello è tutto ferro, tondo. C’era&#13;
DC: Tutto ferro.&#13;
GM: Con porta di spessore da dieci centimetri.&#13;
Ui: E qui intorno ce ne erano degli altri che ti ricordi te?&#13;
GM: No, qui, qui, qui, e qui [unclear], no.&#13;
DC: Sai dove ce n’è uno ancora esistente?&#13;
Gm: Eh. &#13;
DC: In Via Zavagli. Te sei a monte e vai verso il mare.&#13;
GM: [unclear]&#13;
DC: Come passi il primo ponte della ferrovia, guardi sulla spallata così della ferrovia, c’è il fortino. A trenta metri dalla Via Zavagli. Ci sono andato dentro, ho preso le misure.&#13;
Gm: [unclear] perché io ho visto un altro coso come quello della [unclear]&#13;
DC: E’ fatto così a due livelli.&#13;
GM: Ho capito.&#13;
DC: Sopra il tetto ha, stranamente ha la porta verso il mare, che non è, sembra illogico. E’ così guarda. C’ha la porta qui così, &#13;
GM: [unclear] verso il mare.&#13;
DC: si alza un po’ e qui c’è la feritoia. E’ fatto così, tutto in calcestruzzo. E qui la porta e la feritoia guardano tutti due&#13;
Gm: E’ quello che te sei andato qui perché invece&#13;
DC: Invece quello è così, è un rettangolo praticamente smussato un po’ indietro così&#13;
GM: Sotto si va, si va giù coi gradini sotto da dentro nel recinto dalla casa.&#13;
DC: Ah, anche quello c’ha la porta qui.&#13;
GM: Quello c’ha la porta.&#13;
DC: E il buco qua sopra.&#13;
GM: C’ha la porta verso il mare.&#13;
DC: Verso il mare.&#13;
GM: Sì. Infatti&#13;
DC: Guarda, è a un metro dalla linea ferroviaria, dalla rotaia.&#13;
Gm: Quella casa lì l’ha presa uno, ma sotto c’ha fatto la cantina.&#13;
DC: Sì c’ha fatto la cantina, ma non è tanto grande questo eh.&#13;
GM: No. &#13;
DC: Questo sarà largo così, è più lungo, è un rettangolo ma non è molto largo. Non so se lo usavano come riserva per le munizioni.&#13;
GM: Può darsi, senz’altro. Senz’altro.&#13;
DC: Tuo babbo che lavoro faceva in quel periodo?&#13;
GM: Mio babbo lavorava all’aeroporto allora al tempo di guerra.&#13;
DC: Cosa faceva?&#13;
GM: Dava benzina agli aerei così, hai capito?&#13;
DC: Ostia! Ma va! &#13;
GM: Eh sì, perché, dopo lui è stato in Germania.&#13;
DC: Coso qui, Antimi&#13;
Gm: Antimi, il falegname?&#13;
Ui: No, Antimi, adess l’è mort pure et ma lui durante la guerra era sotto naja, era in marina. Antimi, aspetta eh, sta, stava di casa, hai presente la rotonda qui dell’ospedale?&#13;
GM: Eh.&#13;
DC: Vai verso Riccione. Una, prima di arrivare in Via Rimembranza, lui sta in una di quelle casette lì. In Via Fasola.&#13;
GM: Fasola?&#13;
DC: Sta, lui di casa durante la guerra.&#13;
GM: Ah, ho capito.&#13;
Ui: Era di quella famiglia che stavano lì di fronte alla Coca-Cola. Un pochettino più verso Rimini.&#13;
GM: Sì [unclear]&#13;
DC: E lui lavorava dentro l’aeroporto e, se ricordo bene m’aveva detto, che era assieme, cosa che c’era, c’è un meridionale qui a Bellariva che anche lui era, lavorava dentro l’aeroporto.&#13;
GM: In tempo di guerra?&#13;
Ui: Sì, non so se faceva il calzolaio.&#13;
GM: Ah, può darsi.&#13;
DC: Come cus ciema, è famoso qui a Bellariva, sicuramente te lo conosci ma adesso mi sfugge il nome, e lo stesso. E lui quindi metteva benzina negli aeroplani, faceva questi servizi così. Porcaccia loca!&#13;
GM: [unclear] dopo, sì, mio babbo nel prima ha lavorato anche con il comune di Rimini, però lavorava d’estate, sai il lavoro era quello lì in tempo prima della, in tempo di guerra o prima della guerra, [unclear] ogni tent, si muradure.&#13;
DC: Dove capitava.&#13;
Gm: Dop l’è andè in Germania, è stato due tre anni là.&#13;
DC: Faceva le stagioni o stava fisso?&#13;
GM: No, no, lui, lui lavorava in una fabbrica di, dove facevano i sommergibili.&#13;
DC: Ostrica! Ti ricordi in che città era?&#13;
GM: Era witt, eh Wittenberg.&#13;
DC: Tre anni filati è stato là?&#13;
GM: No, veniva a casa in licenza.&#13;
DC: Faceva le licenze. Porco boia!&#13;
GM: Lui e mio zio, tutti e due.&#13;
DC: Perché qua mancava il lavoro.&#13;
GM: Eh, qua mancava il lavoro, dopo ha fatto sta cosa. Il primo anno l’ha fatto a Villach, in Austria.&#13;
DC: E li che cosa, fabbrica di che cosa?&#13;
GM: Lì campagna.&#13;
DC: E mio suocero l’è andè in Polonia a piantar patè di un anno.&#13;
GM:  Anche lì fè in campagne dopo l’è [speaks dialect] il secondo turno l’ha fatto là in Germania.&#13;
DC: Perché pagavano più di qui.&#13;
GM: Ostia, pagavano [unclear] poi.&#13;
DC: Però mi ha detto mio suocero l’era un freddo&#13;
GM:Ah, l’era dura no però &#13;
DC: E’ arrivato là in maggio c’era ancora la neve dov’era lui.&#13;
GM: [unclear] Noi, io avevo tre fratelli, erano tutti e tre in Germania erano. Uno è rimasto anche fino la, il passaggio dei russi diciamo. [speaks dialect]&#13;
DC: [laughs] Dio poi!&#13;
GM: Hai capito? E invece gli altri due e mio babbo e mio zio, ce l’hann fatta a venire a casa [unclear]&#13;
DC: Dio poi! [laughs]&#13;
GM: Con una licenza e poi nel [speaks dialect]&#13;
DC: [speaks dialect]&#13;
GM: Sta bombardè forti là.&#13;
DC: Porcamiseria. La Germania dove c’erano le fabbriche l’hann rasa praticamente al suolo.&#13;
GM: L’hann raso al suolo.&#13;
DC: Il terzo bombardamento di Rimini, anzi forse è stato il secondo. Dei caccia di scorta hanno sganciato i [unclear] nella zona del Ghetto Turco.&#13;
GM: Sì, i serbatoi.&#13;
DC: I serbatoi. &#13;
GM: I serbatoi, sì sì.&#13;
DC: Ti ricordi di averlo visto te sta cosa?&#13;
GM: Sì sì. Che venivano giù sta cosa, puttana [unclear].&#13;
DC: Una signora. La Gattei [?], [unclear] la mamma di Gattei [?]&#13;
GM: Sì.&#13;
DC: [unclear], La mamma di Gattei [?] &#13;
GM: Sì.&#13;
Ui: Il coso, il vecchio bagnino di Bellariva.&#13;
GM: Sì sì.&#13;
DC: Lei mi ha detto: ‘io stavo là vicino al Ghetto Turco [unclear] abbiamo visto venire giù sti robi strani [unclear] ah, Dio poi! Ma venivano giù piano, che di solito le bombe, quando prendevano velocità, non le vedevi più no. E questa si continuava a vedere [unclear] sai che sarà, corri di qua, corri d’là, arrivano per terra, non succede niente. Allora tutti avevano paura, disi, scoppierà per terr. Allora dice che c’era un carabiniere là c’la dett: ‘[speaks in dialect] che vado a veder io. Tanto ormai sono vecchio, anche se muoio io’. Quand’è arrivato là ha capito che erano serbatoi di benzina. Dopo [unclear] che qualcosa hanno rimediato ma c’era rimasto poca roba.&#13;
DC: Quindi anche te li hai visti scendere?&#13;
GM: Sì sì.&#13;
DC: Si capivano che erano caccia su in alto?&#13;
GM: [unclear] quando c’era la, la formazione degli aerei, quella era per il terzo bombardamento adesso [unclear] perché [unclear].&#13;
DC: Cert. [laughs]&#13;
GM:  Mi ricordo che ero, ero lì dove c’è il semaforo adesso, no, la Via Rimembranza era tutta campagna. [speaks dialect] mi fa:’dio bono’, difatti venivano da Riccione e andavano verso Rimini. C’era la caserma Giulio Cesare, che c’erano ancora i soldati lì. H a dit, Puttana madonna guarda quanti aerei. E difatti si è visto proprio, io mi sono messo nel fosso, sembrava che queste bombe cadessero proprio sopra di noi. &#13;
DC: Dio poi!&#13;
GM: Puttana Madonna! [speaks dialect] Invece, hai capito, [unclear] vicino la mura della caserma, hai capito. Ah la Madonna! Era un bel disastro.&#13;
DC: Robe che non si dimenticano eh.&#13;
GM: Eh, non si dimenticano.&#13;
DC: [unclear]&#13;
GM: Ti faccio vedere un libro che ha scritto mio, un figlio di una mia cugina.&#13;
DC: Su questo argomento qui?&#13;
GM: Che racconta anche lui [unclear]&#13;
DC: Va la!&#13;
GM: Di questa. Tutti, ci sono tutti racconti, non so se tu l’hai visto quel libro lì.&#13;
DC: Come s’intitola?&#13;
GM: A m’arcord.&#13;
DC: Prova a far vedere, che mi interessa moltissimo. Che ci sia anche in biblioteca, l’avrà depositato.&#13;
GM: Non credo.&#13;
DC: Signora, voi di solito a che ora cenate, che non vorrei.&#13;
FS: Ma no no no, tardi.&#13;
DC: Tardi.&#13;
FS: Tardi, eh.&#13;
DC: [laughs]&#13;
FS: No no, non si preoccupi.&#13;
GM: Aspetta, ‘la città invisibile’.&#13;
DC: Ce l’ho.&#13;
GM: Ce l’hai?&#13;
DC: Ce l’ho. La scritto chi, tuo cugino? Tuo parente?&#13;
GM: No, c’è un racconto che è di un mio parente.&#13;
DC: Coso?&#13;
GM: Rodolfo si chiama.&#13;
DC: Francesconi?&#13;
GM: Francesconi.&#13;
DC: Te sei parente con Francesconi?&#13;
GM: Francesconi è il figlio di una mia cugina buona.&#13;
DC: Lo sai che io da un racconto [unclear] qui?&#13;
GM: [speaks dialect] Sarà zinquanta, sessanta anni.&#13;
Ui: Fa vedere la fotografia di Francesconi che di faccia non me lo ricordo.&#13;
GM: [unclear] vieni a pagina qua.&#13;
DC: Questo è bellissimo, sto libro qui. Il racconto di Rodolfo. Fa veder. Perché qui c’è un racconto anche di un altro di Bellariva.&#13;
GM: Germano Melucci.&#13;
DC: [unclear] sull’elenco non c’è.&#13;
GM: Stai qui, stai qui.&#13;
DC: Non l’ho trovato sul elenco telefonico.&#13;
GM: Te dè me il numero.&#13;
DC: Dio bonamma! Rodolfo, fa veder la foto.&#13;
GM: Questo è tutta, tutta storia, tutta la parentela anche il mia, la mi zia, che era su nona, hai capito? Dopo c’era mio cugino.&#13;
DC: Questo è ingegnere? No.&#13;
GM: No, lui no, lui è chimico credo.&#13;
DC: Ingegnere chimico. Sta a Riccione?&#13;
GM: Sì.&#13;
DC: Lo sai che io c’ho parlato con lui? &#13;
GM: Sì?&#13;
DC: E mi ha prestato il suo diario da fotocopiare?&#13;
GM: Ah sì?&#13;
DC: [laughs] Perché gli sono andato a chiedere se aveva voglia di raccontarmi. Lui mi fa, mi ha guardato, fa:’ma perché fa sta cosa?’ Dico: ‘Guardi, io sono un appassionato, io ho letto un libro che c’è’. E mi fa:’sa che sto diario l’ho dato alla biblioteca di Cattolica’ che dovevano fare qualcosa, tipo una pubblicazione così. Ma lo vuole leggere? Dico:’magari, se vuole, ma si fida?’ dico perché io lui non l’avevo mai visto, c’eravamo incontrati così per le mie ricerche. &#13;
GM: Sì sì sì.&#13;
DC: Me l’ha dato, mi ha prestato il diario, me lo sono, lui qui ha fatto la cronistoria di tutti gli aerei che ha visto cadere.&#13;
GM: Sì sì. [unclear] tutto. &#13;
DC: Ha fatto una roba fuori di testa. Ma ha visto un sacco di roba questo qui eh. Poi si erano spostati là nella colonia a Misano.&#13;
GM: Sì perché la colonia lì, perché mia zia.&#13;
DC: Ma pensa te, è tuo parente [laughs]&#13;
GM: Aveva sposato un Amati, no. I famosi Amati di Riccione.  &#13;
DC: Di Riccione.&#13;
GM: Anche parente c’è qualche [unclear] eccetera e praticamente il marito di mia zia era uno che stava bene, era uno che, una persona, un grande pescatore.&#13;
DC: Stava a Mirano mi sembra lui, Francesconi?&#13;
GM: Mirano, lui è stato&#13;
DC: C’ha lavorato?&#13;
GM: Francesconi era il babbo di Rodolfo, hai capito, che era un gerarca fascista. E’ stato in Libia, cred che sia mort, na, na, dop la guerra l’è torni. [speaks dialect] direttor l’Alitalia un per. Hai capito?&#13;
DC: Com’era, uno di quelli che &#13;
GM: Dopo mia cugina si era disunita da lui come&#13;
DC: Quest na, è Germano?&#13;
GM: Questo è Germano.&#13;
DC: Dio bonamma, l’ho cercato che gli volevo parlare. &#13;
GM: [unclear] sta zitta. Questo è un altro libro di chiesa, però racconta anche un po’ questo di bombardamenti. Questo è “una spiaggia, una chiesa e una comunità”.&#13;
DC: E chi l’ha, ah, Manlio Masini. Bravo che lui scrive &#13;
GM: Questo è ’43. Dal ’12 al ’43.&#13;
DC: E parla del [unclear], anche qui della guerra?&#13;
GM: Questo parla un po’ della guerra anche.&#13;
DC: Sei amico te con lui, lo conosci?&#13;
GM: Masini? No, questo qui me l’ha dato un mio amico che era un professore; Marcello [unclear] perché el cognom [speaks dialect]. Era, siccome faceva, d’estate faceva il, il, parlava bene l’inglese e il francese, faceva, lavorava per, con l’areoporto per le agenzie, ora ho fatto anche il tassista, te capì? Per sto [unclear]&#13;
DC: Per un certo periodo.&#13;
GM: E allora hai capito, beh comunque, c’è la storia di qualche bombardamento perché c’è anche Marvelli, che ha lavorato anche lui nella Todt.&#13;
DC: Ah, lui era ingegnere.&#13;
GM: Lui era ingegnere.&#13;
DC: Era lì alla cosa, alla Maddalena, come sede, lui? [unclear] in giro?&#13;
GM: Ma io non, io non me lo ricordo. Io ho letto qui che lui ha lavorato nella Todt.&#13;
DC: Sì ma l’hanno detto che lui era.&#13;
GM: Hai capito, ho letto qui che c’è un racconto.&#13;
DC: Forse lui magari era in una delle altre sedi.	&#13;
GM: Lui era ingegnere, hai capito, dopo parlava bene il tedesco lui perché la mamma era tedesca di lui.&#13;
DC: Ah, non lo sapevo questo.&#13;
GM: Hai capito.&#13;
DC: Fammi vedere il titolo che me lo scrivo. Allora, Manlio Masini, una spiaggia, una chiesa, una comunità. Fammi una cortesia.&#13;
GM: Dimmi.&#13;
DC: C’hai il numero di Germano, hai detto? &#13;
GM: Sì sì sì.&#13;
DC: Dammelo subito che così non mi dimentico che dopo, dopo di te, becco anche lui [laughs]. Che belle foto che ci sono.&#13;
GM: Qui ci sono anch’io in una processione.&#13;
DC: Ah sì? Te frequentavi la, il coso dei Salesiani?&#13;
GM: Io nel, nel ’38, quando ho passato la cresima, tutti [unclear] lì perché la chiesa era a Piazza Tripoli, noi qui non avevamo la parrocchia, hai capito?&#13;
DC: Non facevate con la Colonnella?&#13;
GM: No, la Colonnella era dalla parte di là. La Via Rimembranze era, una parte della ferrovia in là era Colonnella e fino, sulla destra era Colonnella e sulla sinistra era Piazza Tripoli. Comunque&#13;
DC: Ah, quindi te eri collegato là.&#13;
GM: Io ero collegato con la chiesa di [unclear], quindi Germano, Germano, Germano, Germano, 380424.&#13;
DC: E abita anche lui in questa via qui?&#13;
GM: Lui abita dirimpetto [unclear] c’è pure il tabaccaio che fa angolo qui.&#13;
DC: Sì.&#13;
GM: C’è un tabaccaio no. La stradina lì, la seconda casa, c’è un cancello con l’automatico.&#13;
DC: Con l’automatico. Ah, dio bo, lo chiamo eccome. Lo sai che l’ho cercato anche sotto Riccione, [unclear] siccome quelli lì sono quasi tutti di Riccione, dico, si vede che sta a Riccione [unclear]&#13;
GM: [unclear] Ha il distributore a Riccione.&#13;
DC: Ah. &#13;
GM: Allora uno c’ha regalato il libro, lui, me l’ha dato lui sto libro.&#13;
DC: E’ bellissimo.&#13;
GM: E allora dopo [unclear] ho letto tanti &#13;
DC: Questa storia qui.&#13;
GM: Eh.&#13;
DC: Il racconto di Dino, questo.&#13;
GM: Sì?&#13;
DC: Che era il fabbro di Spontricciolo.&#13;
GM: Spontricciolo.&#13;
DC: Lui, assieme ad altri due, ha tenuto nascosto un americano per tre mesi, un aviatore che si era buttato il 5 giugno del ’44 nella zona di Ospedaletto. Erano in dieci, sei li hanno catturati subito, quattro &#13;
GM: [speaks dialect]&#13;
DC: Era, ma adesso arriviamo anche lì, &#13;
GM: Quando zè rivà, in che periodo che è caduto l’aereo?&#13;
DC: Cinque giugno ’44.&#13;
GM: Difatti, quando il fronte è passato in&#13;
DC: In settembre.&#13;
GM: In settembre&#13;
DC: Qui hanno combattuto a [unclear] dai primi di settembre.&#13;
GM: Era una fortezza volante.&#13;
DC: Era una fortezza volante.&#13;
GM: L’è cascè [speaks dialect] perché una volta c’era una fortezza volante, noi da porta san marino&#13;
DC: Vedevate tutto.&#13;
GM: Prendevamo una galleria che aveva tutto lo sbocco e abbiamo visto tutta la battaglia dei carri armati, si vedeva tutto, hai capito? E poi, era uno che aveva un binocolo buonissimo [unclear]&#13;
DC: La galleria quale, quella del Borgo Maggiore?&#13;
GM: No, era l’altra.&#13;
DC: [unclear] al convento dei frati?&#13;
GM: No. Dunque partiva, dal Borgo Maggiore partiva, dunque, petta,&#13;
Ui: Ce n’era una che faceva tutto il giro del monte &#13;
GM: No, Il nostro giro, la nostra galleria, quando tu venivi giù dalla città,&#13;
DC: Sì.&#13;
GM: Da San Marino, per andare già nel borgo, prima di prendere la penultima curva che [unclear] il borgo&#13;
DC: Che fa tutto il giro&#13;
GM: Sotto quel, quel coso lì c’è l’entrata di questa galleria&#13;
DC: Che fa tutto il giro del monte&#13;
GM: Che va, va a finire&#13;
DC: Al convento di Valdragone. Mi sembra, no?&#13;
GM: No, no, no, no, quello va a finire a Santa Mustiola. E prende un’altra galleria ancora che va nel borgo dopo.&#13;
DC: Ho capito.&#13;
GM: Ce n’erano due, hai capito, uno attacca l’altra.&#13;
DC: Quindi voi eravate dalla parte che guarda verso il mare.&#13;
GM: Noi guardavamo, sì, noi guardavamo verso il mare perché eravamo, quando uscivamo dalla galleria c’era uno spiazzale lì. Vedevamo il mare, Serravalle, e vedevamo, e se andavi su poi dopo vedevi anche Riccione eh cioè, però dovevi andare sulla strada, hai capito.&#13;
DC: Sì.&#13;
GM: Perché c’era la strada lì. Era una galleria che era ottocento metri credo, faceva un ferro da cavallo faceva&#13;
DC: Sì, girava intorno al monte, &#13;
GM: Sì.&#13;
DC: Praticamente.&#13;
GM: E vedevamo tutto Verucchio, tutto il Montebello, tutte le cose lì, tutti i compartimenti.&#13;
DC: Era una zona praticamente.&#13;
GM: Dalla galleria vedevi proprio i ultimi tedeschi scappava via&#13;
DC: E parlami di quel [unclear], di quella fortezza volante.&#13;
GM: Di quella fortezza volante, allora, è successo che sta fortezza volante andavano verso&#13;
DC: Verso sud.&#13;
GM: Verso sud.&#13;
DC: Stava rientrando da un bombardamento.&#13;
GM: Stava rientrando da un bombardamento. E questa che è qui ha preso verso la campagna qua, verso Cerasolo, su, su, e andava verso l’Arno. E poi tutta una volta si sono buttati via sti [unclear]&#13;
DC: Paracaduti.&#13;
GM: L’apparech andava verso Cattolica così, hai capito, [speaks dialect] quel casca.&#13;
DC: C’erano due caccia che lo attaccavano sta fortezza volante o era da sola?&#13;
GM: No, era da sola la&#13;
Ui: Allora è quello lì. Hai visto quello lì.&#13;
GM: Era da sola. &#13;
DC: Perché un mese prima ce n’era stato un altro sempre [unclear]&#13;
GM: Per me quella lì è stata colpita dalla contraerea.&#13;
DC: E’ esatto.&#13;
GM: E’ stata.&#13;
DC: A Bologna. &#13;
GM: Eh, difatti.&#13;
DC: Era andata a bombardare a Bologna.&#13;
GM: [speaks dialect] questo [speaks dialect] si vede che c’era qualcosa che non andava.&#13;
DC: I colleghi di, gli altri aeroplani che erano più avanti,&#13;
GM: Sì.&#13;
DC: Perché  lui era rimasto attardato, &#13;
GM: Sì.&#13;
DC: Che non gli andavano i motori.&#13;
GM: Difatti [unclear] questo era lì per [unclear].&#13;
DC: Hanno scritto che era esploso in volo l’aereo. Te ti, quando è andato sul mare, secondo te, è andato giù nell’acqua o l’è sciupè?&#13;
GM: Io non ho visto [unclear] perché io [unclear] orca madonna butta zò [unclear] dopo hann detto che poi un po’ li hanno presi.&#13;
DC: Sei li hanno presi. Tre sono finiti a Monte Grimano e sono stati nascosti da un signore, con cui ho parlato, che li ha tenuti in casa&#13;
GM: [unclear]&#13;
DC: E il quarto era quello che ha aiutato lui.&#13;
GM: Ha avuto un bel coraggio.&#13;
DC: Quelli si sono incamminati, sono riusciti ad arrivare all’interno. Dopo hanno trovato dei partigiani che li hanno portati a Monte Grimano, in sta famiglia che stavano in una casa isolata. E lì sono stati circa due mesi. Poi dopo è arrivato il fronte e sono riusciti a consegnarsi. Lui invece che era rimasto aiutato da uno lì che era nella zona, questo, Dolci&#13;
GM: Sì, sì, sì.&#13;
DC: Questo, il Dolci di soprannome, era sfollato a Mulazzano. &#13;
GM: Ho capito.&#13;
DC: Dice, sono andato giù, per vedere dove erano atterrati sti aviatori. Dice, l’er ved un camion fascisti e tedeschi, ia ciap su, erano nel grano, dice, hann tirato, c’hanno mitragliato sopra in alto no questi col fazzoletto bianco così si sono arresi, dice, li ha ciap, ha detto, torno su a Mulazzano. Arrivo a Mulazzano e trovo un signore con la bicicletta che mi fa: ‘te’, siccome lui dava in giro i giornali proibiti, L’Unità così, faceva propaganda no, non era un partisen però si dava da fare e dai, lui era giovane.&#13;
GM: [speaks dialects]&#13;
DC: [speaks dialect] [laughs] Allora mi dice: ‘mi avvicina un signore con la bicicletta ha detto: ‘te che sei un partigiano, hai presente il Ristorante Vannucci a Mulazzano?&#13;
GM: Sì.&#13;
DC: Dietro il ristorante Vannucci, giù nella scarpata c’era questo aviatore, che qui c’è anche la fotografia, che si era slogato una caviglia e non riusciva a camminare. Diceva: ‘anda zì e aiutè perché quello non ries a moversi’ e da lì è nata la storia. E lui e gli altri, e un altro me l’ha raccontata tutta, ha fatto un libretto che ho depositato in biblioteca.&#13;
GM: Qui c’erano partigiani uno che faceva il tassista con me, lui è, per dire, che poi va detto, si chiamava Amati, Amati Gino, se tu guardi anche sul computer c’è Amati Gino &#13;
DC: A Rimini?&#13;
GM: Rimini sì. Era assieme con i tre che hanno impiccato lui eh. Quelli che sono scappati, è scappato via [unclear]&#13;
DC: Che è riuscito a&#13;
Gm: Scappar via a bruciapelo. La storia di lui.&#13;
DC: Lui è ancora vivo?&#13;
GM: No, è morto&#13;
DC: Vacca boia!&#13;
GM: E’ morto due, tre anni fa. E [unclear] dimmi Gino, insomma quante semo partigiani? [speaks dialect] durant la guerr eran tut partigien. [speaks dialect] In partigien sem sette o otto.&#13;
DC: [laughs]&#13;
GM: Quei poveracci che hanno ammazzato che poi delle grandi azioni non le hanno fatte.&#13;
DC: Grandi azioni qui a Rimini non le hanno fatte. Tagliavano i fili del telefono, mettevano i chiodi&#13;
GM: Bolini con la mazzetta, [unclear] fucilè fradè per sbai.&#13;
DC: Chi Bolini?&#13;
GM: Quelli di Bolini che&#13;
DC: Ciavatta.&#13;
GM: Ciavatta. Però&#13;
DC: [unclear]&#13;
GM: Era imparentato coi Bolini&#13;
Gm: Ciavatta er, erano quattro o cinque fratelli, no, la sai la storia&#13;
DC: Te li conoscevi, sì, me l’hanno raccontata.&#13;
GM: Io ho preso la pensione da loro quando &#13;
DC: Quando hai cominciato &#13;
GM: Quando hanno incominciato a fare la pensione a Marebello.&#13;
DC: Ah, Marebello avevano loro?&#13;
GM: Avevano la Pensione Emma lì no, che c’è ancora. Era dei Ciavatti quella lì.&#13;
GM: Che dopo poi loro ne hanno fatto un’altra là a Rivazzurra. E quella lì l’han venduta e noi l’abbiamo preso da lui in affitto quando&#13;
DC: Ho capito.&#13;
GM: Dopo l’ha presa una certa Giunchi e allora lì mi ricordo che ancora c’era ancora la mamma che era ancora [unclear]&#13;
DC: Poi con la storia che il fratello non si era consegnato [unclear]&#13;
GM: [unclear]&#13;
DC: E non tocchiamo questo discorso che qui siamo sul personale, dopo.&#13;
GM: E allora voglio dire che c’entravano [unclear] i partigiani, a volte [unclear] ah ma sei partigiano, ma che partigiano [unclear]. La battaglia [unclear].&#13;
DC: Durante il terzo bombardamento di Rimini i caccia tedeschi, te non so se te ne sei accorto,&#13;
GM: Caccia tedeschi.&#13;
DC: Caccia tedeschi hanno attaccato la formazione e hanno abbattuto due bombardieri, due fortezze volanti che sono andate a cadere, una a Città di Castello e una a Campo, che è verso&#13;
GM: Quello, quando è stato quel bombardamento lì?&#13;
DC: Quello è stato il 27 Novembre del ’43. Poi dopo ci sono stati quelli grossi&#13;
GM: Infatti, però hanno buttato giù anche un caccia tedesco che c’era un, c’erano i caccia della&#13;
DC: Della Repubblica Sociale. &#13;
GM: Della Repubblica Sociale.&#13;
DC: Quel giorno secondo te, è caduto?&#13;
GM: [speaks dialect]&#13;
DC: E dove sarebbe caduto questo aereo lì?&#13;
GM: Sarebbe caduto là verso San Marino credo, sia caduto là a Fiorentino, penso io.&#13;
DC: Dietro San Marino, due aerei della Repubblica Sociale sono caduti, abbattuti per sbaglio dai tedeschi. Pensa te. Uno è caduto verso Montecopiolo e uno una decina di chilometri più in là. Questi italiani della Repubblica Sociale Italiana stavano inseguendo, &#13;
FS: Oh ciao!&#13;
DC: Ciao, salve, non salve, ciao [laughs], te, scusami, sai. C’hai il babbo che, è uno classe 1929 che può raccontare un sacco di robe e non m’hai mai detto niente?&#13;
SFS: Eh, certo, come no.&#13;
DC: Eh no, no. [laughs]&#13;
FS: Ne abbiam parlato, ne abbiam parlato. &#13;
DC: Come stai?&#13;
FS: Bene, te?&#13;
DC: Non c’è male.&#13;
FS: Come va il tuo libro?&#13;
DC: Eh io due, ho depositato due libri in biblioteca.&#13;
FS: Ah sì?&#13;
DC: Sì.&#13;
FS: Dai, ma due.&#13;
DC: Raccogliendo le robine così ma robine così da bastare eh&#13;
FS: Vabbè, ma sei un appassionato infatti la Patrizia è mia amica la Patrizia, quella bionda bionda della biblioteca &#13;
DC: Ah sì, la [unclear]&#13;
FS: La [unclear]&#13;
DC: [unclear] &#13;
FS: Mi dice sempre perché una volta così abbiamo parlato. Mi fa, ma dai ma [unclear] parlare di storia perché anche lei è laureata in, proprio in storia moderna, hai capito, la sua specializzazione. E allora faceva: ‘Ma dai non lo conosci, non, coso, Celli, no, ti ricordi, ‘come non lo conosco’, ha detto, è anche venuto a casa mia per, che facevi l’albero.&#13;
DC: Sì che facevo le ricerche &#13;
FS: Le ricerche. E infatti allora insomma.&#13;
DC: Allora mi faccio raccontare anche dal tuo babbo quello che ha passato lui. Dio bon, c’ha una memoria della Madonna, il tuo babbo.&#13;
GM: [unclear]&#13;
FS: Il mio babbo, ha su quelle cose lì il mio babbo, mio zio Luciano di là, dio bon, chi li ferma più. Infatti fai bene, stai facendo un [unclear]&#13;
DC: Io adesso raccolgo, dopo vedrò. &#13;
FS: Vedrai.&#13;
DC: Adesso intanto cerco di raccogliere.&#13;
FS: Ah bene bene bene. Poi dopo fa. Adesso qua che li verrai a vedere, eh, quei depositi là?&#13;
DC: [unclear]&#13;
FS: Devi chiedere alla Patrizia.&#13;
DC: Fammi vedere i libri di Celli. Ma ti dico, io non sono bravo a scrivere, quindi, è giusto per non perdere la memoria di quello che mi racconta.&#13;
FS: Eh, hai fatto bene. Le hai praticamente solo depositato come documento.&#13;
DC: Come documento. &#13;
FS: Come documento che se uno vuole reperire delle cose, no? Un ambientazione.&#13;
DC: Se uno vuole fare una ricerca sul passato bellico di Rimini, lì ci sono delle notizie. &#13;
FS: Come no, come no.&#13;
DC: E uno, che dicevo adesso al tuo babbo, è nato da una storia che ho letto su sto libro qui. Qui c’è uno che ha aiutato un americano &#13;
FS: E chi è, perché adesso non ho gli occhiali, città?&#13;
DC: ‘La città invisibile’. &#13;
FS: ‘invisibile’. L’ho sentita dire. E chi è l’autore?&#13;
DC: Fabio Galli, Glauco Galli.&#13;
GM: Glauco Galli.&#13;
FS: Glauco Galli. &#13;
DC: Deve essere uno che [unclear] dalla politica e adesso penso che abbia una carica a livello di provincia o di regione.&#13;
GM: Ah sì?&#13;
FS: Può essere.&#13;
DC: Deve essere un politico lui. &#13;
FS: Ma guarda. Bene allora quando mi capita, io vedo sempre, al sabato sono andata a trovare la Patrizia, adesso me li faccio vedere quei libri. &#13;
DC: Uno non te lo daranno sicuro perché è in unica copia ma il secondo che ho fatto su quella storia lì, è in duplice copia, quindi uno può uscire. Poi se lo vuoi, se mi dai l’indirizzo di posta elettronica, ti mando il pdf, te lo leggi così.&#13;
FS: Ah, beh dai, scrivilo. Daniela, no aspetta, danimurat&#13;
DC: Danimurat&#13;
FS: Danimurat, con una t, @alice.it. Ecco, a posto.&#13;
DC: Ti mando le ultime due che ho fatto.&#13;
FS: Grazie.&#13;
DC: Anzi, sono tre depositate in biblioteca. Uno che stava lì [unclear] Pino Burdon, adesso sta qui in Via Carlo Porta [unclear]. Lavorava da Ciavatta, quelli che facevano le reti dei letti. &#13;
GM: Burdon. Pino. &#13;
DC: Fabbri, la, sua moglie qui in Via Carlo Porta doveva avere un negozietto di mercerie mi sembra, c’hai presente?&#13;
GM: Burdon. Stavano in Via Pesaro una volta.&#13;
DC: Ma forse quello sarà un altro parente, qualcosa di collegato, mi aveva raccontato una storia durante ste ricerche che mi aveva incuriosito tantissimo ma non riuscivo a trovare riscontri. Lui aveva visto passare sul mare un aereo tedesco con sei motori, bassissimo, perché c’erano le nuvole che erano&#13;
GM: Allora avevano i sei motori?&#13;
DC: Avevano[unclear] aerei da trasporto di quella stazza lì.&#13;
GM: Sì ne avevano.&#13;
DC: E’ andato a sbattere contro il coso di Gabicce.&#13;
FS: Davvero, la cosa, il monte lì?&#13;
DC: Sì, ho sentito con dei ricercatori storici di areonautica, non lo sapeva nessuno di sta storia qua. E allora, cerca, cerca, cerca, ho trovato uno di Gabicce che lui personalmente non se lo ricordava, però c’era un suo vicino di casa che gli aveva raccontato sta storia. Ci siamo messi in contatto, siamo andati a fare un sopralluogo, mi ha fatto vedere dove era caduto, ho chiamato i miei amici di Bagnacavallo col metal detector, sono venuti, abbiamo trovato i pezzi, e c’era un testimone oculare che ci ha detto dov’era caduto quindi sapevamo che era lì e poi dopo guardando su internet, al cimitero tedesco della Futa, tra Bologna e Firenze, c’era, c’erano nove militari morti il 16 dicembre del ’42 e ho trovato il riscontro di quei nove lì, registrati nel cimitero di Pesaro perché un mio amico delle Marche, che ho contattato attraverso internet, chiedendogli se sapeva di sta storia, perché non riuscivo a trovare riscontri. Lui me l’aveva raccontato, questo qui di Bellariva e non c’era, non riuscivo a trovare né una data &#13;
FS: Certo, non riuscivi a trovare riferimenti.&#13;
DC: Riferimenti per approfondire la ricerca.&#13;
FS: Eh certo. &#13;
DC: Allora, un mio amico bravo, uno di quelli con il metal detector, che si sa spatacare bene con internet, ha trovato sti nove caduti cinquanta chilometri a sud di Rimini. Cinquanta chilometri serìa Fano però Gabicce, poi con quell’aereo lì ne è caduto uno solo qui intorno. E dopo ho sentito anche quelli del cimitero.&#13;
GM: [unclear]&#13;
DC: Andavano giù in Sicilia.&#13;
FS: Ma no, me l’aveva raccontato coso a me, [unclear] una volta&#13;
DC: Mulazzani?&#13;
FS: Mulazzani perché io una volta&#13;
DC: Di sto aereo con sei motori?&#13;
FS: No, che passavano questi aerei. Che lui si ricordava&#13;
DC: Andavano giù. Seguivano il mare, la costa.&#13;
FS: Ma aveva parlato anche di una rotta. Adesso a m’arcord perché avevo scritto per la Granzela no, il giornalino facevo perché intervistavo [unclear] anch’io dei personaggi ma giusto a livello di narrativa, non di storia. Però naturalmente quando che ne so, magari intervistavo Mulazzani o mio zio, erano tutte cose legate alla guerra perché per loro era un ricordo vivo.&#13;
DC: Era qualcosa che, ecco, esatto.&#13;
FS: Quindi mi raccontava di questo, di questi aerei&#13;
DC: E insomma, dopo ho sentito quelli del cimitero di Pesaro. Gli ho detto, guardate, io ho trovato sto riscontro di nove caduti perché questo, l’amico delle Marche mi ha detto:’Guarda, io non so di questo aereo caduto, però ho trovato nelle mie ricerche un servizio su Il Corriere dell’Adriatico che parlava di un funerale di tedeschi ma non diceva né dove erano morti e né di che aereo erano’. Però un numero così, guarda, alcuni tedeschi, il funerale. Allora con quell’articolo lì, sentendo col cimitero se trovavano riscontro con la data di quell’articolo, mi ha trovato gli stessi che erano su al cimitero del Parco della Futa. Lì c’era scritto che era un aereo con sei motori perché c’era la sigla dell’aereo e quindi si è chiuso il cerchio.&#13;
FS: Si è chiuso il cerchio.&#13;
DC: E dopo ho presentato anche quella lì [unclear].&#13;
FS: Che bella questo.&#13;
DC: Ti mando anche quella.&#13;
FS: Ma questo, guarda, stai facendo un lavorone.&#13;
GM: Sì, anche a San Marino è caduto uno.&#13;
DC: Sì, è andato a sbattere contro la montagna un giorno che c’era nebbia. C’è, nel cimitero di San Marino c’è &#13;
GM: C’è l’elica.&#13;
DC: La tomba con l’elica. Sono andato a fargli la fotografia. &#13;
GM: Ah sì?&#13;
DC: Quei miei amici col metal detector hanno fatto un libro su tutti gli aerei che hanno censito loro.&#13;
GM: Su quella collina, sotto la città&#13;
DC: Montecchio si chiama lì, mi sembra.&#13;
GM: Non so. Dove ero io, io ero a Le Piagge, [unclear] che è poco lontano dal centro, no, dal paese e c’è una collinetta, hai capito, che si va giù a Santa Mustiola lì e st’aereo [unclear] quella volta.&#13;
DC: Veniva dalla zona di Ravenna e stava rientrando anche [unclear].&#13;
GM: Ma io penso che era uno di quei bimotori,&#13;
DC: Bimotori, bravissimo.&#13;
GM: Pippo, Pippo il bombardiere, che faceva [unclear], butteva zò una bomba.&#13;
DC: Buttava una bomba di cla, una bomba di là,&#13;
GM: Sempre quel fazeva.&#13;
DC: E disturbava il sonno della gente.&#13;
GM: Buttava i bengala, che s’illuminava tutto, no e poi faceva un giretto e [makes a booming noise] [unclear].&#13;
DC: Ma sai che quegli aerei&#13;
GM: Al Ponte di Verucchio, quando noi eravamo nella galleria, [speaks dialect]&#13;
DC: [laughs] &#13;
GM: Hai capì, ecco, arriva Pippo buttava zò i bengala e poi [makes a booming noise] e no i ne ciapava mai quel ponte, l’ha fat saltar per aria i tedeschi &#13;
DC: I tedeschi quando si sono ritirati&#13;
GM: Quando si sono ritirati. Hai capito?&#13;
DC: M’ha detto uno che stava dalla parte di là, m’ha detto, [unclear], i pezzi della roba che sono saltati, ha detto [unclear], ha detto, anche loro, ha detto, abbiamo visto un sacco di attacchi su quel ponte e non l’hann mai ciap.&#13;
GM: Non la mai ciap. Tutta scena [unclear] &#13;
DC: [speaks dialect]&#13;
FS: Ma pensa te. Bravo. Allora bene. &#13;
DC: Ti mando se c’hai voglia di leggere qualcosa&#13;
FS: No, ma è interessante, no ma mi piace molto la tua passione, no, perché io ce l’ho con i libri quella passione lì, nel senso come ricerca degli scritti, delle, no, a chi appartengono. Adesso non le faccio più quelle ricerche lì, però prima mi piaceva. E dai, è bello, è bello quando scopri, no&#13;
DC: A me piace tantissimo.&#13;
FS: Che arrivi, come hai detto te, che [unclear]&#13;
DC: Che riesci a trovare i riscontri&#13;
FS: Arrivi al, che ne so, al manuscritto del, questo [unclear] l’ha scritto quello, per dire.&#13;
DC: Io al tuo babbo gli ho chiesto per telefono, sai di quei due fucilati perché.&#13;
GM: Ho dunque quelli lì, sì io ho sentito un paio di volte&#13;
DC: A colonia De Orchi hanno [unclear] ragazzi&#13;
GM: Però, ho chiesto a mio fratello anche perché [speaks dialect] che cla volte hanno amazzè tutti a De Orchi perché io mi ricordo, quando sono venuto giù dalla guerra diciamo che siamo venuti che son venuto giù prima io dei miei, di mia mamma e di mio babbo, no, mio babbo era venuto giù, di mia mamma. Era passato mio cugino che andava dal dottore a San Marino perché aveva un infezione in un occhio e lui stava [speaks dialect]&#13;
DC: Al pedrune&#13;
Gm: Al pedrune. E io sono andato con lui che pioveva come oggi così. Siam passati tutta la campagna dove c’erano ancora le mine, i mort ancora mess a gambe de fura, &#13;
DC: Dio poi!&#13;
GM: hai capito? &#13;
DC: Cos’hanno visto questi.&#13;
FS: [unclear]&#13;
GM: Proprio c’era ancora.&#13;
DC: Tutto così, era successo da poco &#13;
GM: Il mio babbo, [unclear] con un casco su un bastone, &#13;
DC: [unclear] Un bastone.&#13;
GM: Per gli inglesi metteva il casco inglese, se eran tedeschi metteva il casco tedesco.&#13;
DC: [speaks dialect]&#13;
GM: [speaks dialect]&#13;
DC: I tedeschi li lasciavano così più che altro, m’hann detto.&#13;
GM: Sì guarda. E voglio dire che sono venuto giù e dopo che dopo, il giorno dopo sono andato a prendere la bicicletta [speaks dialect] alla dugena da una mia zia che era sfollata lì. I cupertun [unclear]&#13;
DC: [unclear]&#13;
GM: Allora [speaks dialect] cercione&#13;
FS: Madonna.&#13;
GM: [speaks dialect]&#13;
DC: [unclear]&#13;
GM: Strada vecchia di San Marino che era tutta una colonna di carri armati. [unclear] Puttana Madonna [unclear]&#13;
DC: Loro ce l’avevano la roba, eh.&#13;
GM: Tanta roba che ha questi qui. Ti facevi il coso coi tedeschi che erano ridotti [unclear]&#13;
DC: All’osso. [unclear]&#13;
GM: Con le vacche&#13;
DC: Con le vacche [unclear]&#13;
GM: Che dopo [unclear] ero arrivato lì alla Grotta Rossa, me davano cioccolata, m a’rcord ne [speaks dialect] sta bicicletta cerciun [unclear]&#13;
FS: Cioccolata [unclear] ce la puoi fare.&#13;
DC: Ma chi che l’aveva mai vista, la cioccolata?&#13;
GM: Non l’avevo mai vista la cioccolata. Hai capito?&#13;
DC: [laughs] [unclear] E allora che cosa ti diceva tuo fratello di quei due?&#13;
GM: Mi diceva:’Na, [unclear] &#13;
DC: No, no [unclear]&#13;
GM: Perché Gino, ma perché lui era in ferrovia mio fratello, no, aveva, era giovane, [unclear] diciassett diciotto anni. Però lui prendeva tutti i treni, tutti i giorni il treno poi passava da mia nonna che era ancora qui e poi dopo ogni tanto veniva a vedere della casa e poi andava a prendere il trenino per venire su a San Marino, noi dopo eravamo a San Marino.&#13;
DC: Finché ha funzionato.&#13;
GM: E lui sapeva più informazioni. Lui ha detto che:’No, lì l’unica cosa è che hanno ammazzato, sono stati quei tre tedeschi che tenevano la resistenza da [unclear] che poi erano seppelliti lì vicino [unclear] &#13;
DC: Come mi dicevi, me l’ha detto Zangeri, che li hanno seppelliti lì dove c’era quel traliccio&#13;
GM: Sì bravo.&#13;
DC: Davanti a Papini la, coso lì.&#13;
GM: Sì, erano tre tedeschi lì.&#13;
DC: Guarda che è vero quello della fucilazione.&#13;
GM: Sì, quello della fucilazione può essere, però la ricerca non c’è di quelli lì.&#13;
DC: Adess sta a sentire cosa mi è capitato. Il primo che mi ha raccontato di questa cosa è stato Tonino Baschetta, quello che fa i cesti a [unclear].&#13;
GM: I cesti.&#13;
UI. Lo conosci?&#13;
GM: Sì sì.&#13;
DC: Sandrini lì. [unclear] poliziotto [unclear] suicidato.&#13;
GM: No, non lo conosco.&#13;
DC: Sandrino, due anni meno di noi aveva.&#13;
GM: [unclear]&#13;
DC: Tonino Baschetta sta qui in Via Davanzati, qui, è vicinissimo. Qui, e lui [unclear]. Quando noi eravamo bambini avevano la bottega attaccata al Bar Vici. L’alimentari.&#13;
FS:  Ah. Eh. Eh.&#13;
DC: Suo figlio, lui quando era bambino dice, loro stavano lì vicino alla Corial, sopra la [unclear]. Dice, c’avevano i tedeschi in casa perché venivano su dal fronte, si schiaffavano nelle case del contadino e dice, cosa faccio io ero diventato amico con loro, molti erano giovani cosa facevano la mattina presto? Prendevano i loro carri, andavano già verso Marina centro, le case con i bombardamenti erano tutte disabitate, spaccavano la porta, entravano, portavano via di tutto. Dice, facevano dei carri di roba. Arrivavano lì a casa mia, facevano le casse di legno, schiaffavano roba dentro, portavano alla stazione e mandavano in Germania. Fa, ma sono stati lì da me due tre mesi, dice, la roba, la roba che hann port via, io andavo con loro, ha detto, perché ero giovane. Un giorno tornando con sti carri, arrivano lì vicino al tiro a volo, un tedesco in mezzo alla strada li ferma, sentono la scarica di fucile e poi li fanno passare. Quando arriviamo davanti, [unclear], li hanno fucilati tra la colonia e il gruppo di bagni che c’è verso il distributore di Giorgio.&#13;
GM: Sì sì sì.&#13;
DC: Lì contro il muro li hanno fucilati. &#13;
GM: [unclear] anche a me avevano detto così.&#13;
DC: E lui mi ha detto: ‘Il tedesco, quando siamo stati lì vicino, mi ha messo le mani sugli occhi ma io sono riuscito a vedere. C’erano due ragazzi stesi per terra. Dicevano che erano due toscani che li avevano presi a tagliare i fili del telefono dei tedeschi e li hanno fucilati. Invece, avevo mandato, sapendo, pensando che fossero partigiani, ho mandato mail all’ANPI di Ancona, all’ANPI di, tutto qui intorno,&#13;
FS: Sì sì sì.&#13;
DC: All’ANPI di Firenze, all’ANPI di Ravenna, non mi ha rispost nienche nissun. Solo un istituto di Ravenna mi ha dato risposta che loro non conoscevano sta storia. Un giorno, leggendo un libro di Forlì, di Mambelli che ha fatto la cronistoria di quello che succedeva soprattutto a Forlì, ma due libri più grossi di quello, con un sacco di dati interessantissimi. Trovo, tre marzo 1944, fucilati due ragazzi a Forlì e di uno c’era anche il nome. Erano di Faenza. Questi qui probabilmente erano, si erano dovuti arruolare nella Repubblica Sociale verso, quando te ti sei iscritto nella Todt. Molti per non dover farsi richiamare, andavano nella Todt perché lì eri esentato dal presentarti. Questi qui probabilmente hanno cercato di scappare via, li hanno presi e li hanno fucilati. Quindi su quel libro ho trovato un nome, vado al cimitero di Rimini, c’era il nome lui e di quell’altro. Quindi son i due nomi, erano tutti e due del ’25, avevano diciannove anni e li sono venuti a riprendere i familiari dopo nel ‘45, dopo la guerra. Ho conosciuto [unclear]&#13;
GM: E allora come diceva quello lì che li hanno fucilati &#13;
DC: Li hanno fucilati lì contro il muro&#13;
GM: Alla fine del De Orchi e l’altra palazzina.&#13;
DC: Sono entrato in contatto con uno di Faenza, gentilissimo, che mi ha mandato anche dei dati su Rimini che li ha rimediati non so dove, e lui mi ha mandato anche la fotografia di uno di quei due. M’ha mandato la fotografia del monumento che c’è a Faenza dove ci sono riportati i loro nomi ma dell’altro ancora non sono riuscito a rimediare la foto. Ho sentito con quelli dell’anagrafe di Faenza. Mi hanno detto che, volevo parlare con, contatto con i familiari per vedere di avere.&#13;
FS: Eh sì, un riscontro diciamo vero.&#13;
DC: Dei riscontri. Di uno sono morti tutti, un altro si è trasferito a Cesena e con quel nome lì non figura nessuno. Adesso dovrei provare a sentire se a Cesena mi dicono, vivono, ci sono degli eredi perché dopo c’è il discorso della riservatezza, è un po’ fatica.&#13;
FS: Sì, un po’ fatica.&#13;
DC: Però,&#13;
FS: Può darsi che&#13;
DC: Può darsi che come l’hann fatto gli altri&#13;
GM: Io mi ricordo questo qui&#13;
DC: E quelli di Faenza dell’anagrafe mi hanno mandato un documento in pdf dove c’è scritto addirittura: ‘fucilati dai tedeschi’ e c’è anche il nome di un tenente della repubblica sociale che era andato sotto processo per quel, per quell’uccisione. Che era di Pesaro questo qui, quest’ufficiale.&#13;
FS: Ma pensa te.&#13;
DC: Quindi.&#13;
FS: Devo salutare. Ciao carissimo.&#13;
DC: Piacere di averti visto.&#13;
FS: Alla prossima.&#13;
GM: Però l’hanno, &#13;
FS: Continua così.&#13;
DC: [laughs]&#13;
GM: Non l’hanno, dico pure, l’hanno spenta così perché io dopo.&#13;
DC: All’ANPI qui di Rimini non sa niente nessuno. Li hanno fucilati. Potevano dire, sono due partigiani.&#13;
GM: Infatti io mi ricordo che eravamo, ma ti ho detto, dopo la guerra subito, e dopo siamo andati a lavorare un po’ anche con gli inglesi, a lavorè anche a De Orchi [speaks dialect]&#13;
DC: Con gli alleati.&#13;
GM: Con la [unclear]&#13;
DC: Che lì c’erano un magazzino di roba m’hann detto della Madonna.&#13;
GM: Madonna.&#13;
DC: [laughs]&#13;
GM: [unclear]&#13;
DC: [laughs] Però, tu, petta adess bisogna che la va a chieder perché se no la mi madre, la mi moglie. Te vuoi andè a prender [speaks dialect] uno di sti dì?&#13;
GM: Sì, sì, la facciamo.&#13;
DC: Dai, così continuiamo il discorso del bombardamento di San Marino. Comunque te ti ricordi un sacco di roba.&#13;
GM: Sì, eh mi ricordo tutto quello che&#13;
DC: Petta eh, l’ultima roba che m’hann detto su quell’aereo che avete visto&#13;
GM: Sparire&#13;
DC: Sparire.&#13;
GM: Io, per me è cascat [unclear] quell’aereo&#13;
DC: Gli alleati, i loro colleghi hanno detto, è andato sul mare, è tornato sulla terra ed è esploso in volo. Dovrebbe essere caduto tra Gradara e Gabicce, quelle zone lì, Cattolica, quel settore lì.&#13;
GM: Quel settore lì è caduto quello lì, [unclear]&#13;
DC: Un mese prima di questo fatto, ma non so se te l’hai visto, era passato, basso stavolta, perché questo doveva essere abbastanza su, era passato un altro quadrimotore che avevo dietro le calcagna due aerei tedeschi che, un da sotto e un da sora il mitraglieva. Sono arrivati fino a San Clemente, anche lì si sono buttati tutti i paracadutisti tranne il mitragliere di coda che, poretto si vede che l’avevano ucciso quei, i caccia&#13;
GM: I caccia&#13;
DC: E poi questo qui è andato a cadere tra Levola, Saludecio, Montefiore, quelle zone là. Te questo, te lo ricordi un aereo grosso, basso, che lasciava il fumo, attaccato da due caccia?&#13;
GM: No, ma io mi ricordo un’altra roba, che eravamo a San Marino che una formazione di aerei tedeschi, inglesi che andava verso nord, che passavano&#13;
DC: Bombardieri&#13;
GM: Bombardieri che andavano verso la campagna&#13;
DC: Sì&#13;
GM: E lì si sono sfilati dall’aeroporto qui di Rimini &#13;
DC: Sono decollati da qui, gli sono andati dietro &#13;
GM: Sono andati dietro e lì c’è stato un [speaks dialect] quella volta ma era in [speaks dialect].&#13;
DC: Perché ha incominciato il bombardamento?&#13;
GM: Perché c’era, c’era i caccia inglesi che c’erano anche i [unclear]&#13;
DC: Quelli con due code?&#13;
GM: Con due code.&#13;
DC: Sì.&#13;
GM: Puttana la Madonna.&#13;
DC: Li han fatt combattiment?&#13;
GM: Combattiment [speaks dialect]&#13;
UI. [laughs]&#13;
GM: [speaks dialect] dopo l’è finì perché [speaks dialect]&#13;
DC: [unclear] Quindi erano anche abbastanza bassi.&#13;
GM: Bassi, si vedeva proprio [unclear], puttana madonna, e la formazione andava avanti. E c’era sto combattimento che avevano fatto sopra Cà Berlone [?], Santa Mustiola&#13;
DC: Però non è caduto nessun apparecchio, secondo te?&#13;
GM: Non ho visto cadere nessuno, io lì.&#13;
DC: Questo non me l’aveva mai raccontato nessuno.&#13;
GM: Ah e l’è cla volta l’è sta un cumbattiment&#13;
DC: Quanto potrà essere durato, cinque minuti, dieci minuti?&#13;
GM: Eh&#13;
DC: Gli ha sparà na [unclear]?&#13;
GM: Sì dieci minuti, sì, sette minuti sicuro.&#13;
DC: Secondo te quanti aerei ci potevano essere in questo combattimento?&#13;
GM: La formazione dei caccia, [unclear] ce ne erano due, tre, che giravano.&#13;
DC: E chi è il tedesco, secondo te?&#13;
GM: E il tedesco, penso, due o [unclear]&#13;
DC: Altrettanto.&#13;
GM: Altrettanto.&#13;
DC: A Monte Tauro c’è stato un combattimento aereo. Due aerei si sono andati anche a sbattere e quello americano è morto poeretto. Il tedesco si è buttato con il paracadute.&#13;
DC: Io ho visto una volta proprio in volo sopra Covignano [?] sempre dalla galleria allora che lì Covignano ogni tent i caccia&#13;
DC: Lì hanno attaccato di brutto.&#13;
Gm: [unclear] Una volta proprio ho visto, proprio presi in pieno con una cannonata.&#13;
DC: Ne è caduto uno di aereo sotto la chiesa di San Fortunato. E [speaks dialect], sai dove gl’è? A metà sulla spalla ho parlato con uno che stava nel Ghetto. Dopo la guerra lui, quando è finito i combattimenti, ha recuperato un motore che l’ha portato giù e l’ha venduto alla stracciaia. Se, come dici te, lo hanno preso, lui si è schiantato lì contro la costa, a metà costa.&#13;
GM: Dopo [unclear], il giorno dopo &#13;
DC: Che aereo era, secondo te? Era un caccia?&#13;
GM: Era un caccia, erano i famosi Spitfire, hai capito.&#13;
Ui: Uno si era schiantato alla garitta della dogana. Che aveva fatto l’attacco basso &#13;
GM: Anche&#13;
DC: L’ha sbagliè, non ha calcolato bene, ha strisciato il terreno, s’amazzè lì.&#13;
GM: S’amazzè lì. Ah, qui passeva da sopra lì quando vedevano, io mi ricordo una volta c’era due, tre camion tedeschi che passavano uno ogni tanto, no, perché stavano in distanza. Era sempre un tedes sora. La Madonna, l’era un caccia [speaks dialect] un caccia sopra&#13;
DC: Come l’ha visto, eh&#13;
GM: Come l’ha visto, puttana madonna, che il tedesco s’è buttè del camion e &#13;
DC: [laughs]&#13;
GM: [mimics machine gun sounding]&#13;
DC: [speaks dialect]&#13;
GM: [speaks dialect] Prima di, tra Verucchio e Borgo Maggiore, sulla strada lì.&#13;
DC: Arca madonna, sulla strada da, quello che girava &#13;
GM: Ah lì [unclear]&#13;
DC: Uno m’ha detto è tedesco ma aveva messo, un italiano, dovevano andare a Pesaro a prendere materiale. M’ha detto, m’avevano messo sopra il carro che io dovevo guardare [unclear] [laughs] ho detto, batti sulla cabina se vedi caccia che a buttèm a terra. Ha dett, se m’andè ben cla volta. Dai, che adesso ti lascio.&#13;
&#13;
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                <text>Gino Muratori (b. 1929) recollects three Rimini bombings that occurred in November 1944, one of which was aimed at the Ausa river bridge. He mentions his grandmother losing two relatives when their boarding house was destroyed, and recalls how, on 26 November 1944, they did not hear the alarm sounding and sought shelter only after seeing aircraft approaching. Gino describes evacuees being temporarily housed at local hotels. He remembers German anti-aircraft guns and barbed wire fences; and recollects being employed by the Todt organization as a construction worker, toiling alongside Ukrainian and Polish prisoners of war deployed as truck drivers. He tells of his father being sent to Germany to work in a submarine factory. Gino also recounts various anecdotes; dogfights; aircraft jettisoning fuel tanks; looting of private houses; strafing of German military transport; "Pippo" dropping flares and bombs at night-time. He describes the whereabouts, use and general arrangement of German fortifications along the Adriatic coast.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                  <text>This collection consists of one oral history interview with Andreino Pagano who recollects his wartime experiences in the Pavia area.&#13;
&#13;
The collection was catalogued by IBCC Digital Archive staff.</text>
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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              <text>FA: Sono Filippo Andi e sto per intervistare il signor Andreino Pagano. Siamo a Casei Gerola, è il 12 luglio 2017. Ringraziamo il signor Pagano per aver permesso questa intervista. La sua intervista registrata diventerà parte dell’archivio digitale dell’International Bomber Command Centre, gestito dall’Università di Lincoln e finanziato dall’Heritage Lottery Fund. L’università s’impegna a preservarla e tutelarla secondo i termini stabiliti nel partnership agreement con l’International Bomber Command Centre. Signor Pagano, vuole raccontarci i suoi ricordi, le sue esperienze nei bombardamenti di Voghera?&#13;
AP: Voghera, sì, e dintorni,&#13;
FA: E dintorni. &#13;
AP: Perché io essendo un po’ distaccato da Voghera, come tu vedi, sono a quattro chilometri da Voghera, verso Casei Gerola, ho vissuto questi eventi un po’ fuori, pur essendone al corrente. Cosa ricordo io? Già dico che ricordo queste cose perché io sono della classe 1934 e a quell’epoca avevo otto, nove anni, perché siamo nel 1943, ‘44, quegli anni lì, eh. Cosa ricordo? Prima parto da Casei Girola e poi mi avvicino a Voghera. Io mi ricordo che, quando bombardavano qui nella zona io mi ricordo che mi sono rifugiato nella chiesa parrocchiale di Casei Girola perché già a quel tempo avevo capito che i muri della chiesa, spessi quasi un metro, mi difendevano da eventuali bombe o da mitragliamenti, ecco. L’altra cosa venendo in avanti che ricordo è: un giorno c’è stato in mitragliamento sulla strada provinciale Novara-Voghera, un mitragliamento ad un camion pieno di biscotti e in quell’occasione volavano scatole di biscotti dappertutto, nei campi, nei miei campi, e figuriamoci noi che, a quell’epoca avevamo fame, andare a raccogliere i biscotti da mangiare per i campi era una delizia.&#13;
FA:  È certo. &#13;
AP: Boh. Altra cosa di ricordi che è un po’ più pesante è questa. Quando c’è stato il bombardamento nell’, all’officina ferroviaria di Voghera, dove lì riparavano e costruivano le vetture e i treni. Quando hanno, c’è stato quel bombardamento, io mi trovavo nelle vicinanze di Voghera, su una strada detta Capalla, che poi è quella lì che ho segnato lì, e andavo alla messa con mia nonna in bicicletta. Visti questi aerei che sganciavano bombe, che mi passavano sopra la testa, mi sono rifugiato in un casotto da vigna di campagna e mi sono infilato dentro un camino. Finito il tutto, finiti i bombardamenti, ne sono uscito, ho trovato mia nonna che era con me lì, ed ero nero e mi hanno preso per uno spazzacamino, tanto ero sporco e nero perché mi sono, intanto mi sono riparato sotto il camino. Ecco questo è un po’ il ricordo degli eventi dei bombardamenti. Altri fatti collegati a questi che ricordo sono l’occupazione della cascina mia questa da parte prima dei tedeschi e poi degli americani con i mongoli. Sono, hanno alloggiato qui con le loro truppe, cavalli, eccetera eccetera, ma di lì hanno occupato anche le nostre camere eh! Dormivano nelle nostre stanze. Niente di particolare, poi insomma. Un ricordo che mi viene e che ho ancora il segno adesso in un dito è che questi americani soldati avevano delle lattine, scatole di cioccolato, di roba, di dolciumi e io mi sono abbassato per raccogliere una scatola di questi, per mangiare i cioccolati, e mi sono tagliato un dito e ho ancora la cicatrice adesso, a distanza di 75 anni, pensa. Ricordo che mi hanno disinfettato subito e mi hanno messo su la, già la Penicillina, allora loro avevano già la penicillina, la polverina bianca, e m’hanno disinfettato, pensa, [unclear] e qui eravamo nel 1944, ecco. Ricordo un altro particolare dell’occupazione della guerra. Mi avevano, i tedeschi avevano requisito, requisivano gli animali e mi hanno requisito l’unico cavallo che c’era in cascina, che faceva i lavori agricoli, pensare il disagio, l’unico cavallo te lo portano via. Poi, per un caso di fortuna, me l’hanno rilasciato subito perché aveva la coda mozza, il mio, stava male, e allora me l’hanno&#13;
FA: L’hanno lasciato.&#13;
AP: Rilasciato. Ehm, ancora, ti posso dire, ricordare, che in quei tempi a fine la guerra o in quell’epoca lì, c’è stato, lo chiamavano un po’ il mercato nero. Venivano giù i genovesi col treno, portavano le lattine d’olio e noi gli davamo invece sacchetti di farina, lardo e salumi. Dove li avevamo noi i salumi, nascosti per non farceli rubare dai tedeschi e o, da mericani no, perché ne avevano da mangiare? Avevamo delle otri, che io ne ho ancora una lì fuori, te la faccio vedere, delle otri antiche, si mettevano dentro lardo e salumi, si facevano una buca nell’orto, si sotterrava, stava al fresco e si conservava e nessuno te la rubava. Altra cosa è questa: come si conservava le derrate alimentari. Avevamo il pozzo, profondo venti metri e calevamo con la cordicella il cestino nel pozzo con dentro il burro e altre sostanze alimentari, altre derrate, così stavano fresche. Ed era il frigorifero d’epoca, ecco, e abbastanza valido. Da ultimo, di queste cose, di questi ricordi, i quali mi meraviglio di saperli ricordare dopo tanto tempo, ghe passà settantacinc’anni, da queste cose. Che, due famiglie di operai delle officine ferroviarie di Voghera, che abitavano nei pressi di queste officine che sono state bombardate, avevano paura di dormire lì la notte. Venivano qui a dormire da noi. Abbiamo ospitato due famiglie. E dove dormivano? Nel fienile, ma erano sicuri, &#13;
FA: E certo.&#13;
AP: Almeno dai bombardamenti, e così è stato. Sono stati contenti e poi li ritrovati ancora, finita la guerra, insomma, li ho trovati, siamo sempre stati amici. Io non ricordo altro se non queste cose, o belle o brutte. Dimmi tu.&#13;
FA: Posso farle una domanda?&#13;
AP: Sì.&#13;
FA: Si ricorda mica di Pippo?&#13;
AP: Pippo, oh, sì, Pippo, oh, mi ricordo. Il lucino azzurro che girava di notte, sentivamo il rumore che , ma non faceva tanto&#13;
UI: Pippo si chiamava Pippo.&#13;
AP: Senti! Eh, questo. Questo era&#13;
UI: Ha sete?&#13;
FA: No, no grazie.&#13;
AP: Non disturbare, eh! Questo era la spia, un aereo spia americana non dei tedeschi, americana ecco. Io ricordo quell’aereo, sì.&#13;
FA: Eh girava tutte le notti.&#13;
AP: Girava tutte le notti. E la gente cosa faceva? Per non far, perché quello individuava dove c’erano delle luci. Tutti avevano fatto l’oscuramento ai vetri, le carte blu sui vetri per non fare vedere le luci.&#13;
UI: Non sparavano. Vado, vado.&#13;
AP: [unclear] Ecco poi, va’ avanti tu che sei stato disturbato adesso. &#13;
FA: Sì, beh, a parte Pippo, venivano spesso invece su Voghera? Voi da qua vedevate?&#13;
AP: Venivano spesso su Voghera e facevano il giro qui perché qui da Voghera è vicino, faceva il giro di notte ma lo si vedeva eh l’aereo, lo vedevamo. L’ho visto io, ricordo.&#13;
FA: Bombardavano di più di notte o di giorno?&#13;
AP: Di notte i bombardamenti e di giorno i mitragliamenti.&#13;
FA: Ah.&#13;
AP: Vedi, Il mitragliamento al camion dei biscotti sulla strada in pieno giorno. I bombardamenti all’officina ferroviaria di notte. Il ponte sullo Staffora a Voghera e altri che di cui ne parla anche il dottor Salerno, tutto di notte, che faceva più danno. &#13;
FA: Ho capito, va bene.&#13;
AP: Dimmi pure tu.&#13;
FA: E quindi lei da qui insomma vedeva quando bombardavano tutti i campi.&#13;
AP: Eh sì, si vedevano i, ma, non solo da qui vicino, di qui vedevamo quando sono stati fatti dei bombardamenti a Genova.&#13;
FA: Ah certo.&#13;
AP: Dei bagliori, mi ricordo io, si vedevamo da qui.&#13;
FA: E insomma, eravate preoccupati.&#13;
AP: Eh sì eh, sai, non si sa mai, se sono là, oggi sono là domani vengono qui, eravamo preoccupati. E poi, per fortuna, un bel momento, è finita. &#13;
FA: Meno male.&#13;
AP: È un po’ vedi che da quell’età lì è un po’ incosciente. Non, magari non avevo certi, certe paure. Adesso mi fai venire in mente una cosa. Quando c’erano i mitragliamenti, dove scappavamo noi qui? Qui nel confine della mia proprietà c’è un fosso, si chiama fosso di Bagnolino come, noi correvamo a rifugiarci in quel fosso lì, coricati, non un fosso, eravamo in una trincea, &#13;
FA: Certo.&#13;
AP: E io mi ricordo di aver visto le trincee fatte a zig-zag. Proprio per entrare la gente e ripararsi dalle, più dai mitragliamenti che dalle bombe. &#13;
FA: E questo a Voghera, le trincee a zig-zag.	&#13;
AP: Nei, nelle periferie perché era dove c’è il terreno che hanno fatto questo, nelle periferie di Voghera, sì.&#13;
FA: Ah. &#13;
AP: Li chiamavano. Poi c’è, a Voghera c’erano dei rifugi ma quelli io non li ho mai visti perché non ci sono mai stato. Li sentivo nominare, i rifugi e suonavano gli allarmi quando arrivavano gli aerei in prossimità.&#13;
FA: E quindi voi sentivate gli allarmi di Voghera.&#13;
AP: Gli allarmi, stanno bombardando su Voghera e allora noi per precauzione ci rifugiavamo nel nostro fosso. &#13;
FA: Nel fosso.&#13;
AP: Nel fosso.&#13;
FA: Quindi era un po’ il vostro rifugio ecco.&#13;
AP: Sì, il rifugio locale era quello lì.&#13;
FA: Ho capito. Va bene. La ringrazio.&#13;
AP: Vuoi sapere d’altro? Dimmi tu, io, quello che ricordo e sono queste cose qui ecco. Ah, devo dirti anche che io ho lì un ricordo. Tu vuoi anche fotografarlo? Ti faccio vedere. E io ho un rimorchio agricolo che ha sotto quattro ruote dei Dodge americani, dei camion da guerra.&#13;
FA: Ah sì sì. Ah erano? Ah, ho capito.&#13;
AP: Ce li ho lì, e sono ancora in funzione, pensa, i gà cent’anni le robe lì.&#13;
FA: Eh sì. &#13;
AP: E sono, e li tengo perché, e li usiamo quei rimorchi lì. Eh sì, rispettandoli un po’ senza, però sono gomme da, i Dodge, famoso, e camion americani, o tedeschi, no americani&#13;
FA: Americani, americani. Va bene.&#13;
AP: Tu li vuoi fotografare? Te li faccio fotografare.&#13;
FA: No dopo, sì, dopo li, diamo un occhio.&#13;
AP: Va bene, direi che, l’intervista va benissimo.&#13;
AP: Ti piace così, ti va bene così? Se vuoi sapere qualcos’altro domandi tu.&#13;
FA: Va bene. No, direi che siamo a posto, i punti sono stati toccati. Va bene, allora.&#13;
AP: Ti posso anche far fotografare uno o due bossoli da mitraglie, da mitragliatrice antiaerea. Ne ho due io.&#13;
FA: Ah, li ha raccolti.&#13;
AP: Li ho raccolti, e c’erano anche quelli piccoli, ma quelli lì sono spariti, i bossoli così, quelli da mitragliatrice. Invece quelli da antiaerea, i bossoli sono questi, così.&#13;
FA: No ecco, adesso allora, visto che parliamo di antiaerea, lei ha visto qualche postazione di contraerea qua a Voghera?&#13;
AP: A Voghera, viste no, ne avevo sentito che c’era qualche postazione che difendevano ma facevano poco.&#13;
FA: Provavano a difendere.&#13;
AP: Provavano, sì ma ci voleva altro che delle cosine così contro quelli, i bombardieri quando. Io ricordo ancora adesso il rumore dei bombardieri, che erano terrificanti perché non era il rumore di un aereo solo, erano sette, otto, dieci bombardieri insieme, tutti insieme.&#13;
FA: Uno stormo.&#13;
AP: E ricordo anche il sibilo delle bombe, quando uscivano dall’aereo che venivano giù, fischiavano, te capì?&#13;
FA: Ho capito. Contraerea americana, ehm americana, tedesca o italiana?&#13;
AP: Dunque, la contraerea, questi che ci bombardavano noi, chi erano? Tedeschi? Adesso non mi ricordo più perché poi non, quelli là ci hanno liberati, gli americani sono venuti a liberarci e c’erano sotto i tedeschi e sì, sì, eh.&#13;
FA: Quindi italiana insomma.&#13;
AP: Sì.&#13;
Fa: Ho capito. Va bene, la ringrazio per questa intervista.&#13;
AP: Prego.&#13;
&#13;
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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                <text>Andreino Pagano (b. 1934) remembers his wartime experiences in the Pavia province. He explains how a parish church provided a good shelter owing to its thick walls. He recalls various stories: resorting to the black market; the bombing of the Voghera railway works; daytime strafing of a lorry delivering biscuit boxes, scattering them all over the place; the driver seeking shelter inside a vineyard cottage fireplace and afterwards being mistaken for a chimney sweep, as he was covered in soot; Germans seizing his only workhorse which was later returned, being 'bobtailed'. Andreino describes how his farmhouse was first occupied by German and then American soldiers, the latter coming with so-called ‘Mongols’. He remembers the first use of Penicillin and food being stored in a well like a larder. He mentions 'Pippo' flying and recalls blacked-out windows covered with blue paper. He also remembers the droning noise made by the bombers and the bombs as they were falling.</text>
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&#13;
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                  <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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              <text>FC: Questa intervista è condotta per l’International Bomber Command Centre. L’intervistato è Marisa Bianchi. L’intervistatore è Francesca Campani. Siamo a Sesso, provincia di Reggio Emilia, è il 12 settembre 2017. Possiamo cominciare. Allora, la prima domanda che ti faccio è cosa ti ricordi di quando eri piccola, cioè.&#13;
MB: Avevo otto anni allora, ero piccola davvero.&#13;
FC: Cosa faceva la tua famiglia? Dove vivevi? Avevi fratelli?&#13;
MB: Vivevamo sempre a Sesso, fratelli non ne ho perché c’ho una sorella.&#13;
FC: Ecco.&#13;
MB: Eravamo, stavamo vendemmiando, arriva Pippo e noi giù, tutti nel fosso, gaemo un fosso. Ha cominciato a mitragliare, ha tagliato tutte le gambe degli scaletti. Per fortuna che c’era la bonifica che ha riparato le schegge. Se non morivam tutti quanti, da bom. Eh ohi. E poi abbiamo avuto anche che na volta han preso, ste Pippo, la bonifica, sai c’eravamo la bonifica in fondo ai nostri campi, l’avevamo presa per la stazione, per la ferrovia che era dietro la casa dell’altro contadino. Han mollè na bomba, guarda, non ti dico, ah, è successo la malora, tutti i vetri crollati. &#13;
FC: Della vostra casa.&#13;
MB: Tutti, anche quelli dell’altro contadino, davvero c’era venuto un buco che l’era enorme.&#13;
FC: E voi dove vi eravate nascosti?&#13;
MB: Noi eravamo nascosti in casa, dove che possiamo nascosti? Non c’avevamo mica il rifugio o cose del genere.&#13;
FC: Non ce n’erano lì?&#13;
MB: No, in campagna cosa vuoi che sia. Mamma mia, Gesù, e poi noi abbiamo avuto i tedeschi in, sai che, tu a Sesso non ci sei mai stata. E’ dove abitavamo prima, adesso è un casino che non si capisce più niente, ma avevamo un bosco.&#13;
FC: Ah.&#13;
MB: E la sera erano tutti messi coi carri armati, le camionette, tutti sotto lì. E avevamo i comandanti che allora vivevano nella villa e i soldati vivevano su nel fienile. [unclear] sta mattina doveva fare il pane. Davano la roba a loro, eh. La farina, portavano tutto facevano presto loro! Andavano a casa dei contadini, prendevano quello che volevano. E star matene e sai come fa il pane che c’era la, daghe l’amleri in poche parole. E io che, ero già, avevo già la lingua lunga allora, volete il pane? Giù alla mattina alle cinque a gramolare, [unclear] pan. [unclear] E il [unclear] c’aiutavo io ma loro s’arrangiavano sai. No eh guarda, noi li abbiamo avuti per quaranta giorni però son stati perfetti eh, a posto. Solo un giorno che due hanno cominciato a litigare e a sparè in elta e il comandante le [unclear] li ha spediti tutt via, li ha spediti in guerra, al fron in poche parole.&#13;
FC: Ah.&#13;
MB: Se no guarda, è solo che dopo, quando sono partie il 24 di aprile che sono poi morti tutti al Po, perché loro credendo di essere al Po, di essere già fuori ma è mort tutt al Po, eh. Marino ha preso via la scala del fienile, guai a chi va su. Sono venuti i carabinieri, hann raccolto due ceste così di bombe a mano, proiettili, sai, loro dormivano su nel fienile.&#13;
FC: E non c’erano più però. Erano scappati.&#13;
MB: No, no, erano già andati.&#13;
FC: Il 24.&#13;
MB: Il, loro sono andati via il 24. Pensando che, di arrivare al Po e di essere già fuori. Invece i mort nel Po. Han detto, eh, perché ovviamente, al Po non ci sono stata comunque l’han detto. Fat na brutta fine. Però erano maledetti. Nel senso che loro andavano nel confronto degli altri. E serviva la carne, andavano a prendere dal contadino  un vitello senza pagarlo. Lo uccidevano nel nostro prato, ed era pena quel giorno, ma guarda un po’ che roba. Noi non abbiamo mai fatto la fame perché c’hann sempre dato tutto. Io ho fatto la cresima che quelle fotografie lì le deve avere ancora tua madre, che una volta la rileghi e ci porto vi l’album perché mi ha promesso che me le stampava e non me le ha ancora stampate. &#13;
FC: Va bene.&#13;
MB: Fatto la cresima. Sai quante scatole di cioccolata? Loro avevano la cioccolata in scatola i tedeschi.&#13;
FC: Eh. E te le hanno date?&#13;
MB: Orche!&#13;
FC: Perché sapevano che avevi fatto la cresima.&#13;
MB: Che ho fatto la cresima, la cresima. &#13;
FC: E quindi loro.&#13;
MB: No, no, guarda, son stati buoni, buoni, mai successo niente. Solo un giorno sti due cretini han litigato, uno ha sparato in alto.&#13;
FC: E ce n’erano di partigiani lì intorno? Ti ricordi qualcosa?&#13;
MB: Ma io ho  ott’ann, cosa vuoi che mi ricordi?&#13;
FC: Ah non lo so, magari.&#13;
MB: Mi ricordo che dicevano che si erano nascosti nei campi e me sai, a otto anni che cavolo vuoi che sapessi. Io mi ricordo quelli lì i tedeschi perché avevo sempre avu per ca’ per quaranta giorni. Se no i partigiani sapevo che c’erano però a Sess non so mia se n’era, se c’erano a Sesso proprio, mah non lo so, quello non lo so.&#13;
FC: Ma, ehm, ti chiedo questa cosa qua. Ti ricordi quando è iniziata la guerra proprio? Cioè prima non c’era la guerra e dopo è iniziata.&#13;
MB: E dopo c’era la guerra.&#13;
FC: Ti ricordi quel momento lì? Cosa facevi? Andavi a scuola?&#13;
MB: Andavo a scuola, sì, sì.&#13;
FC: Dove andavi a scuola?&#13;
MB: Allora, avevano occupato la scuola. Allora mio padre e degli altri papà han preso su in soffitta in casa di un contadino, ci si portava la mattina con due pezzi di legno per uno per scaldarsi. E così che noi non abbiamo perso l’anno, hai capito? E quelli che non sono venuti hanno perso l’anno. Nella scuola con due pezzi di legno per uno, poi c’erano una di quelle stufette sai la Becchi come si chiamavano sì, la Becchi e noi li avevamo in casa la Becchi. C’erano nelle camere ve’. Era la villa padronale, c’era una nella camera della nonna, una, meno che nella mia e di tua madre. Alla mattina, se ti alzavi la notte a far la pipì, era ghiacciata, ve’. Era, perché noi avevamo proprio la camera a nord. Di andare a dormire col prete poi tiravi via, andavi sotto. Invece nella camera della nonna e quella della Iona c’era la Necchi, la Becchi, quelle stufette sai a piani.&#13;
FC: E a scuola parlavate della guerra?&#13;
MB: Oh, chi si ricorda.&#13;
FC: Non ti ricordi?&#13;
MB: Non mi ricordo.&#13;
FC: E se, non so.&#13;
MB: Mi ricordo solo che mi portava il papà con la bicicletta in canna, e che c’era sta borsa con due pezzi di legno da portare per scaldarci lassù perché eravamo su in soffitta. Però la guerra chi se la ricorda più. Sai, a parte che ero piccola, perché è finita la guerra che nel ’40?, ‘45, mi sono del ‘36, fa un po’ te i cunt, avevo nove anni. &#13;
Fc: Eh beh, però mi stai raccontando delle cose.&#13;
MB: Sì, ho capito, però certe cose non te le ricordi. Per esempio nella notte, la notte del 23-24, c’hann detto i tedeschi: ‘andate via, in mezzo alla campagna!’. Siamo andati a casa di un contadino, noi e tutta la famiglia intorno. Alla mattina il nonno voleva andare a vedere perché sai c’era le mucche da mungere così. Invece Nino, il figlio della Wilma, ha detto ci vado io perché vado più svelto a correre. L’hanno ucciso poco distante da casa. &#13;
FC: Chi l’ha ucciso?&#13;
MB: I tedeschi e i fascisti di Sesso. &#13;
Fc: Ah ecco.&#13;
MB: Sì, è il 24 aprile. E Il 25 ghe stè la liberazion, e lui avev disdott ann. Diciotto anni aveva. A fam,  no zio ci vado io che corro corro più veloce, faccio prima ad andare a vedere cosa c’è. Loro erano già partiti, tutti quanti, le rivè a un poc distan da ca non so quanto. La casa più vicino l’hanno visto quando l’hanno ucciso. L’hann fatto mettere in ginocchio e [mimics shooting noise], gli hann sparè. E pensa che c’era uno di Sesso, che sua figlia abita sopra tua mamma, nell’attico. E una volta ha trovato la mamma di quella ragazza lì, lei è già morta perché aveva un tumore al seno, e ora ci siamo trovati lì giù, io c’ho chiesto delle sue figlie perché andavamo a scuola assieme con una cosa. La disi: ‘cosa vuoi che ti dica?’, la disi: ’è proprio vero’, la dis che le malefatte dei vecchi si sono rivoltate contro i figli. C’era morto già la figlia lì, morto il figlio con un tumore, &#13;
FC: Mamma mia.&#13;
MB: Sì, proprio mamma mia.&#13;
FC: Ehm, volevo provare a richiederti ancora se ti ricordi altre volte che è venuto Pippo, cioè cosa si diceva di Pippo? &#13;
MB: Quando arrivava Pippo tutti sparivano, sparivano tutti quanti.&#13;
FC: Veniva tutti i giorni?&#13;
MB: Tutti i giorni passeva su ma tanta [unclear] ciapè Pippo, ti dico. Sì, sì, guarda che una volta, non so della via, ha buttato delle bombe dove, e a noi ci sono crollati tutti i vetri un’altra volta. C’era la Lidia, la figlia della Ione, la sorella della Mirella, aveva avuto la difterite ed era già in convalescenza, lo spavento, la paura, l’è morta sul colpo. Aveva cinque anni, sì. Sai che  solo la Mirella, ce n’erano già morti due, e tre con la Lidia ne g’avu quattre. Perché una era nata quando sono nata io, io sono nata la mattina e lei era nata al pomeriggio di sette mesi solo che in quei tempi lì! E sì, Pippo l’era maledetto eh. Non ti so dire se era inglese o se era americano, ste Pippo. &#13;
FC: E tu lo sapevi perché faceva così?&#13;
MB: Ma cosa pe de che, faceva, passava e mitragliava.&#13;
FC: Cosa pensavi di Pippo?&#13;
MB: Ciapa tante [unclear], ho pase tante di quelle paure a noi, sai c’avevamo il portico prima della stalla e c’eran le arcate. Le avevamo riempite tutte di paglia, le balle sai. L’ha fat na mitraglieta, per fortuna che non hanno preso fuoco. Aveva riempito le balle di proiettili. E quand [unclear] sai Marino le apriva poi dopo, poi si usavano, no, saltavano fora come i cosi.&#13;
FC: I proiettili.&#13;
MB: Sì. Che lur sa chissà cosa si credeva che fossero, c’era, sai nelle arcate tutte ste balle di paglia. Bel Pippo!&#13;
FC: E quindi cosa, cosa facevate quando arrivava Pippo?&#13;
MB: Eh, ci si nascondeva dove si poteva.&#13;
FC: E ti avevano spiegato cosa fare?&#13;
MB: Si andava in cantina, si scendeva nei posti più chiusi. Non c’era un rifugio, non c’era niente e non. E infatti i tedeschi avevano messo tutte le balle di, di paglia contro le finestre dentro per paura che Pippo passasse e mitragliasse. E la mess tutte le balle di paglia.&#13;
FC: E passava di giorno o di notte Pippo?&#13;
MB: Passava a qualunque orario, non c’era preoccuparsi, mattina, pomeriggio, notte. &#13;
FC: Tutti i momenti.&#13;
MB: E la notte, caro mio, si metteva la luce si metteva sopra perchè sta su un po’ unita perché le vedeva lui quelle luci accese di notte. C’era così, la vita là di quei tempi lì.&#13;
FC: E quando stavate nascosti, no?&#13;
Mb: Eh. &#13;
FC: Cosa facevate? Come passavate il tempo?&#13;
MB: A parlare.&#13;
FC: Parlare. Anche te.&#13;
MB: Sì eh.&#13;
FC: E c’erano altri bimbi?&#13;
MB: Sì, c’era altri bimbi, quelli di quella signora che abitava nel nostro cortile, ma sì ma si univa tutti eh. Mamma mia.&#13;
FC: E facevate dei giochi per distrarvi?&#13;
MB: No, no, no, stavem tut là, a tremare dalla paura perché.&#13;
FC: Avevate paura?&#13;
MB: Ah Madonna, se avevamo paura. Perché aveva fatto, buttato ste bombe nel prato di quell’altra famiglia che aveva preso la ferrovia per la bonifica. [unclear] un buso enorme. E sai, se ti buttano una così sulla casa, [makes a whistling sound]. Ma quella volta lì, quella mitragliata degli scaletti, tut dentro al foss.&#13;
FC: Eravate tutti a vendemmiare. &#13;
MB: Tutti a vendemmiare eravamo.&#13;
FC: E come avete fatto a capire che era.&#13;
MB: Allora, sintu arriver e allora giù, tutti nel fosso.&#13;
FC: Tutti nel fosso.&#13;
MB: E lui ha cominciato a mitragliare, a tagliare tutte le gambe degli scaletti. E per fortuna che poi dopo le schegge si sono fermate contro il coso della bonifica perché noi eravamo più bassi e la bonifica era più alta. Si fermedi tutti là, se no. E per fortuna che nel fosso non c’era acqua, perché sai era uno di quei fossi che si riempivano d’acqua, eravamo in settembre. L’acqua non c’era più, ma che usavano a annaffiare tutti i campi, tutti i cosi. Guarda che l’altro giorno venivo da casa da Reggio con Rico e [unclear], Rico, ti ricordi te, ma le e fa Rico, hai ancora in mente? Oh, se l’ho ancora in mente, porca miseria, altroché. La paura!&#13;
FC: Quella storia qua.&#13;
MB: Sì, quella storia lì della vendemmia e degli scaletti. E dopo [unclear] fer tutti i gambe nuve di scalette eh. Quelle cose lì, se, adesso non lo so ma se le ricordava anche tua mamma, tua nonna, la Laura.&#13;
FC: E tu te lo ricordi cosa faceva la Laura? Cosa, te la ricordi la Laura a quei tempi lì?&#13;
MB:  La Laura aveva dodici anni più di me sicché lei aveva già più di vent’anni. &#13;
FC: E anche lei si nascondeva dove andavi tu?&#13;
MB: Anche lei. Sì, no, quando arrivava Pippo erano tutti unì, nelle cantine, nei posti, chissà, forse si pensava che fossero più sicuri, mah. Meno che nelle stalle perché le stalle sai eh, sono tutte esterne e ci si andava nelle cantine perché erano in mezzo alla casa, insomma, erano più. Beh sì, i tedeschi hanno proprio così.&#13;
FC: E i fascisti invece, cioè, ce ne giravano un po’? Li hai conosciuti,&#13;
MB: I fascisti erano schifosi.&#13;
FC: Te li ricordi?&#13;
MB: Sì che me li ricordo. Noi avevamo il cortile che guardava dritto alla cooperativa di Sesso. Noi sentivamo gli urli di quelli che torturavano, i fascisti. &#13;
FC: E cosa facevate, niente?&#13;
MB: Te fa [unclear]? Te scoltè o ti tappavi le orecchie. C’è uno che c’hann levato proprio tutte le unghie, tutti gli urli e poi l’hann stirato.&#13;
FC: Col ferro.&#13;
MB: Sì, col ferro. In cooperativa a Sesso.&#13;
FC: Tu sapevi, ti, tu cosa pensavi quando eri piccola di queste cose qua? Cioè, cosa.&#13;
MB: Che erano schifose.&#13;
FC: Sapevi che era, capivi perché c’era questa guerra, come funzionava la guerra?&#13;
MB: Capivi, capivi che c’era la guerra e basta.&#13;
FC: Nessuno ti aveva spiegato?&#13;
MB: No, neanche a scuola.&#13;
FC: Neanche a scuola. Non se ne parlava.&#13;
MBV: Eh, sì, sì! Noi sì, sentivamo urlare, gli urli, sai te tira via le unghie. Poi l’hann stirato bene poverino. Poi dopo sono andati nel prato, di quelli che ghe hann buttea la bomba. Ne hanno ucciso diciotto.&#13;
FC: Nello stesso posto dove era caduta la bomba?&#13;
MB: Sì, pochino più spostati ma i hann mazzè tutt.&#13;
FC: Perché?&#13;
MB: Erano partigiani proprio. &#13;
FC: Erano partigiani. &#13;
Mb: Tutti Manfredi, Miselli, tutti.&#13;
FC: E questo aereo che ha sganciato questa bomba, no?&#13;
MB: Era Pippo.&#13;
FC: Era Pippo, ma ne ha sganciate delle altre di bombe?&#13;
MB: Ne ha sganciate, non so dove, più in un altro posto ma sa sgancià solo quella lè.&#13;
FC: Solo una.&#13;
MB: Solo una. Mitragliet, quante mitragliet non so quante ne ha fatte, però una bomba l’ha butta sol quella lè. Finì la guerra dopo sono andati a riempire il buco, sai, tutti i contadini si sono uniti con cariole, con badili per riempire ste bus chel so mia quant temp e g’hann mess. Sì, n’è bella storia l’è quella li va’. Davvero eh. Noi al 25 aprile eravamo tutti nella curva di Sesso, sai, quando c’è la curva lì e g’era la co, la come si chiama, la bilancia quel che ci davano i carri a pesare, e riveva i american, venivano tutti da Cadelbosco. Insomma per noi venivano da Cadelbosco, poi non so da dove venissero. Comunque, mamma mia.&#13;
FC: E cosa successe il 25 Aprile?&#13;
MB: Niente, tutti a batterci le mani, contenti, perché eran sparì i tedeschi e ghe iera  i americani. &#13;
FC: E gli americani cosa facevano?&#13;
MB: Niente, andavano, sono andati tutti a Reggio.&#13;
FC: Ah, sono solo passati.&#13;
MB: Sono solo passati.&#13;
FC: Non si sono fermati?&#13;
MB: No, no, no, no. Sono solo passati. Gli americani sono solo passati poi si sono fermati a Reggio. Si sono fermati a Reggio ma un giorno o due, poi sono proseguiti per Modena, Bologna, tutt.&#13;
FC: E quindi dopo che sono andati via i tedeschi dalla casa,&#13;
MB: Sì, sì.&#13;
FC: Voi siete rimasti lì?&#13;
MB: Sì, sì, noi siamo rimasti lì.&#13;
Fc: E cosa, come è funzionato il dopo? Cioè.&#13;
Mb: Eh, dopo ha ripreso la vita di prima di, che scoppiasse la guerra. Noi siamo rimasti nella villa perché eravamo nella casa vecchia. La padrona, lei è andà da stè a res, e  noi avevamo preso la villa. C’era quattro camere da letto. Eran me, tua mamma e la Mirella, che dormivamo nella camera più fredda. E poi c’era la nonna e Marino in un’altra e l’altra l’aveva affittata a due sposini che erano poi i figli di quelli poi che erano venuti ad abitare nella casa vecchia. Poi anche lì si è ripreso la vita di prima.&#13;
FC: Tu hai ripreso ad andare a scuola?&#13;
MB: Eh sì, dopo a scuole s’è liberede. Allora ti voglio chiedere se sei fidanzata?&#13;
FC: No. [laughs] No, vedi che non è qua.&#13;
MB: Ah non, ah avevo sbagliato dito.&#13;
FC: Sì, sì, sì. Bene, allora, c’è qualcos’altro che ti viene in mente della guerra, qualcosa che mi vuoi raccontare?&#13;
MB: No, non mi&#13;
FC: Qualche emozione? Qualche, non so, qualche episodio legato, non so, a degli amici?&#13;
MB: No, sai com’è, eravamo.&#13;
FC: A cosa trovavate da mangiare?&#13;
MB: Ah noi, noi non abbiamo mai fatto la fame, no. Sai, i contadini non hanno mai fatto la fame. I contadini c’avevano tutto, i polli, conigli, c’avevamo tutte le uova. Fatto la fame erano quelli che. Guarda che hanno ucciso un ragazzo, ecco, quello, un ragazzo che andava a lavorare alla Reggiane allora. Era un fratello di una mia amica. Aveva sotto il braccio, aveva una mela e un cono, un pezzo di pane, era il suo pranzo. L’han sparè perché [unclear] gli una bomba sotto la braccio.&#13;
FC: E dove gli hanno sparato?&#13;
MB: A Sesso.&#13;
FC: Chi?&#13;
MB: I tedeschi.&#13;
FC: Così?&#13;
MB: Era il suo, il suo pranzo era, una mela e un pezzo di pane. &#13;
FC: Andava verso le Reggiane.&#13;
MB: Andava verso le Reggiane.&#13;
FC: Prima che le bombardassero quindi.&#13;
MB: [unclear]&#13;
FC: Quindi tu i bombardamenti che ci sono stati a Reggio di  grossi non te li ricordi?&#13;
MB: No, non me li ricordo quelli lì, no. &#13;
FC: Non ne hai neanche sentito parlare, all’epoca?&#13;
MB: No, proprio no.&#13;
FC: Era proprio distante.&#13;
MB: Noi abitavamo a Sesso, sapevi quello che succedeva a Sesso. Fuori. &#13;
FC: Ah, beh, sì.&#13;
MB: So che hanno bombardato Reggio però non. Insomma, noi eravamo troppo lontani da Reggio. Hanno ucciso altre persone sull’argine del Crostolo, che andavano a lavorare anche loro a Reggio e facevano l’argine del Crostolo perché eran fuori nella via principale che [unclear] e li han ammassè sull’argine del Crostolo.&#13;
FC: Sempre i tedeschi.&#13;
MB: Sì. I fascisti hanno ucciso quegli altri quattro lungo la nostra strada. Facevi la curva e li hanno uccisi lì [unclear] la mateina.&#13;
FC: C’era la nonna che mi ricordo che mi diceva che a un certo punto c’era un morto. Avevano trovato un morto. Tu non te la ricordi questa cosa qua? Che in un fosso, in un angolo, da qualche parte, a Sesso hanno trovato sto morto, questa cosa non te la ricordi.&#13;
MB: Non me lo ricordo. Mi ricordo Nino, figlio della Wilma, il fratello di Enrico, che l’hann trovato in un fosso, in mezzo alla campagna, che l’hann massè lì. Disdott ann.&#13;
FC: Sarà quello lì.&#13;
Mb: Però altri non mi ricordo. Sai poi sono passati tanti anni che poi le cose.&#13;
FC: No, no, ma va bene. A noi, a me interessa sapere cosa ti ricordi. Cioè, non.&#13;
MB: Sì, no, ho capito ma certe cose poi dopo ti passano dalla mente, non te le ricordi più.&#13;
FC: Sì, sì, lo so.&#13;
MB: E’ passè per la miseria, sessantacinq’ann, ottant’ann, eh. &#13;
FC: Eh!&#13;
MB: Ti ricordi quello che hai vissuto in casa tua, avevi vissuto intorno, hai capito?&#13;
FC: Eh, quello, quello, quello a me interessa. Sì.&#13;
MB: Mamma mia. &#13;
FC: E tua mamma? Non ne hai parlato di lei? Come,&#13;
MB: Chi?&#13;
FC: La mamma.&#13;
MB: Ah, mia mamma? Ah, mia mamma era addetta al forno lei. Faceva.&#13;
FC: Era addetta al forno.&#13;
MB: Al forno, [unclear] pan per i tedeschi.&#13;
FC: E anche prima quindi lei faceva il pane spesso.&#13;
MB: Sì, noi l’abbiamo sempre fatto in casa il pane. Mi e me sorell [unclear] la mattena, una [unclear] gramler, eh sai, &#13;
Fc: Cosa vuol dire esattamente gramlere?&#13;
MB: Allora, c’è un’affare lungo così. C’è un’asta che lì ci va, ci va, perché alla sera lo mettono nella malia, poi lo mettono con il coso, mamma mia come si chiama, aiutami te,&#13;
FC: Il lievito.&#13;
MB: Il lievito. La farina, lo impastano, poi lo lasciano lì tutta la notte, poi la mattina lo prendono, poi lo mettono sotto a ste aste. Poi ce n’era, andava su poi giù veniva un bastone c’erano due maniglie e lì lo gramolavi. Ciameva gramlera.&#13;
Fc: Lo schiacciavi.&#13;
MB: Schiacciavi e mia madre era lì che lo girava, lo rigirava.&#13;
FC: Ah, lo rimpastava e dopo.&#13;
MB: Sì, sì, lo rimpastava tutto.&#13;
FC: Ah.&#13;
MB: Poi dopo c’era da fare il pane. Poi dopo che aveva finito di fare, di aver cotto il pane, facevamo il gnocco. &#13;
FC: Ah.&#13;
MB: Col bastone, bei [unclear] di rame.&#13;
FC: Ah. Col lardo?&#13;
MB: Col lardo, eh. E veniva buono, eh.&#13;
FC: [laughs]&#13;
MB: Quello me lo ricordo.&#13;
FC: Quello sì, eh.&#13;
MB: Sì.&#13;
FC: Eh. Ma non c’era, visto che voi stavate bene, insomma, che avevate da mangiare, non c’era gente che veniva lì e vi chiedeva da mangiare?  Non c’era qualche sfollato?&#13;
MB: Ma noi. Eh, ce li avevamo gli sfollati.&#13;
FC: Ah, raccontami un po’ degli sfollati.&#13;
MB: Eh, gli sfollati non hanno mai patì fame perché casa dei Bianchi, non era problema. Avevamo la.&#13;
FC: Da dove venivano questi sfollati?&#13;
MB: Da Reggio.&#13;
FC: Da Reggio. E cosa dicevano loro?&#13;
MB: Che cosa vuoi che dicessero?&#13;
FC: Come erano? Chi erano? Grandi? Vecchi? Piccoli?&#13;
MB: No, no, non avevano, no, non erano vecchi perché c’era un signore che aveva un bambino piccolo, quel ga avu du, tre anni. Era coi parenti, ve’! Non eran, parenti della nonna. Stavano, dormivano nel garage.&#13;
FC: Dormivano nel garage. Quindi erano solo due?&#13;
MB: Marito e moglie con due bambini.&#13;
FC: Ah. E quanto tempo sono stati lì?&#13;
MB: Ah, fino alla fine della guerra.&#13;
Fc: Da quando, te lo ricordi?&#13;
MB: Ah, non me lo ricordo. Sono venuti a chiedere se c’era ospitalità, allora li hann messi lì.&#13;
FC: E quindi il bimbo piccolo più o meno aveva la tua età, o era più piccolo?&#13;
MB: No, era più piccolo di me.&#13;
FC: Era piccolino, piccolino. Ah, ok, ok.&#13;
MB: Sì, aveva due o tre anni, era piccolino. Invece la figlia, la figlia era più grande, forse la figlia avrà avuto qualche anno in meno di me. Comunque, ste [unclear] fin la fin de la guerra.&#13;
FC: Non ti ricordi se facevate dei giochi insieme, quali tipi di giochi facevi?&#13;
MB: Facevano la settimana, nascondino, tutte quelle cose lì. Perché poi sai non c’era tanto da giocare ve’, perché abbiamo avuto tanto tempo i tedeschi in cortile.&#13;
FC: I tedeschi non vi facevano giocare?&#13;
MB: Noi ci stavamo alla larga intanto. Perché per quanto non fossero gentili e carini, ie fem paura. E poi, ghe sempre Pippo sopra la testa.&#13;
FC: E quindi andavate a nascondervi.&#13;
MB: [unclear], mamma mia Pippo! Se avesse preso metà deigli accidenti [unclear]. Ma non so se era inglese o se era americano quel Pippo lì!&#13;
FC: Però sapevi che era uno buono o era uno cattivo? Cioè,&#13;
MB: Chi? Pippo?&#13;
&#13;
FC: Pippo.&#13;
MB: L’era cattiv! &#13;
FC: Era cattivo.&#13;
MB: Perché dove si trovava buttava giù, mitragliava, la malora!&#13;
FC: Eh, però lo sai che gli inglesi e gli americani in teoria erano quelli buoni.&#13;
MB: In teoria non te lo so dire.&#13;
FC: No? &#13;
MB: Non te lo so dire.&#13;
FC: Erano i tedeschi quelli cattivi.&#13;
MB: Non so dire se era tedesco o se era inglese o americano. So che’l mitraglieva, butteva le bombe. Quando è crollato i vetri, che è morto pure la Lidia non so se è stato verso Verona, o più in qua di Verona, crolle, e ha bombardato proprio. [unclear] buttà zò una bomba un bel po’. E’ crollà tutti i vetri, lei dalla paura che ha avuto è ndeda. Era già in convalescenza. E ha avuto la difterite. [unclear] adesso eh. Aspetta che vado ad aprire un po’ il coso anche perché c’abbiamo ste zanzariere. E non passa l’aria.&#13;
FC: Va bene, io, intanto guarda, finiamo l’intervista perché secondo me se non ti, ormai non ti ricordi più niente.&#13;
MB: Ormai non ricordo più niente. No va bene, sai, caro mio.&#13;
FC: Va bene così.&#13;
MB: Ero piccola io.&#13;
FC: Hai detto delle cose interessanti comunque. Va bene. Va bene. Grazie mille allora.&#13;
MB: Niente. Grazie di che cosa? Sono cose di quelle cose che a rivangarli ti vengono in mente ancora, capisci?&#13;
FC: E certo, è per quello infatti che, funziona così l’intervista. Quindi questa cosa, ti ricordi ancora quelle sensazioni lì?&#13;
MB: Sì. &#13;
FC. Te li ricordi come se. &#13;
MB: Sì, sì, come se fosse successo oggi, o ieri. Mi ricordo poi quelle degli scaletti. Ti dico che l’altro giorno venivo a casa da Reggio con Rico. Allora gli dico, Rico ti ricordi quando eravamo a vendemmiare a dis, fa lo te lo ricordi ancora? La miseria, se me lo ricordo ancora. Sì, sì altro ché se me lo ricordo. E l’episodio che mi è rimasto più in mente capisci, che e quello lì di avere i tedeschi per quaranta giorni nel cortile. E nonostante che non fossero gentili, guarda che venivano, uccidevano il bestiame, ci portavano sempre la carne in casa, ve’. E che pena. Si guarda che un contadino lavora tutto l’anno poi van là e prendon su vitelli, prendon su una mucca, per mangiare loro non chiedevano il permesso, sai! E gnanca pagheve il [unclear].&#13;
FC: Però ne davano un po’ anche a voi.&#13;
MB: Sì, sì, sempre.&#13;
FC: E sai perché?&#13;
MB: Non so, si vede siamo loro ospiti e insomma. C’era poi, avevano il calzolaio, il sarto. Il calzolaio soleva scarpi a tutt, anche a noi.&#13;
FC: Tra i tedeschi? C’erano il calzolaio, il sarto.&#13;
MB: Il sarto, sì, sì.&#13;
FC: E faceva.&#13;
MB: Eh sì, ci solava le scarpe a tutti [laughs], sì, sì.&#13;
FC: Ah. Vedi. E c’erano altre figure tipo quelle.&#13;
MB: No, non mi ricordo, c’era, faceva da mangiare&#13;
FC: Eh, c’era un cuoco?&#13;
MB: C’era un cuoco.&#13;
FC: Quindi cucinavano loro per, loro?&#13;
MB: Sì, sì, cucinavano loro.&#13;
FC: Voi facevate solo il pane.&#13;
MB: Noi facevamo solo il pane. La prima, mi ricordo sempre che la prima volta che abbiam tirato fuori il pane, sai, il pane caldo, il profumo, venivano davanti ai vetri, mammi, mammi, chiamavano mammi. E allora dopo loro l’han chiesto, i capi l’han chiesto e me go det: ‘sì, ma vi alzate voi alla mattina a venire a gramler’, perché [unclear] assieme, lui si faceva il pane ogni otto giorni.&#13;
FC: Avevate il lievito, quello che.&#13;
MB: Ah, non te lo so dire che lievito che c’era.&#13;
FC: Quello che si teneva lì e poi lo rimescolavi con la farina e poi lo tenevi da parte.&#13;
MB: Sì, sì, sì, da parte, prendevi una madia , se c’era una madia che dentro era vuota, c’era quello che si faceva il pane, si impastava il pane.&#13;
FC: Ma che pane era? Era bianco o era scuro?&#13;
MB: No, era bianco, era buono. Altro che il pane d’adesso. E avevamo imparato anche a fare il pane, ve’. Con le manine. Adesso non sarei neanche più capace perché ciò questo e questo che sono dita a scatto.&#13;
FC: Ah, eh vabbè.&#13;
&#13;
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                <text>Marisa Bianchi remembers her wartime years at Sesso, a rural hamlet in the Reggio Emilia province. She talks about the abundance of locally farmed food and emphasises how billeted German troops were friendly and supportive, even if she and her family had to work for them. Marisa recalls "Pippo" coming over every day at the same time, and curses it for the fear it caused. She describes two episodes connected with its menacing presence; being machine-gunned while working; and the sight of her house under attack, an incident in which a relative died as the consequence of emotional shock. Marisa expresses her revulsion of Fascists, feared for their brutality and recollects the killing of her cousin on the last day of war. She describes various wartime episodes; Fascists executing four partisans and torturing suspects; Germans shooting people on the Crostolo bank; a young worker being shot by mistake for carrying a bundle mistaken for a bomb. She recalls providing accommodation to evacuees from Reggio Emilia and the widespread enthusiasm at the end of the war.</text>
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                <text>This content is available under a CC BY-NC 4.0 International license (Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0). It has been published ‘as is’ and may contain inaccuracies or culturally inappropriate references that do not necessarily reflect the official policy or position of the University of Lincoln or the International Bomber Command Centre. For more information, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/ and https://ibccdigitalarchive.lincoln.ac.uk/omeka/legal.</text>
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